Una settimana di “Vergognamoci per lui” (2)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PIERGIORGIO ODIFREDDI 27/12/2010 O Dio, che tristezza questi atei! Che noiosa tristezza! Siccome è un fissato, la vigilia di Natale non resiste alla tentazione di farci gli auguri di Natale con una bella pappardella erudita sui nomi e i simboli della mitologia pagana fatti propri dalla mitologia cristiana. E sulla festa del Sol Invictus, del 25 dicembre, il Natale del Sole, la data del solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano, quando il sole, al suo punto più basso, inizia la sua risalita nel suo moto apparente lungo l’eclittica: promessa di giornate sempre meno buie e sempre più luminose! Altro che il giorno di compleanno del Salvatore! Te lo dico in un orecchio, caro Piergiorgio: nessun dubbio che forse Gesù, specialista in miracoli, un vero superman, per di più figlio di Dio, alias l’Alfa e l’Omega, oltre che figlio della Vergine, il che non guasta, avesse previsto tutto fin dall’inizio? Pensaci.

RONALDO 28/12/2010 Quello brasiliano. Il fenomeno. Per arginare la sua potenza generatrice si è fatto fare una vasectomia. D’ora in poi il cannone sparerà solo a salve: “basta alla fabbrica dei figli”, ha detto modesto. Però! Una vasectomia… brrr… avrò l’immaginazione fervida, ma a me basta quello spigoloso “ct” nel bel mezzo della parola per scappare a gambe levate davanti a bisturi, rasoi, laser, chirurghi, tagli e resezioni… Io non ce la farei mai. Farei prima a mettere la testa a posto.

MAURIZIO BELPIETRO 29/12/2010 Carissimo, da berlusconiano a berlusconiano. Direi, sempre che non ti sia travagliato completamente, nel qual caso buonanotte, direi dunque, camerata carissimo, che fare il Fatto Quotidiano di destra non significhi per forza farsi una canna ogni santo giorno. Le voci su Fini. Fini ed il falso ma vero attentato. O autoattentato. Fini e l’escort. Vero che se spari ad un uomo morto ad occhio e croce non succede niente. Ma porca miseria, per qual mai imbecillissimo motivo, camerata carissimo, vuoi a tutti i costi risvegliare lo zombie che dormicchia in ognuno di noi?

MASSIMO D’ALEMA 30/12/2010 Nato e cresciuto in una caserma comunista, meravigliosamente confacente alla sua natura, ha sempre avuto nel sangue il senso dell’ordine, delle gerarchie, del silenzio. Il paradiso d’alemiano è un mondo in cui non c’è spazio per bambini sciocchi che diano o chiedano spiegazioni. Ognuno al suo posto, compresi i compagni magistrati. Emotivamente incapace di dibattere e di graduare i giudizi, parla per sentenze. Tagliente, ma senza la minima ironia che non sia maligna. Se ad un tizio coi baffetti conversando con l’ambasciatore americano nel 2007 – l’anno delle intercettazioni delle telefonate fra i compagni Consorte, Fassino e D’Alema in merito a banche da conquistare – scappò di dire “che la magistratura è la più grande minaccia allo stato italiano” quello è lui sputato. Frutto evidente di un fraintendimento, smentisce ora l’interessato con una secca nota scritta. E’ “evidente”, quindi siete pregati di crederci: è un ordine. Ma voi abbiate pietà. Fate finta di niente: ormai è un colonnello in pensione.

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 31/12/2010 Ad immagine e somiglianza del Corrierone ha sempre pontificato incollandosi ai binari del giusto mezzo. Così passa per saggio. Così però non ne ha mai imbroccata una. Per disperazione ci ha regalato un articolo di fine anno intitolato: “Un disperato qualunquismo”. Vi spiego: non avendoci capito un cavolo, anche per lui, come per il più italiota degli intellettuali, l’Italia fa solo schifo.

Così Feltri e Belpietro fanno un favore a Fini

Se invece di ripetere compulsivamente come un pappagallo la storia dei servi e dei lecchini il solito ebete di sinistra trovasse una volta tanto la forza di guardare alle vicende della politica con un minimo di tranquillità, e se il solito opinionista del Corriere o della Stampa si scuotesse dalla triste circospezione di chi è abituato ad andare al rimorchio da decenni, l’uno e l’altro si renderebbero conto che sia Libero che il Giornale nell’ultimo anno hanno ciccato clamorosamente il bersaglio sulle strategie politiche del presunto boss. Segno che gli ordini non arrivavano. Fin dall’inizio della crisi con Fini l’evidente disegno di Berlusconi era di resistere, resistere, resistere, puntando al pancione centrista del parlamento, fiducioso che prima del PDL a dividersi sarebbero stati FLI, l’UDC e l’abbondante minutaglia di contorno in cerca d’autore e di un futuro, in modo da rendere, fiducia o non fiducia, impraticabile nei fatti l’ipotesi di un governo tecnico o di maggioranze alternative in un parlamento così nettamente e chiaramente diviso. Il disegno segreto, nella più auspicabile delle soluzioni, era quello di evitare anche le elezioni, con l’intento di allargare la maggioranza sulla scia vittoriosa di una mozione di sfiducia respinta e di evitare così il rischio di essere azzoppato definitivamente con un vittoria incompleta nella sfida del voto, tenendo a bada nello stesso tempo le velleità leghiste.

