La Chiesa, Israele e la Terra Promessa

Ha detto Cyrille Salim Bustros, arcivescovo di Newton dei greco-melkiti (Usa), nel corso del Sinodo vaticano sul Medio Oriente, chiusosi, fra l’altro, con la richiesta alla comunità internazionale di metter fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi, in applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite:

La Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Vogliamo dire che la promessa di Dio nell’Antico Testamento sulla Terra Promessa, per noi cristiani è stata abolita dalla presenza di Cristo che ha stabilito il regno di Dio. Noi cristiani non possiamo più parlare di Terra Promessa al popolo ebraico, parliamo di Terra Promessa come Regno di Dio che si stende fino ai confini della terra. Non ci sono più popoli preferiti, popoli eletti. Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto. E questo è chiaro per noi, non ci si può basare sul tema della Terra Promessa per giustificare il ritorno degli ebrei in Israele e la espulsione dei palestinesi.

Ebbene, se non stiamo a sottilizzare e ad equivocare volutamente sulle parole, da un punto di vista cristiano – e ripeto da un punto di vista cristiano – ciò è sostanzialmente esatto. Per quanto mi riguarda, è vero ed esatto. Tuttavia parole così sbrigative (quasi malizioso, quel “popoli preferiti”) potrebbero indurre molti a vedere in negativo la “promessa” del Dio dell’Antico Testamento, come se non solo fosse stata abolita, ma anche “rinnegata”, quando invece è importante coglierne gli elementi di continuità con l’avvento del Regno di Dio. La prima promessa, men che mai rinnegata, fu superata più che abolita. Fu la prima promessa a tenere in grembo la seconda e più grande promessa, una Nuova ed Eterna Gerusalemme, che della prima fu uno sviluppo e una precisazione, e questo più grande bene non poteva nascere che da un altro bene.

E’ l’universalismo cristiano che ha desacralizzato qualsiasi concetto legato a popoli, a razze, e ad autorità terrene. La secolarizzazione è opera del Cristianesimo, che seppe distinguere quello che era del “secolo” da quello che era di Dio. Questo caratteristica dirompente – “dissacrante” nel vero senso della parola – del Cristianesimo, oggi dimenticata dalla civiltà che ne è figlia perché questa di quella è imbevuta, a riprova del suo completo trionfo, fu invece ben sentito, istintivamente sentito, nel mondo greco-romano dove i cristiani erano spesso accusati di “ateismo”. Fu una rivoluzione, che però aveva radici nell’ebraismo. E’ infatti nell’Antico Testamento che troviamo con chiarezza le radici della separazione tra quello che oggi chiameremmo “potere civile” e le “autorità religiose”: fu Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele; solo alla “stirpe di Aronne” fu riservato l’officio sacerdotale; e la tribù dei Leviti, alla quale Aronne apparteneva e che si occupava della gestione del culto religioso, fu l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non furono assegnati territori.

Sono sempre le parole e le storie dell’Antico Testamento che ci confermano come il Regno di Dio, se comincia a formarsi su questa terra, su questa terra però non può giungere a compiutezza. Mosè non mise mai piede nella Terra Promessa alle cui porte aveva condotto il suo popolo. Salì sul monte Nebo, nella terra di Moab, e potè vederla.

Ma il Signore gli disse: «Questa è la terra che ho promesso con giuramento ad Abramo, Isacco e a Giacobbe […] Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.»

Mosè morì lì, nella terra di Moab,

e nessuno ha conosciuto la sua tomba fino ad oggi.

Ciò significa che la promessa non veniva completata con la conquista di Canaan, ma che essa racchiudeva in sé una seconda e più grande promessa: non era infatti concepibile che un suo profeta ne venisse escluso. La morte di Mosè nella terra di Moab, prima di entrare in quella Terra Promessa della quale sarebbe stato Re, ha lo stesso significato teologico del rifiuto di Gesù, Re d’Israele – tu lo dici, io lo sono – di farsi Re su questa terra: nella definitiva Terra Promessa si entra attraverso la morte. Tanto che per tagliare ogni cordone ombelicale con illusioni terrestri ed impedire culti superstiziosi Dio volle far sparire perfino ogni traccia della tomba di Mosè.

E se è vero che non ci sono più popoli “preferiti”, non è altrettanto vero che il concetto di popolo “eletto” sia sparito. Uscì con Cristo definitivamente dai confini razziali, dentro i quali d’altronde non fu propriamente mai, e non poteva esserlo, perché il seme non può smentire il frutto, neanche nell’Antico Testamento: la conquista della Terra Promessa si apre con la presa di Gerico, che ha come prologo il patto della donna, prostituta e straniera Raab con gli esploratori di Giosuè, il quale dopo la conquista

salvò la meretrice Raab, tutta la parentela e quanto le apparteneva, ed essa abitò in mezzo ad Israele fino ad oggi.

