Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (3)

“L’Argentina ha dei killer micidiali in attacco, ma il resto è semplicemente casual.” Questo avevo scritto nel post precedente. E lo si è visto, abbondantemente, nella disfatta contro i tedeschi. Non starò qui a parlare delle scelte balorde dell’”allenatore” Maradona: gli Heinze o i De Michelis in difesa; il magnifico condottiero Zanetti e il ragionier Cambiasso lasciati a casa; Milito, lo stoccatore stanco (ma i viziosi in genere hanno risorse inesauribili), lasciato in panchina; Di Maria schierato a centrocampo – un centrocampo a tre, per di più! – quando il giovanotto, reduce da una stagione straordinaria col Benfica, è un attaccante di fascia purissimo. Malgrado tutte queste sciocchezze l’Argentina non era tecnicamente per nulla inferiore ai tedeschi. Solo che sul rettangolo di gioco è lunga, lenta e vive principalmente delle accelerazioni e delle invenzioni dei suoi attaccanti. Adesso sentiremo le inevitabili bubbole sull’oggetto misterioso Messi; che invece era – e non poteva non essere – il solito Messi. Solo che nel Barcellona, a far ala alle sue trionfanti incursioni nelle difese avversarie trova sempre dei compagni che gli giocano a cinque-dieci metri di distanza, compagni che all’occorrenza sono pronti a ricevere lo scarico della palla, o a portargli via un difensore con una sovrapposizione, insomma, ad aprirgli un ventaglio di opportunità, e a creare vari punti interrogativi nella testa dei difensori. Per questo quando fa le sue scorribande sul fronte d’attacco del Barça Messi ha quell’aria disinvolta e rilassata. Qui il gioco era troppo scoperto e di facile lettura per le difese avversarie: Messi – da solo – contro tutti. Tuttavia il problema argentino non era naturalmente quello offensivo; anche se un po’ arruffona là l’Argentina era sempre efficace per le iniziative istintive di quattro attaccanti di razza come Higuain, Tevez, Messi e …Di Maria. Il problema vero era in mezzo, come succede sempre quando è un problema di squadra. Contro una squadra ad essa perfettamente antitetica, nel bene e nel male, come il Messico, l’Argentina sul piano del gioco ha patito moltissimo. Ha subito il possesso di palla e le iniziative di gioco per quasi tutta la partita. Contro una squadra come la Germania portata al gioco di rimessa per le qualità tecniche di alcuni suoi giocatori lo si è visto ancora in una maniera diversa, e principalmente nella fase difensiva: 1) Nel momento della perdita del pallone gli attaccanti non rientravano. In un gioco di squadra efficace “rientrare” non significa far corse a perdifiato; generalmente significa retrocedere corricchiando normalmente per dieci-quindici metri, ma senza dar tempo al tempo, in modo da creare un primo ostacolo e far perdere attimi spesso decisivi all’azione di rimessa avversaria.  E’ questa automaticità l’aspetto essenziale della cosa, non lo sforzo agonistico. E’ questo abbattimento dei tempi morti che – in genere, ripeto, ovviamente – dà tempo ai centrocampisti e soprattutto ai difensori di accorciare la squadra e formare una barriera contro le iniziative d’attacco degli avversari. 2) I centrocampisti rimanevano fermi. 3) I difensori retrocedevano. 4) Onde per cui nel mezzo del campo, solito problema delle squadre “statiche”, si creavano dei buchi nei quali i tedeschi andavano a nozze.

La Spagna, che non è mai stata brillantissima in questo mondiale, contro il Paraguay non ha giocato bene. Ma ha “giocato”, cercando faticosamente di rimanere fedele a se stessa. E’ sembrata tremolante più che timorosa, come un tennista col classico braccino corto. Ci possono essere varie spiegazioni di tipo psicologico e tecnico: 1) Lo scoglio dei quarti, spesso fatale, ai mai vinti Mondiali. 2) Una partita, che la vedeva favorita, in cui aveva tutto da perdere. 3) Il Paraguay stesso, che ha giocato alla morte la classica partita difensiva stile 2010, che in Italia ci si ostina a non capire, e sì che sarebbe il rancio perfetto per i gusti delle nostre truppe pallonare. Ossia, squadra stretta in trenta metri, fuori della propria area di rigore e al di qua della linea del centrocampo, e pressing asfissiante, che ad intermittenza e quasi a sorpresa ogni tanto veniva portato anche nei pressi dell’area spagnola. Però in genere raramente questa massa di uomini si portava in zona d’attacco. Con squadre così schierate e devote alla causa è difficile giocare, ci vuole pazienza e si rischia la pugnalata in contropiede. Persino il Brasile è andato a sbattere contro un muro per quasi un tempo nella partita contro i morti di fame in cerca di fama della Corea del Nord (tremiamo ancora per la loro sorte, temiamo davvero nient’affatto magnifica e progressiva, al loro ritorno nell’amata patria). La Spagna infine l’ha sfangata. Ricordate la semifinale di ritorno della Champions League dell’anno scorso fra il Chelsea di Hiddink e il Barcellona di Guardiola? Il copione tattico è stato grosso modo il medesimo, con una squadra, il Barcellona, che cercava con ostinazione e con molta fatica di costruire, e una squadra, il Chelsea, che cercava con ferocia e determinazione di distruggere e di ripartire cercando di cogliere di sorpresa l’avversario. Era un pressing offensivo, ossia la ricerca della superiorità numerica in fase offensiva, contro un pressing difensivo, ossia la ricerca della superiorità numerica in fase difensiva, non un “catenaccio”, ché quello è passato a miglior vita da un bel pezzo e oggi non avrebbe nessuna efficacia. Ambedue le squadre giocarono bene. Si qualificò il Barcellona, ma tremò, e molto.

