Politica e narrazione

Noi sogniamo un’Italia diversa. Ma non facciamo un programma politico, tanto meno una tribuna politica: è narrazione.

Diceva questo qualche giorno fa Roberto Saviano, nel mezzo delle inevitabili, noiose e cercate polemiche – perché lui fa politica – suscitate dalla seconda puntata di “Vieni via con me”. Io dico: se la narrazione diventa la continuazione della politica con altri mezzi, sarebbe stato meglio che fosse stata politica, politica schietta. Dico di più: in questa frase, che è anche ingenua, è condensato tutto ciò che non va nella sinistra italiana nell’era dello stato repubblicano e democratico, che da un bel pezzo avrebbe dovuto raggiungere la maggiore età, ed invece si trova a fare i conti ancora con una malattia che le è rimasta in corpo fin dalle origini. Cosa ha detto Saviano in merito ai rapporti tra la mafia e la Lega Nord durante la sua performance da mezzo santone, figura ridicola ma purtroppo giustificata dal messianismo democratico di quell’Italia ancora ostinatamente dell’Est che spera nei salvatori della patria non meno di quella che si affida assai più sensatamente al molto più pragmatico, umano e terra terra Caimano? Ha detto una mezza verità, ossia una mezza menzogna; ha puntato la luce dei riflettori su un “fatto”, facendo però buio in sala, con le stesse reticenti modalità usate nella prima puntata, incentrata sulla rievocazione di Falcone. I sognatori dell’Italia diversa, che non fanno politica ma fanno narrazione, come Vendola, pure lui fulminato ultimamente dalla paroletta, fanno così da sempre, ripetendo gli stessi errori di sempre, e credendo di essere nuovi.

Quando si aggiunge una mezza verità ad un’altra mezza verità, la verità non resta dimezzata. La nuova mezza menzogna s’innesta su un quadro già alterato: e la menzogna complessiva si sviluppa con progressione geometrica, non aritmetica. La narrazione diventa un po’ alla volta un’enorme balla, una valanga che tutto copre e che in Italia ha assunto le forme di una ben propagandata distorsione della storia contemporanea. Non solo, un bel Credo tirannico, in cui cacciare a forza i “fatti” vecchi e nuovi. E una camicia di forza per qualsiasi politica normale.

Nel vecchio PCI questa insufficienza si nascondeva dietro la forma impeccabile ed ultraprofessionale, il prestigio culturale del marxismo, l’organizzazione, l’apparato. Ed era messa in frigorifero dalla guerra fredda. Ma la sostanza “rivoluzionaria” impediva in realtà anche allora qualsiasi vera politica. Ragion per cui il PCI restava forte ed isolato, gonfiandosi e sgonfiandosi a seconda della febbre sociale, senza che per questo la sinistra d’opposizione offrisse un’alternativa politica credibile nella conduzione del paese.

Caduto il muro di Berlino, lasciato per strada il marxismo e un bel po’ dell’apparato, la sinistra non è riuscita però a liberarsi della “narrazione”. Anzi, nel vuoto che negli altri paesi “normali” è riempito in politica dalla socialdemocrazia post-marxista, che non “sogna società diverse”, ma lavora ad un progetto politico dentro lo stato “borghese”, la camicia di forza è diventata ancora più stretta, e la “narrazione” si è imposta come l’unico messaggio politico. Un messaggio solo in negativo, rinsecchito, non una proposta; che può, sempre più stancamente, rivitalizzare lo spirito settario, ma che è infecondo in politica, dove si vince col consenso. E’ questo, oggi, il problema “strutturale” della sinistra. Sintetizzabile in quei versi famosi di Montale, che cito solo per far capire alla Spinelli che anche a destra c’è chi si diletta di alate letture:

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Versi che fanno parte però di una poesia, e sono figli di un travaglio esistenziale personale. Non sono una politica. La sinistra oggi non vuole Berlusconi. Prima, quando non voleva Craxi, quando non voleva i democristiani, viveva almeno del sogno di qualche illusione. Ora siamo solo al sogno. Di una distruzione. Di una liberazione definitiva, dopo quella imperfetta del 1945.

Si capisce allora perché in un partito che si fa chiamare democratico, e che perciò è costretto dalle regole della buona educazione a maneggiare la “narrazione” con assai minore disinvoltura degli irregolari e degli estremisti, il vuoto della politica sia così palpabile; e perché ai suoi fianchi si moltiplichino, altrettanto e più pericolosamente vuoti, coloro che, in una seducente apparenza di vitalità – seducente per chi voglia farsi ingannare a buon mercato – , di questa “narrazione” offrono versioni molto più gagliarde: Di Pietro col suo duro “legalitarismo”, Grillo col suo furore vagamente nichilista, o Vendola, apostolo verde della religione no-global, e dell’inclusione globalizzante allo stesso tempo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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13 thoughts on “Politica e narrazione

  1. E come disse il saggio: chi vivrà vedrà. A quel saggio toccherà campare parecchio però.
    Ma che ti rispondono i giornalettisti quando scrivi di queste cose? Non chiedermi di guardare da me perchè non gliela faccio, l’interesse per le orde barbariche l’ho perso da lunga data.

