Una settimana di “Vergognamoci per lui” (6)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ROBERTO SAVIANO 24/01/2011 Se voi foste un grand’uomo o anche una mezza sega con la testa sulle spalle, la qual cosa è già un promettente indizio di saggezza, non fuggireste a gambe levate davanti ad una laurea honoris causa che nella sua balordaggine vi copre di ridicolo insieme al nobile consesso che compiacente ve l’ha appioppata? Il nostro invece non fa una piega, ingolla tutto. E, fedelissimo al suo ruolo, ringrazia come da copione con dedica ai giustizieri. Questa è la dura vita dei dissidenti italiani: manca ancora il Premio Stalin, è vero, ma non è detta l’ultima parola.

EMMA MARCEGAGLIA 25/01/2011 La presidentessa di Confindustria va da Fazio e tira fuori gli attributi. Dice che da sei mesi il governo non fa un tubo. Non riesce a varare le riforme? E allora tanto meglio fare altre scelte. Caspita, è così che si fa! Bisogna battere i pugni sul tavolo! Basta manfrine inconcludenti! E che diamine… E sul caso Mirafiori? O santi numi, non è assolutamente la fine del contratto nazionale di lavoro, non vorrà scherzare! Ma che dice mai? Ma perché mi fa queste domande? Lei è un bruto, lo sa? Lei è un bruto!

ADRIANO GALLIANI 26/01/2011 Sopravvissuto con valore agli insulti di una Natura tremendamente matrigna, sarebbe ingeneroso invidiare al fratello brutto di Nosferatu i successi che la vita gli ha dato. Ma questa non gliela possiamo lasciar passare liscia: l’ingaggio del bandito Van Bommel. Piagnucoloso, vittimista, osceno e infaticabile postulante di cartellini rossi e gialli, questo disgraziato non si limita a fare entrate criminali sulle gambe degli avversari, che è un piacere volgare dei normali lestofanti della pedata, ma è capace di fiondarsi indignato col suo brutto muso ad una spanna dal viso agonizzante del malcapitato che ha appena azzoppato: quest’arte miserabile ha bidonato centinaia di arbitri. Mai mi sarei immaginato di vederlo vestire la maglia del Milan. Il mio Milan. Oui, je suis rossonerò: e questo, scommetto, siete voi che non ve lo sareste mai immaginato.

ROBERTO SAVIANO 27/01/2011 Di solito, nelle repubbliche delle banane, come l’Italia, o nelle autocrazie, come l’Italia, o nei paesi popolati da una quantità insospettabile di deficienti perché sennò non si potrebbe spiegare, come l’Italia, agli scrittori che “danno fastidio” non pubblicano neanche i capolavori. A Saviano toccherà invece la disgrazia di vedersi stampata e messa in commercio perfino la sbobba raccapricciante dei monologhi di “Vieni via con me”. Segnale inequivocabile: e il nostro infatti è impazzito di gioia prorompendo nella formula di rito del bulletto chiagnifottista approdato finalmente al top della Casta: “Marina, CHE FAI, MI CACCI?”

BARBARA SPINELLI 28/01/2011 Se non ci si riesce col Voto, se non ci si riesce con la Giustizia, si provi con l’Ostracismo! Ostracismo riveduto e corretto, però: per quanto ristretto il volgo dei cittadini della polis aveva il brutto vizio di spedire in esilio i salvatori della patria. E lo stolido popolo italiano come potrebbe bandire dalla patria l’affossatore della patria? Non se ne parla nemmeno. Or dunque la Classe Dirigente, per superiori ragioni di decenza democratica, si faccia carico di esautorare il Caimano. Dimostri finalmente di essere responsabile! Cazzolina, lo stile è tutto, è proprio vero: lassù nell’Olimpo Repubblicano anche i golpe sanno di buono.

Non disturbate il manovratore

Peccato che l’Italia resista. Peccato che questo popolo maledetto, ignorante e cialtrone non si adegui al verbo dei dottori della legge. Non ci si raccapezzano più: com’è possibile che dopo quasi vent’anni di demonizzazione sistematica il consenso per il Caimano sia ancora così saldo?

Il fatto è, cari i miei polli, che er popolo, la ggente, e la plebe tutta non si fanno più infinocchiare tanto facilmente; che in Italia, grazie alla Resistenza Berlusconiana, non la democrazia libresca che piace a voi perché potete egemonizzarla e volgerla a piacimento ai vostri fini, ma – aprite bene le orecchie, beghine che non siete altro – la democrazia reale si è irrobustita; è maturata; e non bastano le scene madri di ordinaria nomenklatura a farla crollare sotto i colpi della solita marmaglia fasciocomunistoide che come ultimo crimine prima di tirare le cuoia ha deciso di tentare l’assalto al Palazzo d’Inverno in nome, udite udite, della liberaldemocrazia e delle istituzioni.

