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Lingue morte

Quella di sabato per le strade della Città Eterna, eterna in tutto evidentemente, sembrava una sacra rappresentazione destinata a tramandarsi intatta con tutti i suoi cascami bislacchi e pittoreschi nei secoli dei secoli: si sa, certe ariette in certi posti della terra cooperano con sorprendente efficacia alla buona salute delle mummie, ossia all’eccellente tenuta del rigor mortis. Era invece la realtà dell’anno 2010. Una straordinaria performance di veterosinistrismo targata Fiom-CGIL, officiata nel latinorum dei sindacalisti del buon tempo antico dai tre sciamani Epifani, Cremaschi e Landini con l’aiuto di qualche chierichetto ostinatamente marxista; ravvivata dal tocco popolano del celodurismo dipietriesco; e con la trionfale partecipazione del nuovo Messia, il comandante Vendola y su pueblo unido, l’unico rimasto al mondo da quando anche il Cile, come tutti hanno capito, si è modernizzato. Una prova di forza alla quale tutta la truppa dei politici “democratici” ha dovuto rendere un aperto o un obliquo omaggio, chi mischiandosi nel corteo, chi mostrando da lontano una comprensiva partecipazione, nella vecchissima e viziosa tradizione del partito di lotta e di governo, come quarant’anni fa. Eccola qui dunque, palpabilissima, tutta l’arretratezza nella quale periodicamente si rifugia, come in un gioco dell’oca numerato in anni invece che in caselle, la sinistra del grande balzo in avanti, Zoro e Gad Lerner compresi, da quando ha deciso di nascondere con la sfrontatezza lessicale della targhetta democratica un passato che non vuol passare.

E come non notare tutto l’affetto dei media di riferimento per la parata degli zombies anticapitalisti, quegli stessi media che fino a ieri si piccavano, perché così va la moda, di rimproverare al Berlusca le mancate promesse della rivoluzione liberale? Questa è l’insostenibile e folleggiante leggerezza della sinistra mainstream, non di qualche ultimo giapponese: in mancanza di una sintesi politica, dentro la storia, pretende di tenere insieme tutto perché pretende di avere sempre ragione su tutto, svolazzando beata da Giavazzi a Berlinguer, variando capricciosamente i toni, da quello sostenuto dell’informazione economica “democratica” de Lavoce.info – e invece, cari miei, quale tignoso provincialismo italiano, italico e italiota in quelle ostentate fisime “democratiche”! – a quello plebeo dei Di Pietro a quello passionale dei Vendola. Si capisce allora come essa, dai liberal all’estrema sinistra, debba trovare ancor oggi un collante in una superiorità etica fuori della storia, eterna come quell’eterno fascismo cui si contrappone idealmente da sempre, e del quale ritrova puntualmente i connotati nello psiconano di turno, e che in realtà è un riflesso di una patologia comunista, la sua, mai completamente debellata.

Trovare una soluzione dentro la storia, trovare un equilibrio, una direzione e una velocità di crociera politica, significa ripercorre umilmente i passi già fatti altrove in Europa da sinistre da decenni e decenni socialdemocratiche. La sinistra italiana non li ha mai fatti. Non li ha fatti, anche se è riuscita, disperatamente vuota e di facili costumi com’è, a civettare col liberalismo come neanche i laburisti di Blair ebbero il coraggio di fare a parole, perché ogni sua trasformazione è stata fondata sull’orgoglio, non sul pentimento. Un peccato originale che di anno in anno e di lustro in lustro l’ha costretta ad abbassare progressivamente il livello di umanità riconosciuto agli avversari politici pur di rimarcare la propria superiorità. Oggi non si salva più nessuno: son tutti – tranquillamente – fascisti, tangentisti, xenofobi, piduisti, faccendieri, servi, lecchini e tutte le altre piacevolezze ripetute migliaia di volte ogni giorno. Sono i frutti di una schizofrenia panica, epocale, e per questo non sempre gridata. L’importante è tener duro, finché dura, prima del crollo. E l’importante è trovare sempre, col senno di poi, quello che allora mancava a tutti, nuovi capi d’imputazione per i “criminali” del passato. Ora è la volta del debito pubblico, usato per infangare ancor di più la memoria di quel socialismo democratico italiano che aleggia fastidiosamente come un fantasma sopra il nulla della sinistra in attesa di prendersi, per la sola forza delle cose, la sua rivincita.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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1 thought on “Lingue morte”

  1. “un gioco dell’oca numerato in anni invece che in caselle”.
    Immagine perfetta.

    Il lavoro contro il capitale! Così era in principio e ora e sempre, nei secoli dei secoli.

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