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Perché no?

La procura di Palermo, che aspira all’immortalità, ha aperto un’indagine sulla morte del bandito Salvatore Giuliano, avvenuta sessant’anni fa. All’uopo ha fatto riesumare la salma del caro estinto. Il cadavere, a quanto pare, sembra assai ben stagionato, ma la magistratura non dispera di cavargli qualcosa di bocca: di miracoli ne ha fatti tanti, perché non questo?

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L’editto sovietico

La cricca, o meglio, la legione degli okkupazionisti della RAI è ormai in preda a un tale delirio d’onnipotenza, che quella schiappa di Berlusconi se lo sogna finché campa. Il loro capo, il bulletto Santoro, l’aveva detto: o io o Masi. Questo era l’avvertimento. Poi la macchina degli amici degli amici si è messa puntualmente in moto. Giovedì il Cda RAI doveva dare il la a un bel giro di poltrone, la più importante delle quali era quella che da quattro anni sta sotto il sedere di Corradino Mineo, da destinarsi alle chiappe di un tale Ferraro, ora a Sky, e, dicono, amico della Lega. Era, ma naturalmente “è” ancora la più importante. Che credevate? Mineo – ex del Manifesto, ex del TG3 fin dai tempi di Telekabul, poi inviato di qua e di là in sedi prestigiose, infine, da quattro anni appunto, direttore di Rainews, poveretto – è di sinistra, di quella purissima. Ossia: una colonna della democrazia, mentre gli altri son servi e lecchini.  Ossia: inamovibile. Se non lo vuole lui. O il partito. I consiglieri di area PD, il giornalista di sinistra Rizzo Nervo, e lo scrittore di sinistra – lo dice lui – Van Stratten, più il solito pollo democristiano che guarda tremebondo a sinistra, De Laurentiis, hanno fatto una scenata e si sono rifiutati in anticipo di partecipare al voto, rovesciando il tavolo come dei bambini. Un bello sciopero democratico. Il presidente della RAI, Paolo Garimberti, ex vicedirettore di Repubblica, ex conduttore di Repubblica TV, di sinistra – posso dire di sinistra? – di sinistra, è entrato allora come da copione nella farsa e ha minacciato le dimissioni, “non sentendosi più presidente di garanzia”. Risultato: Cda sospeso. Poi i 2+1 consiglieri di sinistra, non contenti della loro miserabile furbata, hanno scritto una lettera al presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza, Sergio Zavoli, giornalista con una storia così, roba da museo delle cere, senatore del PD da un bel po’, di sinistra – posso dire di sinistra? – di sinistra, dal 1943 per essere esatti:

Siamo molto preoccupati per lo stato di salute della Rai e la situazione è arrivata a un punto tale che non possiamo limitare solo alla nostra attività in consiglio di amministrazione l’azione di controllo, vigilanza e di denunci. Il servizio pubblico è un patrimonio dell’intero paese e per difenderlo è venuto il tempo di rendere tutti consapevoli che rischia una crisi irreversibile. Se da un lato assistiamo a un’invadenza impropria per condizionare i contenuti della programmazione che non ha precedenti, dall’altro gli indicatori economici mettono a forte rischio la stessa continuità aziendale, mentre sul tema delle nomine confusione e dilettantismo regnano sovrani determinando a tutti i livelli aziendali incertezza e sconcerto.

Insomma, avete capito: bla bla bla, emergenza democratica. Il solito ricatto per i molti minchioni che rappresentano noi – non di sinistra – in Parlamento. A questo punto, il segretario del PD, Bersani, di sinistra – è ovvio, ma posso ancora dire “di sinistra”? – di sinistra, ha rilasciato una nota ufficiale – eh eh, il tocco burocratico che s’accompagna sempre alle mascalzonate dei compagni!  – che dice, popporopò:

Con la lettera di tre consiglieri d’amministrazione della Rai al presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, “il caso Rai” è arrivato a un punto di una gravità inaudita. Siamo davvero al capolinea. Per ripartire è necessario che l’attuale direttore generale, Mauro Masi, prenda atto che la sua esperienza è finita.

Amen. Lo stile è quello di sempre. Da editto sovietico. Loro non esprimono un punto di vista: sentenziano. Fanno “buh” e noi dovremmo prendere paura. Perché siamo scemi. Beh, col piffero.