E sapete perché non lo capite, o meglio ancora, perché non lo sentite? Perché non credete né nell’individuo, né nella libertà, e quindi, in ultima analisi, non credete neanche nella società. Nel bel mezzo del vostro cervello c’è sempre il Leviatano, lo Stato senz’Anima, che una volta era quello marxista, ed oggi è quello imperniato sulla Costituzione: ma sempre e solo di un sistema di regole si tratta. Un Sistema di Regole delle quali voi siete gli unici interpreti. E’ per questo che senza un Comitato di Salute Pubblica, un Comitato Centrale di Partito, o una più informe Casta Sacerdotale che forte del suo privilegio ermeneutico costituzionale emani il quotidiano pacchetto di ordini alle plebi, insomma, senza un Grande Manovratore, voi questa società non sapete immaginarla. Ed è per questo che nella vostra testa il nemico ha le sembianze del Grande Vecchio, dello Stato Deviato, della Cricca, della Casta, del Palazzo, del Satrapo: sono le vostre caricature.

Per quanto ammantata di dottrina, questa rimane la filosofia del branco, e dello stato di polizia. Qualsiasi società è un sistema fiduciario: le regole e le istituzioni vengono dopo. Senza la fiducia la società è un branco. Senza la fiducia una società istituzionalizzata è uno stato di polizia. In Italia esiste una grande setta che lavora da decenni per distruggere qualsiasi fiducia, che è quasi riuscita a criminalizzare mezzo secolo di storia democratica del paese, avendone criminalizzati sistematicamente protagonisti e partiti politici. Ha messo le mani su tutto, ha messo sotto processo presidenti della repubblica, presidenti del consiglio, partiti, – quelle “istituzioni” perennemente nella bocca degli smemorati e delicatissimi tartufi della retorica costituzionale – ha tagliato teste importanti, ma fallisce sistematicamente in ciò che è più sovranamente democratico: il voto. E’ una società nella società, che pretende che la società nel suo complesso rinneghi sistematicamente una parte di se stessa, corrompendo così le fondamenta morali di una democrazia liberale.

Ma la consapevolezza è cresciuta nel paese durante il periodo berlusconiano; è cresciuta la resistenza a difesa della memoria e di queste fondamenta morali. Sono cresciuti gli anticorpi democratici. Lo vediamo proprio in questi giorni da sorprendenti episodi. E notate, là dove trovate la resistenza trovate anche i bravacci che si muovono spontaneamente in branco, in obbedienza alla loro natura servile: dai cinquanta firmaioli del Corriere della Sera che hanno messo nel mirino Ostellino, colpevole di aver scritto un eroico articolo “oggettivamente” berlusconiano contro il Grande Orecchio Giacobino, e di essere un liberale di lunga e onesta carriera in un giornale che ormai si nota solo per la sua viltà, e che ormai è colonizzato da gente che ha fatto le scuole nella sinistra radicaleggiante; agli squallidi lanciatori di monetine – devoti alla Costituzione, mica populisti loro – che a Lissone si sono rifatti vedere per l’inaugurazione di una piazza intitolata a Bettino Craxi. A Lissone c’è un sindaco leghista, come leghista è il sindaco di Verona, Tosi, la cui amministrazione ha appena intitolato un nuovo ponte sull’Adige alla memoria di Mariano Rumor, che fu segretario della Democrazia Cristiana: che pena vedere gli “zotici” della Lega arrendersi col tempo ad un minimo di decenza e verità, senza per questo santificare nessuno, e le penne dei grandi giornali scantonare ancora dopo vent’anni da Mani Pulite. La vediamo, questa resistenza, nella risposta di una femmina cazzutissima come Marina Berlusconi al teatrino di Genova, una delle scene madri di ordinaria nomenklatura di cui parlavo all’inizio, perché il premiarsi a vicenda è caratteristica dei protagonisti di tutte le nomenklature. Ecco allora che alla voce di chi “disturba” il manovratore, si vuole sovrapporre il coro ufficiale del paese “turbato”. Ma non funziona.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (5)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CARLO DE BENEDETTI 17/01/2011 Fin qui muto come un pesce, il presidente del Gruppo Espresso saluta ora il vincitore Marchionne, “salvatore della Fiat”, cui tutti dobbiamo un grazie. Questo è il colpo al cerchio. Però, aggiunge, “non bisogna confondere una situazione specifica con il futuro delle relazioni industriali in Italia”. Questo è il colpo alla botte. Il che significa, o che non è affatto quella cima di cui si favoleggia, o che fa finta di non capire. In ogni caso, doti indispensabili in Italia per far parte del Club dei Migliori, soprattutto se in qualità di Presidente Onorario.

