E già, la dignità!

E’ tutto divertente. Molto divertente. Ci sono quelli che tifano per; quelli che tifano contro; quelli che come Ezio Mauro, flemmatico chief executive officer dei pirati della corazzata Repubblica, emettono concisi, freddi, e allarmati bollettini di guerra sullo stato dei dossieraggi e killeraggi contro l’alta carica istituzionale oggi occupata da Fini; ci son quelli, più ridicoli, che come i Battista e i Romano, ufficiali di lungo corso della corazzata Corriere, fanno boccuccia e osservano sgomenti ed allibiti insieme con l’opinione pubblica l’irresistibile pochade che va in scena attorno all’appartamento monegasco ora da tutti rinnegato, neanche fosse proprio quella disponibilissima e popolarissima bella di giorno che perfino tu e Lapo ed io…

Io non ci ho capito niente, perché non me ne sono minimamente interessato, alla trama voglio dire: dopo decenni e decenni e decenni di dossieraggi e killeraggi da parte dei soliti noti che oggi tremano compunti per le sorti della democrazia, le paginate dedicate agli affaires politico-giudiziari mi fanno lo stesso effetto dei volantini pubblicitari nella cassetta della posta. Mi restano in testa con contorni onirici solo le figure dei protagonisti che via via entrano in una rappresentazione in cui la forma e il contorno avvincono e spiegano più del contenuto: l’alto presidente della Camera, rigido come un baccalà, l’eloquio secco che non ammette repliche, uguale a se stesso, immaginiamo, dalla camera dei deputati alla sala da pranzo, dalla sala da pranzo alla camera da letto; la gattina flessuosa e sottile dai boccoli biondi e dalla grande bocca che gli sta – magnificamente, dobbiamo dire – al fianco, il cui sovrabbondante sex appeal rimedia quasi ai guasti della di lui freddezza; il di lei fratello belloccio e viveur, gaglioffo non sappiamo; un bestione ruspante come Gaucci, uscito vittorioso dalle battaglie con tutti i cinghiali dell’Appennino, colpito e affondato come da copione nell’ebbrezza della gloria dalla volpina femminilità di una zazzera bionda, che ora furioso come l’accecato Polifemo scaglia anatemi da qualche suo maniero campagnolo o caraibico; e la testa dell’avvocatino che spunta timida da dietro le quinte con un “posso?” affettato e gravido di promesse poteva mancare? Certo che no: Renato di nome, Ellero di cognome. Ellero quello lì? Ellero quello lì. Ah, ma non malignate troppo sul suo ziz-zagante percorso politico di ex senatore leghista, ex berlusconiano, ora fan di Grillo e sostenitore dei comitati “No Dal Molin”: un avvocato, le cause, non le sposa mica. (E’ una battuta, avvocato, una battuta!)

Non sono riuscito a sciropparmi il video del discorso di Fini. Non ho fatto nemmeno lo sforzo: tanto ci sono anime eroiche, ancor giovani ed ignare, che sacrificano un po’ degli anni migliori della loro vita per farne il riassunto nel web. Avrà volato alto, senza dubbio, anche perché sennò sarebbe apparsa troppo come una difesa, e su quel piano giustamente non doveva scendere. Quando si è attaccati da destra ci si sente meno soli, in Italia, nonostante il regime, e quindi si ragiona di più. Ma tutto ciò è tedioso, ripetitivo. Io cerco l’intrattenimento vero. E’ più dilettevole ed istruttivo registrare da lontano lo scandalo dei grandi professionisti dello sputtanamento democratico e consapevole, gente che in trenta e passa anni ha azzoppato un sacco di pesci piccoli e grossi, perfino istituzionali, perfino innocenti; e la vasta platea dei loro lettori, adusa a sparare sulla Croce Rossa, che a comando scatta indignata contro i pallidi imitatori dei loro predicatori, i Feltri e i Belpietro, fior di gentiluomini al confronto di quelli, e per questo conseguentemente chiamati sgherri.

Ma i più divertenti di tutti sono quelli che oggi si preoccupano della “spirale di imbarbarimento della vita politica”, di una “soglia della decenza” che è stata superata, firme di un quotidiano che dei duri e puri della pratica quotidiana del dossieraggio è andato per viltà e per calcolo a rimorchio, tanto che da tempo si è assicurate le prestazioni di una specialista del grossolano genere gossip + servizi deviati, che oggi va per la maggiore tra i sinistrati della penisola, come la mitica e seriosissima Sarzanini. (Contenta lei. Io non so veramente che ambizione sia. Ma non ha visto a quali abissi di cupezza si è ridotto il D’Avanzo dopo una vita in trincea a difesa della democrazia?)

