The other way around, I guess

Su Libertiamo ci si chiede perché in Siria esploda la rivoluzione e nessuno in Occidente si muova. La soluzione del mistero è semplice:

  1. In Tunisia è esplosa la rivoluzione e nessuno si è mosso, fino a che la situazione era incerta. Poi l’Occidente ha pensato bene di tagliare il traguardo insieme ai vincitori. 
  2. In Egitto è esplosa la rivoluzione e nessuno si è mosso, fino a che la situazione era incerta. Poi l’Occidente ha pensato bene di tagliare il traguardo insieme ai vincitori. 
  3. In Bahrein è esplosa la rivoluzione e nessuno si è mosso. La situazione è ancora incerta. 
  4. In Yemen è esplosa la rivoluzione e nessuno si è mosso. La situazione è ancora incerta. 
  5. In Libia non è esplosa nessuna rivoluzione e tutti si sono mossi. Perfino in anticipo. E poi in soccorso dei loro campioni sul posto.
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Scommessa libica

Il mostriciattolo libico: ecco cosa nasce quando il machiavellismo da strapazzo si congiunge al cretinismo democratico.

Fa pena, sul versante del cretinismo democratico, di solito così suscettibile anche quando si tratta di prendere a schiaffoni un gaglioffo, vedere un Presidente della Repubblica considerare un logico sviluppo della risoluzione ONU e del nostro impegno il coinvolgimento italiano nei bombardamenti “mirati”: sarà l’insostenibile leggerezza dell’essere o essere stati comunisti.

Fa pena, sullo stesso versante, veder surrogare un popolo che in piazza non s’è visto con una fazione: sarà un riflesso della gloriosa forma mentis dei partigiani.

Fa pena, sul versante del machiavellismo da strapazzo, pensare di profittare dell’infame reputazione di un ex-nemico con cui da anni si facevano affari per fare l’affare del secolo.

Fa pena, sullo stesso versante, veder tirar sospiri di sollievo dalle nostre parti perché grazie ai bombardamenti non saremo esclusi dal dividendo della vittoria, anche se questo dividendo sarà con tutta probabilità un piatto di cous cous, vista la mole dei partners.

Fa pena soprattutto, su tutti e due i versanti, vedere che non ci si rende conto che questo dividendo e questa vittoria sono tutt’altro che scontati; che contro la riuscita di questo colpo mancino si stanno coagulando silenziosamente forze colossali, all’inizio interdette, poi sempre più ostili; che la Russia comincia a flettere i muscoli sulla scena diplomatica; che non si può pensare di buttar fuori dallo scatolone di sabbia la Cina, affamata di energia, con una bischerata troppo furba per essere intelligente; che l’Africa è più dalla parte di Gheddafi che dei ribelli di Bengasi; che l’India ha già detto no ai bombardamenti; che il Brasile ha detto lo stesso; che la Chiesa nel suo piccolo s’incazza e ha un popolo dietro.

E impressiona leggere i “grandi” giornali italiani, già dimentichi del vasto e nuovo mondo emergente, dopo averne salutato l’avvento fino all’altro giorno. Scommettono che se ne starà zitto e buono. Buona fortuna.

I partigiani dell’Italia che ripudia se stessa

Il pluridecorato scrittore Claudio Magris è uno di quegli intellettuali che a forza di garbato conformismo, di giuste frequentazioni e di cosmopolitismo ben scelto, con tenacia degna di miglior causa si è guadagnata fama di onesta e sobria indipendenza di giudizio. In due parole, mai una parola fuori posto. Imbalsamato alla perfezione, fa la guest star sul Corriere della Sera. E tuttavia anche questo riguardoso personaggio è iscritto da una vita alla pericolosa consorteria dei profeti dell’altra Italia: “l’altra Italia”, differente, ieri, dall’Italia di ieri; e oggi, dall’Italia di oggi; e domani, scommettiamo, dall’Italia di domani. Il che vuol dire che quest’attitudine millenaristica, minoritaria in tutti i paesi in cui il sentimento nazionale si è ormai pacificamente sedimentato, da noi è ancora così viva e pulsante da essere espressione di vere e proprie nomenklature; che oggi, disperate nel vedere un paese che nella volgarità berlusconiana della democrazia si sta rinsaldando, al contrario di quanto si favoleggia, spingono sull’acceleratore. E il professore – è anche professore – in occasione del 25 aprile, coi suoi modi compassati si adegua alla nefasta pulsione:

Sono soprattutto le dittature — quelle «molli» che soggiogano con strumenti economici, mediatici e culturali, e ancor più quelle «dure» che s’impongono direttamente con la forza bruta — che si presentano come l’unico sistema, l’unica realtà possibile. Le dittature invece cadono e il 25 aprile ricorda la caduta di quella fascista in Italia. C’è poco da aggiungere a quanto è stato detto tante volte sull’antifascismo e sulla Resistenza, sull’imperituro significato di quest’ultima quale liberazione nazionale, sulle sue contraddizioni, sulle sue diverse e contrastanti anime, sui suoi eroismi e sui misfatti compiuti in suo nome. Il 25 aprile simboleggia vent’anni di un’altra Italia, differente da quella del regime fascista; una resistenza che non è solo quella partigiana, ma anche quella di coloro che non si sono piegati quando un’altra Italia sembrava impossibile (…) Anche oggi, dinanzi al dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge il Bel Paese come liquami che salgano dalle fognature, è forte la tentazione di arrendersi, di lasciarsi andare, di credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante. L’indifferenza che mette in soffitta la Resistenza vera e propria e l’attentato alla Costituzione, che da essa è nata e che è la spina dorsale dell’Italia civile, sono un sintomo fra i tanti di questa involuzione morale. Ma proprio quella data insegna a non scoraggiarsi; ricorda come credere che tutto sia perduto e che non si possa più reagire sia una tentazione, stupida come lo sono in genere le tentazioni. C’è un’altra Italia possibile, rispetto a quella che oggi subiamo.

Non è uomo da battaglia, Magris, che in questa dittatura molle peraltro se la passa benissimo. Tanto più impressiona la frecciatina giacobina contro la sub-umanità berlusconiana: dire “non-cittadino” è usare il linguaggio della rivoluzione, è preparare il vandeano, il brigante, il nemico di classe, il kulako; e impressiona la retorica banale, mille volte “belata dal gregge” – quello vero, caro Magris, non quello colpito dai tuoi strali – sullo “stadio ultimo”. Sai cos’è? E’ la banalità, prevedibilissima, del male. Scrissi qualche settimana fa:

Ostenta [il giacobino] un rispetto sacrale per il cittadino, a patto che obbedisca come un manichino al catechismo del buon cittadino: il suo. Fuor di quello, nulla salus. Predica il culto della legge, ma si avvale dell’eccezione. Prepara l’eccezione denunciando lo stato di degenerazione finale e quindi la morte della legge.

Ricordiamo allora allo smemorato di Trieste che anche l’ideologia fascista, del tutto in linea con le sue radici socialiste-radicaleggianti, sognava “un’altra Italia”, che venisse fuori dal putridume e dalla mediocrità dell’era giolittiana. Che “un’altra Italia”, che allora nemmeno veniva chiamata Italia, trionfante sulla mediocrità borghese, fu nei sogni e restò per fortuna nei cassetti dei comunisti. Che “un’altra Italia” diversa da quella mediocre dei preti era nei sogni della parte più ottusa e oltranzista delle élites liberali dell’Ottocento, e nella capoccia dura e saputella degli azionisti del secolo scorso. Chi sogna “un’altra Italia” vuole un paese a sua immagine e somiglianza: ma questo atteggiamento, nel concreto, è il contrario della democrazia ed un ostacolo alla maturazione del sentimento nazionale. Un sentimento nazionale maturo, proprio perché ha elaborato ed accettato e composto dentro di sé molte differenze, in una sorta di processo di globalizzazione locale, di norma è pacifico e non s’investe di missioni salvifiche. Mentre il nazionalismo è sempre il risultato del trionfo di una fazione, così come la repubblica dei soviet. Chi oggi sogna “un’altra Italia” partendo dalla Resistenza e da un pretestuoso patriottismo costituzionale fa lo stesso errore antidemocratico. E non è un caso che a quest’ultima versione mascherata dell’autoritarismo nostrano siano approdati reduci dell’uno e dell’altro campo, e anche di tutte e due.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (18)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