SUSANNA CAMUSSO YET AGAIN 18/01/2011 Non sbaglia un colpo. Smaltita la delusione per il “Sì” di Mirafiori, ha già tirato fuori il piano B, con tanti saluti a quegli operai e soprattutto a quei crumiri di impiegati che hanno seguito Marchionne: il ricorso alla magistratura. Davvero, chi ci avrebbe mai pensato? Tanta ortodossia commuove.

LUCA PALAMARA 19/01/2011 Il gagliardo presidente dell’associazione nazionale magistrati, beatamente dimentico che col Corano della società civile ci rompono gli zebedei ogni santissimo giorno, dal caffè del mattino al bunga bunga di mezzanotte, ha detto in un convegno che “Un buon cittadino è quello che rispetta le regole della società, prima fra tutte la Costituzione che forse troppo spesso è dimenticata o non tenuta nella giusta considerazione.” Non contento della solita predica, ha continuato, impavido: “Oltre a sancire i diritti fondamentali rappresenta la conquista del concetto che il potere non può essere nelle mani di una sola persona…” Arditamente espresso, bisogna proprio dirlo, questo concetto della conquista di un concetto vecchio come il cucco, messo peraltro in pratica con molto successo nell’era moderna dai figli di quell’Albione che, perfida, di sane, solide e sacre costituzioni se ne è fin qui fatta un baffo, alla faccia dei nostri patrioti repubblicani. Fin qui perfetto comunque in quanto a trombonismo costituzionalmente corretto, ha voluto però con concludere con un sonoro “…ma in quelle di tutto il popolo”. E quello, purtroppo, vota.

PIERFERDINANDO CASINI 20/01/2011 Ne conoscete la micidiale mancanza di brio: quando Pierferdy apre bocca è capace di addormentare le più bigotte vecchiette. Le frasi fatte, specie se lungamente meditate, fanno la sua felicità. Così oggi, per la milionesima volta, consiglia al Presidente Bunga Bunga di valutare l’ipotesi “di fare un passo indietro”. Per lui il piacere consiste proprio in questo: non cambiare nemmeno una sillaba delle sue riguardose corbellerie. Due passetti indietro, o uno in avanti, e avrebbe le vertigini.

BEPPE SEVERGNINI 21/01/2011 Magari voi pensate che andandosene da Matrix si sia finalmente imbarcato in una grande impresa: sbagliate. E’ sempre lui, il nostro uomo in UK, quello con la frangetta beatlesiana vita natural durante. La sua audacia, come la sua ironia, incrocia da sempre ben blindata al di sotto della soglia di pericolo. Per questo l’establishment gli ha rilasciato il patentino ufficiale di simpatico anticonformista e per questo le sue minestre riscaldate passano per graziosamente mordaci, mentre i capolavori di certa gente in gambissima non li caga nessuno. Così, al momento giusto indignato speciale in mezzo a milioni di indignati speciali, ha colto la palla al balzo per farsi passare per eroe senza rischiare un bel nulla. “Never complain, never explain” ha risposto Beppe a chi gli chiedeva spiegazioni. Così lo spiego io: ai gonzi. It’s high time.

Nulla nasce dal nulla

Fa abbastanza spavento rendersi conto che ormai in Italia c’è una generazione che ha conosciuto solo la politica “sub judice”, nel più piano senso del termine. Lo era anche in passato, naturalmente, perché nulla nasce dal nulla; e riguardava una ben definita parte dello spettro politico, naturalmente. Ma non si passava continuamente per le aule dei tribunali: il tribunale era quello del popolo, anche allora quello che invadeva le piazze, non certo il corpo elettorale; e le scomuniche che venivano lanciate dal mondo della stessa politica, della cultura e dei media erano condanne di tipo politico, filosofico, culturale: l’aggettivo “fascista” ne riassumeva l’intima rozzezza. In questo, apparentemente, l’Italia si differenziava dagli altri paesi europeo-occidentali solo per il radicalismo, perché né il sessantotto né gli anni di piombo furono sconosciuti oltralpe. Paradossalmente, è proprio con il crollo del comunismo, già a cominciare dagli anni settanta, che l’anomalia tutta italiana del “fattore K” si è fatta riconoscere in tutta la sua profondità.