Oggi costoro arricciano un nasino sorprendentemente delicato, il cui olfatto si è fatto improvvisamente finissimo, dopo aver fatto cilecca anche quando le bombette puzzolenti partivano dalle stanze dei loro colleghi di via Solferino, solo perché la geografia dell’ennesimo bordello politico-giudiziario è un affare tutto interno alla destra. Ecco allora che questi essere di solito miti e pacati, insomma queste pappamolle di tutti i giorni, ritrovano il coraggio per vivere un giorno da leoni e chiedono a tutti, con animo vibrante, di “riacquistare un profilo di dignità”. Orpo.

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Profumo di papa

Il solo fatto che La Repubblica non si periti di lanciare un ballon d’essai sulle prospettive di Alessandro Profumo quale papa straniero dei democratici e dei progressisti – quello invocato dal poeta Veltroni – dimostra come la sinistra della società ultracivile, quella che scrive sui giornali e quella che scende in piazza, sia ostinatamente e sideralmente lontana dal volgo che dovrebbe rappresentare. Adesso prepariamoci. Abbiamo una nuova vittima del Berlusca. Cominceranno ad accerchiarlo, a lusingarlo, i Santoro e i Floris, finché commosso da tanto amore gli scapperà che sì, lui è una vittima di Silvio, nonostante tutto. Nonostante la quarantina di milioni di buonuscita, che comunque non sono spiccioli, anche perché non credo che gli azionisti abbiano fatti grossi affari ultimamente. E che comunque non sono spiccioli in ogni caso. Ma si sa, pur di dare addosso al Berlusca, a sinistra diventano più capitalisti degli squali del capitalismo, in obbedienza ad una mal digerita ortodossia liberista. Se poi il signor Profumo era tanto indipendente dalla politica, tanto impolitico, perché la politica gli dovrebbe offrire subito un posto di tutto rispetto nel suo teatrino? Vallo a capire, e prova a farlo capire a “quelli che non arrivano alla fine del mese”, quelli veri, non quelli che a loro dire non ci arrivano e leggono Repubblica, recitandone le solite lagne precotte. E poi chi non si ricorda di quando qualche anno fa i Tre Re Magi del sistema bancario italiano resero omaggio al vincitore designato Prodi al teatrino politico delle primarie? Uno di questi era il nostro Alessandro. Allora, come adesso, da quando il PCI s’è squagliato, la sinistra politica era debole, scalabile, come ha dimostrato per lustri l’avanzata del partito di Repubblica. Anche quella di Prodi fu una specie di OPA, e certo establishment finanziario gli si stringeva affettuosamente intorno. Certo establishment che era tanto poco politico da tentare di metter mano su un bel pezzo di politica italiana. Poi nel 2008 ci fu la vittoria del Berlusca, che due anni prima pareva moribondo. Vittoria storica, come scrisse Zamax nel suo blog PRIMA delle elezioni e come scrisse il furbetto dei quartieroni Mieli DOPO le elezioni. I Bazoli & C. si arresero, e capirono che la stagione propriamente bellica nei confronti del Berlusca era finita. Non per divenirne servi, come scrivono quelli con la schiena pieghevole, ma per rientrare in una normalità di rapporti con un primo ministro regolarmente eletto. Il Profumo continuò a recitare la parte del banchiere indipendente, quasi per posa, perché in realtà nessuno gli faceva la guerra. Insomma, cerchiamo di non essere troppo delicati: ci saranno state guerricciole, sorde battaglie di potere, che il successo metteva a tacere, ma in fin dei conti roba normale per uno come Megas Alexandros. Gli eroi della sinistra non saranno mica così mollaccioni? Poi commise qualche errore, e fu anche sfortunato: la grande banca, nata per dare un calcio ai giri meschini del mondo delle Banche Popolari, delle Casse di Risparmio, senza dimenticarci delle valorose Casse Rurali, ed Artigiane, che ancora esistono evidentemente solo per fare un dispetto a Giavazzi, si adeguò ignara agli stravizi delle grandi banche del bel mondo sprovincializzato; e qui cominciarono i guai; e chi aveva degli interessi in Unicredit pian piano gli si rivoltò contro. Che questi interessi poi non siano sempre limpidi e nascondano denti aguzzi, e menti non proprio illuminate, be’, anche questo è un teatrino e non solo italiano. Non si vorrà adesso fare di Profumo una vittima dell’Italia retriva e antiliberale oltre che del Putin italiano? Ma certo che sì. Di belle ne vedremo. Di balle ne sentiremo.

