Meno arie, caro Lissner

Non essendo un cuor di leone e volendo farsi bello agli occhi dell’Italia che conta, il sovrintendente alla Scala Lissner ha riservato una battuta malevola e stupida (“avrà altro da fare”) al ministro della cultura, reo di aver disertato la prima della stagione scaligera. Bondi, in quel momento impegnato in Parlamento, sarà pure un bambinone e il classico, imbarazzante poeta cui non mancano applausi di circostanza dalla cerchia di quegli amici che non sanno come dirgli che con l’ippica forse potrebbe togliersi ben altre soddisfazioni; però è l’uomo più buono ed inoffensivo della terra. Per questo tutti i vigliacchi gli danno contro. E per questo lui vuole bene a Silvio e Silvio a lui. C’è bisogno di dire che se il Charlie Brown del governo Berlusconi si fosse presentato alla Scala i soliti muezzin dell’Italia migliore lo avrebbero incolpato di aver voluto sfilare a tutti i costi durante un rito mondano di insostenibile leggerezza mentre Pompei cadeva a pezzi? E che lui – povero fanciullo! – se ne sarebbe sinceramente contristato?

Premesso questo, chi lo dice che per un ministro della cultura bigiare la prima della Scala sia un gran peccato? Già, chi lo dice? Alla prima della Scala presenzia un sacco di gente famosa che di musica non capisce niente – non è una colpa – ma che invece di schermirsi con garbo di fronte alle domande del petulante cronista, come farebbe qualsiasi intelligente casalinga di Voghera, si sente in dovere di dire la sua su interpreti, direttore e regista. Ah, il regista! Ho l’intima certezza che gli odierni “registi” d’opera di musica non capiscano un’acca. Capire la musica vuol dire ricavarne piacere. Ricavarne un puro ed onesto piacere senza l’aggiunta di strane droghe vuol dire amarla. Amarla vuol dire sottomettersi. Inoltre, chi ama la musica, per quanto onnivoro, ha i suoi gusti e le sue idiosincrasie. Anche scandalose. La razza tirannica, ignorante e brutale dei registi, che una volta giustamente non esisteva, marcia invece indistintamente su Gluck, Verdi o Prokofiev e si è messa in capo di trasformare i cantanti in attori, e di mettere le note sotto il tallone di ferro del dramma, nonostante Mozart sostenesse il contrario. Allo scopo tutto è lecito: l’allestimento scenico nudo o al contrario eccessivo e bizzarro, obbligatoriamente anacronistico, tale che l’occhio uccida proditoriamente l’orecchio; o il valore aggiunto dell’ammiccamento di tipo politico o sexy, che ci fa arrossire, ma solo per il suo infantilismo. Supponenza e volgarità si danno la mano, giustificandosi a vicenda. Onde per cui questo circo è diventato un avvenimento culturale per eccellenza. Senso della misura, un po’ di distacco, di ironia? Zero. Per quella ci vorrebbe nobiltà d’animo, che prescinde dalla “cultura”. Quando poi si tratta di Wagner, che è serissimo, che è tedesco, che è monumentale, che è il profeta dell’arte totale, della gesamtkunstwerk, tutti si mettono spontaneamente sull’attenti, anche quelli per cui la Valchiria rimarrà per sempre quel temibile e intonso pacchetto di appena quattro CD. Si entra in chiesa:

…e la cerimonia ebbe inizio. Mi feci il più possibile piccolo e rimasi immobile. Dopo un quarto d’ora non ce la facevo più; i miei muscoli erano indolenziti, dovevo cambiare posizione. Crac! Ci siamo! La sedia fa un rumore che richiama un centinaio di sguardi furibondi! Mi rifaccio piccolo, ma il mio pensiero corre alla fine dell’atto che porrà termine a questo martirio. Finalmente giunge l’intervallo e mi ripago con due buone salcicce e un boccale di birra. Non appena accesa la sigaretta, sono richiamato al raccoglimento dal segnale d’inizio. Un altro atto da subire! Penso intensamente alla sigaretta appena iniziata e sopporto ancora quell’atto. Poi, di nuovo salcicce, birra, fanfara, raccoglimento, ancora un atto – l’ultimo. Fine!