Di tutto questo Feltri e Belpietro non hanno capito un bel nulla. Puntavano furiosamente solo alle elezioni. Tanto che il Giornale arrivò a fare titoloni sullo “sfascio” della maggioranza. Ed ora che il Berlusca cominciava ad assaporare il trionfo completo su tutta la linea, a godere del riflusso dolce che un passettino alla volta andava a rimpolpare i numeri della sua maggioranza, sarà per via del clima natalizio o forse perché qualcuno ha bevuto troppo, o forse per festeggiare col botto il ricomporsi della formidabile coppia e la nascita abbastanza demenziale del “Fatto Quotidiano di destra”, a Libero hanno pensato bene di confezionare uno strepitoso pacco regalo a Fini. Che mezzo morto, è rinato, e ancora incredulo per la felicità ha festeggiato pure lui con una raffica di querele. Tanto che Bocchino s’è miracolosamente svegliato dal K.O. della fallita mozione di sfiducia. Tanto che FLI ch’era allo sbando potrebbe perfino ricompattarsi. Ma il colmo di questa fesseria è che per la legione dei fessi è già pronta, ornata da una ricca ghirlanda di metodi Boffo e martirologi, la leggenda del mandante di Arcore. Che invece è furioso, e in questo momento strozzerebbe volentieri qualcuno con le sue mani.

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Cara sinistra, uccidi Berlinguer

Anno quasi nuovo, e vita irrimediabilmente vecchia per la sinistra italiana. Di tutti i problemi “strutturali” del nostro paese questo è oggi senza alcun dubbio il più grande, perché sta alla base della piramide. Dietro la facciata della contabilità. E mai risolto, perché finora al suo nodo centrale si continua a girare intorno, facendo finta di non vederlo. Trova incredibile, ad esempio, Vendola, che Bersani possa allearsi con Fini. Ed ha perfettamente ragione, l’incredibile Vendola. Se la politica del Partito Democratico si riduce al più miserabile tatticismo, nel tentativo disperato di rimpolpare i numeri in qualsiasi modo, perfino con i “liberali” di Fini e con i “clericali” di Casini, cosa inconcepibile in qualsiasi paese di quella civile Europa sempre a sproposito evocata, significa che i Democratici di sinistra non hanno niente da dire alla sinistra. Ma se d’altra parte i Rottamatori si riducono a proporre il taglio lineare intergenerazionale della classe dirigente, nella disperata speranza che da teste meno canute e spelacchiate sorgano per incanto idee naturalmente nuove, significa che per il momento non hanno niente da dire alla sinistra. E se d’altra parte l’incredibile Vendola si riduce a sventolare davanti agli occhi degli orfani rossi il quadretto seducente del polo lottacontinuista, ecosolidale e porcellino con le ali, nel disperato tentativo di ridargli un po’ di colore, significa che il subcomandante Nichi non ha niente di nuovo di dire alla sinistra. Il tutto mentre nel partito della sola questione morale esplode la questione morale con De Magistris, Alfano e Cavalli che scrivono una pubblica lettera al duce dell’Italia dei Valori, Di Pietro, con tanto di citazione finale del pessimo Berlinguer, il disastroso padrino di tale questione. L’albero si giudica dai frutti, infatti, e i frutti non potevano essere che questi: il vuoto al proprio interno, il livore per gli avversari politici.

Da ogni parte la si guardi, la sinistra sbanda. Le soluzioni proposte, in un senso o nell’altro, sono draconiane e disperate. Con l’acrobatica invenzione del “Partito Democratico” la sinistra credette di superare il radicalismo di massa del PCI, mentre lo fuggiva, lasciando inevase tutte le domande sulla sua storia. Svuotata dell’ideologia, che implicava una rottura con l’ordine esistente ed un approdo finale, alla sinistra restò in corpo un bisogno insoddisfatto che fu surrogato dalla questione morale, peraltro già presente nell’armamentario propagandistico comunista anche se mai diventata egemone. Per inciso, e viene perfino da sorridere nel notarlo, lo stesso giustizialismo debole incarnato dalla rottamazione giovanilistica proposta dai vari Renzi e Civati dimostra quanto sia difficile uscire da questa prigione intellettuale. L’operazione PD costituiva però anche l’azzeramento di una tradizione e di una storia che affondava le radici nel secondo ottocento. Di quella storia la liquidazione dei socialisti ai tempi di Mani Pulite non sarà l’ultimo capitolo. Non può esserlo.

