Sex & the Left

Susanna Camusso, alla sua prima manifestazione di piazza da nuovo segretario generale della CGIL, per dimostrare che nulla è cambiato nelle liturgie del trombonismo sinistrorso, e per rassicurare i gusti cadaverici dei militanti nonostante lo strabiliante approdo “democratico” dopo decenni di bolscevismo, aggiungendo la bolsaggine del proprio talento alla bolsaggine connaturata a tutti i canti popolari di ispirazione politica, ha pensato bene di concludere in bellezza lo show piazzaiolo cantando “Bella Ciao”; non prima, però, di aver gridato il suo scandalo contro il machismo del governo.

Ripeto: il machismo del governo. Chiamo qui a raccolta il popolo di sinistra, congenitamente irriflessivo nonostante l’ostentata pensosità, e sempre disperatamente prigioniero di un quietismo della ragione che nulla sembra smuovere: tu, uomo di sinistra, e tu, donna di sinistra, vi siete mai accorti di quanto sia disgustosamente machista quella cantilena burbanzosa da bulletto che non deve chiedere mai? Non occorre l’intelligenza, basta una non guastata sensibilità, anche musicale. Pure quella autocensurata?

Ora, dico io, nonostante l’amore più nobile tra un uomo e una donna prima o dopo precipiti piacevolmente in una ginnastica che vista con occhio freddo e poco compassionevole offre lo spettacolo sempre grottesco dell’uomo assorbito nelle sue funzioni corporali, – notate: se vedere un animale così impegnato non turba la nostra serenità e può far sorridere, vedere un uomo è un inquietante problema filosofico – per un uomo in salute morale ed intellettuale la “donna” resta pur sempre una regina da adorare, e per il novanta per cento di questi esseri felici (non conto gli sposi e le spose a Cristo) in ciò consiste il novanta per cento dell’incanto della vita.

Ben si capisce invece quale concezione della femmina abbia questo stronzetto, il vanaglorioso “partigiano” che trova l’invasor di mattina: una ruota di scorta per il maschio chiamato a più alti doveri, che la pollastrella non può certo pienamente comprendere, ma che esigono devozione ed ammirazione verso chi li compie. Ma non possiamo finanche vederlo questo smargiasso, fino al giorno prima senz’arte né parte, se non quella magari di compagno di bisboccia o di camicia nera, col suo fucilino e la sua pistoletta sfilare per le vie nel tentativo di fulminare tutte le belle, ossia le potenziali groupies del paesello natio? Perché adesso lui, cazzarola, è un partigiano: uno che ha scoperto l’invasor ora che l’invasor sta alzando i tacchi, mentre prima col piffero che lo vedeva; uno che nella brutale semplificazione dei rapporti umani tipica dei teatri di guerra, segretamente agognata da molti mezzi uomini, trova il coraggio di mettere al bando i sentimentalismi borghesi che prima lo terrorizzavano e finalmente può, con la giustificazione in tasca, guardare all’amore con fiero cipiglio e sperare di copulare con la sbrigativa destrezza dell’utilizzatore finale. Perché adesso lui, cazzarola, ha ben altri problemi per la testa: stanotte torna su in montagna dove magari domani lo accoppano; quindi, cara la mia donnina, non fare tante fisime che vado di fretta e se ti fotto è solo per dovere e forse è l’ultima volta che lo faccio e in ogni caso sai che per me quelle come te fanno la fila; quindi stai buona e, piuttosto, se per caso mi ammazzano, pensa a seppellirmi lassù in montagna e a mettere un fiore sulla mia tomba (ecco, adesso ‘sta stronza piange!).

Questa solenne e meschina schifezza è il canto di battaglia dei figli, delle figlie, dei padri, delle madri, dei nonni e delle nonne della società civile. Anche da questo si intuisce quale disturbata concezione della donna abiti le menti dei nostri cosiddetti progressisti. Frutto con tutta evidenza di una sessualità malata, molto più di quella del Berlusca, che in fondo ha il merito di trattare le puttane come delle signore – costume tra l’altro molto italiano, come notava Montaigne già nel XVI secolo – al contrario di quel farabutto di partigiano. Quelle son tutte mignotte, ma mignotte sono anche quelle che non si adeguano al luogocomunismo politicamente corretto, solo perché sono più generosamente e onestamente femmine delle troiette di Sex and the City: quelle invece piacciono ai nostri democratici. E piacciono pure le pornostar purché facciano le donnine oggetto durante la campagna elettorale nel paradiso progressista catalano.

