Gli inutili idioti dell’internazionale democratica

Ai tempi della guerra fredda, quando, col mondo diviso in blocchi, ogni conflitto locale aveva valenza strategica, i progressisti – senza neanche parlare dei rossi di qua della cortina di ferro – erano fautori di una politica di delicatissima circospezione nei confronti dell’orbe comunista. Caduto il muro, sono divenuti in tempo relativamente breve i più pedanti censori delle insufficienze delle nuove democrazie dell’ex blocco sovietico. Abbastanza concilianti e comprensivi ai tempi del Moloch comunista, non riescono a perdonare ai nuovi arrivati neanche il minimo difettuccio. Il punto comune fra i due contraddittori atteggiamenti è questo: il rischio è nullo, e vi s’intravede la possibilità di guadagno. La Russia, per quanto brutta per i nostri schizzinosi standard liberal-democratici – e tuttavia in armonia coi suoi precedenti storici, il cui rispetto è imprescindibile se non si vuole costruire uno stato “liberale” sulla sabbia dell’astrattezza dei principi – è mille volte più libera e florida e meno minacciosa di quella brezneviana, per non parlare di quella staliniana, ma a costoro non importa un piffero: denunciare l’autocrazia putiniana come il peggiore dei mondi possibili è lo sport preferito dalle solite e abbastanza mafiose compagnie di giro politicamente corrette.

Analogamente, al tempo degli interventi in Iraq e Afghanistan, i quali, al netto degli orpelli retorici tirati fuori per giustificare la scelta di dirigere l’azione militare proprio contro questi due paesi, preservavano tuttavia il significato “morale” di un’accettazione globale, e quindi strategica, della sfida con l’estremismo islamico da parte del mondo libero, i progressisti si distinsero soprattutto per i distinguo, nel migliore dei casi, giacché in tutti gli altri casi andarono ad ingrossare le fiumane dei pacifisti. Ora che il braccio di ferro con l’Occidente sta producendo vaste crepe all’interno del mondo islamico, perché il tempo lavora contro le sue strutture sociali, così come lavorava contro quelle del mondo comunista, e la minaccia sembra svaporare, i progressisti sono stati i primi ad abbracciare acriticamente i protagonisti delle insorgenze “democratiche” nel mondo arabo, e ad incitare al tirannicidio.

A dar loro man forte, disgraziatamente, certo mondo conservatore che si distingue per l’intransigente occidentalismo, ma che spesso, guarda caso, è di provenienza radicaleggiante se non marxista. E purtroppo alla ristrettezza di visione degli ideologi della democrazia si è aggiunta quella degli assertori, altrettanto ciechi, della politica degli interessi. La “politica degli interessi” gabba le menti degli ingenui meno frequentemente di quella intrisa di sfatto umanitarismo. Ma le gabba. L’egoismo è un disordine morale che annebbia la mente. Vale anche per gli stati. Più una politica degli interessi è lungimirante e meno è immotivatamente conflittuale. La storia ha dimostrato che queste due ristrettezze di visione convolano a nozze spessissimo.

I cattivi risultati di una politica spregiudicata rivestita di umanitarismo li abbiamo già visti sul fronte ex comunista, in Ucraina e in Georgia. Della prima, invece di tutelarne con fermezza e discrezione un autonomo sviluppo democratico, forzando la storia si è tentato di farne una nazione più “europea” che “russa” – il che è una barzelletta – col contorno di inutili e provocatori, al momento, progetti di adesione alla NATO. L’esito è stato quello che di aver diviso ancor di più un paese storicamente irrisolto, e di aver reso manifesta la debolezza europea e americana in loco nei confronti di Mosca, che solo un sognatore poteva immaginare restasse passiva. Stesso errore in Georgia dove l’incondizionato ed acritico appoggio anglosassone ha spinto Saakashvili alle guasconate delle sue iniziative politico-militari contro le repubbliche secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud, schiacciate da Mosca – che non attendeva altro – con irrisoria facilità, alla faccia dei potenti ed inerti alleati del presidente georgiano.

La crisi libica è la più ambigua di tutte quelle che stanno mettendo sottosopra il mondo arabo. Quella in cui la piazza pubblica ha avuto il ruolo minore. Quella in cui il carattere tribale e bellico si è manifestato fin dall’inizio. Enorme “scatolone di sabbia” abitato da qualche milione di abitanti lungo la costa mediterranea, la Libia è un paese relativamente prospero. “Stato canaglia” per decenni, e con merito indubbio, il paese da una decina d’anni stava uscendo dall’isolamento, con la fine del periodo delle sanzioni, con la ripresa delle relazioni diplomatiche col Satana Americano, con una fitta rete di accordi siglati coi paesi europei allo scopo di potenziare le infrastrutture del paese e diversificare la propria economia. Mai la Libia era apparsa così “vicina” all’Occidente come nei giorni precedenti la rivolta. Eppure proprio contro il regime libico ad un certo punto l’anatema è scattato compatto e potente. Quasi a freddo. La strumentalità della retorica democratica e umanitaria è parsa pacchiana fin dall’inizio, troppo, e troppe le pianificate esagerazioni per non nascondere il fatto che la Libia era diventata l’oggetto di appetiti differenti ma unidirezionali. Che sia così lo dimostrano infallibilmente i babbei della sinistra di casa nostra, nota in tutto il mondo per non indovinarne una da sessantacinque anni, che hanno sposato diligenti la causa dell’intervento franco-britannico. Che non è né umanitario, né lucidamente machiavellico. E’ solo il frutto di una visione ristretta e perciò non avrà successo. Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni. Intanto il Vaticano ha cominciato a far sentire la sua voce. Berlusconi ha rimesso in riga Frattini, troppo acquiescente inizialmente verso le posizioni franco-britanniche, e cerca sponde con Germania e Turchia, e ciancia vagamente di ecumenismo tribale. Ma sta solo aspettando il momento giusto, l’intervallo di tempo tra l’arenamento dell’offensiva dei “ribelli” e l’irrompere nella scena diplomatica dei nuovi colossi, per una non impossibile zampata che riporti l’Italia ad avere un ruolo di protagonista attivo nella crisi libica.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (14)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIULIO TREMONTI 21/03/2011 Essendosi dato da lunga pezza alle profezie, scruta infaticabile i segni dei tempi. Ne ha scoperto uno, finalmente, nel (mancato) disastro nucleare di Fukushima. E’ un ammonimento divino. Che lo sia ne è pegno l’idea divinamente balzana che gli ha folgorata una mente già abbondantemente provvista di una sua allarmante luminosità: il debito nucleare, ossia il prezzo da pagare per lo smantellamento degli attuali impianti. Non avendone manco uno straccio, e sommandosi al debito privato relativamente modesto dei suoi cittadini, l’Italia passerebbe automaticamente al numero uno nella classifica dei paesi con le finanze più virtuose. Nonostante il debito pubblico da incubo. Certo che è forte, il nostro Giulio. Una cannonata. E chissà cosa combinerà quando si dedicherà con più convinzione all’interpretazione del volo degli uccelli o all’aruspicina, che da noi ha nobilissime tradizioni etrusche.

