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Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (2)

A sentire i giornalisti della RAI prima, durante e dopo la sconfitta del grangissimu Brazìu di fronte all’Olanda c’era da scompisciarsi dal ridere. All’inizio l’imbattibile Brasile era una stupenda fusione di futcbol bailadu e di sano realismo; alla fine il Brasile era tornato “cicala” e l’Olanda aveva dimostrato – indovinate un po’? – una “grande condizione fisica”. Il Brasile di Dunga non ha mai giocato bene. E’ una squadra che gioca un calcio vecchiotto, statico. Ma può certamente vincere tutto, perché ha una cifra tecnica complessiva nettamente superiore alle altre squadre, dal numero 1 al numero 11, come si diceva una volta, e non solo in attacco. La “condizione fisica” è la minchiata standard, che tutto vorrebbe spiegare e nulla in realtà spiega, cui ricorre un giornalismo sportivo italiano che ha rinunciato a studiare e osservare il calcio come “gioco”. Che il calcio sfugga ad ogni determinismo è cosa ovvia. Ma non è ovvia questa ignoranza voluta delle coordinate spazio-temporali nelle quali il fenomeno calcistico si sviluppa nel rettangolo verde. Nel calcio professionistico la condizione fisica non determina praticamente MAI il risultato di una partita. E’ un caso rarissimo. Per i giornalisti italiani, per gli addetti ai lavori, e anche per i tifosi, la “condizione fisica” può cambiare drasticamente di mezz’ora in mezz’ora, di partita in partita, di settimana in settimana. Basterebbe questa sfida alle leggi naturali per capire l’insensatezza della cosa. Le balordaggini sulla condizione fisica servono, a coloro che non capiscono nulla perché nulla vogliono capire, per spiegare quelle che in realtà sono deficienze di gioco. Qui si intende il “gioco” indipendentemente dalle “giocate”. Le “giocate” sono una cosa. Il “gioco” è un’altra. Quando si gioca bene si corre insieme. Quando si gioca male si corre da soli. Lo sforzo fisico diviene improduttivo. Si fatica molto più. E la squadra sembra “stanca”. Ed è vero ovviamente il contrario. Dal punto di vista del “gioco”, e non delle “giocate”, le migliori squadre del mondiale sudafricano sono state il Cile, il Messico e la Spagna. L’ammirevole e “folle” Cile negli ottavi di finale è riuscito a giocare dignitosissimamente in dieci, facendo la partita e non subendo il gioco degli avversari, contro una squadra infinitamente superiore come il Brasile. L’ammirevolissimo Messico, sempre negli ottavi, ha di fatto giocato molto meglio di una squadra nettamente superiore come l’Argentina. E’ stato battuto dagli errori arbitrali, da un po’ di sfortuna e soprattutto, naturalmente, dalla classe superiore degli attaccanti argentini. Ma avrei voluto vedere, così, per curiosità, come sarebbero andate le cose se gli argentini avessero prestato il panchinaro Milito ai messicani. L’Olanda non mi incanta. Per tradizione gioca sempre “abbastanza” bene. Questa è senza infamia e senza lode. Non credo possano bastare i Robben e gli Sneijder. La Germania rumina il suo solito calcio ordinato ed ha trovato dei giocatori giovani e veloci di grande classe, molto temibili nelle azioni di rimessa, primo fra tutti Thomas Müller, fin qui – secondo me – il miglior giocatore del mondiale. Ma il gioco – nell’accezione sopramenzionata – non è di prima qualità. L’Argentina ha dei killer micidiali in attacco, ma il resto è semplicemente casual. La Spagna gioca bene e ha anche la classe per le belle giocate. Complessivamente è la squadra migliore. La Spagna, in virtù di un gioco cortissimo che ottimizza la corsa di tutti i giocatori, riesce a pressare l’avversario senza far mostra di furore agonistico, e riesce a “tocchettare” in attacco con molti uomini fin dentro l’area avversaria. Non basta la qualità tecnica per spiegare il calcio palleggiato degli spagnoli. Per vedere la differenza fra il gioco dell’Italia – e in generale delle squadre italiane – e quello della Spagna – o del Barcellona, per intenderci – e per aprire gli occhi ai cechi, invece di correre dietro alle balle sulla condizione fisica, ai mali strutturali del calcio italiano, al tormentone sui giovanotti di belle speranze – tutte cose che qui sono secondarie – basta prendere la cordella metrica e misurare la distanza media che intercorre fra la posizione in campo di Piquet e quella di Torres, e quella che intercorre tra Cannavaro e Gilardino o Iaquinta. Le fatiche, le corse a vuoto, le lentezze, la mancanza di brillantezza si spiegano tutte in questa differenza. E’ certo: per giocare così bisogna rischiare qualcosa. Ma in ogni intrapresa c’è un coefficiente di rischio. Noi siamo più furbi, e non vogliamo rischiare niente. Così, prima ancora di perdere, rinunciamo a giocare. Anche se ci mettiamo tutto l’ardore agonistico del mondo.

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3 thoughts on “Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (2)”

  1. La chiave della tua analisi è nelle ultime tre-quattro righe: per “stare corti” ci vogliono innanzitutto motivazione e affiatamento.
    Certo, poi la differenza la fai anche con la preparazione atletica (quanti sarebbero in grado di far esprimere Milito, 32enne, ai livelli visti quest’anno?), ma questa è un mezzo, non un fine né, soprattutto, una premessa. Che poi, siamo onesti: Marchisio a parte, chi c’era di davvero brocco tra gli azzurri 2010? Secondo me, presi singolarmente, erano tutti degnissimi giocatori. Ma erano monadi (per non indugiare sulla radice del lemma) senza una ragion corale.

    1. Infatti secondo me, nonostante le scelte discutibilissime, anzi sbagliate, di Lippi, il gruppo azzurro non era affatto da buttare. Ma siamo ricaduti nella “passività” delle nazionali di Maldini, Trapattoni e Zoff. Forse una volta poteva ancora per qualche miracolo funzionare. Oggi, nel 2010, siamo fuori tempo massimo.
      Divertente come i giornalisti abbiano rinfacciato a Lippi la prestazione del “meraviglioso” Quagliarella contro la Slovacchia; erano gli stessi che qualche tempo prima si erano “meravigliati” della scelta a sorpresa di Lippi di portarlo al Mondiale, nonostante l’anno piuttosto negativo a Napoli.
      Mi dispiace per Di Natale, che secondo me, in una squadra “vera”, aveva tutte le possibilità per diventare un protagonista di questo Mondiale.

  2. Non mi pare proprio che Marchisio,il miglior giovane uscito dalla Juve sia un brocco;certo se poi lo fai giocare come trequartista…….
    Comunque un brocco c’era di sicuro ed è stato Cannavaro 🙂

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