Il mondo della politica, se non può essere, ovviamente, sordo ad un senso di giustizia, non è però il campo dove “di regola” si battono il giusto e l’ingiusto. Al contrario, di norma è un’arena recintata dove legalmente si compongono interessi divergenti, o dove legalmente certi interessi trionfano sugli altri, o dove legalmente certi poteri di indirizzo di governo vengono esercitati. Lo è sempre stata, anche quando i regimi erano assoluti, o quando l’aristocrazia formava un corpo intermedio tra il re e la plebe. Con la democrazia la sua natura non è mutata. Non erano “ingiusti” i regimi del tempo che fu, non è “giusta” la democrazia dei tempi moderni. Laddove l’evoluzione democratica si è potuta sviluppare, più o meno, senza soluzione di continuità, il trapasso dal regime aristocratico a quello democratico non è stato registrato con nessun atto di nascita. Non a caso il Regno Unito ancor oggi è un “regno”, è il paese della Camera dei Pari ed è senza Costituzione.

Alla base del suo funzionamento vi è il riconoscimento dell’avversario politico. Come avversario e non come nemico. Il concetto è estraneo alla tradizione marxista. In questi giorni si è aperta la mostra “Avanti popolo” su settant’anni di storia del PCI. Ha detto Alfredo Reichlin: “Sappiamo benissimo che quella del PCI è storia conclusa e irripetibile. Ma è una storia non separabile dalla storia nazionale e che quindi – nel bene o nel male – pesa sulla storia del Paese”. Intanto non è una storia, ma è un tragedia: bene o male, si potrebbe dire lo stesso del fascismo. Ma soprattutto, ahinoi, non è conclusa. Negli anni venti del secolo scorso, con la fine della prima guerra mondiale, non collassò solo l’Italia “liberale”. Con essa, parallelamente, crollò anche quel movimento socialista che faticosamente si stava arrendendo alla logica della democrazia parlamentare. Molti suoi figli abbandonarono la fiducia in questa pratica “borghese” e “decadente” e optarono per soluzioni extraparlamentari “nazionali” o “internazionali”: il fascismo e il comunismo.

Nel dopoguerra il PCI fece propria un’idea messianica di democrazia, dove la fede nel sol dell’avvenire veniva riadattata al giogo imposto dalla guerra fredda. Ma continuò a non riconoscere l’avversario politico come avversario: era un usurpatore in una democrazia apparente, incompleta ed a sovranità limitata, cui i comunisti si “arrendevano” solo per senso di responsabilità. Quella “vera” era ancora da venire. Era appunto una democrazia “incompiuta”, come continuano a dire molti sciagurati che oggigiorno, vanità delle vanità, si dicono perfino liberali. Finita la copertura culturale e filosofica del marxismo, che la legittimava, ne costituiva il prestigio, e teneva vivo un senso d’appartenenza fra i suoi, la sinistra italiana si ritrovò nuda. Per non soccombere, fece di necessita virtù, e nel giro di un decennio i “fascisti” di prima divennero tutti furfantelli, codice penale alla mano: alle scomuniche e alle condanne politiche dovevano succedere le scomuniche e le condanne dei tribunali veri e propri. E così è stato. L’invasività della magistratura italiana non è solo un problema tecnico: se le riformicchie timide e concertate, o peggio ancora quelle “ad personam”, non risolveranno niente, è però illusorio pensare che una riforma profonda da sola basterebbe ad arginare il male. La magistratura è anch’essa un pezzo d’Italia. Anche per certi magistrati oggi la politica è solo giustizia e l’esercizio della giustizia è diventata l’unica politica. Per questo intervengono su tutto. Invocare ogni santo giorno e su qualsiasi questione la Costituzione, oggi, equivale a togliere alla politica tutte le sue prerogative, e arrogarsi il potere di decidere su tutto.

La caccia grossa al Berlusca è figlia di questa storia. Attraversate varie fasi, e raschiato ormai tutto il fondo del barile, da due anni a questa parte s’incentra sulle vicende d’alcova, vere e presunte. Non c’è niente di nuovo. Anzi, segnala che la parabola giustizialista ha compiuto tutto il suo corso, ed è ritornata alle origini, quando l’apparizione delle rivendicazioni “democratiche” nel continente dopo la lenta maturazione anglosassone, in una politica non ancora strutturata in partiti, coincise con l’esplosione della produzione di libelli, spesso a sfondo sessuale. Ammesso e non concesso che i cacciatori riescano finalmente a tagliare la testa al Berlusca, alla fine si ritroveranno in mano la testa e niente altro. Anche in politica nulla nasce dal nulla e il nulla genera il nulla. Una setta può solo distruggere, ma non può mai strappare il consenso di un corpo elettorale non del tutto intimidito. A Berlusconi succederebbe un altro Berlusconi, diversissimo dal primo, con altre “tare” ben presto messe nel mirino dagli eterni sconfitti.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (4)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MAURIZIO LANDINI 10/01/2011 Caso Mirafiori: il segretario generale della Fiom-Cgil non firma nessun accordo. Mai e dopo mai. Difatti non lo fa mai. Se lo facesse si scoprirebbero due cose: 1) che sa scrivere 2) che la firma negata è l’architrave su cui si regge la sua filosofia di vita e l’unico vero piacere della sua esistenza. Mettiamoci una croce sopra.