I meglio liberali

Sono tutti liberali, oggi. In Italia. Adesso non mi metterò certo a stilare la mia personale lista dei veri liberali e di quelli falsi, com’è abito dei fessi e dei neoconvertiti. Nonostante tutto, sono abbastanza intelligente per non perdermi in ragionamenti vani e per non perder tempo nel trovar risposta a falsi dilemmi; anche se mi domando perché tanti ingegni sopraffini invece v’indulgano: non sarà perché spesso dove abbonda la dottrina mancano i fondamentali? Sì, lo so, questa domanda retorica è il tributo pagato al gusto per la provocazione di noi battitori liberi, che se non le spariamo grosse col piffero che qualcuno presta orecchio ai nostri sedicenti colpi di genio. Tuttavia anche noi riusciamo a volte ad essere utili alla società civile tutta, berlusconiani e zingari compresi, coi potenti fasci di luce gettati sul gran teatro del mondo dalle nostre imprendibili e sorprendenti postazioni intellettuali. Cosicché oggi voglio spiegarvi il mistero di questo trionfo del liberalismo sulla bocca di tutti gli italiani e di tutte le italiane a loro dire non ancora rincitrulliti e rincitrullite dall’implacabile rumore di fondo dell’atroce mediocritas televisiva peninsulare. Trionfo tanto più sorprendente se si pensa che ai tempi di Malagodi – non proprio un secolo fa, e non occorre essere un vecchietto per ricordarlo – la professione di fede liberale era considerata l’ultima stazione democratica prima della frontiera fascista: e già questo era fortemente sospetto. E tanto più strano se si pensa inoltre che se è vero che in tutto il mondo occidentale o occidentalizzato la democrazia continua ad essere considerata da troppa gente, pericolosamente ed erroneamente, una categoria dello spirito, ossia una specie di religione posticcia, senza però la cassa di compensazione dell’aldilà come in una religione vera, e quindi sempre propensa alla scomunica e alla condanna facile qui ed ora, dal terrorismo dei rivoluzionari al catechismo sempre aggiornato del politicamente corretto, niente però di simile è ancora successo per il liberalismo. In Italia questo miracolo mostruoso potrebbe perfino avverarsi. Incredibilmente. Oggi in Italia perfino per gli ossessi dell’Unità, per la sanguigna falange giustizialista di Repubblica e del Fatto, per quella più fredda e sostenuta della Stampa, per gli esaltati alla Granata o per i neo-ortodossi legnosi e scolastici come Fini, l’accusa d’illiberalismo nei riguardi del povero Berlusca ha il sapore di una sentenza definitiva, metafisica.

Per capire l’arcano bisogna tanto per cambiare forzare i passi delle Alpi, il cui possente recinto tanto ha contribuito ad ammorbare l’atmosfera disperatamente domestica delle nostre contrade, e respirare l’aria più pura dell’Europa continentale: i cittadini della Meglio Italia, che ostentano orrore per ogni provincialismo, non avranno certo niente in contrario. Subito ci si trova di fronte ad un fatto sorprendente: in quelle terre civili, soprattutto tra il fior fiore della popolazione civile, il termine “liberale” non ha per niente sfondato. Premessa, parlo di Europa continentale non a caso: nei paesi anglosassoni, che non hanno conosciuto forti partiti apertamente socialisti o comunisti (il labour non può essere definito veramente tale), la parola “liberal” ha conservato il suo significato originario di “progressista”, e da quelle parti un liberal dalla testa calda viene accusato sovente di “socialismo”. Tale significato nell’Europa continentale si perse nell’ottocento, sotto l’incalzare da “sinistra” dei movimenti socialisti. Se per un processo naturale, in Europa e soprattutto in Italia, il temine liberale dovesse ritrovare il suo significato – politico – originario non mi dispiacerebbe per niente, e accetterei per me l’etichetta – politica – di conservatore con lo stato d’animo di chi arriva alla pace dei sensi. Se fosse un processo naturale. Purtroppo questa accelerazione tutta italiana è uno sviluppo malsano, un fiore avvelenato, che nasconde un trucco, un misfatto, un crimine, e un ritardo.