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Politica e narrazione

Noi sogniamo un’Italia diversa. Ma non facciamo un programma politico, tanto meno una tribuna politica: è narrazione.

Diceva questo qualche giorno fa Roberto Saviano, nel mezzo delle inevitabili, noiose e cercate polemiche – perché lui fa politica – suscitate dalla seconda puntata di “Vieni via con me”. Io dico: se la narrazione diventa la continuazione della politica con altri mezzi, sarebbe stato meglio che fosse stata politica, politica schietta. Dico di più: in questa frase, che è anche ingenua, è condensato tutto ciò che non va nella sinistra italiana nell’era dello stato repubblicano e democratico, che da un bel pezzo avrebbe dovuto raggiungere la maggiore età, ed invece si trova a fare i conti ancora con una malattia che le è rimasta in corpo fin dalle origini. Cosa ha detto Saviano in merito ai rapporti tra la mafia e la Lega Nord durante la sua performance da mezzo santone, figura ridicola ma purtroppo giustificata dal messianismo democratico di quell’Italia ancora ostinatamente dell’Est che spera nei salvatori della patria non meno di quella che si affida assai più sensatamente al molto più pragmatico, umano e terra terra Caimano? Ha detto una mezza verità, ossia una mezza menzogna; ha puntato la luce dei riflettori su un “fatto”, facendo però buio in sala, con le stesse reticenti modalità usate nella prima puntata, incentrata sulla rievocazione di Falcone. I sognatori dell’Italia diversa, che non fanno politica ma fanno narrazione, come Vendola, pure lui fulminato ultimamente dalla paroletta, fanno così da sempre, ripetendo gli stessi errori di sempre, e credendo di essere nuovi.

Quando si aggiunge una mezza verità ad un’altra mezza verità, la verità non resta dimezzata. La nuova mezza menzogna s’innesta su un quadro già alterato: e la menzogna complessiva si sviluppa con progressione geometrica, non aritmetica. La narrazione diventa un po’ alla volta un’enorme balla, una valanga che tutto copre e che in Italia ha assunto le forme di una ben propagandata distorsione della storia contemporanea. Non solo, un bel Credo tirannico, in cui cacciare a forza i “fatti” vecchi e nuovi. E una camicia di forza per qualsiasi politica normale.

Nel vecchio PCI questa insufficienza si nascondeva dietro la forma impeccabile ed ultraprofessionale, il prestigio culturale del marxismo, l’organizzazione, l’apparato. Ed era messa in frigorifero dalla guerra fredda. Ma la sostanza “rivoluzionaria” impediva in realtà anche allora qualsiasi vera politica. Ragion per cui il PCI restava forte ed isolato, gonfiandosi e sgonfiandosi a seconda della febbre sociale, senza che per questo la sinistra d’opposizione offrisse un’alternativa politica credibile nella conduzione del paese.

Caduto il muro di Berlino, lasciato per strada il marxismo e un bel po’ dell’apparato, la sinistra non è riuscita però a liberarsi della “narrazione”. Anzi, nel vuoto che negli altri paesi “normali” è riempito in politica dalla socialdemocrazia post-marxista, che non “sogna società diverse”, ma lavora ad un progetto politico dentro lo stato “borghese”, la camicia di forza è diventata ancora più stretta, e la “narrazione” si è imposta come l’unico messaggio politico. Un messaggio solo in negativo, rinsecchito, non una proposta; che può, sempre più stancamente, rivitalizzare lo spirito settario, ma che è infecondo in politica, dove si vince col consenso. E’ questo, oggi, il problema “strutturale” della sinistra. Sintetizzabile in quei versi famosi di Montale, che cito solo per far capire alla Spinelli che anche a destra c’è chi si diletta di alate letture:

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Versi che fanno parte però di una poesia, e sono figli di un travaglio esistenziale personale. Non sono una politica. La sinistra oggi non vuole Berlusconi. Prima, quando non voleva Craxi, quando non voleva i democristiani, viveva almeno del sogno di qualche illusione. Ora siamo solo al sogno. Di una distruzione. Di una liberazione definitiva, dopo quella imperfetta del 1945.

