Visto che ci si arriva?

E sapete perché non lo capite, o meglio ancora, perché non lo sentite? Perché non credete né nell’individuo, né nella libertà, e quindi, in ultima analisi, non credete neanche nella società. Nel bel mezzo del vostro cervello c’è sempre il Leviatano, lo Stato senz’Anima, che una volta era quello marxista, ed oggi è quello imperniato sulla Costituzione: ma sempre e solo di un sistema di regole si tratta. Un Sistema di Regole delle quali voi siete gli unici interpreti. E’ per questo che senza un Comitato di Salute Pubblica, un Comitato Centrale di Partito, o una più informe Casta Sacerdotale che forte del suo privilegio ermeneutico costituzionale emani il quotidiano pacchetto di ordini alle plebi, insomma, senza un Grande Manovratore, voi questa società non sapete immaginarla. Ed è per questo che nella vostra testa il nemico ha le sembianze del Grande Vecchio, dello Stato Deviato, della Cricca, della Casta, del Palazzo, del Satrapo: sono le vostre caricature. Per quanto ammantata di dottrina, questa rimane la filosofia del branco, e dello stato di polizia. Qualsiasi società è un sistema fiduciario: le regole e le istituzioni vengono dopo. Senza la fiducia la società è un branco. Senza la fiducia una società istituzionalizzata è uno stato di polizia. In Italia esiste una grande setta che lavora da decenni per distruggere qualsiasi fiducia, che è quasi riuscita a criminalizzare mezzo secolo di storia democratica del paese, avendone criminalizzati sistematicamente protagonisti e partiti politici. Ha messo le mani su tutto, ha messo sotto processo presidenti della repubblica, presidenti del consiglio, partiti, – quelle “istituzioni” perennemente nella bocca degli smemorati e delicatissimi tartufi della retorica costituzionale – ha tagliato teste importanti, ma fallisce sistematicamente in ciò che è più sovranamente democratico: il voto. E’ una società nella società, che pretende che la società nel suo complesso rinneghi sistematicamente una parte di se stessa, corrompendo così le fondamenta morali di una democrazia liberale. (Zamax)

In molti parlano di meritocrazia in Italia. Ma si fanno pochi progressi in questo senso e tanti giovani promettenti rimangono fermi, non premiati o addirittura disoccupati, come dimostrano i preoccupanti dati di ieri. Perché? Il primo motivo è che manca la fiducia reciproca. Gli italiani si fidano pochissimo degli altri, meno di quanto lo facciano gli anglosassoni o gli scandinavi, come dicono tutte le statistiche. Dato che per premiare il merito qualcuno deve decidere dove il merito sta, se non ci si fida di chi sceglie, non si accetta la meritocrazia. Si cerca di aggirare questo problema stabilendo regole che dovrebbero automaticamente premiare i migliori, togliendo ogni giudizio personale, di cui appunto non ci si fida. In realtà queste regole di solito falliscono, o perché è impossibile stabilire criteri oggettivi o, peggio, perché fatta la regola si trova l’inghippo. Quando un collega giovane è promosso, invece che al suo merito si pensa subito (magari a ragione) alla raccomandazione e al favoritismo. E se si pensa che il favoritismo sia prassi comune allora perché non scegliere un amico o parente quando spetterà a noi decidere? E quindi si ritorna a promozioni solo per anzianità, e quando si finisce in questo circolo vizioso è difficile uscirne. (…) Purtroppo questa mancanza di fiducia viene dalla nostra storia. Non è qualcosa che si modifica in fretta, ma se non se ne parla e si continua a pensare che si possa risolvere tutto con concorsi pubblici minuziosamente regolati da leggi e leggine, professioni chiuse, promozioni per anzianità e famiglia come agenzia di collocamento non offriremo grandi speranze ai giovani di oggi. (Alberto Alesina)

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3 thoughts on “Visto che ci si arriva?

  1. “Si cerca di aggirare questo problema stabilendo regole che dovrebbero automaticamente premiare i migliori, togliendo ogni giudizio personale”

    Purtroppo questa illusione contagia anche menti per altri versi lucide, ma troppo compromesse con il radicalismo. Gente che magari odia sinceramente gli eccessi della burocrazia, ma che nello stesso tempo non capisce che quella strada finisce direttamente in bocca al Leviatano.

  2. A mio parere, Alesina scambia l’effetto con la causa. La mancanza di fiducia nel giudizio di chi dovrebbe giudicare il merito è effetto della mancanza di obiettività del giudizio stesso. Soprattutto, non è che in altri paesi c’è più meritocrazia perché c’è più fiducia. La vera causa della meritocrazia non è la fiducia ne giudizio, ma l’obiettività del giudizio stesso determinata dalla convenienza economica della meritocrazia stessa. Tanto per capirci, il problema della mancanza di meritocrazia riguarda al 90 per cento l’impiego pubblico. Infatti, chi è dirigente pubblico non ha alcuna convenienza a premiare i miglori perché non ci guadagna niente. Allora, manda avanti parenti, amici o amanti (come all’Atac di Roma). Non crediate che nel settore pubblico degli altri paesi c’è più meritocrazia che in Italia: non molto tempo fa alla BBC è scoppiato lo scandalo di una parentopoli simile alle nostre parentopoli. In Italia, meccanismi sostitutivi del giudizio personale come gli “scatti di anzianità” e compagnia riguardano il pubblico impiego. Nel privato ce n’è molto meno bisogno. Infatti, un dirigente che lavora nel privato ha tutto l’interesse a premiare i migliori, perché premiando i migliori la sua azienda ci guadagna. Quindi nei paesi in cui c’è più privato c’è anche più meritocrazia. Non ho detto meritocrazia assoluta: la meritocrazia assoluta è una utopia. Finché l’uomo avrà il peccato originale, esisteranno sentimenti come l’invidia, la cupidigia, la superbia eccetera che agiscono come freni al merito. Se da una parte un capo ha l’interesse a premiare i migliori, dall’altra egli teme quelli troppo bravi che potrebbero insidiare il suo posto, e quindi farà anche in modo di frenarli. Inoltre, quando in molti, tutti bravi allo stesso livello, vogliono un posto, passerà avanti quelli più bravo a fare le scarpe agli altri.

  3. Sul fatto che nel privato ci sia più meritocrazia che nella pubblica amministrazione sono solo parzialmente d’ accordo, in tutte le aziende picole o grandi c’è una buona quantità di persone assunte e intoccabili per raccomandazione del politico locale o del direttore della banca con cui l’azienda ha a che fare tutti i giorni, forse tra i piccoli imprenditori con una decina di dipendenti c’è vera meritocrazia, ma già in un azienda con 30-40 dipendenti la scarsa produttività di un raccomandato è decisamente meno dannosa di un rapporto poco “amichevole” con l’autorità, quindi se il locale politico ( nella mia zona principalmente leghista ) arriva a “consigliarti” di assumere un “bravo ragazzo”, anche se il ragazzo è un peso morto, ti fa “una proposta che non puoi rifiutare”.
    Penso che chi parla tanto di meritocrazia nel privato non ha le idee molto chiare su come funziona in Italia.
    Detto questo il problema della fiducia in Italia è molto semplice, la fiducia bisogna meritarsela, e questa classe politica di destra e di sinistra ha dimostrato ampiamente di non meritarne affatto.

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