I meglio liberali

Sono tutti liberali, oggi. In Italia. Adesso non mi metterò certo a stilare la mia personale lista dei veri liberali e di quelli falsi, com’è abito dei fessi e dei neoconvertiti. Nonostante tutto, sono abbastanza intelligente per non perdermi in ragionamenti vani e per non perder tempo nel trovar risposta a falsi dilemmi; anche se mi domando perché tanti ingegni sopraffini invece v’indulgano: non sarà perché spesso dove abbonda la dottrina mancano i fondamentali? Sì, lo so, questa domanda retorica è il tributo pagato al gusto per la provocazione di noi battitori liberi, che se non le spariamo grosse col piffero che qualcuno presta orecchio ai nostri sedicenti colpi di genio. Tuttavia anche noi riusciamo a volte ad essere utili alla società civile tutta, berlusconiani e zingari compresi, coi potenti fasci di luce gettati sul gran teatro del mondo dalle nostre imprendibili e sorprendenti postazioni intellettuali. Cosicché oggi voglio spiegarvi il mistero di questo trionfo del liberalismo sulla bocca di tutti gli italiani e di tutte le italiane a loro dire non ancora rincitrulliti e rincitrullite dall’implacabile rumore di fondo dell’atroce mediocritas televisiva peninsulare. Trionfo tanto più sorprendente se si pensa che ai tempi di Malagodi – non proprio un secolo fa, e non occorre essere un vecchietto per ricordarlo – la professione di fede liberale era considerata l’ultima stazione democratica prima della frontiera fascista: e già questo era fortemente sospetto. E tanto più strano se si pensa inoltre che se è vero che in tutto il mondo occidentale o occidentalizzato la democrazia continua ad essere considerata da troppa gente, pericolosamente ed erroneamente, una categoria dello spirito, ossia una specie di religione posticcia, senza però la cassa di compensazione dell’aldilà come in una religione vera, e quindi sempre propensa alla scomunica e alla condanna facile qui ed ora, dal terrorismo dei rivoluzionari al catechismo sempre aggiornato del politicamente corretto, niente però di simile è ancora successo per il liberalismo. In Italia questo miracolo mostruoso potrebbe perfino avverarsi. Incredibilmente. Oggi in Italia perfino per gli ossessi dell’Unità, per la sanguigna falange giustizialista di Repubblica e del Fatto, per quella più fredda e sostenuta della Stampa, per gli esaltati alla Granata o per i neo-ortodossi legnosi e scolastici come Fini, l’accusa d’illiberalismo nei riguardi del povero Berlusca ha il sapore di una sentenza definitiva, metafisica.

Per capire l’arcano bisogna tanto per cambiare forzare i passi delle Alpi, il cui possente recinto tanto ha contribuito ad ammorbare l’atmosfera disperatamente domestica delle nostre contrade, e respirare l’aria più pura dell’Europa continentale: i cittadini della Meglio Italia, che ostentano orrore per ogni provincialismo, non avranno certo niente in contrario. Subito ci si trova di fronte ad un fatto sorprendente: in quelle terre civili, soprattutto tra il fior fiore della popolazione civile, il termine “liberale” non ha per niente sfondato. Premessa, parlo di Europa continentale non a caso: nei paesi anglosassoni, che non hanno conosciuto forti partiti apertamente socialisti o comunisti (il labour non può essere definito veramente tale), la parola “liberal” ha conservato il suo significato originario di “progressista”, e da quelle parti un liberal dalla testa calda viene accusato sovente di “socialismo”. Tale significato nell’Europa continentale si perse nell’ottocento, sotto l’incalzare da “sinistra” dei movimenti socialisti. Se per un processo naturale, in Europa e soprattutto in Italia, il temine liberale dovesse ritrovare il suo significato – politico – originario non mi dispiacerebbe per niente, e accetterei per me l’etichetta – politica – di conservatore con lo stato d’animo di chi arriva alla pace dei sensi. Se fosse un processo naturale. Purtroppo questa accelerazione tutta italiana è uno sviluppo malsano, un fiore avvelenato, che nasconde un trucco, un misfatto, un crimine, e un ritardo.

Negli altri paesi europei, mandata in soffitta la mistica marxista, la tradizione socialista e socialdemocratica benché ammaccata è rimasta ancora piuttosto solida e si oppone alla completa riabilitazione lessicale del liberalismo. Nel nostro paese gli ex-compagni hanno fatto una pulizia etnica così profonda che, usciti dalla catacombe, i pochi protagonisti sopravvissuti di quella tradizione si sono rifugiati nel campo di Berlusconi. Nel vuoto politico e culturale seguito al crollo del comunismo, nella terra di nessuno della sinistra italiana perfino la parola “liberale” ha potuto celebrare un fin qui sorprendente trionfo, beninteso senza qualsivoglia implicazione concreta legata alla storia del liberalismo politico, ma soltanto e unicamente appunto come categoria dello spirito, in modo da consentire ai soliti noti di definirsi “liberali” non diversamente da quando si definiscono “democratici”, ostentando la propria virtù e contrapponendola alla presunta volgarità morale dell’avversario politico. E il bello, o il brutto, è che anche certi liberisti senza se e senza ma sono caduti nella trappola, riuscendo nello stesso tempo a magnificare l’analisi dei numeri e dei fatti, da una parte, e a credere nella superstizione di un paese retrogrado, mafioso e cortigiano per natura, dall’altra. Un paese che solo un azzeramento, un repulisti e una rivoluzione può salvare. Di politicamente liberale, tanto per non uscire dalla storia e dal buon senso, in tutto questo non c’è niente. Mentre conferma, tutto questo, che dallo spirito settario difficilmente si guarisce.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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