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L’Italia come isterismo e rappresentazione

L’Italia è uno stagionatissimo paese di merda, governato da stagionatissimi pezzi di merda, in piena bancarotta morale: l’olezzo è ormai intollerabile. Non se ne può più. E perché allora quest’Italia non va in pensione? Questo è il tormentone che ci ronza negli orecchi al tempo di Berlusconi, dalla levataccia all’ora del bunga bunga. La cosa mi fa schiattare dal ridere. Mettetevi i tappi agli orecchi e capirete tutto. Ci vuole però una schiena diritta, una ben temprata forza morale: sono quelli i tappi.

Lo strano mostro è figlio dell’impotenza e della mancanza di politica, che è l’arte di governare la polis, di assicurare una convivenza pacifica all’umanità spesso debole, mediocre, e meschina che la compone. La polis, come la più primitiva delle società, nasce per l’individuo, non contro. L’individualista perfetto, su questa terra, non sarebbe padrone di se stesso; sarebbe schiavo della natura, quasi come un bestia ma senza la tranquillità di una bestia. Unirsi in clan per l’uomo è prima ancora una vitale necessità che una scelta. Ma poi, in obbedienza alla sua natura, l’uomo vuole vivere più comodo e più liberamente. Spezza le catene del clan, salta il fosso o il bosco che delimita un confine, si unisce ad altri uomini, a “stranieri”, la divisione del lavoro si fa più vasta ed efficace: l’uomo vive più comodo e più libero. Si formano la società, il diritto, la polis, lo stato, che dall’individuo e per l’individuo sono nate, prima che questo rapporto potesse pervertirsi. Ma restano realtà figlie della storia, contingenti, anche quanto durano secoli. Non sono chiese. Non predicano la virtù. E’ un comun sentire che non arriva alla fratellanza spirituale.

L’Italia che oggi si definisce democratica e repubblicana fu quella che accettò con riserva la realtà democratica e repubblicana uscita dal secondo conflitto mondiale. Come poteva quella grande fazione che si alimentava del sogno della perfetta società comunista, radicatissima là dove più radicato fu nel ventennio il regime fascista, accettare il paese e la sua umanità per quello che era, presupposto di ogni attività politica, e non di aspettative messianiche? Il veleno di questa riserva mentale fece sì che l’Italia venisse rappresentata come un paese mezzo sovrano, mezzo democratico, mezzo civile, mezzo criminale, ed insomma, in barba alla forma istituzionale democratica e liberale, un paese mezzo fascista. In attesa di una sua “compiutezza”. Un paese da defascistizzare. Fateci caso: oggi, dopo aver data per scontata la caduta di Berlusconi, i profeti dell’odio e gli ingenui già parlano di un paese da deberlusconizzare. Questa forma mentis ha lavorato sistematicamente alla demolizione di ogni comun sentire. E’ stata una lotta di classe di tipo culturale, che dopo il crollo del comunismo ha svelato ancor più chiaramente la sua natura. Che permane anche nelle teste di quei zelantissimi liberali che col marxismo flirtarono in lungo ed in largo da giovanotti e che continuano ad impastare le loro pur giuste critiche con sentimenti autodistruttivi e con speranze, nel miglior caso ingenue, di palingenesi.

Tuttavia il paese ha resistito. Perfino quell’ostentata italianità, che qualche decennio fa sarebbe stata bollata come fascismo, oggi a sinistra, camuffando un cedimento, si alimenta di antiberlusconismo. Proprio perché è all’ultimo stadio questa rappresentazione ha oggi raggiunto lo stato visionario. L’Italia sembra un grandioso e grottesco capriccio goyesco, un mostro prodotto dal sonno della ragione e dall’isterismo, che proietta un’ombra tanto più grande e minacciosa quanto più gassosa è la sua consistenza. Questa rappresentazione non sta per imporsi definitivamente. Sta evaporando. Coi suoi lati comici: dal direttore dell’Avvenire che non va in piazza con le meglio femmine, ma idealmente ci va, al catastrofico esibizionismo kantiano di Eco al Palasharp, che rischia davvero di passare alla storia come l’ultima gag di questa tragicommedia.

La domanda fatta all’inizio va dunque riformulata: quand’è che, non questa Italia, ma questa sua rappresentazione va in pensione?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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14 thoughts on “L’Italia come isterismo e rappresentazione”

  1. “Questa forma mentis ha lavorato sistematicamente alla demolizione di ogni comun sentire. E’ stata una lotta di classe di tipo culturale, che dopo il crollo del comunismo ha svelato ancor più chiaramente la sua natura.”

    Vero. Pensa anche, semplicemente, alla ripugnanza degli intellettuali per il nazionalpopolare. Ripugnanza che fu inculcata con successo anche a un giovane e zelante vincenzillo, eh, sia chiaro. Oggi la cosa è dilagata al punto che Miss Italia non deve essere bella, ma laureata, e anche a San Remo non deve vincere una bella canzonetta, ma la “società civile”.

    1. La ripugnanza per il “nazionalpopolare” (qualunque cosa s’intenda con questo termine) può anche essere giustificata, se è di natura individuale e rimane sul piano estetico o artistico. Ma se trascende nell’antropologia non solo non è giustificata, ma è anche tipica di quegli intellettuali che si muovono in branco riservando il loro odio all’ingrosso contro il genere umano.