Ora ci aspetta la semifinale Germania-Spagna. Non bisogna farsi impressionare dai risultati roboanti, che a volte dipendono dalle situazioni tattiche createsi nelle partite. Il gioco – che non è la somma delle “giocate”, come ho spiegato nei post precedenti – della Spagna è superiore a quello della Germania, anche se oggi la prima sembra piuttosto spenta e la seconda brilla. La Germania non troverà “buchi” a centrocampo per le sue ben strutturate giocate di rimessa. E’ più facile che le riesca la pugnalata diretta. Ma le mancherà il suo miglior giocatore, quello che finora ha fatto veramente la differenza, Thomas Müller, un vero campionissimo tra mezzi campioncini e buoni giocatori. Può darsi che il suo sia solo uno stato di grazia, ma fin qui è stato veramente perfetto, riuscendo perfino a non strafare. Contro l’Argentina ha fatto il primo gol; poi in una sua incursione dalla destra ben dentro l’area argentina è riuscito, controllando il proprio egoismo, a non tirare da posizione assai allettante e a dare a Klose un comodo match-ball, mandato però sopra la traversa. Decisiva anche la sua giocata da terra e in precaria coordinazione in occasione del secondo e decisivo gol tedesco. Credo perciò che, come è successo nella finale dell’ultimo europeo, sarà la Spagna a fare la partita, e infine a vincere.

L’Uruguay è la squadra più italiana – nel senso migliore del termine – del Sud America. Il piccolo e bicampeón mundial Uruguay (tre milioni e mezzo di abitanti, anche se vasto come mezza Italia), stretto calcisticamente e territorialmente tra i due giganti Brasile e Argentina, ha una tradizione di gioco umile, prudente, furbo e grintoso, confezionato però da giocatori buoni e spesso buonissimi. Così è successo che l’evento più famoso dell’intera storia del paese è rimasto il rapinoso gol di Ghiggia che diede l’alloro mondiale alla Celeste in una partita contro il Brasile al Maracanà nel 1950. Questo eroismo da sporca dozzina incantò l’aedo del calcio all’italiana, Gianni Brera, che fece dell’Uruguay l’alter-ego mondiale del Padova di Rocco nostrano. Abituati ai miracoli calcistici, “los orientales” possono legittimamente crederci anche questa volta. In Italia possono pure contare su un tifoso eccellente, il mio vecchio papà, che visse qualche anno da quelle parti. Alla fine però tornò in patria, e fu una saggia decisione, ché sennò io non sarei mai nato, la qual cosa all’umanità non importerà forse moltissimo, ma a me sta tuttora molto a cuore. Nonostante tutto. Ma non credo che tutto questo basterà contro il metodico accerchiamento che subirà dalla meglio attrezzata Olanda, soprattutto con il bomber Suarez fermo ai box. In caso contrario vorrà dire che “Dios es uruguayo” comincerà ad avere qualche timida evidenza scientifica.

Un’ultima annotazione, sul calcio africano, che mi ha molto deluso. Nonostante il Ghana, che è stato sfortunato ma che avrebbe anche avuto bisogno di un bel sergente di ferro al timone. Mi ricordo ancora le partite delle squadre africane nei mondiali degli anni ottanta. Avevano una solidarietà istintiva fondata sullo strapotere fisico. I figli del continente nero randellavano con un’innocenza così barbarica e omicida che davvero allargava il cuore dell’accidioso uomo occidentale. Ora il continente nero sforna in quantità giocatori di talento. Ma il contatto prolungato con le luci della ribalta europee sembra averli un po’ guastati. Ho visto leziosità, atteggiamenti da primadonna, numeri da circo, poca abnegazione, gioco inesistente, balletti e treccine multi-culti, quasi facessero la caricatura di se stessi, per la maggior soddisfazione del buonismo mondiale. Quando poi ho visto – ad imitazione della Francia – certi capelli ossigenati, e quelle ridicole magliette superaderenti da reduci di qualche gay-pride, mi son subito detto che per loro, e per la Francia, andava a finire male…

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2 thoughts on “Non è (fondamentalmente) una questione di giocatori (3)”

  1. Io invece dico che fra la solidità tedesca,e l’accidia spagnola vinceranno i Tedeschi.
    a meno che Del Bosque rinsavisca e si decida finalmente a non mettere dall’inizio Torres,evitando di regalare un tempo agli avversari.

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