Articoli Giornalettismo, Bene & Male, Esteri

La Chiesa, Israele e la Terra Promessa

Ha detto Cyrille Salim Bustros, arcivescovo di Newton dei greco-melkiti (Usa), nel corso del Sinodo vaticano sul Medio Oriente, chiusosi, fra l’altro, con la richiesta alla comunità internazionale di metter fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, in applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite:

La Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Vogliamo dire che la promessa di Dio nell’Antico Testamento sulla Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Noi cristiani non possiamo più parlare di Terra Promessa al popolo ebraico, parliamo di Terra Promessa come Regno di Dio che si stende fino ai confini della terra. Non ci sono più popoli preferiti, popoli eletti. Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto. E questo è chiaro per noi, non ci si può basare sul tema della Terra Promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e la espulsione dei palestinesi.

Ebbene, se non stiamo a sottilizzare e ad equivocare volutamente sulle parole, da un punto di vista cristiano – e ripeto da un punto di vista cristiano – ciò è sostanzialmente esatto. Per quanto mi riguarda, è vero ed esatto. Tuttavia parole così sbrigative (quasi malizioso, quel “popoli preferiti”) potrebbero indurre molti a vedere in negativo la “promessa” del Dio dell’Antico Testamento, come se non solo fosse stata abolita, ma anche “rinnegata”, quando invece è importante coglierne gli elementi di continuità con l’avvento del Regno di Dio. La prima promessa, men che mai rinnegata, fu superata più che abolita. Fu la prima promessa a tenere in grembo la seconda e più grande promessa, una Nuova ed Eterna Gerusalemme, che della prima fu uno sviluppo e una precisazione, e questo più grande bene non poteva nascere che da un altro bene.

E’ l’universalismo cristiano che ha desacralizzato qualsiasi concetto legato a popoli, a razze, e ad autorità terrene. La secolarizzazione è opera del Cristianesimo, che seppe distinguere quello che era del “secolo” da quello che era di Dio. Questo caratteristica dirompente – “dissacrante” nel vero senso della parola – del Cristianesimo, oggi dimenticata dalla civiltà che ne è figlia perché questa di quella è imbevuta, a riprova del suo completo trionfo, fu invece ben sentito, istintivamente sentito, nel mondo greco-romano dove i cristiani erano spesso accusati di “ateismo”. Fu una rivoluzione, che però aveva radici nell’ebraismo. E’ infatti nell’Antico Testamento che troviamo con chiarezza le radici della separazione tra quello che oggi chiameremmo “potere civile” e le “autorità religiose”: fu Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele; solo alla “stirpe di Aronne” fu riservato l’officio sacerdotale; e la tribù dei Leviti, alla quale Aronne apparteneva e che si occupava della gestione del culto religioso, fu l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non furono assegnati territori.

Sono sempre le parole e le storie dell’Antico Testamento che ci confermano come il Regno di Dio, se comincia a formarsi su questa terra, su questa terra però non può giungere a compiutezza. Mosè non mise mai piede nella Terra Promessa alle cui porte aveva condotto il suo popolo. Salì sul monte Nebo, nella terra di Moab, e potè vederla.

Ma il Signore gli disse: «Questa è la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e a Giacobbe […] Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.»

Mosè morì lì, nella terra di Moab,

e nessuno ha conosciuto la sua tomba fino ad oggi.

Ciò significa che la promessa non veniva completata con la conquista di Canaan, ma che essa racchiudeva in sé una seconda e più grande promessa: non era infatti concepibile che un suo profeta ne venisse escluso. La morte di Mosè nella terra di Moab, prima di entrare in quella Terra Promessa della quale sarebbe stato Re, ha lo stesso significato teologico del rifiuto di Gesù, Re d’Israele – tu lo dici, io lo sono – di farsi Re su questa terra: nella definitiva Terra Promessa si entra attraverso la morte. Tanto che per tagliare ogni cordone ombelicale con illusioni terrestri ed impedire culti superstiziosi Dio volle far sparire perfino ogni traccia della tomba di Mosè.

E se è vero che non ci sono più popoli “preferiti”, non è altrettanto vero che il concetto di popolo “eletto” sia sparito. Uscì con Cristo definitivamente dai confini razziali, dentro i quali d’altronde non fu propriamente mai, e non poteva esserlo, perché il seme non può smentire il frutto, neanche nell’Antico Testamento: la conquista della Terra Promessa si apre con la presa di Gerico, che ha come prologo il patto della donna, prostituta e straniera Raab con gli esploratori di Giosuè, il quale dopo la conquista

salvò la meretrice Raab, tutta la parentela e quanto le apparteneva, ed essa abitò in mezzo ad Israele fino ad oggi.