Scegliendo il PD, ma istigando la damnatio memoriae del socialismo democratico italiano, sola architrave possibile per strutturare la sinistra italiana dopo il crollo del Muro, i post-comunisti si sono negati la possibilità di governare e di far maturare quella tradizione, con cui bisogna fare i conti. Perché esiste, non perché è bella. E questo vale anche per voi, cari liberali testoni che vivete sulla luna. Cosicché si sono permessi di civettare con Montezemolo, coi grandi banchieri, di fare belle serate al Lingotto, fino al momento in cui il vento gelido della crisi economica in Occidente ha messo fine ai bei sogni della crescita costruita sui debiti pubblici e privati e sul denaro a costo zero. Davanti ai Marchionne si sono trovati spiazzati. Incapaci di qualsiasi costruttiva mediazione. A farla ci pensavano gli Angeletti e i Bonanni, o gli ex socialisti del governo Berlusconi, i Tremonti e i Sacconi. Mentre a sinistra la CGIL si isolava sempre di più e la fronda identitaria ma infeconda di Vendola s’ingrossava di conserva. Hanno buttato giù dalla torre Craxi, invece di Berlinguer: ora si trovano in mano un nulla che vaga rabbioso senza pace, senza idee, senza meta, senza padre né madre nelle piazze.

In quanto ai liberali che vivono sulla Luna, e guardano con gran disgusto e disappunto a questi discorsi, visto che loro stanno ben oltre questa disperante mediocrità, sappiano che un sano liberalismo ha un fondamento morale: si basa sulla fiducia e si consolida là dove è meno diffusa la mala pianta del settarismo. Oh sì sì, avete mille volta ragione, fatte pure delle belle leggi, imponete pure quelle poche e belle leggi che ci vogliono, commissariate pure la patria e governatela con la vostra intelligenza, e con le vostre classi dirigenti illuminate, ed istruite pure il volgo, ma nel giro di qualche anno vi accorgerete che avrete costruito sulle sabbia.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (1)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ITALO BOCCHINO  17 dicembre 2010 Doveva spezzare le reni al Berlusca, ché l’ora segnata dal destino batteva ormai nel cielo della nostra patria. Poi si era fissato, irrevocabilmente, su quota 317, quando a Benito bastava quota 90. E’ di destra, ha ragione lui. Eccome se ha ragione.

BENEDETTO DELLA VEDOVA  20 dicembre 2010 Liberale purissimo, votato alla bellissima politica, divorziò dal clerico-bungaiolo Berlusconi per scegliere il futuro, la libertà e …Fini, neanche lontanamente sospettando che costui un giorno avrebbe potuto avere la crudeltà agghiacciante di unirlo – di fatto – sotto lo stesso tetto con Binetti Paola, numeraria dell’Opus Dei. Costei invece, illuminata dal Signore, ha già scelto come missione di riportare quest’uomo benedetto sulla retta via. Segno che la provvidenza divina esiste, ed è spesso diabolica.

MANUEL DE SANTIS  21 dicembre 2010 “E’ un cane sciolto.” “Sì sì…” “Che fa parte di un’organizzazione.” “Ah be’…” “Di sinistra.” “Ah!” “Che si chiama Uniriot.” “Uh?” “Dove RIOT sta per tumulto, rivolta, tafferuglio…” “Uh uh… chi non mena è perduto…” “Uno che va in giro col casco omologato per le capocciate contundenti.” “Che forza…” “In una parola…” “In una parola?” “Un fascista.”

AGNES POIRIER  22 dicembre 2010 Critica cinematografica e commentatrice politica del Guardian, si è sentita in dovere di chiudere con ultrademocratica frivolezza un suo articoletto rievocante la figura di Monicelli, facendoci partecipi della sua personale contentezza per il fatto che al Maestro il suicidio avesse almeno risparmiato il dolore di vedere il Caimano sopravvivere alla mozione di sfiducia. Uno strazio intellettuale, morale e perfino estetico, par di capire. Noi personalmente abbiamo qualche dubbio in merito, ma delle due l’una: o Monicelli era un così insospettabile coglione, o questa signora è una perfetta imbecille.

ALESSANDRO SALLUSTI  23 dicembre 2010 Addio PDL, torna Forza Italia… Il  Cav punta a ricreare il binomio con AN” (Il Giornale, 21 dicembre 2010) “Fini e Casini tifano Berlusconi” (Il Giornale, 22 dicembre 2010) Carissimo, da camerata a camerata. D’accordo, siamo in guerra. Spararle grosse va bene. Lo faccio anch’io, per il bene della causa. La nostra causa, camerata carissimo. Però, cazzo di Buddha, che ne diresti, camerata carissimo, di centrare il bersaglio almeno UNA VOLTA CHE SIA UNA?

DARIO FRANCESCHINI  24 dicembre 2010 “Emergenza democratica! Uniamoci col terzo, col quarto, col quinto e col sesto polo per la Liberazione del paese! Come con la Resistenza! Come i partigiani!” Non è matto. Magari lo fosse! Osservatela bene, italiane ed italiani, qui da vicino: si tratta di un’autentica ruota di scorta democristiana, per natura incapace di un qualsiasi pensiero originale. Ci si rassegni: smetterà solo quando le batterie saranno scariche. Però pensavo: non è che tra di voi, signore e signori, ci sia per caso una qualche vecchia pellaccia comunista che ci faccia la grazia di dire a questo bambino CHE E’ FINITA? Sennò lui mica ci crede.