CANADIAN CENTRE FOR CLIMATE MODELLING AND ANALYSIS  11/01/2011 Gli studiosi canadesi ci assicurano che il riscaldamento globale durerà ancora per la miseria di soli mille anni. Modelli matematici, non si scherza. In economia han fatto faville. Mille anni! Mille e non più mille! Capiamo finalmente perché certa scienza di religione non voglia proprio sentir parlare: se l’intende benissimo con la superstizione.

MICHAEL DOUGLAS 12/01/2011 Che ha “sconfitto il cancro”. Che peraltro non risulta gli avesse mai “dichiarato guerra”. Ma perché gente appena sfiorata dall’ala fredda della morte, invece d’irraggiare una più calda umanità, non sa rinunciare alla posa, all’alloro effimero per un appuntamento solo rimandato, ed ha tanta fretta di stringere i pugni per la “vittoria”? E se uno non “sconfigge il cancro”, cos’è? Una mezza cartuccia? Un fallito? Uno che ha perso il treno? Uno che deve spararsi?

SUSANNA CAMUSSO 13/01/2011 Per far capire a chi di dovere che anche una donna può valorosamente guidare la CGIL, ha cominciato pari pari da dove gli asini di sesso maschile che l’hanno preceduta avevano finito: gli spropositi. Solenni. “Marchionne insulta ogni giorno il nostro paese e le sue possibilità”, ha detto serissima come un funzionario del soviet. Insulta… insulta… E una rinfrescatina al lessico? Tanto per essere sicuri di non essere al cinema?

GIANNA NANNINI 14/01/2011 Penelope + Jane + Charlotte per il momento Nannini non sarà battezzata: l’efficacia del battesimo, infatti, si esaurisce dopo il primo peccato originale. Ma non disperi, povera bambina! Scommetto che fra qualche anno, quando per sua fortuna sarà per tutti Penny e basta, l’Onnipotente sarà pronto a chiudere un occhio.

Berlusconi, politico

Vogliamo dare un consiglio agli analisti della vita politica italiana desiderosi di capire il fenomeno Berlusconi, la sua ascesa e la sua longevità. Abbandonate le cricche, i complotti, le anomalie, le compravendite, gli ipnotismi catodici, i nuovi populismi: in una parola, la fuffa. Usate i metodi tradizionali della riflessione storico-politica. E scoprirete che, nel caravanserraglio della politica italiana degli ultimi vent’anni il Berlusca è l’unico che si sia mosso con razionalità e metodo. Con un disegno globale. Ossia “italiano”. Ci vide più chiaro perché era estraneo alla politica politicante, fuori dalle sette e dalle ridicole genealogie delle sue gelose famiglie, comprese le più piccole, che anche quando non contano un piffero pesano come un macigno sulla zucca dei nostri politici di professione. Ci vide più chiaro perché non aveva un passato politico da emendare, da nascondere, o da salvaguardare con cretino feticismo. Ci vide più chiaro perché era megalomane, e quindi abbastanza incosciente o coraggioso da rompere gli steccati e i tabù imposti dalla vulgata vetero-resistenziale.

Fu così che creò il centrodestra. Il centrodestra: che ora sembra la cosa più normale del mondo, almeno come progetto politico. Ma non lo era allora. Ci voleva del fegato anche solo a parlarne di un centro con in più “la destra” – ve lo siete dimenticato? – a dimostrazione che anche in politica, come in tutte le cose del mondo, per veder chiaro in un contesto problematico ci vogliono delle qualità morali, e non solo astrattamente intellettuali. Nel vuoto lasciato da Mani Pulite Berlusconi ebbe l’audacia di sporcarsi le mani arruolando fra le sue truppe la soldataglia reputata più vile, quella missina e quella leghista, cosa che un soprammobile benintenzionato e ottimamente parlante come Mario Segni non avrebbe mai avuto il coraggio di fare: il populismo referendario era il massimo per un democristiano. Tutto ciò era necessario, colmava un ritardo e metteva fine, a suo modo – e in quale altro modo se non questo, anime sognanti della bella politica? – ad un’anomalia tutta italiana. Con l’inquadramento di questi materiali “vili”, compresa la pattuglia dei dilettanti di Forza Italia, Berlusconi ha risposto ad un’esigenza reale del paese, non ad una pulsione irrazionale: l’organizzazione politica dell’elettorato conservatore. Un processo che ancor oggi continua, ma che ormai – non ci si illuda a sinistra – ha messo radici. Tanto che questa unità è sentita più alla base che ai vertici e fa sentire la sua voce insofferente – cui Berlusconi fa da astuto interprete – quando le schermaglie dentro lo schieramento politico al quale essa fa riferimento si fanno più intense. La solidità del “berlusconismo” deriva dal progetto – moderato, sensato e conservatore, al netto di quel folklore sul quale perdono il loro tempo i più pensosi perditempo fra i commentatori politici – non dall’eccellenza dei suoi interpreti. Tant’è che questa presunta anomalia fra non molto, a quanto pare, si adeguerà persino lessicalmente a quella famiglia europea di cui fa già parte; mentre invece il parlamento europeo ha dovuto, esso, adeguarsi all’anomalia “democratica” italiana: lo segnaliamo ai discepoli della religione dei “fatti”.