IL CORRIERE DELLA SERA & C. 22/03/2011 Apocalisse doveva essere e Apocalisse non è stata. Con grande scorno dei media di casa nostra, che ora, indispettiti dal coitus interruptus nucleare, si attaccano oscenamente al fumetto del reattorino, che chissà, qualche bello scoppietto potrebbe pur annunciare; alle irrilevanti tracce di iodio 131 trovate nei fuggitivi dal paese del Sol Levante, convocati a forza negli ospedali di casa nostra al solo scopo di dare corpo alle ombre, o per giustificare burocraticamente l’imbecillità; al nuovo allarme, provvidenziale, quello sul cibo, lanciato a causa dell’insalatina un po’ radioattiva – almeno quella, per fortuna – raccolta, guarda un po’, non lontano dalla centrale di Fukushima; agli scaffali vuoti dei supermercati, che invece sono pieni; alla Tokyo spettrale e vuota che invece è solo lo spettro di un delirio collettivo; alle “grandi fughe” verso il sud del Giappone che stanno solo nell’immaginazione di reporter dediti alla causa, pronti a fare di uno cento, anzi, un milione, pur di solleticare le paure e il voyeurismo macabro del volgo della penisola. Una farsa, vile, recitata al cospetto di ventimila silenziosi cadaveri, e mezzo milione di sfollati da sfamare e mettere al riparo.

(P.S. Ricordate la storiaccia dell’ambasciatore italiano che telefona “all’ultimo italiano rimasto a Tokyo”, pregandolo di “scappare”, che mi ha fatto imbestialire qualche giorno fa? A quanto pare è una bufala. L’articolo apparso nel sito internet del Corriere è stato modificato, probabilmente in seguito alle rimostranze di qualche italiano residente a Tokyo: Peppe il pizzaiolo non è più “l’ultimo”, ma “uno degli ultimi” e si menziona “una smentita delle fonti consolari di Tokyo”. E allora mi scuso con l’ambasciatore e mando, se ce ne fosse ancora bisogno, ancor più volentieri il Corriere a quel paese.)

GIOVANNI VERONESI & PAOLA CORTELLESI 23/03/2011 Stufo di manuali d’amore, il regista si butta sul sociale. Non sul sociale triste, abbacchiato e grigio del missionario della settima arte. Ma sul sociale che tira, quello che titilla il pubblico: per esempio il fenomeno delle aspiranti veline. Mica scemo il ragazzo. E mica scema la ragazza, la Cortellesi, che per sfondare al botteghino si è trasformata in escort: per disperazione, ma in escort, mica in ladra. Il che dimostra che si può benissimo parlare alla pancia del paese: basta essere furbi, ed ammanicati con la società civile.

NICOLAS SARKOZY & DAVID CAMERON 24/03/2011 Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. La morale si degrada a farisaica self-righteousness. Visioni parziali conducono a vicoli cechi. Dio ci conservi i vecchietti, se i “giovanotti” son questi.

SABINA GUZZANTI 25/03/2011 Vogliono un’Italia diversa da quella gretta e cafona che pende dalle labbra dell’imbonitore di Arcore. Poi si fanno infinocchiare come babbei accecati da una volgarissima sete di denaro dagli imbonitori di finanziarie che promettono lautissimi guadagni investendo in obbligazioni di una società con sede nello Stato Libero di Eldorado, ossia il Lussemburgo. Il che dimostra che per fortuna agli italiani, quando tocca loro di scegliere, un certo sesto senso non manca.

Quelle irresistibili spoglie libiche

E’ onesto Gheddafi quando dice di sentirsi tradito dall’Occidente. Sì, sì, sì: la verità a volte viene fuori anche da bocche che di norma non la rispettano mai. Curiosissima parabola la sua: quand’era foraggiatore del terrorismo internazionale, se non terrorista in proprio; quando la sua politica era strategicamente avversa all’Occidente; quando aspirava ad un ruolo di leader di un panarabismo alleato alla galassia sovietica; quando il Re dei Re dell’era moderna (quello dell’antichità classica era il Re di Persia degli storici greci) faceva, armi in pugno, il mestatore nelle cose africane; quando era non meno follemente stravagante di adesso; insomma, quando faceva sul serio, per buona parte dell’opinione pubblica, per la cultura e la politica progressista tutta, e per gran parte dei media, il Rais era principalmente “l’ossessione” dei “fanatici” atlantisti. E spesso “impresentabili” erano proprio questi ultimi. E’ da un pezzo che il leone libico si è ammansito, fino a ridursi alla figura di uno di quei re clientes che l’Impero Romano addomesticava sulle linee di frontiera. Le bombe di Reagan, le vicende irakene, il monitoraggio continuo delle sue attività da parte dei servizi segreti americani, europei, ed israeliani, le bacchettate sulle mani che gli arrivavano puntualmente ogni volta che cercava di fare il furbo, lo hanno convinto un po’ alla volta a dedicarsi al suo ricco cortile di casa. Malgrado il Libro Verde e la retorica rivoluzionaria Gheddafi ha sempre conservato l’elastica mentalità del predone o del bandito. Ha mandato messaggi, ha ricevuto messaggi. Si è arreso, mascherando la sconfitta con la scimmiottatura della vittoria, con le panoplie, i pennacchi, le smargiassate oratorie, il circo che ben conosciamo. Un capotribù non poteva accettare di essere umiliato davanti al suo popolo. E l’Occidente ha accettato di pagare questo piccolo prezzo. Sono venuti poi gli affari e le strette di mano. Può darsi che il modo ancor offenda molti, ma i patti ormai erano chiari. Curiosamente, o meglio, significativamente, per i belli spiriti sopramenzionati il leone è diventato “impresentabile” da quando ha perso le unghie.