    1. Di solito me ne prendo di tuti i colori – di là – ma stavolta neanche un commento. Ho un dubbio: sono stato talmente eloquente, profondo e geniale da rendere inutile qualsiasi replica, come succede a Saviano, oppure non ci ha capito niente nessuno?

      1. E il saggio di prima rispose: ai posteri l’ardua vertenza. Toccherà chiederlo a lui; o al Saviano, che della cosa è pratico.

      2. Molto più probabilmente è perchè in questo scritto sei molto più noioso, illeggible e onanista del solito, a parte la tua solita claque il normale lettore di scrittori dilettanti dopo le prime tre righe avrà pensato, come ho pensato io, “le solite cazzate” e non ha proseguito.
        Qui l’ho letto fino in fondo dopo aver dato una scorsa ai commenti e ho avuto la conferma della mia prima impressione.

      3. Ah zamax, forse perché è la prima volta che scrivi qualcosa di vagamente sensato… Se vuoi un consiglio lascia perdere il berlusconismo e concentrati di più e vedrai che le cose miglioreranno ancora.

  2. “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”

    Sono d’accordo, in questi versi si inscrive alla perfezione la “narrazione” della sinistra attuale, perché la sua caratteristica di fondo è proprio la crisi di identità. Identità politica, dico, mettersi allo specchio e dire: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Ma è anche crisi culturale: infatti non è un caso se la domanda sull’identità è la stessa domanda che la cultura dominante a sinistra, il relativismo, evita come il diavolo l’acqua santa. Frutto di questo stato di cose è quella melassa di valori sbandierati da Fini e Bersani sempre da Fazio: valori campati in aria, che non si traducono in alcuna proposta politica. Solo un autoconsolatorio “Ma come siamo belli noi che abbiamo questi valori! Mica come quelli là”

    In fin dei conti, quello che viene addebitato alla destra berlusconiana come un difetto gravissimo – e cioè non avere una “base culturale” – è in realtà una delle chiavi del suo successo: infatti, vista la qualità della cultura italiana, è molto meglio non avere niente come “base” sotto i piedi, che avere un mare di merda. (e scusate la fine metafora)

  3. Sul Corriere, Aldo Grasso parla di “vieni via con me” come di una Messa.

    Sul suo “la bandiera strappata” del 1994, così affermava Ida Magli:
    (Con Berlusconi)ha vinto -ed è questo che ha lasciato completamente spiazzate le sinistre che credevano di esserne le detentrici- la laicità povera dell’umano sulla sacralità potente della trascendenza…Il cittadino…sembra consapevole che non ci sia più senso nell’inchinarsi di fronte a parole e ai riti “magici” della sacralità…

    La sinistra ha impiegato anni per costruire il suo castello di Parole Sacre, e non rinuncerà tanto facilmente alla loro “narrazione” continua.
    Sulla televisone pubblica ovviamente: che su quella privata sarebbe un mezzo sacrilegio.

    1. Ho letto l’articoletto di Grasso. E mi sono detto: guarda un po’. Infatti di “religione” e di “messa” a proposito di certe trasmissioni dei soliti noti avevo già parlato anch’io:
      https://zamax.wordpress.com/2009/04/15/non-ci-resta-che-la-mula/
      https://zamax.wordpress.com/2010/03/17/gli-inamovibili-della-rai/
      Cito:
      “Le messe cantate di Santoro oramai attirano solo la truppa dei fedeli della palingenesi nazionale e del culto della legalità, che si beve avidamente liturgie, litanie e prediche tornite e lucidate da anni di pratica confessionale.”

  4. Dai discorsi dei miei conoscenti di sinistra che seguono queste trasmissioni, trovo la conferma che quasi mai aggiungono qualcosa di nuovo a quanto sia già detto e risaputo.
    Banalmente mi sembra che chi le segua, lo faccia non tanto per avere “informazione”, quanto per cercare conferme a quanto già sa.

    Invece Ida Magli la conosci?

  5. Certo. Però non bene. Donna “cazzuta”: I mean, con la spina dorsale.

    (Una volta, in un sito internet dedicato ad Israele, siccome non resisto ad esibire il mio personale senso dell’umorismo e la mia galanteria da gaglioffo, volli fare un mezzo complimento ad una pasionaria destrorsa – molto destrorsa – di cui non condividevo neanche un’idea, o quasi, una donna non più giovane – da molto tempo – e simpaticamente battagliera: dovetti scrivere un mezzo poema di scuse, prima di guadagnarmi l’assoluzione…) (Ah, le donne non amano chi le ama!)

    L’Ida Magli mi pare sia toscana, e quindi furibonda, come l’Oriana. Quella è una terra dove si passa facilmente da un estremo all’altro. Dove quando si riscopre il Cristianesimo, e l’Occidente, lo si riscopre con una fortissima impronta “identitaria”. Troppa, per me. Se si fermassero un poco prima…

  6. Una riflessione, che magari hai già letto e magari no, e magari t’è allora utile per motivare nuovi versamenti di bile ai professanti la purezza morale e spirituale e ideologica eccetera eccetera. Le definizioni elitarie me le perdo sempre.
    La casta, il sud, la casta e il sud:
    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/780

    Sempre di narrazione si tratta, quella che piace alla gente che piace.

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