La salvezza di Raab preannuncia la salvezza della donna “cananea”, del buon “samaritano” o del centurione presumibilmente “romano” e in ogni caso non ebreo, ossia gli stranieri del Nuovo Testamento, e indica che nel senso più intimo e vero anche nel Vecchio Testamento il concetto di popolo eletto superava il pregiudizio etnico. “Tutti gli uomini e le donne di tutti i Paesi del mondo sono diventati il popolo eletto”, ha detto l’arcivescovo Bustros, ma specifichiamo: in potenza; perché a ciascuno Dio ha dato il libero arbitrio. Ma un popolo eletto esiste, anche se è solo Dio a conoscerlo: nemmeno la Chiesa intesa come organizzazione e assemblea dei fedeli vi si può identificare, tant’è che essa “non giudica”, ossia “non sentenzia”.

Tutto questo precisato, è verissimo che terre sacre e sacri confini non esistono in nessuna parte del mondo: vale per Israele, vale per qualsiasi altra nazione, vale perfino per il Vaticano. E’ la stessa civiltà giudeo-cristiana-occidentale che rifiuta questo feticismo territoriale. Per quanto profonde ne siano le radici, per quanto ostinate le tradizioni, gli stati si formano in ultima istanza su coordinate spazio-temporali, non metafisiche. Gli stati, le nazioni e le lingue nascono, si trasformano, e molto spesso muoiono. E quindi i conflitti fra questi vanno auspicabilmente risolti col buon senso e con la ragione, anche se le soluzioni non potranno mai essere indolori, com’è giusto con tutto ciò che si muove nel campo del relativo. Appunto per questo, per riguardo alla storia, e ad una presenza che non è mai venuta totalmente meno, tanto più se si parla di un territorio che dopo la conquista araba del VII secolo dopo Cristo non ha mai veramente conosciuto il concetto di “nazione”, estraneo all’Islam, non si può negare agli ebrei la solidità delle proprie rivendicazioni territoriali. Che hanno limiti e non hanno stimmate divine: su questo non ci piove. Ora, però, parlare astrattamente di Gerusalemme come città aperta, ambire di tripartirsi la Vecchia Gerusalemme, quando la Nuova dovrebbe interessarci di più, e dopo che da queste malattie ci saremmo dovuti emancipare da un bel po’ di tempo; “santificare” le risoluzioni dell’ONU, anche quando non stanno in piedi; o predicare, come fanno tutti come se fossero al bar, la necessità di due stati, senza dire come e dove (ed io la vedo molto, ma molto difficile); più che ad una ben ponderata e feconda proposta, somiglia proprio, mi pare, ad un articolo di fede, o al suo plebeo sottoprodotto, il luogo comune. E dovrebbe essere il contrario, o no?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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3 thoughts on “La Chiesa, Israele e la Terra Promessa

  1. Pressoché tutto giusto, ma l’ultimo capoverso illustra una posizione difficile a combaciare con il resto del discorso. Gli Stati, espressione del monopolio di un potere che sappiamo derivare da categorie trascendentali (giustizia, libertà, benessere), sono entità metafisiche eccome. Non avventuriamoci in loop logici anelanti all’utile, come se quest’ultimo fosse perfettamente apodittico e immanente.
    Gli stati hanno un’essenza inespugnabile al mondo spazio-temporale, proprio come ce l’hanno i corpi vivi, le realtà individuate. Altrimenti, en passant, rimaniamo ben piantati a terra, divinizzando questo o quell’idolo politico (ciò che accade puntualmente ai materialisti e ai “realisti” nella peggior accezione del termine).

    1. Se ben capisco, però, stiamo parlando di due cose differenti. Tu hai in mente lo “stato”, ovvero quella che Locke chiamava “società civile” o “società politica” e che ognuno può chiamare come vuole; e che ovviamente – per noi almeno – non può non essere vivificata ed innervata da un qualche Decalogo.
      Nel tempo e nello spazio queste società, magari anche simili, tuttavia si differenziano, in base a caratteristiche profonde ma non assolute: di tipo linguistico-culturale, per dirla in due parole. Sotto questo aspetto in ultima analisi secondario, gli stati, intesi come “forme” della società, sono in perpetua trasformazione.
      Quindi specifico se non sono stato chiaro: la società non può mai ridursi all’hic et nunc; quella veste che la differenzia da altre società, e che identifichiamo di solito per comodità col nome dello stato, quella soggiace alla legge del tempo e dello spazio.

  2. Anche a me certe posizioni simili a quella citata puzzano sempre. Solo che non sempre riesco a motivare la mia diffidenza istintiva.

    Illuminante sia la parte biblica, sia la sua “ricaduta” sull’oggi, sui confini di Israele e sulla “sacralizzazione” dell’ONU.

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