Nei suoi rapporti col Rais Berlusconi non ha rotto nessuna solidarietà occidentale; si è mosso al suo interno; la geografia ne ha fatto il principale protagonista di questo nuovo assetto di pace col potere libico. Che non è affatto un appeasement. Ha preso un grosso abbaglio chi in questi giorni ha parlato di “spirito di Monaco”, di liquefazione dell’Occidente. Lo “spirito di Monaco” necessita di un avversario di rilievo strategico, o di un avversario inquadrato in un’alleanza di rilievo strategico: Gheddafi non era né il Filippo di Macedonia contro la cui minaccia Demostene metteva in guardia indefessamente gli accidiosi ateniesi, né Hitler, né l’Unione Sovietica, né la punta di diamante di un Islam in rotta di collisione con l’Occidente. Non era nemmeno un avversario. Non più. Un avversario vero, in proprio o per le reazioni a catena che uno scontro con esso può innescare, fa marciare gli eserciti dei pacifisti, di cui oggi non si vede l’ombra. Sbagliatissimi – quanto è facile incorrere in errore quando l’errore è così comodo ed indolore! – sono i paragoni con Saddam Hussein e con Slobodan Milošević. Il primo si alienò l’appoggio dell’Occidente, goduto durante la guerra con l’Iran, e parte di quello del mondo arabo, col suo attacco al Kuwait, una prova di forza, una “volontà di potenza” che non escludeva mire destabilizzanti sull’Arabia Saudita; i massacri domestici lo resero moralmente indifendibile ed insieme alla debolezza seguita alla prima guerra del golfo, ne fecero, insieme coi talebani, un bersaglio abbordabile sia militarmente sia dal punto di vista dell’opinione pubblica quando gli americani decisero di prendere per le corna il problema del terrorismo islamico. La decisione di farla finita con Slobodan Milošević, invece, arrivò solo dopo un quinquennio di carneficine nella ex Jugoslavia – imputabili in buona parte, ma non solo, al nazionalismo serbo – anche perché Belgrado aveva un potente avvocato nella Russia.

I sommovimenti che stanno scuotendo il mondo arabo hanno colto di sorpresa il mondo occidentale. Prevederne la tempistica era assai arduo, e la simultaneità di tante insorgenze può far nascere qualche sospetto. Ma si possono spiegare, in gran parte, anche senza ricorrere a teorie complottiste. La crisi strutturale, alla lunga irreversibile, di una società islamica messa sotto pressione dal trionfante universalismo democratico figlio della civiltà cristiana; combinata con la demografia; combinata con l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei cibi, gravoso per noi ma letale in paesi dove la maggior parte del reddito se ne va per i beni di prima necessità; tutto ciò può aver acceso il fuoco della rivolta, anche se poi a soffiarci sopra si è fiondato chi poteva trarne vantaggio. Forse perché del disastroso aumento dei prezzi lo stesso Occidente è stato in parte la causa, non mediante la “speculazione” e l’ingegneria finanziaria, che sono agenti secondari, ma mediante le politiche di quantitative easing che hanno già creato la famosa bolla, una specie di tacito statalismo in forma “privatistica” appaltato alle banche centrali, che alla fine della fiera si è trasformato in debito pubblico, e che tutti hanno benedetto, perché era un sogno comodissimo pensare ad un’economia senza risparmi e feconde privazioni; forse per questo oscuro senso di colpa, giustificato una volta tanto, l’Occidente con lestissima sfacciataggine ha sposato la causa delle piazze e dei ribelli, ribattezzando “dittatori”, nel momento della loro caduta nella polvere, personaggi come Ben Ali o Mubarak, normali, anzi “ragionevoli” autocrati nordafricani con i quali aveva tenuto ottimi rapporti per decenni senza che l’infame nomea li avesse mai sfiorati.

Meno chiara è stata l’origine del malcontento libico, che sicuramente, però, ha avuto anche origini tribali. Fatto sta che anche per Gheddafi sembrava scoccata l’ora della fine. Il mondo pareva popolato da stati-avvoltoi in attesa di buttarsi sulla preda. Così si spiegano l’universale condanna del Rais, le balle spaziali di Al Jazeera sui “massacri” del colonnello e sulle fosse comuni, l’adozione degli insorti di Bengasi quali ventriloqui della volontà popolare, la retorica “democratica” sui crimini contro l’umanità di chi spara contro il proprio popolo, come se una guerra civile potesse avere caratteristiche differenti, e come se i metodi sbrigativi del leader libico li avessimo scoperti oggi. Il tutto mentre in Bahrein e nello Yemen la polizia sparava sui dimostranti senza che la grancassa mediatica si mettesse mai veramente in moto. La resistenza di Gheddafi ha sorpreso chi si era ormai troppo esposto. Il vecchio nemico e il recente “buon vicino” è diventato definitivamente scomodo e andava eliminato. In questo schema obbligato, e con il timore di essere tagliati fuori dai dividendi del dopoguerra, s’inseriscono le astensioni di paesi come Cina e Russia sulla risoluzione ONU che ha dato il via libera alla no-fly zone. In questo schema l’Italia è rimasta intrappolata, senza averne troppe colpe. La prudenza iniziale sul caos libico era saggia e, come si è visto, giustificata. Ed inevitabile il riallineamento attuale. Non si può parlare di doppiezza.