La salvezza di Raab preannuncia la salvezza della donna “cananea”, del buon “samaritano” o del centurione presumibilmente “romano” e in ogni caso non ebreo, ossia gli stranieri del Nuovo Testamento, e indica che nel senso più intimo e vero anche nel Vecchio Testamento il concetto di popolo eletto superava il pregiudizio etnico. “Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto”, ha detto l’arcivescovo Bustros, ma specifichiamo: in potenza; perché a ciascuno Dio ha dato il libero arbitrio. Ma un popolo eletto esiste, anche se è solo Dio a conoscerlo: nemmeno la Chiesa intesa come organizzazione e assemblea dei fedeli vi si può identificare, tant’è che essa “non giudica”, ossia “non sentenzia”.

Tutto questo precisato, è verissimo che terre sacre e sacri confini non esistono in nessuna parte del mondo: vale per Israele, vale per qualsiasi altra nazione, vale perfino per il Vaticano. E’ la stessa civiltà giudeo-cristiana-occidentale che rifiuta questo feticismo territoriale. Per quanto profonde ne siano le radici, per quanto ostinate le tradizioni, gli stati si formano in ultima istanza su coordinate spazio-temporali, non metafisiche. Gli stati, le nazioni e le lingue nascono, si trasformano, e molto spesso muoiono. E quindi i conflitti fra questi vanno auspicabilmente risolti col buon senso e con la ragione, anche se le soluzioni non potranno mai essere indolori, com’è giusto con tutto ciò che si muove nel campo del relativo. Appunto per questo, per riguardo alla storia, e ad una presenza che non è mai venuta totalmente meno, tanto più se si parla di un territorio che dopo la conquista araba del VII secolo dopo Cristo non ha mai veramente conosciuto il concetto di “nazione”, estraneo all’Islam, non si può negare agli ebrei la solidità delle proprie rivendicazioni territoriali. Che hanno limiti e non hanno stimmate divine: su questo non ci piove. Ora, però, parlare astrattamente di Gerusalemme come città aperta, ambire di tripartirsi la Vecchia Gerusalemme, quando la Nuova dovrebbe interessarci di più, e dopo che da queste malattie ci saremmo dovuti emancipare da un bel po’ di tempo; “santificare” le risoluzioni dell’ONU, anche quando non stanno in piedi; o predicare, come fanno tutti come se fossero al bar, la necessità di due stati, senza dire come e dove (ed io la vedo molto, ma molto difficile); più che ad una ben ponderata e feconda proposta, somiglia proprio, mi pare, ad un articolo di fede, o al suo plebeo sottoprodotto, il luogo comune. E dovrebbe essere il contrario, o no?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Lo schema di Zeman

La Gabanelli? La Gabanelli non sa mai se va in onda. Santoro? Santoro non sa mai se va in onda. Fazio? Anche Fazio e il suo amico Saviano cominciano ad avere qualche dubbio. E già si sentono molto, ma molto meglio. La Dandini? Con la Dandini si ritorna al classico e blindato tran-tran: la Dandini, felicissima, non sa assolutamente mai se va in onda.

Floris? Floris va sempre in onda senza fare tante storie, perché di Santoro ce ne vogliono almeno due: lui è quello dalle buone maniere. Augias? Augias con le sue Storie va sempre in onda e picchia durissimo, ma con una forbitezza così raggelante da scoraggiare anche la potenziale audience sanculotta, che qualcosa di umano ha pur conservato.

L’Annunziata? L’Annunziata va sempre in onda e ha la sua mezz’oretta di gloria ogni settimana. Lilli la Rossa ce l’ha ogni giorno ma è dovuta emigrare su La7 perché, dopo qualche anno in politica nel cuore della civile Europa, di ritorno nel nostro disgraziato paese ha scoperto che alla Rai i suoi ex compagni e le sue ex compagne non avevano lasciato libero neanche un cesso. Però alla Busi – Busi la Bionda – hanno trovato un buso per difendere i diritti e la Costituzione, e con tanto di cavalier servente al seguito, il maestro Gherardo Colombo: forse perché buca lo schermo con l’occhio metallico?