Negli altri paesi europei, mandata in soffitta la mistica marxista, la tradizione socialista e socialdemocratica benché ammaccata è rimasta ancora piuttosto solida e si oppone alla completa riabilitazione lessicale del liberalismo. Nel nostro paese gli ex-compagni hanno fatto una pulizia etnica così profonda che, usciti dalla catacombe, i pochi protagonisti sopravvissuti di quella tradizione si sono rifugiati nel campo di Berlusconi. Nel vuoto politico e culturale seguito al crollo del comunismo, nella terra di nessuno della sinistra italiana perfino la parola “liberale” ha potuto celebrare un fin qui sorprendente trionfo, beninteso senza qualsivoglia implicazione concreta legata alla storia del liberalismo politico, ma soltanto e unicamente appunto come categoria dello spirito, in modo da consentire ai soliti noti di definirsi “liberali” non diversamente da quando si definiscono “democratici”, ostentando la propria virtù e contrapponendola alla presunta volgarità morale dell’avversario politico. E il bello, o il brutto, è che anche certi liberisti senza se e senza ma sono caduti nella trappola, riuscendo nello stesso tempo a magnificare l’analisi dei numeri e dei fatti, da una parte, e a credere nella superstizione di un paese retrogrado, mafioso e cortigiano per natura, dall’altra. Un paese che solo un azzeramento, un repulisti e una rivoluzione può salvare. Di politicamente liberale, tanto per non uscire dalla storia e dal buon senso, in tutto questo non c’è niente. Mentre conferma, tutto questo, che dallo spirito settario difficilmente si guarisce.

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Armi improprie

Al Tartaglia andò di lusso. Cose che non succedono neanche in una democrazia di sogno, superinclusiva, rispettosa di tutte le deviazioni che non siano quelle dei poveri servizi segreti, figuriamoci in un’autocrazia mediterranea. La sua fortuna fu d’essere pazzerello – sebbene abbastanza intelligente da essere progressista in una famiglia di progressisti – incapace d’intendere e di volere dal secondo X al secondo Y dell’ora W del giorno Z, secondo l’estro di una natura bizzarra e imprevedibile, che difatti scelse come vittima delle proprie escandescenze il più impensabile degli obbiettivi, il nostro amico Silvio. Tartaglia, che non era padrone di se stesso, che non aveva il coraggio delle proprie azioni, lasciò che fosse il destino a decidere per lui. All’uopo scelse accuratamente un’arma da mezzo terrorista, certo non trovata lì sul momento e per caso; un’arma non arma, un’arma mai vista, un Duomo di Milano in miniatura, con le gugliette gotiche maliziosamente però ben appuntite. L’originale scelta apriva un ventaglio succulento di esiti possibili: 1) Tartaglia non centrava Berlusconi, il lanciatore non veniva identificato, un silenzio provvidenziale veniva a curare l’accesso di pazzia, e di Tartaglia forse non avremmo sentito mai parlare; 2) il briccone non centrava il caimano, ma veniva identificato, acciuffato e ammanettato dagli sbirri: cosa penosissima per il Tartaglia, che oltre al resto si sarebbe beccato anche dell’imbranato; 3) il briccone centrava lo psiconano e gli faceva un male boia, ma gli lasciava solo un dente scheggiato e qualche graffio, così come poi volle il destino, anche a detta dei bollettini medici; 4) il briccone centrava il dittatore e gli portava via un occhio: cosa, converrete, assai poco piacevole, specialmente per uno che tiene alla propria immagine, che crede di essere irresistibile anche se attempato, e che in fatto di donne ci tiene a vedere benissimo; 5) il tirannicida centrava il pappone nazionale in fronte con la forza demoniaca della pazzia e lo mandava al creatore: per Tartaglia sarebbe stata la fama imperitura, sia per il nome della vittima sia per l’arma del delitto, e forse non gli sarebbe del tutto dispiaciuto.

Berlusconi nell’occasione fu perfetto, e magari senza rendersene conto (voglio venirvi incontro) si comportò da vero uomo di stato. Perdonò pubblicamente l’infelice, ma disse che un’azione violenta contro un rappresentante delle istituzioni – uso queste parole per farmi capire dalla folla noiosa dei tromboni – non poteva restare impunita. In pratica, assai saggiamente e piuttosto generosamente, suggeriva alla magistratura, considerata l’attenuante dei problemi psichici, di mandarlo a casa con una pena simbolica, come vuole la cultura della legalità – uso queste altre parole per farmi capire sempre dalla stessa folla noiosa dei tromboni – in un paese dove al delitto segue il castigo, ma non la vendetta. Ma un destino misterioso e imperscrutabile vuole che gli uomini di legge non riescano mai e poi mai a dare veramente soddisfazione al nostro grande presidente, neanche per sbaglio: Tartaglia fu assolto in quanto non imputabile “perché totalmente incapace di intendere e di volere al momento del fatto”. Totalmente. Al momento. Per il resto abbastanza pazzo da dover rimanere in libertà vigilata per un anno in una comunità terapeutica. Sarà contento il Tartaglia di un così lusinghiero verdetto; un verdetto che, come insegnano gli esagerati della sua parrocchia, va sempre religiosamente rispettato, alla lettera.