Sennonché ancora una volta tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. La mossa franco-britannica ha più l’impronta dell’estemporaneità che della chiarezza d’intenti. Il pericolo che il passo si riveli più lungo della gamba è concreto. E’ assai improbabile che, da sola, la no-fly zone possa far cadere il Rais, vista la mancanza di significative forze di terra ostili al regime all’interno della Libia. E d’altra parte se la no-fly zone dovesse trasformarsi troppo scopertamente in un’azione militare volta all’eliminazione di Gheddafi, un’azione che di no-fly zone avesse soltanto il nome, e che facesse troppe vittime fra la popolazione, essa potrebbe avere effetti controproducenti nel mondo arabo; effetti che si stanno già manifestando, e che il Rais sfrutta a suo favore giocando al martire dei crociati. Se poi l’intervento si prolungasse senza frutto e tanto sangue, potrebbe consentire ai colossi che per il momento stanno alla finestra, come Russia e Cina, di giocare la parte trionfante del deus ex machina. Per salvare capra e cavoli, all’Italia non rimarrebbe allora che una carta, da giocare con molta decisione e presenza di spirito: anticiparli, facendosi patrocinatrice di una soluzione inter-libica. Cosa impossibile in apparenza, e probabilmente anche in realtà, ma Gheddafi ha un fiuto animalesco e di giravolte ne ha già fatte di incredibili. Berlusconi si è lasciato sfuggire una frase, all’apparenza assurda, ma che segnala, se capisco l’uomo, come credo di capirlo, che questo scenario il presidente del consiglio se l’abbia già prefigurato: “Spero che Gheddafi ci ripensi…”

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (13)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA MEGLIO GIOVENTU’ DI MAGLIE 14/03/2011 Che una volta, per distinguersi dal volgo, e per far capire al mondo che c’era un’Italia diversa, cantava “Bocca di Rosa”; ed ora invece, per distinguersi dal volgo, e per far capire al mondo che c’è un’Italia diversa, fa le barricate per l’arrivo nella cittadina pugliese di Ruby Rubacuori. La nostra sinistra è così: trasgressiva o bigotta, si sente bene solo nell’ubbidire a bacchetta alla parola d’ordine del giorno e nell’imbecillità di gruppo. A Maglie il turpe e l’osceno trionfano peraltro da più d’un decennio, ma l’allineatissima società democratica non se ne è mai indignata: la statua di Aldo Moro che stringe al petto l’Unità, organo del Partito Comunista Italiano, è una strabiliante menzogna degna d’un paese d’oltre cortina di mezzo secolo fa, che sarebbe apparsa impudica anche alla propaganda fascista. Ma da noi l’oltraggio alla verità “resiste” ancora, simbolo della cattiva coscienza della sempre più disperata fazione dei migliori, nel cui giardino crebbe rigogliosa la mala pianta – assassina – del terrorismo.

ANGELA MERKEL 15/03/2011 La cancelliera ha annunciato che chiuderanno subito i due impianti nucleari tedeschi da tempo in età pensionabile, ma ai quali era stata concessa una proroga. Notate: prima viene concessa la proroga; poi, persa la Trebisonda a causa dello tsunami, si annuncia la chiusura immediata. Per noi mangiaspaghetti, liebe Brüder und Schwestern, è comunque consolante scoprire ogni tanto di avere qualche affinità elettiva con i compatrioti di Goethe.

L’AMBASCIATORE ITALIANO IN GIAPPONE 16/03/2011 Che telefona a Peppe il pizzaiolo per dirgli: “Peppe, sei l’ultimo degli italiani rimasti a Tokyo. Ti prego, scappa.” L’unica domanda che mi pongo è questa: può un isterico come costui fare l’ambasciatore, non solo in Giappone, ma perfino a Trinidad e Tobago, con tutto il rispetto per Trinidad e Tobago? La centrale nucleare di Fukushima si trova a 250 chilometri da Tokyo, e Tokyo conta più di una dozzina milioni di abitanti. Che non scappano da nessuna parte. Il tutto mentre per il Maggio Musicale Fiorentino “in trappola” a Tokyo scoppia un melodramma, e per il suo rimpatrio anticipato si organizzano voli speciali Alitalia come se orchestrali, coristi e tecnici fossero sotto le bombe. E come poteva mancare a questi sventurati lavoratori la solidarietà del segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, che ha scritto perfino a Berlusconi? Che stile, gli uni, gli altri, tutti. Puah!

GUENTHER OETTINGER 17/03/2011 Le ultime notizie parlano, a spanne, di 5.000 morti accertati, di 20.000 dispersi, di mezzo milione di sfollati. Ma per il commissario europeo all’Energia l’Apocalisse non è il macello provocato dal maremoto che ha colpito il Giappone. L’Apocalisse è l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, che finora di morti non ne ha fatti manco uno, mentre la zona di evacuazione – precauzionale – ha un raggio di 30 chilometri attorno all’impianto. Una cosa è sicura: radiazioni o no, qui in Europa siamo all’Apocalisse della ragione.

IL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO 18/03/2011 Fuggiti senza alcuna decenza da Tokyo neanche avessero la nube radioattiva alle calcagna, 101 componenti del Maggio sono sbarcati a Taiwan, in attesa di proseguire per la Cina per completare la tournée interrotta in Giappone. Un apposito apparecchio all’aeroporto di Taipei non ha trovato tracce di radioattività. Intanto altri sette sono arrivati in Italia, ma invece di andare a casa, come ragione comandava, sono stati sottoposti a controlli in ospedale. Ci credereste? Test negativo anche per loro. Questo è un peccato, perché se in qualcuno di loro, magari per essere venuto a contatto casualmente con la giacchetta di un giapponese del nord-est, fosse stato rilevato un livello di radioattività tre, cinque, dieci volte superiore alla norma – un livello che non conta un’assoluta minchia – l’opera buffa avrebbe raggiunto la sua sgangherata perfezione.

