La meglio politica estera. Quella di Berlusconi.

Con il crollo del paradiso sovietico molti avevano profetizzato l’obsolescenza della NATO e l’avvento di un mondo multipolare nel quale ogni stato si sarebbe mosso in base ai propri “interessi”. Quest’idea è figlia di un troppo compiaciuto realismo, sia da parte dei protagonisti della politica estera sia da parte degli osservatori: è quindi errata ed in ultima analisi superficiale.

Il nichilismo della politica degli “interessi” è ottuso. Il mondo non si misura solo con grandezze territoriali, demografiche o economiche. Esso poggia su fondamenta sotterranee, non eterne ma profonde, di ordine culturale e religioso, che in qualche modo lo strutturano. In questo quadro, la Russia non è propriamente l’Europa, ma rimane una proiezione slava dell’Europa cristiana, come le Americhe ne sono una proiezione latina ed anglosassone.

Con il crollo del paradiso sovietico molti altri per converso avevano profetizzato per l’Onu un ruolo accresciuto di arbitrato mondiale, preludio ad una democrazia universale one country/one vote. Quest’idea è figlia di un’idea messianica della democrazia, una versione aggiornata del sol dell’avvenire, fondamentalmente materialista, che rifiuta la storia e non rispetta le dimensioni spaziali e temporali sotto la cui schiavitù l’uomo è condannato a vivere su questa terra. Di essa si abbeverano gli infiniti cretini della “democrazia compiuta”, ben conosciuti nel nostro paese.

Il nichilismo dell’ideologia democratica è ottuso. Da quando l’etichetta comunista le si è scollata malinconicamente di dosso, la Russia è divenuta il catalizzatore di tutti gli strali dell’intellighenzia progressista, e anche di quelli dell’intellighenzia neocon con un passato rosseggiante, segno della resistenza di certe malattie. Costoro, che dormivano della grossa ai tempi degli arcipelaghi gulag, ora non perdonano niente alla Russia di Putin, che trovano troppo autoritaria per i loro gusti salottieri: sai che scoperta, in un immenso impero mezzo spopolato, con gli occhi a San Pietroburgo e i piedi a Sachalin e nella Kamčatka, un bestione che viene da secoli di zarismo e settant’anni di comunismo cui tenere le briglie.

Ragion per cui, in barba a questi due opposti estremismi, l’ “Occidente”, inteso non come entità metafisica ma come realtà spazio-temporale cangiante, vivente e strutturante, non è “sparito”. Ma se la linea di confine che lo delimitava tagliando in due l’Europa è fortunatamente scomparsa, essa non si è spostata sui confini russo-baltici, russo-polacchi, russo-ucraini o russo-georgiani; il nuovo limes sta piuttosto sulle rive siberiane dell’Amur, a sud del quale agisce la forza fenomenale e potenzialmente destabilizzante di miliardi di asiatici che escono dalla povertà, che assumerà ben presto le forme dell’aggressività politica, se quest’ultima farà da cassa di compensazione degli squilibri interni. Questo spiega perché, nonostante le paure di ieri contro l’Unione Sovietica e quelle ataviche contro l’Impero Russo degli ex paesi dell’Est, l’isterica insistenza per l’inutile, al momento, entrata nella Nato di Ucraina e Georgia, il coccolato avventurismo dei Saakashvili, e il retaggio delle diffidenze antirusse e antiamericane, l’avvicinamento e la collaborazione russo-americana-europea stia nella stessa forza delle cose, come indicano gli ultimi sviluppi della politica internazionale. Toccherà a Washington leggere con attenzione questo sviluppo e assumerne la naturale leadership. A lungo andare lo farà, col tacito consenso persino della Russia putiniana.

E’ un merito del nostro Caimano aver letto prima di altri dentro questa dinamica mondiale. Con l’ampio credito guadagnatosi per anni a Washington con l’eloquenza dei fatti si è pagato la disinvoltura delle sue pacche sulle spalle con Putin, Medvedev e il beduino nostro vicino. E’ riuscito a fare i nostri “interessi” rimanendo nel quadro delle alleanze strategiche. In breve, ha dato all’Italia una politica estera. E nonostante i malumori l’ha avuta vinta, a riprova che essa si fonda sui fatti, non sul gossip dei rappresentanti diplomatici. Il bizantinismo della politica estera italiana era piuttosto quello di Andreotti: per la società civile, specie per quella dei lettori di Repubblica, e in buona parte proprio per quella politica estera, era un vero beniamino negli anni ottanta, l’unico che si salvava nelle compagini governative craxiane. Ma questo, more solito, e triste, l’hanno puntualmente sbianchettato dalla loro coscienza repubblicana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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4 thoughts on “La meglio politica estera. Quella di Berlusconi.

  1. “Il mondo non si misura solo con grandezze territoriali, demografiche o economiche. Esso poggia su fondamenta sotterranee, non eterne ma profonde, di ordine culturale e religioso, che in qualche modo lo strutturano.”

    Mi piace molto questa visione delle cose. Sa di tempi lunghi, mutamenti profondi, pazienza; ha in sé qualcosa di “vivente”, quasi di organico. Chiunque abbia detto “Rome wasn’t build in a day” (Totti? Ranieri?) aveva ragione da vendere.

    “Toccherà a Washington leggere con attenzione questo sviluppo e assumerne la naturale leadership. A lungo andare lo farà, col tacito consenso persino della Russia putiniana.”

    Dall’altra parte dell’Atlantico ci vorrà un’opera lenta e paziente, per fare accettare questo agli elettori di Reagan e di Obama. Sì, forse l’idea della leadership di Washington li aiuterà a mandare giù meglio la pillola.

    1. Sono stato generoso col Berlusca: che l’abbia capita davvero, questa dinamica, ed in anticipo, ho qualche dubbio. Diciamo che il “piacionismo” non lo ha danneggiato più di tanto; e in questo momento, come dice …Montezemolo, occorre fare squadra…

      Ma questo è un segreto tra e me e te…
      …acqua in bocca, come sempre…
      I vecchi metodi che funzionano sempre! Non c’è Assange che tenga!

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