Non credo che per la giovane okkupazionista che ha preso di mira il capo dei sindacalisti collaborazionisti le cose andranno molto diversamente. Anche se non penso che Rubina Affronte, nome da silfide, cognome da pasionaria, ambisca molto a farsi passare per pazza, sia pur per un minuto e ventidue secondi esatti: ho intravisto un musetto attraente, ma tosto. Tuttavia, se mi permette di essere franco, e di usare i toni di quella condiscendenza maschilista che offende molto le donne cazzute come lei, senza correre il rischio di prendermi anch’io un candelotto fumogeno, che i suoi compagni di battaglia mi ficcherebbero volentieri acceso in quel posto vista la mia onesta militanza intellettuale tra il popolo dei disonesti, devo dire che col caso Tartaglia c’è qualcosa in comune: l’ambiguità dell’arma. Il candelotto fumogeno ha fatto “solo” un buco nel giubbotto di Bonanni, però avrebbe potuto non solo bruciargli i baffetti e gli occhialetti, nei limiti di una rivoluzione estetica dai modi un po’ troppo spicci; ma anche deturpargli il viso, o accecarlo, alla talebana; e, con un concorso di circostanze particolarmente fortunate, persino spedirlo al creatore; o no? Lei cosa voleva fare? Lo sa cosa voleva fare? Non credo.

Lo sa invece qual è stata fin qui la cosa più divertente della faccenda, se posso essere cattivo? Le dichiarazioni di suo padre, magistrato di “una famiglia bene della Toscana” (così dicono le cronache) il quale ha affermato che lei non ha mai manifestato violenza, che “fin da bambina è stata educata al rispetto del prossimo, alla tolleranza, alla non violenza. Da molti anni lavora in alcune associazioni di volontariato e si è sempre adoperata a favore del prossimo”. E’ proprio un sacrilegio supporre che tale educazione politicamente correttissima non l’abbia troppo ostacolata ad elaborare una visione del mondo che senza buzzurri e criminali dall’altra parte non riesce a stare in piedi? E che in obbedienza a quest’ultima lei, studentessa a Torino, è entrata nel Collettivo Universitario dell’Autonomia, e poi nel centro sociale Askatasuna, e poi ha incominciato ad okkupare immobili, e infine ha tirato un bel candelotto contro Bonanni alla festa del PD? Cosa ci sia di nuovo e sorprendente in questa traiettoria lo sa il cielo. Di nuovo e confortante forse c’è che dalla tragedia delle P38, senza ancora essere alla farsa, siamo però arrivati al melodramma dei candelotti fumogeni. Di vecchio che la commedia degli album di famiglia e delle false meraviglie resiste benissimo. Io dico: non sarà che il protagonismo della armi improprie corrisponde ai guasti di politiche improprie? Non è ormai tempo che lei e la sinistra tutta diventiate finalmente adulti e la smettiate di vivere – di “vivere”, invece di ragionare – in uno stato perenne d’emergenza democratica? Non vi rendete conto che non potete continuare a celebrare ogni santo giorno le liturgie della religione democratica, a predicare il rispetto delle regole democratiche, e poi dipingere un paese che libero e democratico non è? Se la democrazia è saltata, le sue regole non valgono più: vi stupite se qualcuno ne prende atto? E’ questo che voleva dire il cattivissimo Brunetta l’altro giorno, godendosela un mondo nel martellare un tasto dolorosissimo della storia della sinistra. Maramaldo assai nel compendiare il tutto denunciando “l’anima squadrista” del PD. Maramaldo nella forma. Nella sostanza, non troppo.

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Accapponatevi la pelle: impunità=libertà

Sì, lo so, “accapponatevi la pelle” è agghiacciante. Ma da anni di servitù, lecchinaggio e fedelissima sudditanza al satrapo dei satrapi non ho cavato un bel nulla. Ora mi sono stufato! Vooooglio fare il gentiluomo, eeee non voglio più servir! No, non vooglioo piuuù servir! Ho deciso anch’io di piacere alla gente che piace; e di buttarmi nella merda con l’ebbra spericolatezza delle tardone convertite allo spirito dei tempi. Di qui il titolo del post, che riecheggia, mi pare con meritoria felicità creativa, lo stile sapientemente sgrammaticato di tanti romanzetti e di tanti filmetti di tanti autoretti con la fissa della Costituzione anche quando poetano su fellatio e cunnilingus. Sì, son caduto, ma non ce l’avrei mai fatta da solo, senza l’aiuto della femmina. La mia Eva si chiama, papparapàm: Michela Murgia. Scrittrice. Fresca vincitrice del premio Campiello. Popputa. Non è un complimento: nella mia nuova vita non voglio rischiare nulla. Però mi ha sedotto, tramortito, fulminato e ricondotto sulla felice via della perdizione con una mitragliata travolgente di spropositi di dionisiaco, liberatorio, liberale e trionfante disordine. Ecco qui, uno per uno, i meravigliosi colpi di questa scarica dadaista sparati dai microfoni di Radio 24:

Il sogno segreto di Berlusconi è di mandare via gli scrittori di sinistra: ci vorrebbe fuori dalle sue case editrici, così può pubblicare tutto quello che gli pare. Credo che Berlusconi non sia affatto liberale perché non ama il dissenso e ha una visione padronale del mondo. Ci sono moltissimi esempi dell’illiberalità di Berlusconi.

CI vorrebbe? Quindi la scrittrice è di sinistra. Fa parte del club. Della setta. Della cricca. Cricca liberal. Di cui non fa parte Berlusconi, il quale come tutti i comuni mortali, compresi quelli che tollerano il dissenso, non sono così contro natura da “amare” il dissenso. La cricca liberalgiustizialista invece “ama” il dissenso. Provate e vedrete. E mi direte, se ne uscite vivi.

Berlusconi è illiberale per il fatto che il Pdl sia stato presentato, mediaticamente, come un monoblocco dove il suo pensiero era l’unico esprimibile e qualunque modalità di dissenso veniva immediatamente soffocata.

Che non è un esempio. Ma un massive attack. A Berlusconi e alla consecutio temporum, di una virulenza tale che forse solo chi visse prima di Non è mai troppo tardi ebbe il piacere di conoscerne di simile. Mi ha commosso straordinariamente l’uso rivoluzionario e controgrammatico del congiuntivo al posto dell’indicativo, quando invece il novantanove per cento dei compatrioti della scrittrice sbaglia in senso inverso. Che poi i media abbiano presentato il PDL come un monolite dentro il quale ogni dissenso viene soffocato, mi parrebbe, mi sembrerebbe, un bell’esempio di vigorosa denuncia democratica, o no? O son io che non comprendo la meccanica del partito “monoblocco”? [N.B.: “il fatto che…” One…]

E’ stato Fini che ha crepato questo muro.

Il pioniere Fini. Non sottovalutatelo: è il primo uomo al mondo ad essere riuscito a “crepare” quei muri che fino ad oggi ce la facevano da soli, a crepare, senza il bisogno della proprietà transitiva.

Berlusconi si occupa dei libri solo quando cominciano a vendere milioni di copie. Si è occupato di Saviano solo perché raggiunge un numero elevato di persone.

Buona dormita, Silvio! Ma non voleva mandarli via tutti, gli scrittori di sinistra, quelli belli e quelli brutti, il Berlusca, cinque righe più sopra? Com’è che adesso si sveglia solo quando lo scrittore di sinistra – pardon: liberale – riesce a vendere milioni di copie?

Il fatto che noi viviamo in un regime di sostanziale impunità quando pubblichiamo e nessuno ci castiga verbalmente come è stato per Saviano, indica semplicemente che noi non siamo influenti dal punto di vista dell’audience.

L’impunità è l’anticamera della libertà. Io lo dico sempre (almeno lo dicevo; adesso cambio vita): attenti con la retorica della legalità! Una cagata tira l’altra che neanche ve ne accorgete. Ci ho messo un po’ per capire il pensiero della popputa scrittrice. Che è questo: “Il fatto che noi viviamo in una condizione di sostanziale libertà quando pubblichiamo ecc. ecc.” Ecco cosa succede quando si succhia il latte dalle mammelle di Repubblica, dell’Unità, del Fatto, quotidianamente! [N.B.: “il fatto che…” Two…]

La contraddizione non è che noi siamo antagonisti a Berlusconi, ma che Berlusconi critica uno che gli fa guadagnare tanti soldi. Il fatto che un autore che vende i libri gli faccia guadagnare dei soldi è un argomento debole, perché non tutti noi vendiamo come Saviano.