(P.S. Da Il Giornale, 23/03/2011: Il maestro Zubin Mehta ha un unico rimpianto: aver lasciato il Giappone prima del 17 marzo. Lui era lì con il Maggio Musicale fiorentino. Poi il terremoto ha stravolto tutto, le date sono state cancellate. Oggi il Maestro Mehta è con l’orchestra a Shangai. «Era tutto pronto per i festeggiamenti dei 150 anni d’Italia. Sarebbe stata una grande serata. E invece…».Maestro perché lei voleva restare? «Perché a Tokyo non c’erano rischi per la salute della gente». Ma i giornali e le tv danno un’altra versione. «Bisogna stare attenti e distinguere: la paura e la preoccupazione per il nord, la zona più colpita, sono sacrosante. C’è stata quest’onda maledetta che ha spazzato via tutto. Poi è arrivato il rischio nucleare. È vero, ma dove eravamo noi, a Tokyo, non c’erano rischi. La situazione sotto controllo e la gente era tranquilla. Poi sono iniziate ad arrivare le notizie allarmanti dall’Italia e la paura è iniziata a crescere. È la stampa che ha esagerato». Nessuna paura delle radiazioni? «Non c’era motivo di preoccuparsi. Anzi, io mi ero offerto di restare qui con mia moglie. Avrei voluto fare un concerto benefico per solidarietà nei confronti di questo popolo così forte che oggi deve superare una prova particolarmente dura». E poi? «C’era il problema del razionamento dell’elettricità, non si poteva fare»…) (la semplice verità: bravo Zubin)

Recitare stanca

Che siano stati un milione, o quarantatremila, a scendere in piazza in difesa prima di tutto della costituzione, ma anche, visto che c’erano, della giustizia e della scuola, non cambia molto. Il vero effetto tsunami l’abbiamo visto solo in televisione. Le ondate di popolo che con regolare stanchezza sommergono le piazze italiane si sono ritirate lasciando nell’indifferenza un paese oramai abituato a questi riti. Perché in effetti di riti si tratta, rinnovati quel tanto che basta – per esempio col bianco, il rosso e il verde – per riattizzare il fuoco nel cuore degli epigoni di una fede che sta per passare a miglior vita con un quarto di secolo di ritardo. E perché in effetti di una fede si tratta, la fede “in un paese diverso”. La vedo riaffermata, e quasi mi viene incontro, in un manifesto appiccicato alla vetrina della Libreria Feltrinelli di Treviso dove spicca la faccia ieratica di uno dei suoi profeti che con occhi di fuoco ha già inquadrato lo sghignazzante infedele.

Come gli adepti di una religione, infatti, costoro non hanno patria. Sono in esilio. Aspettano la Terra Promessa. Per molto tempo questa non fu neanche una Nuova Italia, ma un Mondo Nuovo. Bastonati dalle dure lezioni della storia, hanno perimetrato con più umiltà il paradiso dei loro sogni fino a farlo coincidere col cortile di casa. Hanno dovuto perciò riprendere in mano una bandiera che avevano sempre fatto mostra di disprezzare, ma solo per sbatterla in testa a coloro che con quella avevano mantenuto un rapporto normale; poi hanno ripreso a cantare l’inno nazionale ma solo per scoreggiarlo in faccia a coloro che l’avevano accettato pur nella strombettante bruttezza. Ed infine, visto che il fondamentalismo è l’ultimo stadio di una religione che muore nell’incapacità di superare l’orizzonte terrestre, si sono dotati di un Libro e di una Spada: la Costituzione e la Giustizia.

Farebbero perfino tenerezza, se non fosse che questa commedia è servita loro per appropriarsi un passo alla volta di un paese con la logica del racket, alternando le lusinghe alle minacce. Questo spiega il fatto, apparentemente contraddittorio, che oggi, quando si viene al dunque, essi siano i più strenui difensori dello status quo: di come questa repubblica si sia venuta articolando, e di come essa abbia sedimentato sacche di potere e rendite di posizione nei tanto disprezzati sessant’anni di “regime”. Stranieri in patria, sono comodissimamente sistemati, e spesso la fanno da padroni. Il “paese diverso” da loro concupito non sarebbe altro che l’ufficializzazione di questa progressiva okkupazione. Se non fosse così nemmeno si capirebbero la libertà e la spudoratezza, tipiche di chi si sente con le spalle copertissime, con le quali i maîtres à penser del patriottismo costituzionale offrono ai media le loro ridicole acrobazie lessicali. Sentite Zagrebelsky, sceso in piazza a Torino:

Ci sono momenti di aggregazione sociale in difesa delle buone regole della vita democratica. Credo che oggi sia uno di questi. Siamo di fronte a un rovesciamento della base democratica. La democrazia deve tornare a camminare sulle sue gambe: sostenuta dal basso. Non un potere populista che procede dall’alto. [La Costituzione] basta leggerla. È il testo che dà ai cittadini il diritto di contare in politica ed esclude il potere per acclamazione.

Il potere per acclamazione, o un suo simulacro, tipo il tirannicidio per acclamazione, mascherato da qualche levigato espediente legale, è proprio quello che costoro cercano nelle piazze, e proprio perché il sostegno dal basso è venuto meno. Sono loro che sperano nel rovesciamento della base democratica. E’ loro quel populismo che cerca di egemonizzare manu militari le piazze, grazie al militantismo dei fedeli, per imporsi poi ad un popolo intimidito. Che però è sempre meno intimidito, proprio perché è più consapevolmente democratico. Si arrendano. E l’Italia tornerà alla normalità.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (12)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FABRIZIO CORONA 07/03/2011 Tormentato nell’animo, il fotografo chiede scusa alla madre di Sarah Scazzi per essersi introdotto come un ladro in casa sua, aver violato la sua intimità e il suo dolore di mamma. E lo fa dando del tu alla signora.

ROBERTO SAVIANO 08/03/2011 Sempre lui. Non vive più da cinque anni. Per forza: ha accettato di diventare Roberto Saviano. Se vai incontro al mondo, se non ti schermisci dagli omaggi del mondo, il mondo ti fa suo schiavo. Anche quando ti offre il ruolo di Messia, e di Artista Sommo, nel quale il nostro continua a recitare con beato sprezzo del ridicolo. Ora rimpiange una vita normale, con un minimo di libertà. Ma fa parte della parte: gli uomini, se lo vogliono, il minimo di libertà se lo prendono.

