E se cominciassimo dai comuni invece che dalle province?

In merito all’abolizione tout-court delle province devo confessare che sono assai perplesso, se non di parere contrario, proprio nell’ottica di una trasformazione in senso federale dello stato italiano, tanto più se questa fosse accompagnata da auspicabili accorpamenti regionali. Il rafforzamento del potere delle regioni, attuato di conserva con la scomparsa di un ente intermedio come quello provinciale, vedrebbe le nuove capitali regionali confrontarsi, proprio come nei modelli tipici degli stati accentratori, fedeli al classico motto del divide et impera, solo con una schiera pulviscolare di piccoli enti territoriali, i comuni. La consistenza di uno stato si valuta essenzialmente in base a due ordini di grandezza, quello territoriale e quello demografico: vanno presi ambedue in considerazione. Creare artificialmente un requisito demografico minimo per la sussistenza della provincia ha poco senso: le province di Grosseto e Belluno, ad esempio, che hanno ciascuna poco più di 200.000 abitanti, sono enti che presidiano realtà territoriali assai vaste. Si pensi all’inverso alla regione Lombardia, coi suoi quasi dieci milioni di abitanti: dal punto di vista demografico la Lombardia è equiparabile a stati europei come il Portogallo, l’Ungheria o la “grande” Svezia. Ora si immagini che in uno di questi stati un’organizzazione amministrativa brutalmente semplificata preveda, oltre alla capitale, solo piccole realtà comunali: non parleremmo forse di una sorta di moderno assolutismo burocratico? E dunque, invece di impetrare sic et simpliciter l’azzeramento delle province, obbedendo più all’ottimismo della volontà che a quello della ragione, e fors’anche cedendo al fascino non tanto “liberale” dell’efficienza delle tabulae rasae, non sarebbe meglio pensare ad una riorganizzazione complessiva e ragionata degli enti territoriali? E’ ovvio che alla base di tutto ci dovrebbe essere un’armonica e non conflittuale ripartizione dei poteri decisionali fra di essi ed una chiara individuazione delle prerogative dello stato. Ma anche un’analisi dei soli dati demografici dei comuni e delle province attuali (che quindi va mediata con le sopramenzionate considerazioni di tipo territoriale) ci rivela le sorprendenti disomogeneità dello Stivale, che certo sono in buona parte figlie della storia – ma anche la storia cambia, o no? – e l’enorme spazio per l’uso delle forbici in caso di una profonda razionalizzazione degli enti territoriali. Ho preparato due tabelle, la prima indica la media degli abitanti per comune nelle varie regioni italiane, la seconda la media degli abitanti per provincia.

TABELLA 1: MEDIA ABITANTI PER COMUNE A LIVELLO REGIONALE

Vien da ridere a pensare che in Puglia il comune medio ha quasi 16.000 abitanti e nella piccola Val d’Aosta appena 1.700. E anche lasciando stare le piccole e quasi sempre particolari realtà regionali, balza all’occhio che in una regione di peso simile alla Puglia, il Piemonte, di comuni ce ne sono 1.206 mentre nella regione meridionale ce ne sono solo 258! Per quanto la realtà della pianura padana, soprattutto in Lombardia e in Veneto – un’immensa campagna urbanizzata formata da un insieme reticolare di migliaia di paesini e cittadine – sia assai diversa dal paesaggio di paesoni-città ben distanziati di certe zone del Sud, questa disparità appare oggi del tutto ingiustificata. Facciamo un ragionamento a spanne: se togliamo al Piemonte gli abitanti del comune di Torino, 909.538, la regione subalpina distribuisce i restanti 3.536.692 in 1.205 comuni, per una media abitanti per comune di appena 2.935. Se questa media si alzasse diciamo fino agli 8.000 abitanti, non volendo essere troppo spietati, di comuni ne basterebbero 442. Il che vuol dire che io, che non sono piemontese, vedo comodamente la possibilità di un taglio di almeno 700 comuni in questa sola regione! D’altronde, non nel Centro-Sud – il dato statistico del Lazio, della Campania e in misura minore quello della Sicilia, è fortemente influenzato dalla presenza dei comuni di Roma, Napoli, Palermo e Catania – ma nel Centro-Nord, in regioni come Emilia Romagna e Toscana, la consistenza demografica dei comuni è decisamente più significativa di quella di Piemonte o Lombardia. Appare poi paradossale, ad esempio, che una regione limitrofa della Puglia, la Basilicata, abbia circa metà del numero dei comuni della prima, con una popolazione sette volte inferiore. Lo stesso vale per un’altra regione limitrofa, il Molise, che però ha addirittura una popolazione tredici volte inferiore! Ci sarebbe poi da riflettere sulla suddivisione amministrativa di certe realtà metropolitane. Il comune di Milano – città che non si sa bene dove finisce – è ridicolmente piccolo: appena 183,77 Km² per 1.307.495 abitanti; quando invece il comune di Roma ha una superficie di 1.285,31 Km², per una popolazione di 2.743.796 abitanti. Ad un livello inferiore, il comune di Padova, al centro probabilmente del più grosso agglomerato urbano del Nord-Est, ha una superficie di appena 92,85 Km², e 212.989 abitanti; quando invece il comune di Perugia ha una superficie di ben 449,92 Km² per una popolazione di 166.667 abitanti.