Berlusconi conserva la maglia rosa

A dimostrazione che le care vecchie passioni dominano nel mondo moderno come dominavano ai tempi di Achille ed Ulisse, non solo gli scalmanati predicatori delle gazzette di sinistra ma pure gli augusti opinionisti dei noiosi e tremebondi fogli della borghesia illuminata si sono ora ridotti a sperare nei leghisti pur di non vedere il Caimano trionfare beffardamente su tutta la linea. Oggi, poveretti, scommettono sulle elezioni, come prima, poveretti, scommettevano sul naufragio del berlusconismo. Quelle stesse elezioni considerate l’ultima, dubbia, e “irresponsabile” ancora di salvezza per la barchetta pidiellina si è trasformata ora nella “loro” ancora di salvezza. Tranne qualche voce isolata, il sentimento di fondo che tiranneggia questi fatui apostoli della ragione, sempre pronti a prendersela col populismo degli altri, è quello della rivalsa, del desiderio irrazionale di aver ragione a tutti i costi.

Il flottante nel bel mezzo della Camera dei Deputati era abbondante fin dall’inizio della crisi, tant’è che i più entusiasti fra gli agit-prop del terzo polo hanno sempre parlato di un potenziale di un centinaio di deputati. Uomini insomma, sensibili a ragioni nobili e meno nobili. Lo hanno visto loro, questo potenziale, perché non poteva vederlo fin dall’inizio quella volpe del Berlusca? Frignare oggi di “compravendite” è solo un esercizio autoconsolatorio, oltre che un riflesso pavloviano, utile per condire le stracche epopee giustizialiste dei media, non certo un contributo ad un’analisi seria della situazione. In realtà solo una crisi di panico, che non c’è stata, poteva affondare il PDL. Respinta la mozione di sfiducia, il Caimano in cuor suo è convinto di aver scavallato in testa sullo Stelvio e si appresta a caracollare comodo in discesa. Pure lui scommette, ma con qualche ragione in più dei suoi avversari. Scommette sull’effetto psicologico della “sorprendente” vittoria nella mozione di sfiducia, sommato a quello derivante dalla delicata situazione economica europea e italiana. Messo in soffitta l’imbroglio del governo tecnico, o di responsabilità nazionale, o di quel che volete, il mantra dell’irresponsabilità di nuove elezioni si sta rivoltando come un boomerang contro le opposizioni. E il furbacchione, con i più amabili e sorridenti dei modi, lo sta volteggiando come una clava sopra la testa degli oppositori e dei più nervosi fra gli alleati. Pure la Chiesa, che nei momenti topici sa essere più realista del re, si sta muovendo adesso in questo senso, con tanti saluti a Gianni e Pinotto, alias Casini e Buttiglione. Occorre sottolineare, inoltre, che Bunga Bunga Berlusconi, spalleggiato dal Vaticano, parla alla nuora Casini perché i suoceri suoi deputati intendano? Spero di no. In quanto alla Lega, le insistenze, peraltro intermittenti, di Bossi e di qualche suo colonnello sul voto a marzo si spiegano con la volontà di tener buoni gli spiriti bollenti del partito e della base; e con la consapevolezza, però, che gli obbiettivi politici dei leghisti sono legati a doppio filo alla salute politica di Berlusconi: senza di quella qualche decina di parlamentari in più – allo stato attuale del tutto teorici, non abbiamo imparato nulla dal recentissimo passato? – non servirebbe ad un fico secco. Ragion per cui in caso di allargamento al centro della maggioranza la Lega si piegherà, tanto più che questo allargamento avverrà con tutta probabilità con la cooptazione di singoli individui, non di sigle politiche, almeno non di quelle esistenti.

Intanto la sinistra, incapace di guardare in fondo a se stessa, continua a sbattere la testa contro il muro. La furia cieca e sempre più scopertamente insensata della piazza è figlia soprattutto della propria frustrazione. Darle il nome di Berlusconi oramai comincia a far ridere anche chi scrive sui giornali, notoriamente simpatetico coi facinorosi democratici, figuriamoci la maggioranza silenziosa che al massimo guarda i telegiornali. E se Gasparri parla di azione preventiva, diciamo una bella azione di bonifica all’interno dei centri sociali, l’uomo nuovo Vendola, nel 2010, altro non sa che scomodare il fascismo, immaginandosi che qualcuno, a parte la sua numerosa setta, lo prenda sul serio. Ad esser cresciuto in questi anni è proprio questo senso di frustrazione, rottamatori compresi, e proprio perché ad egemonizzare le teste poco pensanti dei militanti sono sempre le due non-soluzioni a questa annosa impasse: quella tutta tattica dell’alleanza col centro, quella ideologica e identitaria veterosinistrorsa. Sono due forme di nichilismo politico. Di che sorprendersi se la questione rimane disperatamente irrisolta? E la cosa è talmente chiara che pur di non vederla l’ossessione antiberlusconiana ha assunto forme grottesche. Una volta c’era l’anomalia “comunista”, oggi c’è quella “democratica”, la quale, nella fuga in avanti e nel non detto, della prima è figlia. Cosa ci sia in mezzo non lo spiego, perché mi sono stufato. Dico solo che di lì prima o dopo si dovrà passare. E che è meglio prepararsi.

