Otto lunghi giorni

Mancano ancora otto lunghi giorni – equivalenti a ben sedici rotazioni complete della lancetta delle ore sul quadrante dell’orologio, tutte da contare, minuto per minuto – al momento fatale della votazione sulla mozione di sfiducia contro il suo governo, e ormai ne hanno tutti le tasche piene, compreso qualche sciocchino dei suoi, che non riesce a capire come l’esasperazione possa lavorare a suo favore. Bene bene, direi, caro Cavaliere. Sarebbe imbarazzante per i megafoni dell’isterismo di casa nostra andare a leggere cosa scrivevano i giornali e a risentire cosa strillavano i telegiornali appena un mese fa: epigrafi trionfalistiche o fumanti di frustrazione e voglia di rivincita. Comunque epigrafi. E inviti al suicidio “responsabile”. Ma lo smottamento non c’è stato, proprio per niente. Si è reso quindi necessario da parte dei wishful thinkers de noantri riformulare giorno per giorno in foggia diversa la favoletta del crollo.

Siccome se le cantano e se le suonano in compagnia, la versione assai più guardinga che oggi si passano l’un l’altro è questa: caro Cavaliere, al Senato molto probabilmente ce la fai, alla Camera probabilmente no, ma anche se ce la facessi, sarebbe irresponsabile cercar di governare con due o tre voti di scarto. A questa scartine e ai legulei intanto diciamo: 1) può darsi, ma l’onere della prova spetta ancora una volta all’opposizione, che fin qui ha toppato; 2) al riparo della legge si possono fare un mucchio di mascalzonate; se ne fanno ogni giorno, ed è inevitabile che sia così se vogliamo continuare a vivere in un regime di libertà; però con rapporti di forza così plasticamente evidenziati in parlamento, che il suicidio preventivo e “responsabile” dell’allocco Berlusconi avrebbe occultato, vogliamo proprio vedere chi vorrà andare incontro al suicidio morale e politico di un legalissimo “ribaltone” sotto l’occhio umiliato ed offeso di un elettorato conservatore in attesa di vendetta.

Inoltre, caro cavaliere, io e lei non ci facciamo infinocchiare dal tam-tam. Tale tanto più ragionevole versione è reticente, incompleta. Quindi, mezza falsa. Si basa sul presupposto che lo smottamento, prima ma eventualmente anche dopo il voto, e sottolineo il “dopo”, possa avvenire solo nel campo dei berlusconiani e non in quello degli antiberlusconiani. E perché mai? Una cosa è chiara: i polli del terzo polo e i giornali di riferimento – in breve, il partito degli irresponsabili con la puzza sotto il naso – si sono cacciati in un pasticcio dal quale non sanno più come uscire se non facendo appello, in ultima analisi, al senso di responsabilità del Cavaliere; il quale, da parte sua, non essendo un democristiano addomesticato, fa saggiamente marameo – hic manebimus otpime – rispedendo con molto comodo dall’altra parte della rete l’accusa d’irresponsabilità.

In otto lunghi giorni di snervante bonaccia le cose matureranno segretamente fino al momento in cui, sotto la pressione montante, l’esito del combinato congiunto di coscienza, paura, ambizione ed interesse precipiterà da una parte o dall’altra nell’animo delle persone. Fino ad allora son solo chiacchiere. Intanto il nervosismo cresce. Cosicché mentre i pasdaran di Fini, Casini e Rutelli precettano i deputati delle loro parrocchiette facendo firmare loro la mozione anti-Cav e preannunciano per la Camera numeri blindati in suo favore, dalla bocca degli stessi boss del terzo polo escono ogni giorno proposte di una chiarezza che fa rimpiangere perfino i geroglifici concettuali dei tempi gloriosi delle convergenze parallele, nelle quali si adombrano le possibili soluzioni della crisi in mano al cavaliere, o meglio ancora, al PDL. Mentre Angelo Panebianco, che scrive per il disperatissimo Corriere della Sera, parla di questo cul-de-sac, che è il loro, e anche quello del suo giornale, come del cul-de-sac di Berlusconi. E gli fa una proposta:

Ma se vuole tutto questo deve per forza uscire dal bunker. Deve avere il coraggio di offrire ai «terzopolisti», in nome dell’emergenza nazionale, un Berlusconi bis incardinato su poche e chiare proposte: oltre a mantenere l’impegno sul federalismo, deve assicurare interventi sull’economia (concordati sia con Tremonti che con Fini) che rassicurino i mercati e aprano vere prospettive di sviluppo. Deve offrire, inoltre, una disponibilità alla riforma elettorale: con l’unico vincolo che, a differenza di quelle fin qui ventilate, sia una riforma che salvaguardi il bipolarismo (cosa che Fini ha più volte detto di volere). E deve accantonare il tema della giustizia: non perché di una riforma della giustizia non ci sia bisogno (chi scrive pensa che sarebbe necessaria, eccome) ma perché è un fatto che Fini non la vuole e altri conflitti su quell’argomento, mentre il Paese rischia di incappare in una crisi finanziaria, risulterebbero incomprensibili agli italiani. Se poi la proposta verrà rifiutata, allora Berlusconi avrà almeno la possibilità di lasciare il terzo polo con il cerino acceso in mano, ad assumersi la responsabilità di una crisi al buio in un frangente così difficile.

Ma porca miseria, un filino di spina dorsale voi cagasotto della grande stampa ex borghese non riuscite mai a dimostrarlo? Il suo giornale scrive che Napolitano sta cercando una via d’uscita al ribaltone e alle urne, ad una situazione cioè che voi sciagurati avete aiutato a creare, titillando le ambizioni della destra “presentabile”, nel miglior dei casi l’ennesima incarnazione di quello spocchioso pseudoliberalismo che dal Partito d’Azione in poi si è segnalato soprattutto per l’infinita insipienza politica. Nello stato di “emergenza nazionale” l’unico coraggio veramente utile dovrebbe essere il vostro: il coraggio di chiedere scusa per il casino che da apprendisti stregoni avete combinato; il coraggio di fare voi, e i vostri noiosi beniamini, quel famoso “passo indietro” che c’introna gli orecchi da lustri per motivi risibili e che per miracolo una volta tanto sarebbe opportuno. Invece il “liberale” Panebianco ci propone quale “atto di coraggio” la vecchia “concertazione” con la più ricattatoria al momento delle parti politiche, sulla base di un vasto e vago programma – altro che poche e chiare proposte! – dal quale, viltà delle viltà, viene depennata la riforma della giustizia, non quella di Berlusconi, ma qualsiasi riforma della giustizia, indigeribile per l’ibernato neocampione della società civile Gianfranco Fini.

Chiacchiere. Non sarebbe affatto sorprendente, al contrario, che la pressione degli eventi non solo spingesse il parlamento a dare la fiducia al governo Berlusconi, ma che sull’onda della fiducia a sfaldarsi fosse proprio la falange centrista, ai cui superstiti, o a molti di essi, non resterebbe altro che andare a rimpolpare la truppa berlusconiana. E che per eterogenesi dei fini l’inattesa conclusione della crisi dovesse servire la testa dei Casini, dei Fini – e dei Montezemolo – su un piatto d’argento a Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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One thought on “Otto lunghi giorni