Si capisce allora perché in un partito che si fa chiamare democratico, e che perciò è costretto dalle regole della buona educazione a maneggiare la “narrazione” con assai minore disinvoltura degli irregolari e degli estremisti, il vuoto della politica sia così palpabile; e perché ai suoi fianchi si moltiplichino, altrettanto e più pericolosamente vuoti, coloro che, in una seducente apparenza di vitalità – seducente per chi voglia farsi ingannare a buon mercato – , di questa “narrazione” offrono versioni molto più gagliarde: Di Pietro col suo duro “legalitarismo”, Grillo col suo furore vagamente nichilista, o Vendola, apostolo verde della religione no-global, e dell’inclusione globalizzante allo stesso tempo.

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Mancava solo la firma

Ora, il povero fesso che ha combinato questa scempiaggine non voleva certo “negare” la Shoah. Anzi, con un simbolo di persecuzione voleva attirare l’attenzione sulla sua presunta persecuzione. Una leggerezza da coglione. Due volte coglione, perché, volendo, l’idea era magnifica. Mancava solo la firma. Di Cattelan, o di un altro della sempre più vasta, coccolata e danarosa cerchia dei ciarlatani dell’arte progressista. Sennò sarebbe stata un’utile provocazione, una lacerante emozione, un capolavoro.

Via con la barbetta al vento

Padre nostro che sei nei cieli, dacci oggi il nostro Galli Della Loggia quotidiano. Il nostro Ernesto, lo sapete, è un damerino che sente molto l’aria che tira, un meteoropatico della politica. E’ la faccia triste di un giornale triste, un opinionista che va a rimorchio di un giornale che va a rimorchio, quel Corrierone che da decenni ormai, imbalsamato nella sua timorosa e quindi non salda prudenza, si limita a pontificare a cose fatte. A volte riesce perfino ad anticipare le cose fatte, ma solo perché sembrano che siano proprio fatte. Perché glielo dicono. E’ il momento in cui la prudenza, non essendo virtuosa, si trasforma in imprudenza. Errore che somiglia molto a quello tipico dei democristiani perfettamente addomesticati, il cui comico zelo fa ridere di gusto le vecchie pellacce della sinistra dura e pura. Non sorprende che questo errore l’abbia fatto anche Fini, duce di Futuro e Libertà, la sinistra democristiana nell’era della balena berlusconiana: questo è. Così il nostro Ernesto, con uno stile sentenzioso ma senza vigore, riflesso diretto delle sue anemiche idee, dormicchia guardingo nei periodi di bonaccia e si fa prendere dal batticuore nel momento della tempesta. Ed è per questo, e per mostrare alla maestra di essere il primo della classe, che ha voluto essere il primo a tirar fuori dal cassetto e mandare in stampa, e non per scherzo, il coccodrillo di Silvio Berlusconi. Siccome gira sempre più insistente la voce che questi sia un uomo morto, Ernesto di colpo è ringalluzzito, ha voluto vivere un giorno da leone, e ha dato fiato alle trombe scrivendo un bella serie di quei turgidi spropositi savonaroliani che di solito escono dalla penna demenziale di D’Avanzo; turgidi spropositi che cadono dritti nel ridicolo se non sono temperati e messi in riga dall’ironia, come accade nel caso del sottoscritto; spropositi di cui vogliamo offrire questo significativo esempio, il primo pigliato al volo:

Le serate di Arcore e di Palazzo Grazioli sono l’immagine di una solitudine esistenziale disperata e agghiacciante, anche se nascosta dai fasti di una miliardaria satrapia. Oggi ci è chiaro: era un moderno Macbeth assediato dalla foresta di Birnam sempre più vicina…

Al netto delle rodomontate il ragionamento di Galli Della Loggia è il solito di quando per il Berlusca le cose sembrano precipitare. La solitudine del premier si specchierebbe in quella della sua creatura, il berlusconismo, il partito di plastica incapace di fare politica che “ha tagliato i ponti con tutti i settori significativi della società.” Che suona bene, ma è una solenne sciocchezza; ed anche un’involontaria verità, se per “settori significativi” s’intendono le caste, quelle vere. Il berlusconismo, lo diranno i libri di storia, è stato un rivolgimento democratico, un grandioso aggiustamento sociale e politico ben lungi ancor oggi dall’aver trovato riposo, che ha captato i sentimenti di un’Italia negletta, principalmente l’ex parco buoi dell’imbelle Democrazia Cristiana, munto per un quarto di secolo almeno senza ricevere niente in cambio, e disprezzato per quasi tutti i cinquant’anni di vita della Balena Bianca, in un paese in cui anno dopo anno si sedimentavano nomenklature di ben diverso colore. Per questo sopravvivrà.