A sinistra questo coraggio è mancato. A sinistra manca proprio un “progetto”, una prospettiva che tanga tutto insieme. Lo si sente, ma non lo si dice veramente, non si elabora il problema, si eludono quei dolorosi nodi della storia che una volta sciolti aprirebbero la via alla più naturale delle soluzioni, affine – etichetta compresa – a quella degli altri paesi europei. Un progetto nobilita i materiali vili, mentre la sua mancanza non viene surrogata dai migliori degli uomini. Tanto meno dai migliori presunti. Hai voglia di sperare qualcosa dalla “rottamazione”, hai voglia di selezionare il meglio della società civile, hai voglia di riunire gli integerrimi: è l’ossessione dei migliori, che in politica è l’ultima risorsa degli idioti, mentre è il pane dei rivoluzionari. E dei golpisti. Fateci caso: la sinistra cerca un Uomo, a capo di selezionati uomini, ma di una piattaforma politica, che dia un senso alla “Cosa”, non se ne vede l’ombra. Così si spiega che da una parte non ci si faccia scrupolo di cercar d’imbarcare materiali, vili o pregiati che siano, che con la costruzione di un sensato centrosinistra non hanno niente a che fare; e che dall’altra a sentirsi vivi, in qualche modo certo non sano, siano proprio quei materiali “vili” che la storia ha bocciato. La sinistra ha un’unica strada da seguire: riunire le belle anime “democratiche” con le varie sinistre in libertà in un progetto, di sinistra, che non sia né “democratico” né piazzaiolo, e che riannodi le fila con la tradizione socialista che negli anni ottanta parlò per bocca dei Mitterand, dei Gonzales, e degli Schmidt. E dei Craxi, naturalmente. E rimuovere dal cervello la fissazione per l’anomalia Berlusconi. Le anomalie non durano. Per quanto lui sia pittoresco la sua creatura politica è tutt’altro che anomala. Non lo è.

Devo per forza chiarire che queste considerazioni sono “politiche”, ossia s’inquadrano in un contesto storico preciso, che per quel che ci riguarda è quello europeo, continentale e infine italiano dell’inizio del terzo millennio, e non appartengono alla filosofia politica? Questo è l’equivoco in cui cadono anche i sedicenti liberali italiani: dico “sedicenti” perché il loro comico esclusivismo fa dubitare spesso della natura del loro liberalismo. Vogliono fare politica? La facciano. Hanno due possibilità: infiltrarsi negli schieramenti politici più importanti, sopportandone con coerenza le inevitabili conseguenze, e non svegliarsi un giorno, le verginelle, al grido vittimistico di “rivoluzione liberale tradita”; oppure mettere insieme un partitino liberale destinato a sua volta ad avere, per ancora lungo tempo, un ruolo ancillare in qualsiasi coalizione scelga di stare. Il resto sono chiacchiere, o peggio ancora, terzi poli. Certo non politica. Quella, ormai da troppo tempo, la fa solo Berlusconi.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (3)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL GENIO PARTENOPEO 03/01/2011 La sua potenza è nota, e assai temibile. L’unica al mondo capace di trasformare la spazzatura in un’arma di distruzione di massa, le feste di fine anno in un teatro di guerra, e una svista in un doppio colpo milionario al lotto dallo stesso tabacchino. Passano i secoli, ma nessuno capisce questo sciagurato: che sia sottoimpiegato?

