Articoli Giornalettismo, Bene & Male, Italia

Buon lavoro!

Io non so davvero perché tanti imbecilli, credendosi delle cime, si facciano belli di agitarti in faccia, materialmente o idealmente, il libretto rosso dei pensieri dei Padreterni della Costituzione. Ma provate a prenderla in mano! Questo presunto capo d’opera t’accoglie serissimamente con una sorta di raggelante avvertimento, che a me, uomo di fervida immaginazione e d’ineffabili e sorridenti speranze, ha sempre riportato alla mente l’umorismo nerissimo dell’ “Arbeit Macht Frei”: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.”

E lasciate dunque ogni speranza voi ch’entrate! Allegriaaaa… Secoli di umanissima storia cattolica & italica, straripante di moltissimi peccati e di moltissimi perdoni pubblici e privati, buttati all’aria giusto per dare un contentino a gente con evidenti problemi psicologici, comunisti e azionisti in prima fila, degl’infelici con morbose tendenze autopunitive, non meno gravi di quelle degli appena zittiti cugini dell’altra sponda, quella del sabato fascista; loschi figuri che all’occhio severo di quel Dio che scaraventò Adamo su questa terra si vollero sostituire, rinnovando specificatamente all’uomo della penisola mediterranea la maledizione con cui s’annunciò la tragedia dell’umanità: “col sudore della tua faccia mangerai il pane!”. Ecco qua la verità: la Costituzione inizia con una maledizione! Venerata infatti da gente tristissima, per la quale è un Vangelo, ma nient’affatto una Buona Novella. Ma che bellezza, questa nuova Repubblica Italiana che s’avanza salutando un popolo gonfio di speranze con un comunicato da campo di concentramento!

Che l’uomo infatti non sia fatto per il lavoro è un’eterna e indistruttibile verità. Adamo la sentì sulla carne ancor prima di cominciare. Anzi, già nell’Eden. A dire il vero se ne stava quasi divinamente, nell’Eden, da principe degli animali. Quasi. Immemore del passato. Quasi. Nient’affatto angosciato dal futuro. Quasi. Gli riuscì per un bel pezzo di Vivere il Divenire come un eterno presente, conciliando l’Essere e il Divenire meglio ancora del Superuomo di Nietzsche. Ma era un’illusione come lo fu per il filosofo tedesco. Voci incontrollate dall’oltretomba riporterebbero infatti che quest’ultimo, dopo essersi liberato dell’Essere e del Non Essere, la grande patologia dell’Uomo che duemila anni di tradizione giudea e cristiana hanno solo aggravata, si fosse introdotto di soppiatto nell’Eden per Vivere il Divenire come un vero animale. Scoprì allora di non essere un Animale. Non accettando di essere Uomo, s’inventò il Superuomo, l’uomo capace di Vivere il Divenire su questa terra. Questa era una sfida al Vero Essere, a quel Dio presentatosi nell’Apocalisse di S. Giovanni come “il Primo e l’Ultimo, il Vivente”, “vivo per i secoli dei secoli”, ma non su questa terra. Dopodiché, sia detto in suo onore e a testimonianza della sua serietà, Nietzsche diventò pazzo.

Qualcosa di simile accadde anche all’inquieto ma un po’ tontolone Adamo, un primate che senza il magico tocco di Eva non solo non si sarebbe mai scoperto con qualche lentezza ma con crescente entusiasmo maschio, ma non si sarebbe neanche mai scoperto Uomo nel divino senso del termine: conoscitore del bene e del male, della vita e della morte, dell’Essere e del Non Essere. Da allora l’uomo non è più riuscito ad accettare il divenire e a vivere il presente, che continuamente gli scivola via nel passato e gli sfugge nel futuro. Da allora la sua vita si accompagna al Tempo e all’Angoscia, due tetri e inesplicabili clandestini nell’impassibile serenità del creato, ombre dell’uomo e solo dell’uomo.

Che nonostante questa sconfortante condizione l’uomo non sia fatto per viver come bruto, ma per seguir virtute e conoscenza, e per prosperare e moltiplicarsi, non ci piove. Quando però, come succede troppo spesso per i nostri gusti, l’attività dell’uomo si accompagna alla tirannia del Tempo essa prende il nome di Lavoro e perde un bel po’ della sua piacevolezza e in molti casi in un batter d’occhio diventa una pena, per rimediare alla quale c’è ben poco da fare. Quindi rispedisco al mittente gli spropositi ultravirtuosi e farisaici dei menagrami di quelle mitiche repubbliche “fondate sul lavoro” ben conosciute nel mondo veramente civile, e per questo da quelle parti tenute scrupolosamente a distanza di sicurezza, per trasformarsi via via in repubbliche fondate sui posti di lavoro, ossia sugli stipendi.

Ciò detto, mi sembra chiarissimo che le vacanze sono finite. C’è chi la prende bene e chi la prende male. Nel secondo caso c’è chi pur prendendola male la prende lo stesso con filosofia. Nel qual caso la filosofia, in caso non fosse apprezzata, conserverebbe pur tuttavia l’utilità spicciola di un avvertimento terra terra, che è questo: il primo fesso che ha la disumana idea di congedarsi dal sottoscritto con un “Buon lavoro!” si prende un cazzotto in faccia. Costituzione o non Costituzione.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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