Per capirlo basta leggere le parole scritte dallo stesso Galli Della Loggia quattro anni fa, sul finire del 2006, quando Berlusconi, sconfitto per miracolo dall’armata brancaleone prodiana alle elezioni, quando anche allora avrebbe dovuto essere liquidato per sempre, se ne stava seduto in panchina all’opposizione:

Sabato, infatti, nella piazza romana c’era il popolo della destra così come naturalmente c’erano i suoi capi. Ma tra l’uno e gli altri sembrava esserci il nulla. Sul palco o nelle sue vicinanze era assente qualunque rappresentanza significativa di questo o quel pezzo di società italiana. Non solo non c’erano gli attori e i cantanti o gli intellettuali, ma neppure esponenti dell’industria e della finanza, dell’alta burocrazia, del mondo del lavoro, dell’universo delle professioni: nulla, nessun nome. Erano assenti perché la destra riesce sì a portare alle urne e a mobilitare il «popolo», cioè una massa variegata di cittadini, ma tuttora ha una grandissima difficoltà a organizzare la società, nel senso di integrarsi stabilmente con questo o quello dei suoi settori, dei suoi «ambienti», fino ad assumerne un’organica rappresentatività. […] Per governare, infatti, è necessario anche ascoltare i «salotti», in certo senso perfino rappresentarli. Vantarsi del contrario manifesta un disprezzo per le élite che andrà bene per il Venezuela, forse, ma non per l’Italia.

Insomma, colpa di Berlusconi era quella di non saper dialogare con le nomenklature, di non saper circuirle, e perfino di non rappresentarle, dagli attori e dai cantanti – i nani e le ballerine della società civile – ai grandi banchieri, ai boiardi della burocrazia, ai tirapiedi della Confindustria montezemoliana.

Per fortuna il partito di plastica non seguì il consiglio dell’ottimo Galli Della Loggia, l’avvocato dei settori significativi della società, e nel 2008 vinse le elezioni; con grande scorno dell’ottimo Galli Della Loggia, che nel frattempo – s’intende, dopo le elezioni – ebbe l’ottima idea di rettificare drasticamente le sue profonde convinzioni sulla nostra storia recente, con buona pace dei settori significativi. Anche allora volle vivere un giorno da leone, e diede fiato alle trombe scrivendo una bella serie di considerazioni che sembravano prese di peso dal repertorio più noioso del sottoscritto:

Nel frattempo, come dicevo, orfano della protezione un tempo elargitagli dalla Dc e dal Psi, il potere tradizionale italiano, cresciuto e prosperato sotto la Prima Repubblica si apriva volenterosamente a quelli che esso riteneva ormai i nuovi padroni della situazione. [Mezza verità, al massimo: una bella parte era già sotto la protezione del Pci. NdZ] In breve tutto l’establishment economico- finanziario del Paese, tutta la cultura, tutta la burocrazia, tutti gli apparati di governo, dalla polizia alla magistratura, gran parte del vecchio cattolicesimo politico divennero o si dissero di sinistra. Ma proprio la massiccia operazione di riciclaggio e di «entrismo» da parte dei vertici della società italiana e dei suoi poteri, nell’area della sinistra ex Pci, insieme all’esasperante lentezza con cui procedeva la revisione ideologica di questa, hanno valso a porre il partito della sinistra ex comunista, nell’ultimo dodicennio, in una posizione sostanzialmente conservatrice. L’hanno reso di fatto il tutore massimo dell’esistente, incapace di comprendere i grandi fatti nuovi che si andavano producendo nel Paese, di rompere incrostazioni e tabù, restio a politiche animate da coraggio e da fantasia, timoroso infine di rompere le vecchie solidarietà frontiste. In vario modo questa parte, invece, se la sono aggiudicata fin dal 1994 le varie destre che allora videro la luce e/o che allora presero a ricomporsi. Le quali, a cominciare da Berlusconi, hanno invece avuto facile gioco, esse sì, ad apparire fino ad oggi (e quale che fosse la realtà) tese al cambiamento, lontane dal potere costituito, prive di troppi pregiudizi ideologici, in sintonia con la pancia e con le esigenze più vere del Paese.

