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Quelle irresistibili spoglie libiche

E’ onesto Gheddafi quando dice di sentirsi tradito dall’Occidente. Sì, sì, sì: la verità a volte viene fuori anche da bocche che di norma non la rispettano mai. Curiosissima parabola la sua: quand’era foraggiatore del terrorismo internazionale, se non terrorista in proprio; quando la sua politica era strategicamente avversa all’Occidente; quando aspirava ad un ruolo di leader di un panarabismo alleato alla galassia sovietica; quando il Re dei Re dell’era moderna (quello dell’antichità classica era il Re di Persia degli storici greci) faceva, armi in pugno, il mestatore nelle cose africane; quando era non meno follemente stravagante di adesso; insomma, quando faceva sul serio, per buona parte dell’opinione pubblica, per la cultura e la politica progressista tutta, e per gran parte dei media, il Rais era principalmente “l’ossessione” dei “fanatici” atlantisti. E spesso “impresentabili” erano proprio questi ultimi. E’ da un pezzo che il leone libico si è ammansito, fino a ridursi alla figura di uno di quei re clientes che l’Impero Romano addomesticava sulle linee di frontiera. Le bombe di Reagan, le vicende irakene, il monitoraggio continuo delle sue attività da parte dei servizi segreti americani, europei, ed israeliani, le bacchettate sulle mani che gli arrivavano puntualmente ogni volta che cercava di fare il furbo, lo hanno convinto un po’ alla volta a dedicarsi al suo ricco cortile di casa. Malgrado il Libro Verde e la retorica rivoluzionaria Gheddafi ha sempre conservato l’elastica mentalità del predone o del bandito. Ha mandato messaggi, ha ricevuto messaggi. Si è arreso, mascherando la sconfitta con la scimmiottatura della vittoria, con le panoplie, i pennacchi, le smargiassate oratorie, il circo che ben conosciamo. Un capotribù non poteva accettare di essere umiliato davanti al suo popolo. E l’Occidente ha accettato di pagare questo piccolo prezzo. Sono venuti poi gli affari e le strette di mano. Può darsi che il modo ancor offenda molti, ma i patti ormai erano chiari. Curiosamente, o meglio, significativamente, per i belli spiriti sopramenzionati il leone è diventato “impresentabile” da quando ha perso le unghie.

Nei suoi rapporti col Rais Berlusconi non ha rotto nessuna solidarietà occidentale; si è mosso al suo interno; la geografia ne ha fatto il principale protagonista di questo nuovo assetto di pace col potere libico. Che non è affatto un appeasement. Ha preso un grosso abbaglio chi in questi giorni ha parlato di “spirito di Monaco”, di liquefazione dell’Occidente. Lo “spirito di Monaco” necessita di un avversario di rilievo strategico, o di un avversario inquadrato in un’alleanza di rilievo strategico: Gheddafi non era né il Filippo di Macedonia contro la cui minaccia Demostene metteva in guardia indefessamente gli accidiosi ateniesi, né Hitler, né l’Unione Sovietica, né la punta di diamante di un Islam in rotta di collisione con l’Occidente. Non era nemmeno un avversario. Non più. Un avversario vero, in proprio o per le reazioni a catena che uno scontro con esso può innescare, fa marciare gli eserciti dei pacifisti, di cui oggi non si vede l’ombra. Sbagliatissimi – quanto è facile incorrere in errore quando l’errore è così comodo ed indolore! – sono i paragoni con Saddam Hussein e con Slobodan Milošević. Il primo si alienò l’appoggio dell’Occidente, goduto durante la guerra con l’Iran, e parte di quello del mondo arabo, col suo attacco al Kuwait, una prova di forza, una “volontà di potenza” che non escludeva mire destabilizzanti sull’Arabia Saudita; i massacri domestici lo resero moralmente indifendibile ed insieme alla debolezza seguita alla prima guerra del golfo, ne fecero, insieme coi talebani, un bersaglio abbordabile sia militarmente sia dal punto di vista dell’opinione pubblica quando gli americani decisero di prendere per le corna il problema del terrorismo islamico. La decisione di farla finita con Slobodan Milošević, invece, arrivò solo dopo un quinquennio di carneficine nella ex Jugoslavia – imputabili in buona parte, ma non solo, al nazionalismo serbo – anche perché Belgrado aveva un potente avvocato nella Russia.