GIORGIO NAPOLITANO 09/03/2011 Che dice basta all’immagine della donna oggetto. La donna “oggetto” è figlia della libertà, e della democrazia, non di Berlusconi, come credono i coglioni. O i disperati. E’ figlia della volgarità della libertà dei costumi e della volgarità della democrazia reale. Volete la bella democrazia? Allora uccidetela. Non volete le immagini della donna oggetto? Allora cancellate l’immagine della donna dalla faccia della terra. Predicate l’iconoclastia contro le curve di Eva come fecero un tempo i bizantini e i puritani protestanti e come fanno ancor oggi gli islamici contro i profili dei santi. Cercate invece dove non se ne vede una, di donna: lì troverete la vera donna oggetto, infallibilmente. Volete la donna perfettamente emancipata? Prendetela allora com’è: o forse pensavate che il tasso di stronzaggine della femmina fosse diverso da quello del maschio? Intanto, nonostante l’immane zavorra del cretinismo progressista, il progresso fa progressi pure in Italia. Al solito modo, quello becero e verace: si organizzerà infatti nel Veneto molto cattolico e molto peccatore il primo concorso per Miss Marocco in Italia, con finale a Jesolo previa selezione delle sventole magrebine nelle discoteche della Serenissima. Della partita saranno un’imprenditrice marocchina, un giornalista egiziano di una TV locale, e madrina dell’iniziativa è Raja’a Afroud, che nella trasmissione “Uomini e Donne” faceva, leggo, la “corteggiatrice di tronisti”: un’incombenza talmente cretina che solo la democrazia può contemplare. Incoraggiante.

I PADRONI DELLA COSTITUZIONE 10/03/2011 “La Costituzione siamo noi”. L’avevamo capito da un pezzo. La Costituzione è cosa loro, mica cosa nostra. Scoprendo in ritardo che la democrazia è un gran brutto affare, e che la stupidità del volgo ha un limite, superato il quale anche il bifolco più acclarato comincia ad avere qualche sospettuccio, e sentendosi perciò franare il terreno sotto i piedi, la nomenklatura dei paparini e dei figliocci di papà ha deciso di proclamare incostituzionale tutto ciò che non le aggrada. E così sabato i nuovi partigiani marceranno su Roma, a difesa della Costituzione, cioè dei privilegi della loro casta, agitando per la via la sacra costituzione esattamente come i più attempati di loro quarant’anni fa agitavano in faccia ai borghesi piccoli piccoli il libretto rosso dei pensieri di Mao. Il solito gregge che pascola per le piazze uguale a se stesso da mezzo secolo. Certo che per credere che il popolo si faccia ancora impressionare da queste corbellerie, bisogna proprio essere duri di comprendonio o essere convinti dell’esistenza di una sub-umanità non suscettibile di miglioramenti. E sì che la Costituzione non fa distinzione di razze.

EUGENIO SCALFARI 11/03/2011 Volendo épater le bourgeois, ma sparando uno sproposito grande come una megavilla berlusconiana, dice ora che la concezione di Berlusconi della Costituzione è quella sputata dei giacobini, dei Robespierre e dei Saint-Just. La scodinzolante e deferente società civile resterà a bocca aperta, ma sarà incapace di ridere in faccia a questo compunto saltimbanco del pensiero; e di capire cosa significa veramente la stravagante uscita scalfariana. Il significato, già anticipatovi dagli osservatori più attenti e profondi e lungimiranti e magniloquenti e piacevoli delle cose italiane, che voi tutti conoscete, è questo: il grandioso riassestamento culturale che sta portando l’Italia alla normalità – in Europa, in Europa, pollastrelli! – continua; “comunista” è diventato già da un bel pezzo un appellativo pochissimo lusinghiero a destra ed anche a manca; ed ora, grazie soprattutto ad alcuni pionieri che da qualche anno parlano schiettamente sotto il fuoco delle ingiurie, anche “giacobino” sta prendendo la stessa strada; il perno di questo rivolgimento è il Berlusca. E così già da un bel pezzo molti belli spiriti gli danno del comunista; e così ora Colui che Traccia la Strada a sinistra gli dà del giacobino: per Berlusconi è una doppia vittoria; per la vulgata democratica fu comunista una doppia sconfitta.

Dall’Atlante alle Alpi

Non poteva essere altrimenti: forte di un talismano di nome Silvio Berlusconi, Ruby Rubacuori ha varcato trionfalmente le Alpi. Scesa dall’Atlante sulle coste del Mediterraneo; passata poi coi suoi in Sicilia; traversato da sola lo Stretto di Messina, salutando di lontano l’Etna senza neanche una lacrimuccia; sbarcata sul continente e risaliti gli Appennini fino alla pianura padana; rifugiatasi infine a Milano sotto l’ala affettuosa di nonno Silvio; la bruna e statuaria Perla del Marocco è stata nei giorni scorsi ospite di Vienna la pazzerella. Si sa, gli austriaci sono in gran parte meticci: in questa schiatta il sangue slavo abbonda; quello ungherese, di antica origine turco-mongolica, vi ha iniettato la selvatichezza delle steppe asiatiche; l’italiano, l’indolenza e insieme la calda vivacità mediterranea; l’ebreo poi ne ha sgrezzate le capacità per le arti e le scienze. Al fuoco lento del cattolicesimo, la più tenace, irremovibile, ma curvilinea delle confessioni religiose, questo guazzabuglio si è infine fuso fino a fare degli austriaci dei crucchi sopportabili. Un miracolo.

Di che sorprendersi, allora, se è stata proprio l’umana città sul bel Danubio blu ad abbracciare, nonostante l’ostentato dispiacere della razza cretina che abita tutte le metropoli del mondo, anche le migliori, la Sheherazade del nuovo millennio? Come la bella delle Mille e una Notte, infatti, e come quella per salvare le proprie chiappe, Ruby non finisce più di raccontare storie. Con una facondia, un’inventiva, una sapienza, una naturalezza che fanno onore al sesso debole e alle sue più muliebri qualità, e che fanno restare a bocca aperta la stolida moltitudine del sesso forte. Che incanto! Per ora sono quei disgraziati ficcanaso di Repubblica o del Corriere a trascriverne le confidenze fatte ai bruti della magistratura, dalla quale la femmina astuta non si è fatta però estorcere un bel nulla, avendo annegato quel nulla in un poema infinito. Ma arriverà un giorno l’artista vero, che vede dove gli altri non vedono, e che muterà in oro lo sterco delle gazzette, dalla nipote di Mubarak in poi, passando per Cristiano Ronaldo.