Sembra uno schema del Foggia di Casillo. Quello di una volta. Uno schema di Zeman. Non ci capisci assolutamente un cavolo. Tu pensi ad una partita normale, anzi facile, con quattro poveri diavoli che si son messi le magliette di Gullit e Van Basten, così, tanto per vivere un giorno da leoni prima di farsi sbranare, e invece te li ritrovi di colpo tutti in area, nella tua area, come le cavallette, o la cavalleria mongola.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Torture e solletichi

Come forse sapete, la Pizia, la Papessa, la Cassandra della stampa italiana e della Stampa propriamente detta ha preso idealmente armi e bagagli e si è trasferita a Repubblica. Idealmente, perché Barbara Spinelli rimane ottimamente alloggiata nel suo appartamento parigino anche a spese del nuovo giornale, come lo era del vecchio. Almeno così dicono i giornali.* Se sia vero non so, però mi sembra un tratto strepitosamente elegante d’autentica civiltà europea, che noi in Italia ci sogniamo. Il passo è del tutto naturale: Repubblica è un quotidiano di fanatici, e la Spinelli è un’estremista. E’ cosa nota a tutti, ma non si può dire. La Stampa è un quotidiano che pende paurosamente a sinistra: è cosa anche questa nota a tutti, ma anche questa non si può dire. Non abbastanza comunque per la Spinelli. Il solito comitato di redazione bolscevico comune a tutte le gazzette italiane, tranne tre o quattro, non l’ha presa affatto bene. Ma io penso che il direttore Calabresi sia tranquillissimo.

Il quotidiano torinese la nuova Barbara Spinelli ce l’ha in casa: è Michele Ainis, uomo a dire il vero, e pure professore, costituzionalista. Ecco, “costituzionalista”: uomo delle regole, uomo dalla parola esatta, una sentinella della democrazia, per dirla con Staino, un guardiano della democrazia, per dirla con la Spinelli, un commissario della democrazia, per dirla col sottoscritto e con chi non è affetto da gonzaggine acuta. In definitiva uno dei prevedibilissimi, preoccupatissimi e tristissimi – nel senso di tristo – sacerdoti del Sinedrio Laicista & Repubblicano, la Casta degli uccelli del malaugurio.

Costui, tutto compreso dunque del suo nuovo ruolo di primo iettatore, ha scritto serissimo una baggianata fenomenale, “La censura goccia a goccia”, con tanto di citazione colta, del poeta Béranger (à vrai dire, je ne le connais pas, et ça, c’est embêtant!). Una citazione, non dieci, come abitudine di Barbara, ma siamo sulla buona strada. La censura goccia a goccia sarebbe quella berlusconiana nei confronti dei soliti imbonitori della controinformazione democratica alla RAI: i nomi li conoscete, e sono veramente troppi per ricordarmeli tutti. “E’ insomma il metodo della goccia cinese, che alla fine ti lascia il buco in fronte. Ma le torture, almeno quelle, sarebbero vietate”, chiosa, spassosamente, l’Ainis, il difensore degli okkupazionisti della RAI, quando un buco nel cervello degli italiani l’hanno scavato proprio questi raccomandati di ferro, avvitati ai loro posti per superiori meriti democratici, ossia per obbedienza alla loro parrocchia, chi da trent’anni, chi da venti, chi da lustri; e ad ogni cambio di stagione un nuovo arrivo. Si sono moltiplicati come conigli. Sì, sono riusciti a far credere a questo maledetto popolo di teledipendenti di essere indispensabili, anche quando non sapevano fare una minchia, soprattutto far ridere. Un po’ alla volta sono diventati dei piccoli boss, che nelle loro zone franche fanno quello che vogliono. Gli intoccabili della RAI. Dei direttori generali, mezze figure che non fanno male ad una mosca, al massimo fanno il solletico, se ne infischiano alla grande. Delle regole, pure. Una cupola. Una cricca. Anche danarosa. Il metodo: piangere, e puntare il dito; puntare il dito, e piangere, ossessivamente. E’ il metodo, se mi si permette un’analogia che mi è venuta in mente proprio adesso, della goccia cinese. Una tortura.

* Update del 21/10/2010: la signora Spinelli paga l’appartamento di tasca propria, secondo quanto scrive in una lettera al giornale che leggo di solito: quello, naturalmente.