La morale di questa storia è che l’Ernesto non ha mai capito nulla di Berlusconi. Non ne ha mai azzeccata una. E ciò – fate gli scongiuri, cari nemici di sinistra – è molto, ma molto tranquillizzante.

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Poesia del dettato costituzionale (*)

Se la chiosa del caimano

è già un colpo di mano,

la lettura del presidente

sia virtù di resistente!

Vogliam fare un quarantotto

sull’articolo ottantotto,

della lettera non c’importa

e lo spirto è cosa morta!

Dell’imbroglio non ci cale,

Zagrebelsky sia fiscale!

(*)  Nel titolo mi sono ispirato – non si sente? –  alla “Gloria del disteso mezzogiorno” di montaliana memoria.

Update del giorno dopo: come previsto, il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Costituzione, l’illustrissimo Gustavo Zagrebelsky, è intervenuto.

Cavaliere, tiri dritto

“Governo, si sfascia tutto”, titola il Giornale, oggi. Grosso sbaglio. Frutto del panico, che genera panico, e della voglia di spaccare tutto con una bella sfida all’O.K. Corral. (*) Due facce della stessa medaglia del Feltri furioso e dei suoi collaboratori. Spaccare tutto sì, ma come? Nessuno lo dice. Isterismo molto italico, terra di tattici ma non di strateghi.

Cavaliere, lei ha avuto l’intuizione giusta. Lo devono cacciare, non si deve auto-eliminare. E’ tutta da vedere. Se vogliono mandarlo via devono farlo attraverso una mozione di sfiducia. Serve a lei e al PDL, quale che ne sia l’esito, sia per il presente che per il futuro.

Non ceda a patti di legislatura che comportino crisi pilotate, non precipiti le cose con dichiarazioni bellicose, rimanga fermo e tranquillo. Non si faccia impressionare dagli sgambetti dei finiani, come quello di qualche giorno fa sulle politiche d’immigrazione. Se vorranno cacciarlo si dovrà arrivare ad un redde rationem in parlamento, che metta il timbro su un certificato di inagibilità non di un governo ma di una politica spaccata in due in maniera irreparabile. Se l’attuale maggioranza PDL-Lega rimarrà coesa anche nella sconfitta solo un mascalzone potrà evitare le elezioni anticipate. Questo per futuro.

Ma, e questo vale per il presente, si ricordi che se tiene duro, se resiste alla tensione della paralisi, il nervosismo degli emicicli parlamentari sotto l’urgenza di una situazione economica delicata (arruoli Marchionne! arruoli Bonanni!) potrebbe incanalarsi favorevolmente verso la maggioranza, non verso gli sfascisti. Anche loro lo temono, e qualcuno comincia quasi a dirlo, se si legge bene fra le righe, come il nostro costituzionalista di sfiducia, il giacobino Michele Ainis, uno di quei noiosi cultori della legalità che spesso, in certi casi provvidenzialmente emergenziali, del galateo democratico se ne infischiano alla grande:

Sicché all’orizzonte si profila la perpetuazione dello stallo, un’aria ferma come quella che precede un temporale. Ecco, il temporale. Se i macchinisti che dovrebbero guidare il nostro treno collettivo restano immobili come statue di sale (per dirla in chiaro: se Berlusconi non va a dimettersi con le proprie gambe, se Fli gli rinnova la fiducia contrastandone però l’azione in Parlamento, se l’opposizione non trova l’intesa per giustificare un altro esecutivo), allora meglio un diluvio d’acqua, che tolga via lo sporco e sciolga pure il sale di cui sono fatti lorsignori. Significa che a quel punto Napolitano potrà ben sciogliere le Camere, anche in assenza d’una crisi formale. Dopotutto il suo mestiere – come ha scritto una volta Gaetano Silvestri – è d’operare “ut scandala eveniant”, di tirar fuori la polvere da sotto i tappeti.

(*) Molti parlano di elezioni. Le vogliono. Ma ci sono due problemi:

1) Bisogna ottenerle.

2) Bisogna vincerle. E bene.