Chi è questo insolente? E’ il piccolo, grande, irresistibile Igor Stravinskij reduce dalla “sacra rappresentazione” del Parsifal di Wagner a Bayreuth. Appena trentenne, alto un metro e mezzo, calvo, occhialuto, e tuttavia non disperato, il nanerottolo aveva già l’inimitabile faccia da vecchietto in gamba che per sua fortuna mantenne bella, fresca e quasi intatta fino ai novant’anni. Ora la sua piccola salma riposa a Venezia, nel poetico cimitero dell’isoletta di San Michele, gentilissima cittadella murata e resort di lusso per i pensionati dell’oltretomba. Lunghi bastioni orizzontali in mattoni rossi, bardati da pietra bianca, dietro ai quali svettano verticali e altissimi verdi cipressi secolari, accompagnano l’occhio per centinaia e centinaia di metri quando camminate lungo le Fondamente Nove, l’ampia passeggiata che limita a nord-est la città dei vivi: sopra sorride la volta celeste, sotto s’increspa lo specchio azzurro delle acque. Quando fa bello, e tutto trasuda mitezza, vi prende una strana e quasi filosofica voglia di tuffarvi per andare incontro al vostro destino…

A Bayreuth l’aveva invitato Diaghilev, l’impresario dei Balletti Russi. Ci andò con piacere, anche se già presagiva le dissonanze elettive col grande Wagner ma soprattutto con la setta wagneriana, e anche se in quel momento stava componendo in santa pace Le Sacre du Printemps. Tanto per dire, caro Lissner.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Chiarisco (copio un mio commento qui sotto): sarebbe assurdo negare la grandezza di Wagner. Neanche Stravinskij la negava. Pur “semplificando al massimo” non si può dire che per il russo la musica fosse indipendente da qualsiasi “contenuto poetico”. Affermava, piuttosto, che questa poesia doveva essere raggiunta coi mezzi della musica, e non truccata e appesantita da suggestioni extramusicali, di qualsiasi genere. Anzi, in pieno novecento usò spesso, polemicamente, parole come poesia e melodia. Un suo libriccino teorico si intitola proprio “poetica della musica”. Giunse a comporre un balletto, “Il bacio della fata”, su brevi tracce pianistiche di Čaikovskij, che fu un grandissimo compositore ma che allora – soprattutto allora – era considerato un artista salottiero e sdolcinato. Parlava provocatoriamente dell’incanto delle “sue belle frasi musicali”, belle e ben fatte. Contro l’astratta tirannia formale di certo sinfonismo, parlava di “una melodia che aveva perso il suo sorriso”, o qualcosa del genere. Gli sembrava astratto e tirannico anche il “dramma” wagneriano. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile cavalcata della Valchirie, veramente bolsa). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo.

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7 thoughts on “Meno arie, caro Lissner

  1. Che Paese siamo, in cui anche i direttori d’orchestra si permettono, lavori in principiando, di pontificare sull’operato di un Governo – e in cui nessuno osa fare la cosa giusta: dire a quei direttori, o sovrintendenti che siano “State zitti per amor di decenza!”, se non proprio assestar loro un legittimo calcio nel culo.
    Non si parla d’affari a tavola, non si mischia il sacro al profano. E’ tutto farsa ormai.
    Quel direttore mi piaceva. Ora, un po’ meno.

  2. “Quando poi si tratta di Wagner […] tutti si mettono spontaneamente sull’attenti”

    Dici? Pensa che invece io mi sono sempre stupito che l’ideologia livorosa e ottusa che domina nella provinciale cultura nostrana non avesse usato i suoi soliti metodi stalinisti contro Wagner, pur additandolo come precursore del nazismo.

    Detto questo, Parsifal non l’ho ancora visto, ma a me molte sue opere sono piaciute. Parlo da semplice amatore e da appassionato di epica e di mitologia, eh. Inoltre trovo che nella sua idea di musica atonale ci fosse qualcosa di più bello e di più moderno anche di ciò che è venuto dopo: Wagner era libera dalle forme del passato, senza però scadere nelle brutture dell’assenza di forma.

  3. Che paese orribile questo,in cui chiunque può criticare l’operato del governo, molto meglio la civilissima Russia dove chi ci prova finisce al cimitero…….
    Tra un paese in cui chiunque può dire stupidaggini contro un ministro e un paese dove questo è proibito, veramente voi preferite il secondo?