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Lingue morte

Quella di sabato per le strade della Città Eterna, eterna in tutto evidentemente, sembrava una sacra rappresentazione destinata a tramandarsi intatta con tutti i suoi cascami bislacchi e pittoreschi nei secoli dei secoli: si sa, certe ariette in certi posti della terra cooperano con sorprendente efficacia alla buona salute delle mummie, ossia all’eccellente tenuta del rigor mortis. Era invece la realtà dell’anno 2010. Una straordinaria performance di veterosinistrismo targata Fiom-CGIL, officiata nel latinorum dei sindacalisti del buon tempo antico dai tre sciamani Epifani, Cremaschi e Landini con l’aiuto di qualche chierichetto ostinatamente marxista; ravvivata dal tocco popolano del celodurismo dipietriesco; e con la trionfale partecipazione del nuovo Messia, il comandante Vendola y su pueblo unido, l’unico rimasto al mondo da quando anche il Cile, come tutti hanno capito, si è modernizzato. Una prova di forza alla quale tutta la truppa dei politici “democratici” ha dovuto rendere un aperto o un obliquo omaggio, chi mischiandosi nel corteo, chi mostrando da lontano una comprensiva partecipazione, nella vecchissima e viziosa tradizione del partito di lotta e di governo, come quarant’anni fa. Eccola qui dunque, palpabilissima, tutta l’arretratezza nella quale periodicamente si rifugia, come in un gioco dell’oca numerato in anni invece che in caselle, la sinistra del grande balzo in avanti, Zoro e Gad Lerner compresi, da quando ha deciso di nascondere con la sfrontatezza lessicale della targhetta democratica un passato che non vuol passare.

E come non notare tutto l’affetto dei media di riferimento per la parata degli zombies anticapitalisti, quegli stessi media che fino a ieri si piccavano, perché così va la moda, di rimproverare al Berlusca le mancate promesse della rivoluzione liberale? Questa è l’insostenibile e folleggiante leggerezza della sinistra mainstream, non di qualche ultimo giapponese: in mancanza di una sintesi politica, dentro la storia, pretende di tenere insieme tutto perché pretende di avere sempre ragione su tutto, svolazzando beata da Giavazzi a Berlinguer, variando capricciosamente i toni, da quello sostenuto dell’informazione economica “democratica” de Lavoce.info – e invece, cari miei, quale tignoso provincialismo italiano, italico e italiota in quelle ostentate fisime “democratiche”! – a quello plebeo dei Di Pietro a quello passionale dei Vendola. Si capisce allora come essa, dai liberal all’estrema sinistra, debba trovare ancor oggi un collante in una superiorità etica fuori della storia, eterna come quell’eterno fascismo cui si contrappone idealmente da sempre, e del quale ritrova puntualmente i connotati nello psiconano di turno, e che in realtà è un riflesso di una patologia comunista, la sua, mai completamente debellata.

Trovare una soluzione dentro la storia, trovare un equilibrio, una direzione e una velocità di crociera politica, significa ripercorre umilmente i passi già fatti altrove in Europa da sinistre da decenni e decenni socialdemocratiche. La sinistra italiana non li ha mai fatti. Non li ha fatti, anche se è riuscita, disperatamente vuota e di facili costumi com’è, a civettare col liberalismo come neanche i laburisti di Blair ebbero il coraggio di fare a parole, perché ogni sua trasformazione è stata fondata sull’orgoglio, non sul pentimento. Un peccato originale che di anno in anno e di lustro in lustro l’ha costretta ad abbassare progressivamente il livello di umanità riconosciuto agli avversari politici pur di rimarcare la propria superiorità. Oggi non si salva più nessuno: son tutti – tranquillamente – fascisti, tangentisti, xenofobi, piduisti, faccendieri, servi, lecchini e tutte le altre piacevolezze ripetute migliaia di volte ogni giorno. Sono i frutti di una schizofrenia panica, epocale, e per questo non sempre gridata. L’importante è tener duro, finché dura, prima del crollo. E l’importante è trovare sempre, col senno di poi, quello che allora mancava a tutti, nuovi capi d’imputazione per i “criminali” del passato. Ora è la volta del debito pubblico, usato per infangare ancor di più la memoria di quel socialismo democratico italiano che aleggia fastidiosamente come un fantasma sopra il nulla della sinistra in attesa di prendersi, per la sola forza delle cose, la sua rivincita.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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E’ la democrazia, bellezze!