1) Per essere certi di ottenerle bisogna che la situazione sia assolutamente chiara, con due schieramenti contrapposti e inconciliabili. Se la situazione rimane fluida e poco chiara ciò potrebbe in qualche modo pochissimo onesto giustificare un ribaltone. Quindi bisogna arrivare alla sfiducia in Parlamento, con due bei eserciti contrapposti. Oggi non è così.

2) Berlusconi non deve solo vincere le elezioni, ma le deve vincere bene. Le probabilità di un Senato senza chiara maggioranza oggi sono molto alte. A quel punto Berlusconi sarebbe ufficialmente azzoppato e non potrebbe tornare indietro. Quindi ogni altra soluzione lo vedrebbe escluso. E’ sciocco adesso privarsi a priori della possibilità di costruirsi una nuova maggioranza in questo parlamento.

Ce lo faccia sapere, Saviano

Mi domando spesso, e solo perché sono generoso, se Saviano sia scemo. O lo faccia. L’uomo non è di destra o di sinistra, e si libra leggiadro sulla miserabile tassonomia politica dei giorni nostri. Sta scritto nel suo biglietto da visita. Ma poi? Poi mette in fila infallibilmente, con comica ortodossia ed allarmante tranquillità, tutti i dogmi bislacchi dell’Antimafia impegnata. La Cosa Nostra della legalità, tanto per capirci.

Alla prima di “Vieni via con me” – locuzione di tipo veltroniano che la teppaglia leghista tradurrebbe più umanamente con un “Chi non beve in compagnia è un ladro o è una spia”, ma che è perfetta per la nostra sussiegosa società civile – è stato osceno. Ma proprio osceno. Incredibile. Ha detto che la democrazia è in pericolo. Che non siamo proprio al fascismo, ma quasi. Quasi quasi.

Il che è una grossa novità: vecchia di mezzo secolo almeno, dai giorni del primo golpetto rosso dei fatti di Genova, non quelli del G8, ma quelli del 1960. Allora era il clerico-fascismo ad abbondare sulla bocca degli stolti; negli anni settanta le BR s’inventarono il fascismo in camicia bianca delle pappemolle democristiane; il decennio craxiano ridiede vigore all’anatema socialfascista, caduto in disuso dopo che nel 1948 era stato riservato graziosamente a Saragat; poi piombarono dalla Brianza l’Anticristo, alias il Caimano, e i tempi funesti del fascismo catodico che ci ha rincoglionito tutti.

Sempre in pericolo la nostra democrazia. E molto lavoro per gli antifascisti di professione, che infatti hanno prosperato senza vergogna. Lavori faticosi come quelli socialmente utili, ma molto più gratificanti. Specie se si sparano balle ultraspaziali. Ragion per cui Saviano non si è sottratto: ha tirato fuori dal cilindro il più annunciato dei conigli, la macchina del fango, che non è il giornale su cui scrive, come sanno da trent’anni anche i muri cui è rimasto un residuo di moralità, ma quella degli scagnozzi di Berlusconi.

Una macchina del fango giusto come quella che cercò di disintegrare la reputazione di Falcone, «l’uomo delle tante sconfitte», prima della bomba che lo disintegrò per davvero. Ma bravo! Neanche una parola sui veleni di Orlando e di Magistratura Democratica, che trovavano bello spazio nei media antifascisti e democratici; e della guerra sorda e vittoriosa che gli fecero Luciano Violante e la stessa occhiuta Magistratura Democratica, in nome, anche allora, dell’indipendenza della magistratura. E’ quella la macchina del fango cui si riferiva? Le cronache non ne registrano altre. Ce lo faccia sapere. Non vorrà sembrare omertoso.

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Caro Berlusconi, take it easy