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Meno arie, caro Lissner

Non essendo un cuor di leone e volendo farsi bello agli occhi dell’Italia che conta, il sovrintendente alla Scala Lissner ha riservato una battuta malevola e stupida (“avrà altro da fare”) al ministro della cultura, reo di aver disertato la prima della stagione scaligera. Bondi, in quel momento impegnato in Parlamento, sarà pure un bambinone e il classico, imbarazzante poeta cui non mancano applausi di circostanza dalla cerchia di quegli amici che non sanno come dirgli che con l’ippica forse potrebbe togliersi ben altre soddisfazioni; però è l’uomo più buono ed inoffensivo della terra. Per questo tutti i vigliacchi gli danno contro. E per questo lui vuole bene a Silvio e Silvio a lui. C’è bisogno di dire che se il Charlie Brown del governo Berlusconi si fosse presentato alla Scala i soliti muezzin dell’Italia migliore lo avrebbero incolpato di aver voluto sfilare a tutti i costi durante un rito mondano di insostenibile leggerezza mentre Pompei cadeva a pezzi? E che lui – povero fanciullo! – se ne sarebbe sinceramente contristato?

Premesso questo, chi lo dice che per un ministro della cultura bigiare la prima della Scala sia un gran peccato? Già, chi lo dice? Alla prima della Scala presenzia un sacco di gente famosa che di musica non capisce niente – non è una colpa – ma che invece di schermirsi con garbo di fronte alle domande del petulante cronista, come farebbe qualsiasi intelligente casalinga di Voghera, si sente in dovere di dire la sua su interpreti, direttore e regista. Ah, il regista! Ho l’intima certezza che gli odierni “registi” d’opera di musica non capiscano un’acca. Capire la musica vuol dire ricavarne piacere. Ricavarne un puro ed onesto piacere senza l’aggiunta di strane droghe vuol dire amarla. Amarla vuol dire sottomettersi. Inoltre, chi ama la musica, per quanto onnivoro, ha i suoi gusti e le sue idiosincrasie. Anche scandalose. La razza tirannica, ignorante e brutale dei registi, che una volta giustamente non esisteva, marcia invece indistintamente su Gluck, Verdi o Prokofiev e si è messa in capo di trasformare i cantanti in attori, e di mettere le note sotto il tallone di ferro del dramma, nonostante Mozart sostenesse il contrario. Allo scopo tutto è lecito: l’allestimento scenico nudo o al contrario eccessivo e bizzarro, obbligatoriamente anacronistico, tale che l’occhio uccida proditoriamente l’orecchio; o il valore aggiunto dell’ammiccamento di tipo politico o sexy, che ci fa arrossire, ma solo per il suo infantilismo. Supponenza e volgarità si danno la mano, giustificandosi a vicenda. Onde per cui questo circo è diventato un avvenimento culturale per eccellenza. Senso della misura, un po’ di distacco, di ironia? Zero. Per quella ci vorrebbe nobiltà d’animo, che prescinde dalla “cultura”. Quando poi si tratta di Wagner, che è serissimo, che è tedesco, che è monumentale, che è il profeta dell’arte totale, della gesamtkunstwerk, tutti si mettono spontaneamente sull’attenti, anche quelli per cui la Valchiria rimarrà per sempre quel temibile e intonso pacchetto di appena quattro CD. Si entra in chiesa:

…e la cerimonia ebbe inizio. Mi feci il più possibile piccolo e rimasi immobile. Dopo un quarto d’ora non ce la facevo più; i miei muscoli erano indolenziti, dovevo cambiare posizione. Crac! Ci siamo! La sedia fa un rumore che richiama un centinaio di sguardi furibondi! Mi rifaccio piccolo, ma il mio pensiero corre alla fine dell’atto che porrà termine a questo martirio. Finalmente giunge l’intervallo e mi ripago con due buone salcicce e un boccale di birra. Non appena accesa la sigaretta, sono richiamato al raccoglimento dal segnale d’inizio. Un altro atto da subire! Penso intensamente alla sigaretta appena iniziata e sopporto ancora quell’atto. Poi, di nuovo salcicce, birra, fanfara, raccoglimento, ancora un atto – l’ultimo. Fine!

Chi è questo insolente? E’ il piccolo, grande, irresistibile Igor Stravinskij reduce dalla “sacra rappresentazione” del Parsifal di Wagner a Bayreuth. Appena trentenne, alto un metro e mezzo, calvo, occhialuto, e tuttavia non disperato, il nanerottolo aveva già l’inimitabile faccia da vecchietto in gamba che per sua fortuna mantenne bella, fresca e quasi intatta fino ai novant’anni. Ora la sua piccola salma riposa a Venezia, nel poetico cimitero dell’isoletta di San Michele, gentilissima cittadella murata e resort di lusso per i pensionati dell’oltretomba. Lunghi bastioni orizzontali in mattoni rossi, bardati da pietra bianca, dietro ai quali svettano verticali e altissimi verdi cipressi secolari, accompagnano l’occhio per centinaia e centinaia di metri quando camminate lungo le Fondamente Nove, l’ampia passeggiata che limita a nord-est la città dei vivi: sopra sorride la volta celeste, sotto s’increspa lo specchio azzurro delle acque. Quando fa bello, e tutto trasuda mitezza, vi prende una strana e quasi filosofica voglia di tuffarvi per andare incontro al vostro destino…

A Bayreuth l’aveva invitato Diaghilev, l’impresario dei Balletti Russi. Ci andò con piacere, anche se già presagiva le dissonanze elettive col grande Wagner ma soprattutto con la setta wagneriana, e anche se in quel momento stava componendo in santa pace Le Sacre du Printemps. Tanto per dire, caro Lissner.