Ad invitarla a Vienna è stato un simpatico magnate ormai ottantenne, Richard Lugner, famoso palazzinaro con qualche passato politico – paese che vai, Berlusca che trovi – un arzillo vecchietto con un debole per le celebrità, e per le belle donne, specie se vistose, che l’ha fatta scortare da un altro giovanotto come lui, Larry Hagman, il mitico J.R., arrivato dall’America tutto intero, cappello compreso. Al Ballo delle Debuttanti, il Bunga Bunga più sciocchino e delizioso del mondo, dove fanciulle eteree come farfalle svolazzano ufficialmente per la prima volta in società, pur sapendola ormai lunghissima, la Perla del Marocco è giunta fasciata in un abito lungo color oro, e forse dorato, caldo come la terra che la vide nascere, ma casto abbastanza per una signorina nettata nel corpo e nell’anima. Nel giro di un’ora, pur avendo del tedesco la stessa conoscenza che l’italiano medio ha dell’arabo, ha deciso che i giornalisti austriaci sono molto migliori di quelli italiani: professionisti sensibili che fanno attenzione a ciò che scrivono e non ti marchiano a vita con certe parolette spiacevoli, per esempio non scrivono per 389 pagine che sei un’escort minorenne senza prova alcuna. Così, con un giochetto da donna superiore, ha messo l’impudenza al servizio della verità, schiacciando col suo affascinante piedino la testa alle serpi del giornalismo voyeuristicamente corretto di casa nostra.

Dove invece che di favole si continua a vivere d’incubi noiosi. E ci son tipi sinistri che vanno in giro a spaccare sulla testa del popolo le tavole di pietra della costituzione, che in realtà fino all’altro ieri non hanno mai amato, perché non propriamente loro. Anche se al momento della scrittura della carta i bolscevichi di danni ne fecero parecchi, a cominciare dall’orripilante articolo uno. Scriviamo “bolscevichi” nell’ineffabile speranza che la parola sia abbastanza forte da richiamare l’attenzione del Presidente della Corte Costituzionale, e alimentarne così l’allarmata logorrea esibita ultimamente da una lectio magistralis all’altra. Diventarne bersaglio sarebbe troppo spassoso. Per fortuna sembra che Berlusconi abbia deciso di fare una capatina in tribunale ogni lunedì. Finalmente ci sarà da divertirsi. Se si parlerà di donne poi, non lo fermerà più nessuno. Sarà il Silvio Berlusconi show.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (11)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

DAVID CAMERON 28/02/2011 Ha avuto il fegato di lamentarsi di Larry, il gatto giunto tre settimane fa a Downing Street per far strage di topi nella residenza del primo ministro. Che i topi la bazzichino è uno di quegli ammuffiti misteri che rendono morbosamente fascinosa la nebbiosa patria di Sherlock Holmes. Il gattone sonnecchia, anche se le unghiate contro gli estranei hanno dato ampia prova dei suoi aggressivi ed intatti istinti felini. Ma ratti e topolini non gli fanno proprio un baffo. Io proverei con una soluzione elementare, miei cari Watson: tenerlo a stecchetto. Così li assassina e se li rosicchia fino all’ultimo tendine ed ossicino. Pulizia completa. Al massimo qualche codina sparsa qua e là come scalpo, a prova della sua efficienza. Gli addetti ai lavori dicono invece che bisogna pazientare. Che deve ambientarsi. Ma certo. Vedrete, vedrete. In capo ad un mese Larry si divertirà un mondo a giocare al gatto col topo con le sue vittime, con corse indiavolate dal salotto alla cucina, dalle camere al bagno, prima di uncinarle vittoriosamente, e cominciare pigramente a torturarle. L’indolente piacere del micio durerà mezz’ora, poi il colpetto finale. A quel punto scoccherà l’ora dell’attenta opera di scarnificazione. Quel tanto che basta per tingere di rosso il dramma, il tocco da maestro con cui Larry lo Squartatore firmerà i suoi capolavori. Allora non resterà altro che scegliere il posto dove collocarli: sul tappeto del tinello più importante del Regno Unito, o nello studio, sul tavolino dove giacciono carte di capitale importanza, o, segno di supremo affetto, sul letto matrimoniale, magari sotto le coperte. Nell’eccitazione del trionfo Larry farà pure una pisciatina proprio su quell’angoletto del salotto dove riposano di solito le auguste chiappe degli ospiti che vengono dai quattro angoli del mondo. Soddisfattissimo, a quel punto si farà una beata dormitina. Così David sarà contento.

CESARE ROMITI 01/03/2011 Ha passato una vita ai piani altissimi della Fiat, quando questa dava del tu allo stato, e con stile felpato parlava a chi di dovere attraverso le sue gazzette ufficiali di Milano e di Torino, e l’Avvocato folleggiava con signorile e ultraprotetta discrezione con una femmina dopo l’altra. Insomma ne ha viste di tutti i colori nelle stanze ovattate del potere. Da vecchio, potrebbe riderne. E farci sorridere. Invece moraleggia. Tristo tristo. E si appella ai giovani perché non mettano a tacere la propria coscienza: “I giovani hanno una sensibilità grandissima. Quando qualcosa non va lo dovrebbero dire. Oggi abbiamo perso un sentimento che è quello della vergogna. Non ci vergogniamo più”. Non sia così categorico. Così pessimista. Non disperi. Ogni tanto invece la forza di vergognarci la troviamo: dei parrucconi senza vergogna, per esempio.

ANDREA MOLAIOLI 02/03/2011 Per il suo secondo film, “Il gioiellino”, si è ispirato alla vicenda Parmalat, muovendosi “nel solco del nostro cinema d’impegno civile”. Per fortuna che ce lo ha detto in anticipo. Pericolo scampato.

SILVIA AVALLONE 03/03/2011 La scrittrice ce l’ha col conformismo. Col conformismo, e ti pareva. E crede che anche gli ultimi scandali – gli ultimi scandali, e ti pareva – che hanno avuto al centro il rapporto tra la figura femminile e il potere – Ruby & Silvio, e ti pareva – hanno radice proprio nel conformismo. E questo perché non c’è più la forza di essere trasgressivi. La forza di essere trasgressivi, e ti pareva. Le piace la trasgressione nella misura in cui – nella misura in cui, e ti pareva – aggiunge il nuovo; nella misura in cui crea il sospetto di un’alternativa – un’alternativa, e ti pareva – che in qualche modo – in qualche modo, e ti pareva – distrugge la possibilità di un totalitarismo – che fa rima con berlusconismo, dico io – di tipo culturale. E magari queste fruste boiate, che bivaccano, mutatis mutandis, nella bocca della meglio gioventù benissimo pensante e sontuosamente integrata da almeno mezzo secolo, le scrive pure, la scrittrice. Non mi parrebbe affatto strano.