Caro Berlusconi, fra tutti i tuoi consiglieri della carta stampata e dei media in generale ho il fondato sospetto di essere fra i meno conosciuti, anche se non dispero. Così va il mondo: non sono sorpreso, e non mi lamento. Tuttavia è mia ferma opinione che dovresti ascoltare me, non i Feltri o i Ferrara, tuoi valorosi scudieri, provvisti di ottime e provate qualità, che riassumono nella loro posizione di fronte al caso Fini quella di molti dei tuoi amici. Però: pessimi politici. Il genio politico va esercitato con parsimonia: non è genio se abbisogna di eclatanti imprese in continuazione. Quello è circo per animali a sangue troppo caldo. L’azione politica riesce tanto più energica, precisa e puntuale, quanto più si tempra nella pazienza. Disgraziatamente i due strateghi sopramenzionati, nonostante tutti i loro meriti acquisiti, che non voglio assolutamente minimizzare, tanto meno dopo averli spediti per un giorno dietro la lavagna, restano due personalità intemperanti che al gran gesto inconsulto non sanno rinunciare: l’uno vorrebbe scendere al piano e muovere senz’altro battaglia, l’altro vorrebbe o forse voleva che ti sbaciucchiassi magnanimamente con Fini, e che per il bene dell’Italia in qualche nuova Teano vi deste la mano. Invece, caro Silvio, battere i pugni sul tavolo per andare alle elezioni – elezioni che potrai sì vincere, rischiando però di restare azzoppato per sempre e senza possibilità di tornare indietro – è una forzatura. Richiedere un “patto di legislatura” è un’altra forzatura. Non è nel tuo interesse precipitare le cose. Al momento sono due inutili e non richieste sciocchezze. Infatti Fini Cuor di Leone ha preso la palla al balzo e il patto di legislatura te l’ha riproposto lui, a patto che ti togli dalle scatole. Che ti suicidi.

E perché lo vogliono? Perché in cuor loro hanno moltissimi dubbi sul fatto di poter farti fuori con le loro sole forze. Nell’antichità, prima di dar battaglia, o di minacciarla, gli eserciti cercavano spesso di trovar posizione vantaggiosa in modeste alture dai dolci pendii. Rifletti: su quell’altura oggi ci sei tu, c’è il governo, c’è una maggioranza parlamentare. Perché dovresti scendere al piano? Sono i tuoi avversari che devono muoversi e sconfiggerti. Non possono pretendere che tu faccia il lavoro per loro, e so che non sei così scemo da farlo: non sei della guasta partita dei democristiani plagiati dalla sinistra. Ora Fini minaccia che se non ti dimetti, e s’intende anche per il tuo bene, FLI uscirà dal governo. Caro Silvio, e allora? Sono parole, e can che abbaia spesso non morde: uscire dal governo significa staccare la spina? Per staccare la spina bisogna non solo volerlo, ma anche a poterlo, e fra questo e quello c’è di mezzo il mare. Per dirla col filosofo Trap, è assai rischioso dire gatto finché non ce l’hai nel sacco, cosa spesso trascurata dallo sventato isterismo italico, che pecca alternativamente di ottimismo e pessimismo: bisogna che tutti seguano l’indicazione, dentro ma anche fuori di FLI, nel pancione centrista del parlamento. E se si varca il Rubicone bisogna farlo con tutto l’esercito, e Fini, che non è Cesare – anzi è uno che adesso che s’è civilizzato rimpiange senza raccapriccio lo stile sepolcrale dei Moro, dei Berlinguer e dei La Malfa – rischia di portarsi dietro la truppa degli esaltati e scarsissime salmerie. E se non lo si varca, si rischia che gli esaltati se ne vadano per conto loro. A sinistra aspettano di sapere cosa Fini farà da grande? Bene Silvio, facciamolo anche noi, mica abbiamo fretta. Non lo vedi Silvio – e te lo dico io perché le gazzette dormiranno – non lo vedi com’è ridicola la formula dell’ultimatum finiano? “Deve essere lui a rassegnare le dimissioni” sennò “saranno gli italiani a staccare la spina”. Capito? Se non lo farai tu in prima battuta, saranno gli italiani a doverlo fare, mica gl’irresistibili legionari di Fini, e le truppe cammellate casiniane. Che è una bella dichiarazione d’impotenza. Be’, caro Silvio, invece di dimetterci solo per fare un piacere alle mezze calzette della Meglio Italia, noi aspetteremo il momento quando saranno gli italiani a staccare la spina, quando verrà il loro momento di esprimersi col voto, se ci sarà la necessità di andare al voto.