  4. Scusa Zamax, leggendo il post non ho capito bene se Wagner ti piace oppure lo detesti come lo detestava Stravinskij. Per mia fortuna, ho dovuto studiare sia il caso Wagner sia la poetica di Stravinskji. Ebbene, i due musicisti incarnano esattamnete due errori contrari. Per Wagner, la musica è soprattutto un sottosprodotto della poesia. Semplificando al massimo, egli pretendeva di trarre la musica dalle parole stesse. Inoltre sosteneva, assurdamente, che l’unico scopo della pittura (arte di cui non capica una acca) fosse di fornire scenografie all’opera d’arte totale. Nauseato da Wagner, è impregnato della tipica visione formalista d’inizio secolo, Stravinskij sosteneva l’esatto contrario: la musica non solo è indipendente dalle altre arti ma è indipendente da qualunque contenuto poetico, è puro suono, pura matematica, pura costruzione formale (e lasciamo stare che egli si contraddì, facendo musica per i balletti di Diaghilev, che ruotavano attorno a dei temi precisi: la primavera, le nozze, il pulcinella eccetera).
    Come al solito, la verità sta nel mezzo: la musica no è una emanazione della poesia ma non è nemmeno pura forma. La musica è una lingua misteriosa che parla di cose note ma anche di cose ignote.
    Detto questo, io stravedo per il Parsifal, Tristano e Isotta e il Crepuscolo degli dei. Sono anche andata a Bayreuth vedere il Parsifal, la Valchiria e l’Olandese volante.

    1. RIPOSTO IL COMMENTO PRECEDENTE, TOGLIENDO GLI ERRORI DI BATTITURA E LE IMPRECISIONI
      Scusa Zamax, leggendo il post non ho capito bene se Wagner ti piace oppure lo detesti come lo detestava Stravinskij. Per mia fortuna, ho dovuto studiare sia il caso Wagner sia la poetica di Stravinskji. Ebbene, i due musicisti incarnano esattamente due errori contrari. Per Wagner, la musica è soprattutto un sottoprodotto della poesia. Semplificando al massimo, egli pretendeva di trarre la musica dalle parole stesse. Inoltre sosteneva, assurdamente, che l’unico scopo della pittura (arte di cui non capiva una acca) fosse di fornire scenografie all’opera d’arte totale. Nauseato da Wagner e impregnato della tipica visione formalista d’inizio secolo, Stravinskij sosteneva l’esatto contrario: la musica non solo è indipendente dalle altre arti ma è indipendente da qualunque contenuto poetico, è puro suono, pura matematica, pura costruzione formale (e lasciamo stare che egli si è contraddetto, facendo musica per i balletti di Diaghilev, che ruotavano attorno a dei temi precisi, e pure alcune opere teatrali).
      Come al solito, la verità sta nel mezzo: la musica non è una emanazione della poesia ma non è nemmeno pura forma. La musica è una lingua misteriosa che parla di cose note ma anche di cose ignote.
      Detto questo, io stravedo per il Parsifal, Tristano e Isotta e il Crepuscolo degli dei. Sono anche andata a Bayreuth appositamente.

  5. Sarebbe assurdo negare la grandezza di Wagner. Neanche Stravinskij la negava. Pur “semplificando al massimo” non si può dire che per il russo la musica fosse indipendente da qualsiasi “contenuto poetico”. Affermava, piuttosto, che questa poesia doveva essere raggiunta coi mezzi della musica, e non truccata e appesantita da suggestioni extramusicali, di qualsiasi genere. Anzi, in pieno novecento usò spesso, polemicamente, parole come poesia e melodia. Un suo libriccino teorico si intitola proprio “poetica della musica”. Giunse a comporre un balletto, “Il bacio della fata”, su brevi tracce pianistiche di Čaikovskij, che fu un grandissimo compositore ma che allora – soprattutto allora – era considerato un artista salottiero e sdolcinato. Parlava provocatoriamente dell’incanto delle “sue belle frasi musicali”, belle e ben fatte. Contro l’astratta tirannia formale di certo sinfonismo, parlava di “una melodia che aveva perso il suo sorriso”, o qualcosa del genere. Gli sembrava astratto e tirannico anche il “dramma” wagneriano. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile cavalcata della Valchirie, veramente bolsa). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo.

  6. Non, non si tratta di “rampinismo”:

    http://phastidio.net/2010/12/13/sicuri-che-basti-lipad-3/

    E’ un articolo diverso, perfettamente autonomo ed originale. Ma certe espressioni (che male c’è? Cfr. Chi lo dice che sia un peccato?), certi nomi (Bayreuth, il Parsifal, Pompei, Verdi), certi concetti, e il timing mi lusingano del fatto che forse il vecchio Ceronetti, annoiato dalle mediocrità, abbia trovato ispirazione in un articoletto di Giornalettismo.com…

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8199&ID_sezione=&sezione=

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