E allora. Pronti? State ben saldi sulla vostra seggiola e non cominciate subito a fare smorfie come donnicciole bigotte – laiche, s’intende – che vi spiego il significato di questa patetica sollevazione generale contro le magnifiche imprese dei cani da riporto (grazie Eugenio, grazie Concita: sempre impeccabili, gli amici dell’umanità e della democrazia); dei cani da riporto Feltri e Belpietro, dicevo; e del fratello brutto di Nosferatu, il simpatico Sallusti; e del rompiballe Porro, che è un ridente mattacchione e per questo fa infallibilmente imbestialire quegli immusoniti e noiosissimi rompiballe che vanno in giro col patentino rilasciato dalla società civile. Il significato storico, mica quello delle cronachette, ché qui si vola alto, come sempre. Un significato scandaloso, che è questo: la democrazia, a lungo andare, ha spiacevoli conseguenze democratiche. Spiacevoli. Succede infatti che ai profeti della democrazia – che sono sempre in malafede appunto perché profeti – la democrazia piaccia finché le masse sono manovrabili: passive sotto di loro come lo erano sotto il Re. Di esse si servono per scalare i vertici del potere. Ne risulta che la democrazia, per costoro, è bella finché il popolo non è maturo per la democrazia. Ma quando i piccoli popoli eletti, militanti, piazzaioli e firmaioli non riescono più ad intimidire quello grande, quest’ultimo comincia a somigliare per davvero ad una somma d’individui pensanti. E quindi lo temono, l’hanno in dispetto, e sentenziano che la democrazia è “malata”, e cominciano a parlare di “regole”: i codici, di cui loro sono i custodi e gli interpreti, diventano allora il surrogato di una truppa popolare che si è democraticamente squagliata.

Mai la democrazia è stata così bene come adesso nel mondo euro-americano, Russia e America Latina comprese, se guardiamo le cose in termini relativi e con un occhio alla storia, ed anche se il pericolo è sempre latente, mai è stata così bene al riparo dalla minaccia delle ideologie totalizzanti; eppure, per questi damerini dalla lingua velenosa oggi la democrazia è malata. Cosa c’è? Puzza? E’ volgare? Beh, il fetore è quello che le è proprio, e certifica del suo buono stato di salute. Avete voluto la libertà del volgo? E adesso ne sentite l’olezzo solo perché non vi ubbidisce a bacchetta e non resta con la bocca aperta? Perché ha gusti non proprio eccelsi e vi fa marameo se infantilmente vi vendicate trattandolo da zombie e cianciando di forme subliminali di totalitarismo? Scoprite l’acqua calda con decenni e secoli di ritardo e riuscite solo ad incartare il vostro malessere, nel caso foste onesti, e il vostro disappunto, nel caso non lo foste, con quella sociologia verbosa ma pop che oggi impera nelle librerie, e che non vale spesso le lapidarie osservazioni di scrittori del passato. Un poeta “reazionario” come Pound disse di un suo pan-democratico collega:

E Walt Whitman era l’America. Era l’America con la sua crudezza e il suo fetore enorme. E la cavità nella roccia che rimanda l’eco del suo tempo. Egli cantò l’era cruciale dell’America, egli è stato la voce trionfante. E disgustosa. Orribilmente nauseante.

Uno scrittore “liberale” della Francia della Restaurazione, un “sinistrorso” nostalgico dell’Impero, come Stendhal, seppe odiarla ancor prima di vederla, la “vera” democrazia, e scrisse nelle pagine iniziali de “Il rosso e il nero”:

In realtà, codesti saggi [i saggi e i moderati della Franca Contea] esercitano il dispotismo più noioso. Ed è appunto questo dispotismo – triste parola – che rende insopportabile il soggiorno nelle piccole città a chi è vissuto in quella grande repubblica che è Parigi. La tirannia dell’opinione pubblica (e quale opinione!) è altrettanto cretina nelle piccole città della Francia che negli Stati Uniti d’America.

In tempi di democrazia, quando conta il numero, nella repubblica delle lettere e dei media le cose vanno ancor più velocemente che in politica. Anzi, le precedono, visto che qui non si vota con regolari elezioni, e le parrocchiette mafiose, surrogato senza nobiltà, senza storia e senza tradizione di un mondo aristocratico che si vorrebbe perpetuare sotto mentite spoglie, si formano spontaneamente più per impressionare e intimidire che per fare la conta. A metà del diciottesimo secolo, quando la tempesta si stava formando, Voltaire scriveva:

 Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morirei contento.

Riunitevi e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!