Caro Silvio, la reazione compatta e ordinata del PDL mi conforta. Ciò dimostra agli sciocchi, in primis a Galli Della Loggia, che il partito fondato da Berlusconi non è la DC, o almeno quel fantasma al quale si era ridotta la balena bianca negli anni settanta e ottanta: un partito cui la linfa vitale era stata succhiata un po’ alla volta fino all’ultima goccia, a forza di guardare a sinistra. Il vero partito di plastica. Fin qui tutto bene. Però, caro Berlusca, ti faccio notare un’altra cosa, che tu già sai, a differenza di qualcuno che ti sta intorno, un po’ troppo nervoso, ma che io ti ripeto così che ti rafforzi nella tua giusta intuizione. Gira una balla, figlia dei desideri e dell’impotenza, che a forza di ripeterla si prende anche nel nostro accampamento per vera: e cioè che senza un riallineamento di Fini la legislatura sia condannata alla paralisi. Chi l’ha detto? Io dico che invece può darsi benissimo, ma proprio benissimo, che nei prossimi mesi attorno a te si sedimenti una maggioranza per un decimo nuova, bastante e avanzante; composto questo decimo da qualche volenteroso transfuga fulminato dal senso di responsabilità, ovvio; per il bene dell’Italia, ovvio; in un momento come questo poi, ovvio. E’ una guerra di nervi? Teniamoli saldi. Take it easy.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Le vergogne di ieri e quelle d’oggi

Con questa azione vogliamo dimostrare come la DC non sia soltanto lo strumento che per 30 anni ha sorretto fedelmente il potere dei padroni ma sia essa stessa una mostruosa macchina di oppressione e di sfruttamento. Infatti oltre ai fascisti assassini di Almirante operano, ugualmente pericolosi, i fascisti in camicia bianca di Andreotti: coloro che in fabbrica ci controllano, ci schedano, ci licenziano, che fuori parlano di libertà e di democrazia, ma che in realtà organizzano la più spietata repressione antioperaia. (Comunicato delle Brigate Rosse)

Il Fascismo è un virus che muta. E così ci troviamo in una nuova forma di fascismo. Sono forme diverse. Quindi credo che le conseguenze del berlusconismo saranno simili a quelle del fascismo. E’ come se la natura degli italiani fosse infettata. (Andrea Camilleri)

Un consiglio ai ragazzi? Eccolo: farsi condizionare il meno possibile da una società che finge di darci il massimo della libertà, e invece ci dà il massimo del condizionamento. Io, sotto il fascismo, ero più libero di quanto voi siete adesso. (Andrea Camilleri)

Caro PDL, calma e sangue freddo

Caro PDL, calma e sangue freddo: nessuno ti può uccidere, ti puoi solo suicidare. Tienilo a mente. E’ la logica degli assedi, e dei rivolgimenti rivoluzionari, o golpisti, quando le forze degli assedianti non bastano a distruggere le mura. Grandi urla di fuori, isterismo creato ad arte, e panico all’interno. Ingiustificato. Ho detto: ingiustificato. Calma anche con gli ultimatum a Fini: tu, PDL, non ti devi muovere. Sono gli altri che lo devono fare. Non tu. Stai calmo. Sono gli altri che lo devono fare: ricordalo. Qualcuno invoca sortite e rovesciamenti di tavoli: sbaglia, è nervoso. Apre solo la strada agli assedianti. Su questo fronte tieni duro con la Lega: non cedere, si piegheranno. Se FLI opterà per l’appoggio esterno, dopo aver detto per mesi il contrario, toccherà a FLI spiegarlo all’opinione pubblica. Si metterà nelle mani degli estremisti e cominceranno le divisioni: in ogni caso si allontanerà dall’elettorato moderato. Se non lo farà le divisioni cominceranno ancora prima. Stai calmo. Se FLI opterà per l’appoggio esterno, caro PDL, resta calmo ancora. Nessuno ti potrà uccidere, ti potrai ancora solo suicidare. Tienilo a mente. Vai avanti tranquillo per la tua strada, non scartare di qua e di là. Toccherà ancora agli altri muoversi. Se si arriverà ad una mozione di sfiducia, allora dovrai giocare duro, ma con calma: dovrai, ripeto, dovrai costringere il parlamento a schierarsi; dovrai, ripeto, dovrai fare i nomi dei Mori, dei Di Donno, del capitano Ultimo, dei Canale, dei Ganzer, dei Pollari. E poi dei Marchionne, dei Bertolaso e dei Bonanni. Con loro dovrai, ripeto, dovrai schierarti. Con loro, con lo stato, con l’Italia. Agli altri lascerai i mafiosi, i trafficanti di droga, i terroristi, i lanciatori di candelotti, la CGIL e le mignotte pagate per sputtanare e non per fare il bunga bunga. Vincerai.