CARLO DE BENEDETTI 04/03/2011 Il nome gli è venuto in mente solo perché da molto tempo il sogno proibito ma niente affatto segreto del Partito di Repubblica è di commissariare la democrazia italiana. Fatto sta che per battere quella macchietta che ha fatto dell’Italia una barzelletta il primo dei democratici propone alla sinistra una figura dal profilo esattamente opposto, l’ex commissario europeo Mario Monti: un tecnico prestigioso, un altissimo e rispettato funzionario, un uomo uso a misurare le parole, contegnoso, irreprensibile, serio. Insomma, un professore perfettamente imbalsamato e perfettamente innocuo. Una macchietta. Seriosa però.

Ma è l’Islam ad essere in crisi

Non sappiamo come andranno a finire i repentini rivolgimenti che continuano a scuotere il Nord Africa, e in parte il Medio Oriente. C’è chi teme nuove conquiste da parte del fondamentalismo religioso, e quindi un rafforzamento dell’Islam, e c’è chi prende la palla al balzo per dire che la democrazia, concepita come un specie di sentimento naturale dei popoli, è alla lunga più forte di ogni dittatura, e potrà imporsi anche dentro il mondo islamico, mitigandolo per infine conformarlo alla “modernità”, un po’ come sarebbe successo per la civiltà cristiana. Giudico queste due posizioni riduttive, perché contengono un briciolo di verità; prese in assoluto, sono assolutamente sbagliate.

Queste convulsioni ci hanno sorpreso per la loro subitaneità. Ma se esse, nel gran libro della storia del mondo, sono ancora parte di una cronaca difficile da leggere in anticipo – sollevazioni che mille accidenti possono innescare – come fenomeni figli di mutamenti epocali, invece, non sono affatto sorprendenti. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, la vitalità e la forza dell’Islam sono solo apparenti. La sua radicalizzazione è una risposta all’enorme pressione che la civiltà cristiana-occidentale le sta portando in questo momento. Pressione irresistibile perché, nell’epoca del sempre più famigliare ed integrato villaggio globale, fatta com’è non di divisioni militari, ma di parole ed immagini, non abbisogna di alcuno sforzo e non può esaurirsi.

La civiltà occidentale è animata dall’universalismo perfetto del Cristianesimo, che ha proclamato l’uomo figlio di Dio – elevandone la dignità, di cui la libertà è un corollario, al punto più alto possibile – e tutti gli uomini fratelli. Esso si stende sul corso della storia e sul corpo del mondo modellandolo con dolcezza e costanza. Le accelerazioni provocano disastri e costituiscono delle perversioni terrene di tale spirito universalistico, giacché per il Cristianesimo su questa terra il mondo non potrà essere che un’ombra, o una promessa della Gerusalemme Celeste. Il Cristianesimo riconosce la relatività di questo mondo, la sua insufficienza, la sua soggezione alle leggi del tempo e dello spazio, che cozzano dolorosamente contro l’intima natura dell’uomo, che è divina. Si conforma ad esso, a questa sua realtà, senza mai farsene schiavo, per migliorarlo, non per imporgli una realtà impossibile. Accetta le sue imperfezioni, e predica pazienza. Al contrario dei millenarismi. E dei totalitarismi moderni.

L’Islam è più figlio del Cristianesimo che dell’Ebraismo. Per questo l’afflato universalistico che lo pervade gl’impedisce di far distinzione di razza o di nazione. Ma il suo universalismo è imperfetto; rimane schiavo della terra come lo è quello proprio dei millenarismi. Non riesce, come riesce e sempre riuscirà al Cristianesimo, ad accettarne in toto la realtà della sua relatività. Distinto Dio da Cesare fin dall’origine, il Cristianesimo col tempo è divenuta sempre più una religione di dogmi che di precetti, lasciando sempre più campo, nella maturità dei tempi, che abbisogna di mille cose materiali ed immateriali, alla libertà “civile” dell’uomo, senza però identificarvisi. Le libertà individuali non sono il trionfo della morale cristiana, a cui spesso si oppongono: sono però il trionfo della civiltà da esso modellata. Scomparsi quasi i precetti dai riti e dai costumi della società moderna, il Cristianesimo resta ancora meravigliosamente in piedi.

Non avendo mai distinto Dio da Cesare, l’Islam è stata una “religione” (bisogna sempre ricordarsi che noi in occidente abbiano ormai interiorizzato un concetto di religione mutuato dal Cristianesimo) fatta molto più di precetti che di dogmi. Precetti che si confondono con la legge. Dalla Sunna agli Hadith questa precettistica si è andata ampliando fino all’abuso, comprese le provvidenziali scappatoie che l’incontrollata legiferazione introduce allo scopo di annullare se stessa. Per cui non è del tutto sorprendente che nell’Europa di qualche secolo fa, specie nelle lettere e nelle arti, si potesse affermare l’immagine di un Islam accomodante e sensuale. Ma coi trucchi non si avanza all’infinito. Di fronte alla chiarezza e alle libertà della civiltà cristiana-occidentale, e alla ricerca inconsapevole di quell’universalismo perfetto che è proprio del Cristianesimo, l’Islam ha reagito negli ultimi tempi nutrendosi del mito dell’Islam originario, nel sogno del ripristino di una “vera” società islamica. Ha reagito esattamente come i millenarismi antichi e moderni. Le stesse parole scelte dai profeti del fondamentalismo islamico tradiscono la sua debolezza. Parole come “rivoluzione” sono un tributo culturale pagato all’Occidente che si vuole combattere, così come lo furono un giorno i “comunismi” russi e cinesi. Col loro portato totalitario sono le parole dell’universalismo perfetto, ma pervertito. Visto nel lunghissimo termine, anche il moderno fondamentalismo è una fase dell’occidentalizzazione dell’Islam. L’ultima prima del crac. Unica sua alternativa, l’equilibrio instabile dell’esempio turco, teso tra un laicismo d’importazione, capace d’essere durissimo, ed una religione che non lo contempla. Ma anche quello è destinato a cadere dentro l’Occidente. E la civiltà cristiana.

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