Pensiero stupendo, ma assai assai ellittico. Dunque dunque, se ben intendo, non sarebbe una contraddizione essere uno scrittore “antagonista” al Berlusca (e liberale) e farsi pubblicare i libri dal Berlusca. (Il che mi pare giusto: perché non si dovrebbe fottere il capitalismo coi mezzi del capitalismo?) Però è una contraddizione che il Berlusca critichi uno che gli faccia guadagnare “tanti” soldi. (Il che mi pare sbagliato: perché significherebbe che il Caimano non è attaccato ai soldi fino alla cecità.) Ma se scriviamo per case editrici di proprietà del Berlusca non rimproverateci. E’ un argomento debole. (Cazz… è più facile tradurre dal latino! ) Per questioni di principio? Costituzionali? Resistenziali? No, è che la maggior parte di noi non vende assolutamente un cazzo. A parte Saviano. Quindi i guadagni del Berlusca sono molto relativi. [N.B.: “il fatto che…” Three… Che legga il Fatto Quotidiano tutti i santi giorni?]

La storia deviata

Quasi settant’anni fa l’otto settembre del 1943 significò per l’Italia la fine ufficiosa di una guerra persa e strapersa, dopo averla combattuta al fianco dei nazisti, a sciagurato ma non troppo casuale coronamento dei due decenni dell’Era Fascista. Prima, ricordiamocelo – perché sembra che nonostante la scuola dell’obbligo e quella facoltativa, e l’università, e i media, e gl’intellettuali, e i capocomici impegnati, gl’italiani se ne siano bellamente scordati – prima ci furono sei decenni di Italia liberale. Stracciona magari. Ma liberale. Dopo, ricordiamocelo, sei decenni di Italia democratica. Stracciona magari. Ma democratica. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più “veramente” persa. La guerra l’avevano persa “loro”, i fascisti.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi “convertita” solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso “veramente” democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche “laico” non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito. Molto male gliene incolse: nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.

Nel discorso di Moro non si parlava di fascismo, di golpe, e dei soliti disegni autoritari. Si parlava di corruzione. La Storia Deviata infatti da tempo batteva soprattutto su questo tasto. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe “capitalista”, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste.

La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente.

La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future.

La terza conobbe due sviluppi, paralleli, ma i cui protagonisti erano in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: “la questione morale” di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo e mallevadore della propria democraticità per dare del fascista al prossimo. Al messianismo comunista (che succedeva al messianismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la “democrazia compiuta” che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino: col corollario dei suoi provvidenziali “nemici”, evidentemente. Nel mio piccolissimo, sono stato tra i primi qualche anno fa ad usare con rinnovata frequenza questo termine, “giacobino”. Se dà fastidio a molti, sono più che contento. Se ne facciano una ragione: il termine è esattissimo. La pubblicistica prerivoluzionaria in Francia faceva il pieno di scandali e di cricche; mise a punto i meccanismi della demolizione ad personam; grondava di retorica sulle virtù dell’uomo onesto, il futuro “cittadino” della repubblica.

Oggi alla Storia Deviata fa l’occhiolino Gianfranco Fini. Gliene vengono applausi, considerazione, patenti di democraticità e liberalismo. Anche se fra i suoi ci sono dei veri e propri invasati, con quel tocco di pittoresco che fa tanto italiano e che riesce a volte anche a far ridere. Dimentica però che non c’è più il corpo molle della DC. Allora il giochetto era facile. La creatura berlusconiana è assai più coriacea. Nel paese sono cresciuti gli anticorpi. Non è più tanto facile incantare la gente agitando la mazza della legalità. Le bocche da fuoco dei berlusconiani fanno il verso a Repubblica, firmaioli compresi, con grande e divertente scandalo dei benpensanti che per trentacinque anni hanno considerato tale attività in non plus ultra del progressismo democratico. Quando il grandioso baraccone della Storia Deviata rovinerà su se stesso, una mezza Italia si domanderà di cosa aveva paura; all’altra si apriranno gli occhi su nuovi cieli e potrà cominciare a pensare a vincere invece di continuare a raccontare a tutta la gente del suo falso incidente. E sarà la riforma delle riforme.

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Buon lavoro!

Io non so davvero perché tanti imbecilli, credendosi delle cime, si facciano belli di agitarti in faccia, materialmente o idealmente, il libretto rosso dei pensieri dei Padreterni della Costituzione. Ma provate a prenderla in mano! Questo presunto capo d’opera t’accoglie serissimamente con una sorta di raggelante avvertimento, che a me, uomo di fervida immaginazione e d’ineffabili e sorridenti speranze, ha sempre riportato alla mente l’umorismo nerissimo dell’ “Arbeit Macht Frei”: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.”