Nell’Italia del dopoguerra, un passo alla volta, una dispotica repubblica di questo genere si è radicata nel campo della cultura, dei media e soprattutto della carta stampata; e nella società in genere, senza peraltro trionfare nell’arena democratica per eccellenza, quella politica, dove i voti non si pesano, purtroppo, ma si contano. E un passo alla volta, proprio perché la democrazia ha resistito alle pulsioni radicaleggianti che ci hanno regalato nel passato, succedendo l’uno all’altro, prima il fascismo e poi il più grande partito comunista d’occidente, anche grazie ai democristiani, eh sì!, a Craxi, eh sì!, e soprattutto al Berlusca, ma certo!!!, il campo conservatore, popolato da cani sciolti refrattari allo spirito gregario che domina spesso a sinistra, si è riorganizzato, ed ha cominciato a ribattere colpo su colpo. I più tremebondi fra i moderati oggi sfoggiano con orgoglio il loro “terzismo” in questa guerra. Ma in realtà i “terzisti” sono di due tipi: il primo è quello che vegeta in una grande stampa che per decenni è andata a rimorchio della vulgata progressista, finendone perfettamente addomesticata, e che solo la forza del fenomeno Berlusconi è riuscita a strappare dalla sua paurosa passività; il secondo tipo è quello che dopo aver militato nel campo berlusconiano, deluso nella sua ambizione o per motivi più nobili, ha cominciato a flirtare con le sciocchezze politicamente corrette, ricevendone in cambio bacini e considerazione, ed è ormai sulla bocca del Leviatano. Di “terzisti” con le palle non ne vedo molti in giro.

E così, cari miei, arrendetevi all’evidenza: la sollevazione contro i cani da riporto è la rivolta reazionaria di chi campa grazie a rendite e monopoli, dossieraggi e killeraggi compresi. E l’alacrità dei cani da riporto è segno che oggi la democrazia, in Italia, è più forte.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Update del 13/10/2010: Un “terzista con le palle” (naturalmente io – politicamente – resto “berlusconiano”) come Oscar Giannino su Chicago Blog esprime la sua opinione sul caso.  Il suo post è stato pubblicato ieri l’altro, come il mio su Giornalettismo.com, ma solo ora l’ho letto.  Nella parte che ho evidenziato in neretto, ha il “coraggio” di scrivere una banale verità che ho anch’io esposto nel mio articolo. E’ una questione che nasce da lontano, dice, ed è verissimo. Io mi spingo ancora più in là in questa “lontananza”. E a differenza sua, vedo soprattutto il significato positivo del “muscolarismo” di questa risposta. Senza Berlusconi non ci sarebbe stato il “terzismo”, ma neanche il “dualismo”, cari Folli, De Bortoli, Sorgi e compagnia cantante.

Prima domanda? A mio giudizio, per quanto so di lui e di legge italiana, è Nicola Porro un ricattatore o più precisamente un potenziale attore di violenza privata, il delitto per cui è indagato? No, assolutamente no. Lo sono Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri? In termini di codice penale, la mia risposta è altrettanto ferma, è e resta: assolutamente no. Per loro due, che hanno la responsabilità della direzione e della direzione editoriale del Giornale, la questione è diversa. Non riguarda la legge. Ma il giornalismo muscolare che perseguono e realizzano: con ottimi risultati in termini di lettori, va detto. Io ho avuto occasione anche su queste colonne di criticare ciò che alla fine questo giornalismo muscolare alimenta nel dibattito pubblico italiano. Ma è questione che nasce da lontano: perché è stata la risposta che a un certo punto ha iniziato a organizzarsi rispetto a quello della sinistra, rappresentando Silvio Berlusconi il male assoluto per alcuni, e il minore dei mali per gli altri. La questione per loro è l’effetto del muscolarismo in un’Italia politicamente tribale: ma ricade in pieno nella libertà di stampa, e le mie sono critiche non penali ma di opportunità, perché penso che ne venga talora e spesso più male che bene.

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Elezioni anticipate? Improbabili, anche in primavera