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Chiarisco (copio un mio commento qui sotto): sarebbe assurdo negare la grandezza di Wagner. Neanche Stravinskij la negava. Pur “semplificando al massimo” non si può dire che per il russo la musica fosse indipendente da qualsiasi “contenuto poetico”. Affermava, piuttosto, che questa poesia doveva essere raggiunta coi mezzi della musica, e non truccata e appesantita da suggestioni extramusicali, di qualsiasi genere. Anzi, in pieno novecento usò spesso, polemicamente, parole come poesia e melodia. Un suo libriccino teorico si intitola proprio “poetica della musica”. Giunse a comporre un balletto, “Il bacio della fata”, su brevi tracce pianistiche di Čaikovskij, che fu un grandissimo compositore ma che allora – soprattutto allora – era considerato un artista salottiero e sdolcinato. Parlava provocatoriamente dell’incanto delle “sue belle frasi musicali”, belle e ben fatte. Contro l’astratta tirannia formale di certo sinfonismo, parlava di “una melodia che aveva perso il suo sorriso”, o qualcosa del genere. Gli sembrava astratto e tirannico anche il “dramma” wagneriano. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile cavalcata della Valchirie, veramente bolsa). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo.

Liberale. Ma italiano.

Paolo Guzzanti è uno di quegli arcitaliani avvoltolati nella propria intelligenza. Per batterlo basta stare fermi, anche se vi sembra che vi travolga con la sua brillantezza. Credetemi. E’ così che lo stolido straniero è passato mille volte sul suolo patrio, prima della battaglia del Piave. Adesso abbandona il PLI, che gli sembra “piccolo e provinciale”. E cazzarola se lo capiamo: il PLI non lo peschi neanche con Google Maps! Per fare cosa? Per fare del suo blog la casa dei liberali italiani. Il suo blog.

Otto lunghi giorni

Mancano ancora otto lunghi giorni – equivalenti a ben sedici rotazioni complete della lancetta delle ore sul quadrante dell’orologio, tutte da contare, minuto per minuto – al momento fatale della votazione sulla mozione di sfiducia contro il suo governo, e ormai ne hanno tutti le tasche piene, compreso qualche sciocchino dei suoi, che non riesce a capire come l’esasperazione possa lavorare a suo favore. Bene bene, direi, caro Cavaliere. Sarebbe imbarazzante per i megafoni dell’isterismo di casa nostra andare a leggere cosa scrivevano i giornali e a risentire cosa strillavano i telegiornali appena un mese fa: epigrafi trionfalistiche o fumanti di frustrazione e voglia di rivincita. Comunque epigrafi. E inviti al suicidio “responsabile”. Ma lo smottamento non c’è stato, proprio per niente. Si è reso quindi necessario da parte dei wishful thinkers de noantri riformulare giorno per giorno in foggia diversa la favoletta del crollo.

Siccome se le cantano e se le suonano in compagnia, la versione assai più guardinga che oggi si passano l’un l’altro è questa: caro Cavaliere, al Senato molto probabilmente ce la fai, alla Camera probabilmente no, ma anche se ce la facessi, sarebbe irresponsabile cercar di governare con due o tre voti di scarto. A questa scartine e ai legulei intanto diciamo: 1) può darsi, ma l’onere della prova spetta ancora una volta all’opposizione, che fin qui ha toppato; 2) al riparo della legge si possono fare un mucchio di mascalzonate; se ne fanno ogni giorno, ed è inevitabile che sia così se vogliamo continuare a vivere in un regime di libertà; però con rapporti di forza così plasticamente evidenziati in parlamento, che il suicidio preventivo e “responsabile” dell’allocco Berlusconi avrebbe occultato, vogliamo proprio vedere chi vorrà andare incontro al suicidio morale e politico di un legalissimo “ribaltone” sotto l’occhio umiliato ed offeso di un elettorato conservatore in attesa di vendetta.

Inoltre, caro cavaliere, io e lei non ci facciamo infinocchiare dal tam-tam. Tale tanto più ragionevole versione è reticente, incompleta. Quindi, mezza falsa. Si basa sul presupposto che lo smottamento, prima ma eventualmente anche dopo il voto, e sottolineo il “dopo”, possa avvenire solo nel campo dei berlusconiani e non in quello degli antiberlusconiani. E perché mai? Una cosa è chiara: i polli del terzo polo e i giornali di riferimento – in breve, il partito degli irresponsabili con la puzza sotto il naso – si sono cacciati in un pasticcio dal quale non sanno più come uscire se non facendo appello, in ultima analisi, al senso di responsabilità del Cavaliere; il quale, da parte sua, non essendo un democristiano addomesticato, fa saggiamente marameo – hic manebimus otpime – rispedendo con molto comodo dall’altra parte della rete l’accusa d’irresponsabilità.