  1. La mia idea è terribilmente vicina a quella di Giordano Masini che scrive si Libertiamo:

    Non è il 14 dicembre a preoccuparmi, né i suoi immediati paraggi. A preoccuparmi di più è quel che succederà dopo-dopo, ovvero dopo che il tecnico, il saggio, il liquidatore, der kommissar o chiamatelo come vi pare (che non è detto affatto che arriverà dopo il 14 dicembre, ma prima o poi, magari in incognito, arriverà, statene certi), sarà venuto a fare il lavoro zozzo ma necessario che finora nessuno in vent’anni ha mai avuto il coraggio di fare e riconsegnerà il giocattolo pulito, revisionato e (forse) ancora funzionante, in mano alla politica, in attesa di un nuovo tagliando.
    Sembra, ed è forse uno dei paradossi più sconfortanti della politica italiana, che rappresentatività non faccia mai rima con responsabilità. Chi rappresenta la volontà popolare si considera investito di un mandato a spendere, nella più totale libertà e irresponsabilità, un budget del quale nessuno si è mai sentito in dovere di definire i limiti. Ed è in questo clima di irresponsabilità che si consuma il furto di sovranità di cui parlava intelligentemente Simona Bonfante nel primo di questa serie di articoli.
    E’ la libertà di agire irresponsabilmente, cioè ignorando i limiti materiali, non politici o costituzionali (il competente banchiere Verdini se ne potrà pure fregare di Napolitano, ma dei creditori no, che lo voglia o meno) quella che viene oggi rivendicata dal governo in carica, non la libertà degli elettori ad essere governati secondo mandato. La libertà, per dirla tutta, di salvare faccia e poltrone, contando sulla buona compagnia, va detto, di tutti coloro che si ostinano a far finta di non vedere le nuvole che circondano questo paese e che continuano a raccontarci un dopo-Berlusconi in mano alla politica. A questa politica.
    Non mi interessa affatto sapere chi e come governerà questo paese dopo il 14 dicembre. Non mi interessa sapere se sarà in qualche modo interprete della volontà popolare espressa alle ultime elezioni o se sarà frutto di un ribaltone, controribaltone, carpiato o meno, e con scappellamento a destra, a sinistra o trasversale. Cosa mi frega di sapere chi sia chi taglierà vigorosamente la spesa pubblica e farà le liberalizzazioni necessarie a rimettere in moto il motore di questo paese, e con quale legge elettorale avrà ricevuto il mandato a fare ciò che sarà stato deciso altrove? E’ così importante conoscere il nome e la fede politica di chi liquiderà l’immenso e insostenibile patrimonio pubblico italiano e si deciderà a ridurre la pressione fiscale di quel tanto (e deve per forza essere tanto) necessario a far ripartire la crescita della nostra economia?
    D’altronde, quando il governo greco si è trovato costretto a fare ciò che doveva essere fatto, non ha agito in nome del mandato ricevuto dagli elettori, stornando una a una chissà quali promesse fatte in campagna elettorale. Ha fatto ciò che doveva essere fatto perché non poteva fare altrimenti, seguendo un’agenda redatta da altri, come sa bene chiunque nella vita si è trovato ad affrontare debiti che il proprio reddito non permetteva più di onorare. E lo stesso dicasi dell’Irlanda, che forse è il caso più significativo di quanto conti poco, in casi del genere, essere i custodi fedeli della volontà popolare e di quanto sia “sovrana” la volontà di chi è sotto scacco dei mercati, e della Spagna, che ha cominciato a muoversi prima che fosse troppo tardi.
    Quindi sarebbe il caso di lasciar perdere le alchimie, le capre e i cavoli da salvare insieme alla faccia di bronzo di una classe politica che ha ormai poco o nulla da dimostrare. Più che del 14 dicembre, quindi, sarebbe il caso di rivolgere il pensiero a una data più lontana, e quanto sia lontana è dato solo dal rapporto tra il tempo in cui chi stringe l’osso tra i denti si deciderà a mollarlo (e non mi riferisco solo al partito di maggioranza relativa), e dal numero di vittime che nel frattempo la crisi del debito italiano avrà lasciato sul terreno. L’unico spazio di manovra che resta oggi (dal 14 dicembre in poi) alla politica è quello di decidere se agire con criterio da subito o se dovranno essere altri a imporci di agire (con lo stesso identico criterio) domani.
    Ma se il giorno in cui questo splendido lavoro sporco sarà stato fatto, e ricominceremo a sentire il ritornello già sentito almeno un paio di volte da vent’anni a questa parte – quello della politica che deve tornare ad appropriarsi del ruolo che le compete – se quel giorno non avremo il pareggio di bilancio e un limite sostenibile alla pressione fiscale chiaramente scritti in Costituzione, allora sarà stato tutto tempo perso per noi – lavoratori, contribuenti e utili idioti di questo paese – e tempo guadagnato da loro, gli idioti inutili, i gestori irresponsabili della nostra sovranità nazionale. Almeno fino al prossimo botto.

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