ROCCO BUTTIGLIONE 04/01/2011 Parlategli pure di pastasciutta ma state sicuri che il filosofo non smetterà la posa di sempre: misterioso e sorridente come la Monna Lisa, superiore, paterno, ineffabile, immerso in profondità abissali, ad imitazione dell’Onnipotente. La sagacia e la lungimiranza impagliate. Da questa cima aspettiamo da cinque-sei legislature la parola fatale. Che mai arriva; così s’ingrossa sempre più il sospetto che il cognome contenga buona parte della soluzione dell’enigma. Ogni tanto se ne esce con originalissime osservazioni, come quella di ieri: “Il piano della Lega è chiaro: andare al voto e sostituire con qualcun altro Berlusconi a Palazzo Chigi”. Be’, almeno siamo sicuri che è in grado di leggere i giornali.

MASSIMO GIANNINI 05/01/2011 Fino a qualche settimana fa le elezioni erano un’opzione irresponsabile. Ir-re-spon-sa-bi-le. Tanto diceva, serissimo, con Ezio ed Eugenio, serissimi, pur di non correre il rischio di beccarsi ancora una volta il Berlusca. Ora si è ridotto a fare il ventriloquo di Bossi e Tremonti, pur di sperare, con le elezioni, di spedire Silvio finalmente ad Hammamet. Lui può: scrive per La Repubblica, e i suoi diligenti lettori.

MARIO GIORDANO 06/01/2001 Troppi AnniZero. Ve l’avevo detto. Ma siete andati in bambola, voi di Libero e del Giornale? Con la fronda Fini ve la siete fatta addosso accodandovi agli sfascisti, anche se con mire diverse. Ora i rossi alla canna del gas hanno i deliri. Tipo: il golpe Bossi-Tremonti. Che ha possibilità zero. Zero. Ma voi quasi quasi ci credete. Così hai un’idea magnifica: un avviso di garanzia a Giulietto. Che però è un assai permaloso tipetto. E questo è il vero, ed unico, pericolo. Fessacchiotto.

ALAN GRIBBEN 07/01/2011 Professore della Auburn University di Montgomery, Alabama, ha curato una nuova edizione di Huckleberry Finn. Come la zia Sally della chiusa del libro, alle cui buone intenzioni Huck già pensa di sottrarsi con la fuga nel territorio indiano, si è messo in testa di “sivilize” lo scavezzacollo, cominciando col togliergli di bocca i duecento e passa “negro” che infiorano il capolavoro di Twain. Boi, sdadene cerdi, basserà a meddere a bosdo dudde quelle barole malamende sdorbiade dal negro Jim, l’amico di Huck. Boveri noi.

PIERO GRASSO 08/11/2011 A trentun anni dall’omicidio di Piersanti Mattarella dice che fin dall’inizio ebbe l’intuizione di un delitto politico-mafioso. Mai dimostrato però: anche a causa, dice, dei depistaggi messi in atto da Ciancimino Senior, che ebbe il fegato di tirare in ballo le Brigate Rosse. Il che, se è spassoso, non è però del tutto sorprendente, visti: 1) l’erraticissima fantasia del facondissimo Ciancimino Junior; 2) la riconfermatissima gonzaggine della nostra depistabilissima magistratura.

Belpietro, Battisti e il vizio sinistro dell’oblio

Non occorre tuffarsi nel mare dei media della sinistra militante per sentire con mano i guasti della vulgata che ha ridotto le forze politiche che hanno governato l’Italia nel dopoguerra in cupole criminali. Anzi, è proprio sui giornali moderati che si può cogliere a che punto sia arrivato questo male. Pigliate la Stampa, ad esempio, ex giornale dei padroni: Lucia Annunziata, prendendo spunto da un libro vecchio di dieci anni, fa il punto sulla “strategia dei veleni” e parte da lontano, svelando alle pecore del popolo sedicente democratico come a fianco degli illuministi francesi ruotasse possente la macchina del fango e del gossip. Cose illustrate in pieno ottocento da A. De Tocqueville, da H. Taine, e con più chiarezza ancora da A. Cochin cento anni fa:

Vorrei parlarvi dei philosophes del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perché tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’Enciclopedia senza le rilegature? (…) Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’Enciclopedia fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. “Segnare d’infamia” è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto filosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero…

Cose dette e ridette da chi “liberale”, ossia quasi fascista, era costretto ad una vita intellettuale catacombale negli anni in cui la Lucia scriveva per il Manifesto, per Repubblica e forse era, ahinoi, komunista. E tutto questo sforzo per cosa? Ma per tirare in ballo a sproposito e vigliaccamente Belpietro, naturalmente! Reo di aver pallidamente imitato – finalmente un po’ di democrazia nella carta stampata, caspita! – chi con questa sbobba e questi metodi banditeschi a sinistra campa da trenta o quarant’anni, e passa per campione della società civile. La Lucia non si è mai accorta di niente, a dimostrazione di come sia difficile uscire dal branco per chi ci vive dentro con profitto da sempre, anche quando col solito e soprattutto innocuo ritardo pluridecennale si acconcia alla verità. Ma brava!