In otto lunghi giorni di snervante bonaccia le cose matureranno segretamente fino al momento in cui, sotto la pressione montante, l’esito del combinato congiunto di coscienza, paura, ambizione ed interesse precipiterà da una parte o dall’altra nell’animo delle persone. Fino ad allora son solo chiacchiere. Intanto il nervosismo cresce. Cosicché mentre i pasdaran di Fini, Casini e Rutelli precettano i deputati delle loro parrocchiette facendo firmare loro la mozione anti-Cav e preannunciano per la Camera numeri blindati in suo favore, dalla bocca degli stessi boss del terzo polo escono ogni giorno proposte di una chiarezza che fa rimpiangere perfino i geroglifici concettuali dei tempi gloriosi delle convergenze parallele, nelle quali si adombrano le possibili soluzioni della crisi in mano al cavaliere, o meglio ancora, al PDL. Mentre Angelo Panebianco, che scrive per il disperatissimo Corriere della Sera, parla di questo cul-de-sac, che è il loro, e anche quello del suo giornale, come del cul-de-sac di Berlusconi. E gli fa una proposta:

Ma se vuole tutto questo deve per forza uscire dal bunker. Deve avere il coraggio di offrire ai «terzopolisti», in nome dell’emergenza nazionale, un Berlusconi bis incardinato su poche e chiare proposte: oltre a mantenere l’impegno sul federalismo, deve assicurare interventi sull’economia (concordati sia con Tremonti che con Fini) che rassicurino i mercati e aprano vere prospettive di sviluppo. Deve offrire, inoltre, una disponibilità alla riforma elettorale: con l’unico vincolo che, a differenza di quelle fin qui ventilate, sia una riforma che salvaguardi il bipolarismo (cosa che Fini ha più volte detto di volere). E deve accantonare il tema della giustizia: non perché di una riforma della giustizia non ci sia bisogno (chi scrive pensa che sarebbe necessaria, eccome) ma perché è un fatto che Fini non la vuole e altri conflitti su quell’argomento, mentre il Paese rischia di incappare in una crisi finanziaria, risulterebbero incomprensibili agli italiani. Se poi la proposta verrà rifiutata, allora Berlusconi avrà almeno la possibilità di lasciare il terzo polo con il cerino acceso in mano, ad assumersi la responsabilità di una crisi al buio in un frangente così difficile.

Ma porca miseria, un filino di spina dorsale voi cagasotto della grande stampa ex borghese non riuscite mai a dimostrarlo? Il suo giornale scrive che Napolitano sta cercando una via d’uscita al ribaltone e alle urne, ad una situazione cioè che voi sciagurati avete aiutato a creare, titillando le ambizioni della destra “presentabile”, nel miglior dei casi l’ennesima incarnazione di quello spocchioso pseudoliberalismo che dal Partito d’Azione in poi si è segnalato soprattutto per l’infinita insipienza politica. Nello stato di “emergenza nazionale” l’unico coraggio veramente utile dovrebbe essere il vostro: il coraggio di chiedere scusa per il casino che da apprendisti stregoni avete combinato; il coraggio di fare voi, e i vostri noiosi beniamini, quel famoso “passo indietro” che c’introna gli orecchi da lustri per motivi risibili e che per miracolo una volta tanto sarebbe opportuno. Invece il “liberale” Panebianco ci propone quale “atto di coraggio” la vecchia “concertazione” con la più ricattatoria al momento delle parti politiche, sulla base di un vasto e vago programma – altro che poche e chiare proposte! – dal quale, viltà delle viltà, viene depennata la riforma della giustizia, non quella di Berlusconi, ma qualsiasi riforma della giustizia, indigeribile per l’ibernato neocampione della società civile Gianfranco Fini.

Chiacchiere. Non sarebbe affatto sorprendente, al contrario, che la pressione degli eventi non solo spingesse il parlamento a dare la fiducia al governo Berlusconi, ma che sull’onda della fiducia a sfaldarsi fosse proprio la falange centrista, ai cui superstiti, o a molti di essi, non resterebbe altro che andare a rimpolpare la truppa berlusconiana. E che per eterogenesi dei fini l’inattesa conclusione della crisi dovesse servire la testa dei Casini, dei Fini – e dei Montezemolo – su un piatto d’argento a Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La meglio politica estera. Quella di Berlusconi.

Con il crollo del paradiso sovietico molti avevano profetizzato l’obsolescenza della NATO e l’avvento di un mondo multipolare nel quale ogni stato si sarebbe mosso in base ai propri “interessi”. Quest’idea è figlia di un troppo compiaciuto realismo, sia da parte dei protagonisti della politica estera sia da parte degli osservatori: è quindi errata ed in ultima analisi superficiale.

Il nichilismo della politica degli “interessi” è ottuso. Il mondo non si misura solo con grandezze territoriali, demografiche o economiche. Esso poggia su fondamenta sotterranee, non eterne ma profonde, di ordine culturale e religioso, che in qualche modo lo strutturano. In questo quadro, la Russia non è propriamente l’Europa, ma rimane una proiezione slava dell’Europa cristiana, come le Americhe ne sono una proiezione latina ed anglosassone.