I sommovimenti che stanno scuotendo il mondo arabo hanno colto di sorpresa il mondo occidentale. Prevederne la tempistica era assai arduo, e la simultaneità di tante insorgenze può far nascere qualche sospetto. Ma si possono spiegare, in gran parte, anche senza ricorrere a teorie complottiste. La crisi strutturale, alla lunga irreversibile, di una società islamica messa sotto pressione dal trionfante universalismo democratico figlio della civiltà cristiana; combinata con la demografia; combinata con l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei cibi, gravoso per noi ma letale in paesi dove la maggior parte del reddito se ne va per i beni di prima necessità; tutto ciò può aver acceso il fuoco della rivolta, anche se poi a soffiarci sopra si è fiondato chi poteva trarne vantaggio. Forse perché del disastroso aumento dei prezzi lo stesso Occidente è stato in parte la causa, non mediante la “speculazione” e l’ingegneria finanziaria, che sono agenti secondari, ma mediante le politiche di quantitative easing che hanno già creato la famosa bolla, una specie di tacito statalismo in forma “privatistica” appaltato alle banche centrali, che alla fine della fiera si è trasformato in debito pubblico, e che tutti hanno benedetto, perché era un sogno comodissimo pensare ad un’economia senza risparmi e feconde privazioni; forse per questo oscuro senso di colpa, giustificato una volta tanto, l’Occidente con lestissima sfacciataggine ha sposato la causa delle piazze e dei ribelli, ribattezzando “dittatori”, nel momento della loro caduta nella polvere, personaggi come Ben Ali o Mubarak, normali, anzi “ragionevoli” autocrati nordafricani con i quali aveva tenuto ottimi rapporti per decenni senza che l’infame nomea li avesse mai sfiorati.

Meno chiara è stata l’origine del malcontento libico, che sicuramente, però, ha avuto anche origini tribali. Fatto sta che anche per Gheddafi sembrava scoccata l’ora della fine. Il mondo pareva popolato da stati-avvoltoi in attesa di buttarsi sulla preda. Così si spiegano l’universale condanna del Rais, le balle spaziali di Al Jazeera sui “massacri” del colonnello e sulle fosse comuni, l’adozione degli insorti di Bengasi quali ventriloqui della volontà popolare, la retorica “democratica” sui crimini contro l’umanità di chi spara contro il proprio popolo, come se una guerra civile potesse avere caratteristiche differenti, e come se i metodi sbrigativi del leader libico li avessimo scoperti oggi. Il tutto mentre in Bahrein e nello Yemen la polizia sparava sui dimostranti senza che la grancassa mediatica si mettesse mai veramente in moto. La resistenza di Gheddafi ha sorpreso chi si era ormai troppo esposto. Il vecchio nemico e il recente “buon vicino” è diventato definitivamente scomodo e andava eliminato. In questo schema obbligato, e con il timore di essere tagliati fuori dai dividendi del dopoguerra, s’inseriscono le astensioni di paesi come Cina e Russia sulla risoluzione ONU che ha dato il via libera alla no-fly zone. In questo schema l’Italia è rimasta intrappolata, senza averne troppe colpe. La prudenza iniziale sul caos libico era saggia e, come si è visto, giustificata. Ed inevitabile il riallineamento attuale. Non si può parlare di doppiezza.