E lasciate dunque ogni speranza voi ch’entrate! Allegriaaaa… Secoli di umanissima storia cattolica & italica, straripante di moltissimi peccati e di moltissimi perdoni pubblici e privati, buttati all’aria giusto per dare un contentino a gente con evidenti problemi psicologici, comunisti e azionisti in prima fila, degl’infelici con morbose tendenze autopunitive, non meno gravi di quelle degli appena zittiti cugini dell’altra sponda, quella del sabato fascista; loschi figuri che all’occhio severo di quel Dio che scaraventò Adamo su questa terra si vollero sostituire, rinnovando specificatamente all’uomo della penisola mediterranea la maledizione con cui s’annunciò la tragedia dell’umanità: “col sudore della tua faccia mangerai il pane!”. Ecco qua la verità: la Costituzione inizia con una maledizione! Venerata infatti da gente tristissima, per la quale è un Vangelo, ma nient’affatto una Buona Novella. Ma che bellezza, questa nuova Repubblica Italiana che s’avanza salutando un popolo gonfio di speranze con un comunicato da campo di concentramento!

Che l’uomo infatti non sia fatto per il lavoro è un’eterna e indistruttibile verità. Adamo la sentì sulla carne ancor prima di cominciare. Anzi, già nell’Eden. A dire il vero se ne stava quasi divinamente, nell’Eden, da principe degli animali. Quasi. Immemore del passato. Quasi. Nient’affatto angosciato dal futuro. Quasi. Gli riuscì per un bel pezzo di Vivere il Divenire come un eterno presente, conciliando l’Essere e il Divenire meglio ancora del Superuomo di Nietzsche. Ma era un’illusione come lo fu per il filosofo tedesco. Voci incontrollate dall’oltretomba riporterebbero infatti che quest’ultimo, dopo essersi liberato dell’Essere e del Non Essere, la grande patologia dell’Uomo che duemila anni di tradizione giudea e cristiana hanno solo aggravata, si fosse introdotto di soppiatto nell’Eden per Vivere il Divenire come un vero animale. Scoprì allora di non essere un Animale. Non accettando di essere Uomo, s’inventò il Superuomo, l’uomo capace di Vivere il Divenire su questa terra. Questa era una sfida al Vero Essere, a quel Dio presentatosi nell’Apocalisse di S. Giovanni come “il Primo e l’Ultimo, il Vivente”, “vivo per i secoli dei secoli”, ma non su questa terra. Dopodiché, sia detto in suo onore e a testimonianza della sua serietà, Nietzsche diventò pazzo.

Qualcosa di simile accadde anche all’inquieto ma un po’ tontolone Adamo, un primate che senza il magico tocco di Eva non solo non si sarebbe mai scoperto con qualche lentezza ma con crescente entusiasmo maschio, ma non si sarebbe neanche mai scoperto Uomo nel divino senso del termine: conoscitore del bene e del male, della vita e della morte, dell’Essere e del Non Essere. Da allora l’uomo non è più riuscito ad accettare il divenire e a vivere il presente, che continuamente gli scivola via nel passato e gli sfugge nel futuro. Da allora la sua vita si accompagna al Tempo e all’Angoscia, due tetri e inesplicabili clandestini nell’impassibile serenità del creato, ombre dell’uomo e solo dell’uomo.

Che nonostante questa sconfortante condizione l’uomo non sia fatto per viver come bruto, ma per seguir virtute e conoscenza, e per prosperare e moltiplicarsi, non ci piove. Quando però, come succede troppo spesso per i nostri gusti, l’attività dell’uomo si accompagna alla tirannia del Tempo essa prende il nome di Lavoro e perde un bel po’ della sua piacevolezza e in molti casi in un batter d’occhio diventa una pena, per rimediare alla quale c’è ben poco da fare. Quindi rispedisco al mittente gli spropositi ultravirtuosi e farisaici dei menagrami di quelle mitiche repubbliche “fondate sul lavoro” ben conosciute nel mondo veramente civile, e per questo da quelle parti tenute scrupolosamente a distanza di sicurezza, per trasformarsi via via in repubbliche fondate sui posti di lavoro, ossia sugli stipendi.

Ciò detto, mi sembra chiarissimo che le vacanze sono finite. C’è chi la prende bene e chi la prende male. Nel secondo caso c’è chi pur prendendola male la prende lo stesso con filosofia. Nel qual caso la filosofia, in caso non fosse apprezzata, conserverebbe pur tuttavia l’utilità spicciola di un avvertimento terra terra, che è questo: il primo fesso che ha la disumana idea di congedarsi dal sottoscritto con un “Buon lavoro!” si prende un cazzotto in faccia. Costituzione o non Costituzione.

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