Con il crollo del paradiso sovietico molti altri per converso avevano profetizzato per l’Onu un ruolo accresciuto di arbitrato mondiale, preludio ad una democrazia universale one country/one vote. Quest’idea è figlia di un’idea messianica della democrazia, una versione aggiornata del sol dell’avvenire, fondamentalmente materialista, che rifiuta la storia e non rispetta le dimensioni spaziali e temporali sotto la cui schiavitù l’uomo è condannato a vivere su questa terra. Di essa si abbeverano gli infiniti cretini della “democrazia compiuta”, ben conosciuti nel nostro paese.

Il nichilismo dell’ideologia democratica è ottuso. Da quando l’etichetta comunista le si è scollata malinconicamente di dosso, la Russia è divenuta il catalizzatore di tutti gli strali dell’intellighenzia progressista, e anche di quelli dell’intellighenzia neocon con un passato rosseggiante, segno della resistenza di certe malattie. Costoro, che dormivano della grossa ai tempi degli arcipelaghi gulag, ora non perdonano niente alla Russia di Putin, che trovano troppo autoritaria per i loro gusti salottieri: sai che scoperta, in un immenso impero mezzo spopolato, con gli occhi a San Pietroburgo e i piedi a Sachalin e nella Kamčatka, un bestione che viene da secoli di zarismo e settant’anni di comunismo cui tenere le briglie.

Ragion per cui, in barba a questi due opposti estremismi, l’ “Occidente”, inteso non come entità metafisica ma come realtà spazio-temporale cangiante, vivente e strutturante, non è “sparito”. Ma se la linea di confine che lo delimitava tagliando in due l’Europa è fortunatamente scomparsa, essa non si è spostata sui confini russo-baltici, russo-polacchi, russo-ucraini o russo-georgiani; il nuovo limes sta piuttosto sulle rive siberiane dell’Amur, a sud del quale agisce la forza fenomenale e potenzialmente destabilizzante di miliardi di asiatici che escono dalla povertà, che assumerà ben presto le forme dell’aggressività politica, se quest’ultima farà da cassa di compensazione degli squilibri interni. Questo spiega perché, nonostante le paure di ieri contro l’Unione Sovietica e quelle ataviche contro l’Impero Russo degli ex paesi dell’Est, l’isterica insistenza per l’inutile, al momento, entrata nella Nato di Ucraina e Georgia, il coccolato avventurismo dei Saakashvili, e il retaggio delle diffidenze antirusse e antiamericane, l’avvicinamento e la collaborazione russo-americana-europea stia nella stessa forza delle cose, come indicano gli ultimi sviluppi della politica internazionale. Toccherà a Washington leggere con attenzione questo sviluppo e assumerne la naturale leadership. A lungo andare lo farà, col tacito consenso persino della Russia putiniana.

E’ un merito del nostro Caimano aver letto prima di altri dentro questa dinamica mondiale. Con l’ampio credito guadagnatosi per anni a Washington con l’eloquenza dei fatti si è pagato la disinvoltura delle sue pacche sulle spalle con Putin, Medvedev e il beduino nostro vicino. E’ riuscito a fare i nostri “interessi” rimanendo nel quadro delle alleanze strategiche. In breve, ha dato all’Italia una politica estera. E nonostante i malumori l’ha avuta vinta, a riprova che essa si fonda sui fatti, non sul gossip dei rappresentanti diplomatici. Il bizantinismo della politica estera italiana era piuttosto quello di Andreotti: per la società civile, specie per quella dei lettori di Repubblica, e in buona parte proprio per quella politica estera, era un vero beniamino negli anni ottanta, l’unico che si salvava nelle compagini governative craxiane. Ma questo, more solito, e triste, l’hanno puntualmente sbianchettato dalla loro coscienza repubblicana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Concorso esterno in associazione civile

Dicono che la mafia cerchi sempre un dialogo sotterraneo col potere, un modus vivendi. Credo sia vero. L’ultima conferma viene dal pentimento dell’ex macellaio di carne umana Spatuzza Gaspare, oracolo della nostra oracolare magistratura. Or dunque l’ex picciotto si è pentito – pure lui, quindi non dev’essere poi una grande impresa se riesce ad una quantità industriale di mascalzoni – e per il sequestro di un bimbetto, poi liquidato, ha chiesto scusa a tutti, alla famiglia e “alla società civile, che abbiamo violentato e oltraggiato”. Essendo campagnolo del profondissimo nord-est non ho molta famigliarità con l’antropologia mafiosa; però, avendone conoscenza anche solo de relato, pilastro – faccio notare – dei tanti grandiosi impianti accusatori che tutto il mondo incivile c’invidia, il picciotto analfabeta ma “imparato” che invece di chiedere scusa alla Madonna e a tutti i Santi s’inginocchia davanti alla “società civile” mi fa schiattare dal ridere. E mi fa pensare che in fondo chi si somiglia si piglia: la società civile, come l’onorata società, pretende l’affiliazione. Questo il nostro Gaspare l’ha capito al volo.