Sennonché ancora una volta tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. La mossa franco-britannica ha più l’impronta dell’estemporaneità che della chiarezza d’intenti. Il pericolo che il passo si riveli più lungo della gamba è concreto. E’ assai improbabile che, da sola, la no-fly zone possa far cadere il Rais, vista la mancanza di significative forze di terra ostili al regime all’interno della Libia. E d’altra parte se la no-fly zone dovesse trasformarsi troppo scopertamente in un’azione militare volta all’eliminazione di Gheddafi, un’azione che di no-fly zone avesse soltanto il nome, e che facesse troppe vittime fra la popolazione, essa potrebbe avere effetti controproducenti nel mondo arabo; effetti che si stanno già manifestando, e che il Rais sfrutta a suo favore giocando al martire dei crociati. Se poi l’intervento si prolungasse senza frutto e tanto sangue, potrebbe consentire ai colossi che per il momento stanno alla finestra, come Russia e Cina, di giocare la parte trionfante del deus ex machina. Per salvare capra e cavoli, all’Italia non rimarrebbe allora che una carta, da giocare con molta decisione e presenza di spirito: anticiparli, facendosi patrocinatrice di una soluzione inter-libica. Cosa impossibile in apparenza, e probabilmente anche in realtà, ma Gheddafi ha un fiuto animalesco e di giravolte ne ha già fatte di incredibili. Berlusconi si è lasciato sfuggire una frase, all’apparenza assurda, ma che segnala, se capisco l’uomo, come credo di capirlo, che questo scenario il presidente del consiglio se l’abbia già prefigurato: “Spero che Gheddafi ci ripensi…”

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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3 thoughts on “Quelle irresistibili spoglie libiche”

  1. Dimentichi la giovane età media di tutte queste popolazioni improvvisamente accesesi in falò a cascata come concausa dell’accaduto; mezzi tecno-comunicativi a parte, che c’entrano solo fino a certo punto. Comunque Russia e Cina si sono già pentite del loro silenzio assenso, o meglio forse questo era da subito parte a seguire della risposta e noi non lo scopriremo mai. Francia e Inghilterra invece ci han visto un gran bell’affare, dopotutto sono memori della grandeur l’una e dell’imperialismo coloniale l’altra, troppo freschi questi ricordi per non ridestare la voglia di metter mani in un affare altamente proficuo su più di un livello. L’America ho idea stia portando il conto al beduino per tutte le grane che gli ha fatto passare quando egli aveva più attivi bollori, ma bisogna capirlo: era l’epoca del nobel alla pace Arafat, forse puntava a conquistarne uno sul campo anche lui. Infine noi, che siamo quelli che hanno da perdere il di più, il nostro coinvolgimento – senza sparare colpo come è stato precisato – giocoforza autimpostoci, che se va bene ne usciremo alla pari.
    A margine l’unica cosa divertente di questa faccenda, per cui varrebbe fare le guerre se non fosse che invece non lo vale mai: i pacifinti. Questi cori alternati in volume binario, ora pacifici schiamazzi matematici a base geometrica (10… 100… 1000…), ora una totale assenza di voce. Probabilmente se la tirano: nel primo caso ci dimostrano, a noi tutti, quanta ne sanno in fatto d’algebra e affini, e poi, ora, silenti ci consentono di apprezzare questa loro morale superiorità. Matematica superiorità, chiedo scusa; a volte mi partono le frasi senza che me ne renda conto.

    1. A dire il vero all’età media implicitamente avevo accennato, scrivendo del fattore “demografia”.

      All’ideologia “democratica” come a tutte le altre ideologie manca la temperanza. Nel suo nome si può fare tutto e il contrario di tutto, tacere o gridare, benedire o maledire: è un fenomeno di self-righteouness, di tipo perversamente religioso.

      Quanto alla storiaccia libica penso che se non si conclude subito, nel giro di una settimana i “mediatori” russi e cinesi cominceranno a farsi sentire. Col rischio di passare per trionfatori alla fine.

  2. Alla fine se l’Italia viene danneggiata nei sui interessi mentre Francia e Inghilterra ci guadaganto tutto si può dire meno che Cameron e Sarkozy siano stupidi, è ridicolo difendere SIlvio quando si ritiene che abbia fatto gli interessi dell’Italia e poi criticare chi fa gli interessi del proprio paese.
    Infondo gli attentati terroristici finaziati da Gheddafi sono una fatto storico inconfutabile, tanto quanto le migliaia di condanne a morte e i campi di concentramento nei deserto.
    Il punto è, qualcuno pensava ingenuamente di fare gli interessi dell’Italia con l’amicizia ad un macellaio degno della corea del nord, adesso sembra che qualcuna altro sappia fare i propri interessi con un paio di palle in più, è inutile piangere.

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