Prendete poi sempre dalla Stampa l’articolo di Cesare Martinetti sul caso Battisti, “simbolo della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.” Arrivati alla fine di tante nobili, acute e colte considerazioni, tra le quali spicca per bassezza l’obbligata e insulsa frecciatina pittoresca contro il Berlusca, ché senno il nostro Cesare non si sentiva tranquillo, nella dura testa dell’uomo che non si fa prendere facilmente per i fondelli, anche quando abbruttito dai riti profani delle feste di fine anno, scatta l’allarme rosso: eh sì, caro mio, bello il quadro, peccato però che ci sia un bel buco in mezzo. Grosso grosso. Un ragionamento elementare, che non hai il coraggio di affrontare. Rimarco: il coraggio. Non l’intelligenza. Nella tua molle testolina scatta l’autocensura (la fredda menzogna appartiene alla razza superiore degli Scalfari). Il ragionamento, semplice semplice, è questo: ammettiamo che l’Italia sia un paese di merda, che non abbia nessuna considerazione di sé, e che quindi non venga tenuto in nessuna considerazione dagli altri; ammettiamo, per pagare l’obolo al conformismo, che il Caimano non abbia fatto niente per migliorarne la reputazione, anzi l’abbia precipitata nel bordello del bunga bunga; resta il fatto che se Battisti fosse considerato quell’assassino puro e semplice di cui ora – ammazza che faccia tosta – perfino i Repubblicones parlano, quando i migliori della loro razza facevano i firmaioli in suo favore qualche anno fa, neanche il Burundi, con tutto il rispetto per il Burundi, ce l’avrebbe negato. (Ambasciatore, stia buono, la sua patria ha perfino abolito la pena di morte, lo so, dopo che ho frugato Wikipedia per trovare una scusa. E’ solo che il nome del suo paese all’orecchio italiano suona irresistibilmente nero e continentale: bungaiolo, non so se mi spiego.) Se le vestali del culturame francese e i governanti brasiliani, che la dittatura conobbero per davvero, hanno potuto aggrapparsi al filo sottilissimo dell’ambiguità sul caso Battisti è perché la figura del pistolero non è ancora uscita totalmente dall’ombra protettiva della “narrazione” che ha dominato non nelle case degli italiani ma nelle casematte di quella stessa falange culturale e politica che allevò il terrorismo nel suo seno prima di staccarsene facendo finta di niente: il falso storico del “regime” democristiano, di un paese sull’orlo, un giorno sì e l’altro anche, del “golpe”; il falso storico di una deriva cilena o argentina di cui non si vide nemmeno l’ombra, tanto che i loro esuli venivano da noi, e le nostre primule nere andavano da loro; di libertà conculcate quando esse invece si ampliavano. All’inizio degli anni settanta la Spagna era franchista, il Portogallo e la Grecia sotto regimi militari, mezza Europa sotto il tallone comunista. La Gran Bretagna, la Francia, la Germania Ovest e l’Italia erano i quattro grandi paesi dell’Europa Occidentale. Tranne la prima, tutti conobbero la piaga del terrorismo. Se l’Italia ebbe le Brigate Rosse, la Germania ebbe la Rote Armee Fraktion e la Francia Action directe. Nei confronti dei quattro gatti di Action Directe, nel silenzio tombale dei suoi chiacchieroni engagé, il paese dei diritti umani si è mosso con un’ostinazione e una spietatezza incredibili, almeno per i nostri standard; il suicidio collettivo dei componenti della Baader-Meihnof nelle carceri di sicurezza teutoniche ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro: ma nessuno di questi paesi è stato messo storicamente sotto “processo”. L’Italia sì. La “narrazione” si è propagata fuori dei nostri confini, veicolata non solo dai nostri fuoriusciti parigini, ma da intellettuali, istituzioni, partiti. Questa mistificazione è il vero cordone sanitario che ha protetto e protegge ancora Battisti. E quelli che l’hanno costruito, e che ora hanno il fegato di prendersela col dilettantismo del governo – cui consiglio calma e gesso, non belliche trombette, nel senso dantesco del termine – sono gli stessi invasati che, mutatis mutandis, oggi “narrano” al mondo la leggenda del tiranno Berlusconi, con ciò riuscendo solo a mostrare la stessa forma mentis dei dissennati di allora. Dissennati, di allora e di adesso, il “caso Battisti” è vostro figlio e fratello. Figli d’un cane.

[pubblicato su Giornalettismo.com]