Perfino qualcuno che normalmente fatica ad uscire dal repertorio di frasi fatte in uso al gregge di sinistra se n’è finalmente accorto: sul come risolvere il caso FLI e sull’eventualità di elezioni anticipate i servi e i pennivendoli di Berlusconi tirano da una parte, il capo tira dall’altra. Quasi tutti, tranne pochi coraggiosi fedelissimi alla linea occulta: tra i quali io. Ai primi, specie agli spiriti bollenti come Sallusti, braccio destro di Feltri, che tanto ha lavorato per il redde rationem tra il fondatore di fatto e il cofondatore per grazia ricevuta, non è affatto andato giù il Silvio democristiano di questi ultimi giorni, e vorrebbero senz’altro spacciare gli avversari una volta per tutte alla giostra cavalleresca delle elezioni. Quella sarebbe di norma la “bella politica” della destra che non si è guastata il cervello coi ghirigori impalpabili ma velenosi della “bella politica” democratica. Che lasciamo volentieri ai Bocchino e ai Granata. Ma il Berlusca, se è spericolato come un fanciullo nel dire sciocchezze poco istituzionali, e nel dispensare sorridente e universale ottimismo, nella politica vera è diffidente come un gatto e furbo come un beduino, come ha intuito un esperto quale Gheddafi fin dal primo minuto del suo incontro col nostro capo. E, portando rispetto alla verità e mostrando un po’ di eretico coraggio, cerchiamo di non parlare sempre male in toto della democristianità: per esempio di quel misto di sangue freddo e prudenza che è frutto di una saggezza antica, seppure intrisa di pessimismo e senza prospettive, e quindi senza grandezza, ma che all’uomo politico non deve essere del tutto sconosciuta, quando si tratta di resistere agli assedi, confidando nella volubilità degli uomini e nell’opera del tempo. Ora come ora, in caso di elezioni anticipate, i rischi di trovarsi con un Senato azzoppato e senza una chiara maggioranza sono altissimi. I leghisti più irriflessivi scommettono con facile ottimismo in una facile vittoria solo perché per loro il premio sarebbe ultragratificante. O perché in caso di mezza vittoria o mezza sconfitta potrebbero consolarsi – forse, io non ci spererei troppo – con l’esclusiva del sentimento nordista. La differenza con la situazione attuale è che in quel caso l’instabilità avrebbe il crisma dell’ufficialità e per il Berlusca il passo d’addio sarebbe quasi inevitabile. I risultati del voto di fiducia – non leggete le solite gazzette italiche – lo hanno incoraggiato. Ed egli ne ha avuto conferma proprio dalla mal dissimulata delusione di un certo mondo leghista mosso da miopi appetiti, troppo scopertamente frettoloso nel condannare un risultato in realtà assai meno negativo di quanto si aspettassero i partigiani delle elezioni anticipate qui ed ora. Che i Bossi e i Maroni se ne facciano interpreti non deve ingannare: devono tener buona la ciurma, ma, volenti o nolenti, sanno benissimo di stare nella stessa barca del presidente del consiglio.

Il Cavaliere non ci pensa nemmeno dopo morto a recuperare i Fini e i Casini. Non ci crede e non lo vuole, dopo le torture che gli hanno inflitto. Casomai potrebbe accogliere nel suo accampamento il Rutelli, vista la sua promettente traiettoria politica, cui manca solo un passo per completare il percorso di tutto l’arco costituzionale: difficile, ma a caval donato non si guarda in bocca, figuriamoci al marito della Palombelli. Il Cavaliere sa che nel bel mezzo della Camera dei Deputati tra FLI, UDC, API, MPA e minutaglia varia c’è un tesorone di una novantina di parlamentari non proprio bolscevichi in cerca d’autore e di un futuro. Gliene servono una ventina per avere la maggioranza assoluta, e diciamo una trentina per veleggiare tranquillo tranquillo. Sette-otto gli si sono già affezionati parecchio in occasione del voto di fiducia. Il Cavaliere minaccia, pure lui, le elezioni, ma non le vuole affatto (se non come extrema ratio). Esattamente come Fini, che spera col ricatto dell’indispensabilità numerica di FLI d’inchiodare Berlusconi e il PDL ad un immobilismo autodistruttivo, in attesa magari dell’intervento della cavalleria giudiziaria. Il Cavaliere scommette invece che il tempo logorerà l’UDC e porterà alla luce nei momenti decisivi l’assoluta eterogeneità del gruppo finiano, come d’altronde si è già visto col voto negativo alla fiducia espresso dall’esaltato capo dell’ala giustizialista di FLI, il patriota repubblicano Fabio Granata. Fini pensa che le parole taglienti, calme e risolute che gli escono volentieri di bocca bastino a soggiogare il prossimo ma non è mai stato un cuor di leone; in questo assomiglia molto al comunista freddo D’Alema: non sono combattenti, nel fuoco dello scontro ravvicinato e risolutivo non li ritroverai mai. Nel frattempo il Cavaliere cercherà di coagulare intorno a sé, al di fuori dell’arena politica, un partito di responsabilità nazionale che farà il verso al nuovo CLN periodicamente evocato dalla sinistra, e che metterà idealmente insieme i Marchionne e i Bonanni. E’ una strategia che ha ragionevoli probabilità di riuscita. E’ la strategia studiata per sfuggire all’assedio dei nemici. E degli amici.

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