Italia

Loro a Firenze fanno così

Sabato scorso, poco dopo mezzogiorno, le fiorentine e i fiorentini intenti a fare la spesa al mercato di Sant’Ambrogio hanno sentito, improvviso, il suono di una melodia molto popolare e poi una voce femminile che la intonava. Era lei, Carmen, la zingara che nell’habanera seduce il bell’ufficiale. Un video ben fatto li mostra sorpresi e sorridenti, mentre un’altra giovane cantante – fintasi venditrice – riprende il motivo e lo rilancia. C’è persino un accenno di tango col “casqué” con un cliente subito disponibile. Poi è la volta di una melodia ancor più popolare, nientemeno che il coro di “Traviata” intonato da Violetta «Libiam ne’ lieti calici” e qui il successo diventa calorosissimo. Un’idea bella e intelligente di Ippolita Morgese, Peter Klein e Antonio Vanni «per riportare l’opera ad una dimensione popolare, un’operazione per la cultura e per la musica in un momento drammatico». Credo anch’io che questo sia uno dei modi più giusti per far capire quale straordinario patrimonio l’Italia abbia e come si possa dissiparlo in poche battute. Senza nemmeno rendersi conto dei guasti insanabili così provocati. (Vittorio Emiliani, l’Unità, 7 giugno 2010)

Be’, non c’è dubbio che certe cose possono accadere solo a Firenze, dove si respira ancora in ogni angolo quella cultura che il nostro stolido governo ha deciso di buttare via con la spazzatura. D’altronde il sindaco-giovanotto Renzi ce l’aveva detto, a noi italioti insensibili alle muse e alla fratellanza umana: “Noi a Firenze facciamo così”. Un’idea geniale, superiore, democratica e di sinistra, degna di una terra e di un clima dove la cultura colla C maiuscola e il popolo s’incontrano in questi tempi bui come due innamorati segreti, violando il coprifuoco delle televisioni berlusconiane. Avrei qualcosa da ridire sulle scelte musicali: oltre alla solita Carmen, ossia al solito brano – povero Bizet! morto giovane e condannato all’immortalità solo nel ricordo di una gitana e di un toreador – che abbiamo sentito un milione di volte nelle pubblicità televisive, senza per questo sentirci un milione di volte a teatro; oltre alla solita Carmen, dicevo,  pure la solita minestra riscaldata di Verdi, che quando voleva essere melodicamente triviale ci andava giù con una pesantezza grassa e padana che solo un’energia impassibile, inesorabile, precisa, riusciva a riscattare. Ma possiamo capirlo, è musica per bifolchi presi alla sprovvista, piacevolmente lusingati per il fatto di riuscire a canticchiare – per una volta – un pezzo di musica classica dotato di tutti i certificati necessari. Ci si sente bene a volare alto a così poco prezzo! La cultura di sinistra – in Italia esiste ancora la cultura “di sinistra”, per dire di come male siamo ridotti – è così, o sposa le più sciocche avanguardie oppure non mette piede fuori dai tracciati prestabiliti, come quelle code di turisti che a Venezia a mo’ di gregge si scelgono per guida solo i cartelli gialli >Rialto >S. Marco e >Ferrovia. Lodiamo comunque la buona volontà degli operatori di cultura fiorentini. Diciamo, sempre comunque, se ci è permesso fare un appunto, che copiare con un anno di ritardo un’iniziativa della città di Valencia, la capitale del malaffare politico simil-berlusconiano targato Partido Popular, almeno secondo le gazzette progressiste spagnole, e farla passare per un’idea originale non è che sia un’idea molto originale. Infatti è tipica della sinistra, Luttazzi insegna. Copiare poi perfino i brani musicali verdiani vuol dire proprio non fare nemmeno il minimo sforzo per dar corpo a un’idea partorita dalla bellezza di tre eccellenti teste. A meno che la priorità non fosse quella di mantenere gli standard qualititivi, la sollecitudine e l’efficienza delle intraprese municipali. Ad andare in estasi per la performance valenciana fu un bieco affarista di razza Piave, nonché italiano, il Mango di Treviso, giramondo poliglotta che riesce tuttavia ancora a commuoversi per l’arte e la natura, e per le donne che della Natura sono l’Alfa e l’Omega, secondo la filosofia degli uomini in salute. Notate altresì – perché non è finita qui – come l’improvvisata canora a Valencia abbia, seppur appena abbozzata, una qualche sua grazia e freschezza drammaturgica, mentre nel tempio della bella politica l’impresa sia buttata lì alla stracazzo di cane. Che gli ebeti di sinistra riescono pure a firmare con la solita pecoraggine idiota che li contraddistingue da sessantacinque anni innalzando cartelli imbecilli di sapore politico spuntati fuori – va da sé – con l’implacabile regolarità delle manifestazioni spontanee. Ma a Firenze, loro, fanno così, brutto illetterato teledipendente.

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5 thoughts on “Loro a Firenze fanno così”

  1. “l’improvvisata canora a Valencia abbia, seppur appena abbozzata, una qualche sua grazia e freschezza drammaturgica”

    Questione non da poco, la grazia.
    Dono raro tra i mortali. Frutto di una scuola lunga e laboriosa, che culmina con l’improvviso e sempre inaspettato emergere del genio individuale. Chiederla a una parte politica come la nostra sinistra, appesantita da decenni di ideologia, è come chiederle di produrre un leader.

    1. … è per seminare il dubbio fra le menti sopraffine che leggono l’Unità. La verità tutta intera in un colpo solo sarebbe davvero un colpo troppo duro per loro. E rischierebbero di rigettarla puramente e semplicemente. Se invece oltre al bastone do loro anche la carotina del “bieco affarista” qualcuno un primo passo verso il baratro della verità potrebbe anche farlo. Non pretenderai che ti considerino un essere umano così, di prim’acchito?!

  2. Guardando il video (non sapevo ci fosse stata una perfromance a Firenze) mi metto a ridere. Siamo un paese di “petenei” provinciali. Capisco ora il senso del tuo articolo.
    Bieco affarista, me piase. 😉

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