  2. Sarà bene pure che venga ricordato nei testi scolastici che nel secondo conflitto mondiale siamo riusciti a farci sparare addosso da tutti indistintamente belligeranti, sia nemici che alleati, il che ci ha permesso di dedicarci al più antico e praticato e ancora oggi solennemente celebrato sport nazionale: quello di spararci addosso tra di noi.

    1. C’è sicuramente un legame con quel che successe dopo. Ne scrissi tempoo fa in questi termini:

      “Quasi settant’anni fa l’otto settembre del 1943 significò per l’Italia la fine ufficiosa di una guerra persa e strapersa, dopo averla combattuta al fianco dei nazisti, a sciagurato ma non troppo casuale coronamento dei due decenni dell’Era Fascista. Prima, ricordiamocelo – perché sembra che nonostante la scuola dell’obbligo e quella facoltativa, e l’università, e i media, e gl’intellettuali, e i capocomici impegnati, gl’italiani se ne siano bellamente scordati – prima ci furono sei decenni di Italia liberale. Stracciona magari. Ma liberale. Dopo, ricordiamocelo, sei decenni di Italia democratica. Stracciona magari. Ma democratica. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più “veramente” persa. La guerra l’avevano persa “loro”, i fascisti.

      L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi “convertita” solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.”

  3. Ho scritto per esperienza vissuta compreso quella di aver fatto parte di quella Nazione, che si è data da fare per tenere in piedi e far funzionare ciò che era possibile sotto il fuoco incrociato che ho menzionato più sopra e che si è rimboccata le maniche per rimetterlo più saldamente e definitivamente in piedi dopo, quando l’orario di lavoro non dipendeva dall’orologio ma da ciò che il nostro dovere ci imponeva di fare.
    La nazione che ne è uscita è stata benedetta dalla democrazia che ci ha permesso di mandare al governo chi volevamo e di avere gli uomini politici e i governanti che ci siamo meritati e che ci meritiamo.
    Pippo il vecchio

    1. Caro Pippo il Vecchio, mi fa piacere che venga a trovarmi dopo quattro anni e più (vede che mi ricordo?).
      Per quanto non passi giorno che non mi cadano le braccia di fronte alle magagne, alle insufficienze, alla mediocrità del nostro paese e dei suoi abitanti, non riesco ad accettare – e non accetterò mai – l’immagine di uno stato semiautoriario, semimafioso, popolato da ignoranti che si vuole a tutti i costi imporre. E’ una barzelletta, se abbiamo voglia di ridere. Ma è anche una menzogna vergognosa, irrispettosa di chi tali realtà le ha conosciute e continua a conoscerle per davvero. Questa cupio dissolvi è figlia dell’odio di fazione. E’ la maledizione che ci costringe da settant’anni alla strada obbligata del primum vivere in politica.

  4. Ti passo la palla in un modo in cui non puoi fare gol almeno due volte. Ma forse la cosa è abbastanza stupida perfino per degnarla di una riflessione.
    http://tinyurl.com/6ydvm8j
    Sul resto concordo anch’io, ma che te lo dico affare.

    1. Ma guarda un po’. Tu parli del disprezzo antropologico e i malfattori confessano subito…
      Roba da non crederci.

      Mi ci butterei a pesce, per il Vergognamoci di domani. Solo che nel sito del Corriere trovo l’intervista ma non trovo l’accenno antropologico. Che l’abbiano sbianchettato?

      1. Beh: se l’ha scritto il Post c’è da credere che sia vero, anche per il tono entusiastico dei commenti antropologici.
        Rilancio: http://tinyurl.com/4pudvja
        Hai visto mai che ti saturo il recettore anti-sciocchini?

  5. @ Gio
    Che sia vero lo credo anch’io visto che la cosa era riportata anche da altri fonti. C’è tempo comunque per prenderlo per un orecchio, il mortadella.

    (Nota come noi siamo buoni e civili: lo chiamiamo solo mortadella, mica aborto dell’umanità)

    L’Umberto l’ho già malmenato parecchio. Certo che se spara cazzate in continuazione… insommma… mi provoca…

  6. Tra dire che tra Prodi e il Silvio c’è una differenza antropolgica e dire a proposito di TUTTI i magistrati che “Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana»” non mi sembra ci sia una gran differenza, salvo il fatto che un mondo senza Berlusconi e i berlusconiani sarebbe praticamente uguale all’attuale, mentre un mondo privo di giudici e magistrati semplicenete è un sogno di qualche militonto con cervello affumicato dall’ideologia di partito, ma non ha la benchè minima possibilità di esistere.

  7. Divertiamoci un po con i discorsi ( 23/12/2010 ) del SIlvio:
    “«Io sono legato da un’amicizia vera con tutti i leader di questi paesi, col presidente Mubarak e la sua famiglia, col presidente Bouteflika, mio coetaneo, con il leader della Libia e con Ben Ali, presidente della Tunisia». ”
    Se fossi Putin a questo punto mi toccherei bene le palle, il tuo amico SIlvio porta una sfiga infernale.

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