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Elezioni anticipate? Improbabili, anche in primavera

Perfino qualcuno che normalmente fatica ad uscire dal repertorio di frasi fatte in uso al gregge di sinistra se n’è finalmente accorto: sul come risolvere il caso FLI e sull’eventualità di elezioni anticipate i servi e i pennivendoli di Berlusconi tirano da una parte, il capo tira dall’altra. Quasi tutti, tranne pochi coraggiosi fedelissimi alla linea occulta: tra i quali io. Ai primi, specie agli spiriti bollenti come Sallusti, braccio destro di Feltri, che tanto ha lavorato per il redde rationem tra il fondatore di fatto e il cofondatore per grazia ricevuta, non è affatto andato giù il Silvio democristiano di questi ultimi giorni, e vorrebbero senz’altro spacciare gli avversari una volta per tutte alla giostra cavalleresca delle elezioni. Quella sarebbe di norma la “bella politica” della destra che non si è guastata il cervello coi ghirigori impalpabili ma velenosi della “bella politica” democratica. Che lasciamo volentieri ai Bocchino e ai Granata. Ma il Berlusca, se è spericolato come un fanciullo nel dire sciocchezze poco istituzionali, e nel dispensare sorridente e universale ottimismo, nella politica vera è diffidente come un gatto e furbo come un beduino, come ha intuito un esperto quale Gheddafi fin dal primo minuto del suo incontro col nostro capo. E, portando rispetto alla verità e mostrando un po’ di eretico coraggio, cerchiamo di non parlare sempre male in toto della democristianità: per esempio di quel misto di sangue freddo e prudenza che è frutto di una saggezza antica, seppure intrisa di pessimismo e senza prospettive, e quindi senza grandezza, ma che all’uomo politico non deve essere del tutto sconosciuta, quando si tratta di resistere agli assedi, confidando nella volubilità degli uomini e nell’opera del tempo. Ora come ora, in caso di elezioni anticipate, i rischi di trovarsi con un Senato azzoppato e senza una chiara maggioranza sono altissimi. I leghisti più irriflessivi scommettono con facile ottimismo in una facile vittoria solo perché per loro il premio sarebbe ultragratificante. O perché in caso di mezza vittoria o mezza sconfitta potrebbero consolarsi – forse, io non ci spererei troppo – con l’esclusiva del sentimento nordista. La differenza con la situazione attuale è che in quel caso l’instabilità avrebbe il crisma dell’ufficialità e per il Berlusca il passo d’addio sarebbe quasi inevitabile. I risultati del voto di fiducia – non leggete le solite gazzette italiche – lo hanno incoraggiato. Ed egli ne ha avuto conferma proprio dalla mal dissimulata delusione di un certo mondo leghista mosso da miopi appetiti, troppo scopertamente frettoloso nel condannare un risultato in realtà assai meno negativo di quanto si aspettassero i partigiani delle elezioni anticipate qui ed ora. Che i Bossi e i Maroni se ne facciano interpreti non deve ingannare: devono tener buona la ciurma, ma, volenti o nolenti, sanno benissimo di stare nella stessa barca del presidente del consiglio.

Il Cavaliere non ci pensa nemmeno dopo morto a recuperare i Fini e i Casini. Non ci crede e non lo vuole, dopo le torture che gli hanno inflitto. Casomai potrebbe accogliere nel suo accampamento il Rutelli, vista la sua promettente traiettoria politica, cui manca solo un passo per completare il percorso di tutto l’arco costituzionale: difficile, ma a caval donato non si guarda in bocca, figuriamoci al marito della Palombelli. Il Cavaliere sa che nel bel mezzo della Camera dei Deputati tra FLI, UDC, API, MPA e minutaglia varia c’è un tesorone di una novantina di parlamentari non proprio bolscevichi in cerca d’autore e di un futuro. Gliene servono una ventina per avere la maggioranza assoluta, e diciamo una trentina per veleggiare tranquillo tranquillo. Sette-otto gli si sono già affezionati parecchio in occasione del voto di fiducia. Il Cavaliere minaccia, pure lui, le elezioni, ma non le vuole affatto (se non come extrema ratio). Esattamente come Fini, che spera col ricatto dell’indispensabilità numerica di FLI d’inchiodare Berlusconi e il PDL ad un immobilismo autodistruttivo, in attesa magari dell’intervento della cavalleria giudiziaria. Il Cavaliere scommette invece che il tempo logorerà l’UDC e porterà alla luce nei momenti decisivi l’assoluta eterogeneità del gruppo finiano, come d’altronde si è già visto col voto negativo alla fiducia espresso dall’esaltato capo dell’ala giustizialista di FLI, il patriota repubblicano Fabio Granata. Fini pensa che le parole taglienti, calme e risolute che gli escono volentieri di bocca bastino a soggiogare il prossimo ma non è mai stato un cuor di leone; in questo assomiglia molto al comunista freddo D’Alema: non sono combattenti, nel fuoco dello scontro ravvicinato e risolutivo non li ritroverai mai. Nel frattempo il Cavaliere cercherà di coagulare intorno a sé, al di fuori dell’arena politica, un partito di responsabilità nazionale che farà il verso al nuovo CLN periodicamente evocato dalla sinistra, e che metterà idealmente insieme i Marchionne e i Bonanni. E’ una strategia che ha ragionevoli probabilità di riuscita. E’ la strategia studiata per sfuggire all’assedio dei nemici. E degli amici.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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3 thoughts on “Elezioni anticipate? Improbabili, anche in primavera”

  1. Sono curioso di vedere come va a finire, in effetti se Berlusconi dovesse tirare a campare senza combinare niente di buon altri 3 anni ci sarebbero ben pochi motivi per essere di ottimo umore, nel frattempo mi sono salvato e messo da parte questa profezia.
    Potrebbe essere divertente rileggerla tra un paio di anni.

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