TABELLA 2: MEDIA ABITANTI PER PROVINCIA A LIVELLO REGIONALE

Si nota qui come le piccole realtà regionali (dal punto di vista demografico) tendano ad avere un numero abnorme di province. Certo, la Sardegna è territorialmente una grande regione, e a statuto specialissimo, ma otto province per una popolazione simile – anzi, inferiore – alla somma di quella di due province come Treviso e Vicenza è una vera e propria barzelletta. Per quanto riguarda Lombardia, Lazio e Campania il dato statistico è ovviamente deformato dalla presenza di province con tre-quattro milioni di abitanti come Milano, Roma e Napoli: depurato di questo fattore il dato lombardo è sulla media nazionale, quello laziale sotto, quello campano superiore. Strano il caso dell’Emilia Romagna e soprattutto della Toscana, due regioni che si contraddistinguono per l’importante consistenza media dei comuni: infatti ad un esiguo numero di comuni si contrappone un numero abbondante di province. Si pensi alla microscopica – dal punto di vista territoriale – provincia di Prato, con appena 7 comuni, battuta in Italia solo dalla particolarissima – e tuttavia non giustificata – realtà triestina con soli 6 comuni.

Cosa voglio dire con tutto questo? Che ad occhio e croce ci sarebbe – volendo – spazio abbondante per la riduzione di circa un terzo del numero delle province e dei comuni italiani. In tutto, circa 3.000 enti territoriali. Certo, questo non vuole dire assolutamente che i risparmi per le casse dello stato sarebbero direttamente proporzionali alla vigorosa potatura conseguente a questa sua riorganizzazione amministrativa.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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One thought on “E se cominciassimo dai comuni invece che dalle province?”

  1. La tua visione è un po’ troppo complessa. La realtà moderna esige una soluzione più semplice e in linea col progresso. Ecco l’idea così come è stata sviluppata in queste ore dal Comitato Geo-Demografico Centrale. Si prendono i circa 60.000.000 di abitanti e i tot kilometri quadrati di territorio. Si decide di suddividere abitanti e chilometri in un numero congruo di “enti geo-demografici ottimali” (secondo una stima generale il numero giusto coincide con il numero dei funzionari di primo livello che si decide di mantenere in servizio). La distribuzione dei cittadini e del territorio deve essere equa, perché non è giusto che un funzionario abbia più cittadini di un altro o più territorio di un altro, né che ne abbia di meno. Determinato questo, il più è fatto. Non resta che prendere i cittadini e condurli nell'”ente geo-demografico ottimale” a cui sono stati liberamente destinati. In casi eccezionali si può prevedere spostamenti di destinazione, ma esclusivamente per bambini, vecchi e ammalati, ma solo se questo non costituisce un serio stacolo al regolare svolgersi dell’alto compito dei funzionari.

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