RAFFAELE GUARINIELLO & C. 18/04/2011 Condanna esemplare doveva essere e condanna esemplare è stata. Arrivata nel peggiore dei modi, nel silenzio dei devoti della Costituzione e degli adoratori della Legge, ridicolizzate, tutte e due, nella lettera e nello spirito, dalla risibile e mostruosa accusa di “omicidio volontario” indirizzata ai vertici della Thyssenkrupp Italia per il rogo di Torino in cui morirono sette operai. Per Gian Carlo Caselli, Capo della Procura di Torino, la sentenza “migliorerà l’Italia”: giusta “sententia” se esce dalla bocca di un giustiziere che vuole riparare ai mali della società, non di un amministratore di giustizia. Non stupitevi se poi “l’impianto accusatorio” non passerà il vaglio dei successivi gradi di giudizio e se le aberrazioni della giustizia italiana diventeranno un caso europeo. E se, grazie ai giustizieri, i condannati di oggi la passeranno totalmente liscia.

GIOVANNI BAZOLI 19/04/2011 Il gran banchiere è uomo pio. Impeccabilmente e signorilmente sintonizzato con lo spirito dei tempi, che ha le sue messe particolari. Tipo la spaventosamente triste Biennale Democrazia, ritrovo di tutti i seriosi paraculi della penisola. Il nostro, che è tristissimo – gran brutto peccato per un cristiano – ci si è fiondato, recitando meravigliosamente la professione di fede di quella lugubre manica di pazzi: ha difeso la nostra beneamata costituzione, ci ha partecipato tutta la sua silenziosa afflizione per l’attuale assenza di necessaria passione civile, e di uomini di tempra affine a quella dei padreterni della repubblica. Questa stucchevole tirata ha commosso una studentessa, che in Piazza Castello ha avvicinato il pio banchiere per ringraziarlo. Almeno così narra il Corriere della Sera, nella sezione dedicata ai Fioretti di San Giovanni Bazoli.

LETIZIA MORATTI 20/04/2011 La sua candidatura a sindaco è incompatibile con la presenza di Roberto Lassini nella lista del PDL, ha detto. Lassini, reduce da un suo piccolo calvario giudiziario (non vogliamo esagerare), è quel battagliero ma non troppo geniale buontempone che ha ideato, fatto stampare ed affiggere i manifesti con su scritto: “Via le BR dalle procure”, toccando un nervo scoperto della sinistra italiana. Infatti le BR quando andavano di fretta “giustiziavano” sul posto, ma quando non avevano nessuno alle calcagna avevano la mania di processare e condannare nel nome del popolo le loro vittime. Per fare dell’Italia un paese migliore. Una vera democrazia. Una democrazia compiuta. Ricondotta allo spirito di quella Resistenza che il paese aveva “tradito”. E per liberarla dai fascisti e dai corrotti. Loro erano i migliori della meglio gioventù. Solo che andavano un po’ troppo in là e si facevano sbrigativa giustizia da soli: ma in fondo, “nel merito”, non sbagliavano di molto. Apriti cielo! Al Presidente della Repubblica, che pure da comunista elogiò la repressione sovietica in Ungheria, mentre Lassini al massimo fu colpevole di essere democristiano, per poco, poffarbacco, non veniva un colpo. Pisanu e Schifani hanno preteso prese di distanza senza se e senza ma da parte del partito, con lo zelo masochistico col quale si scavarono la fossa i democristiani del dopo De Gasperi. Mentre la Moratti se l’è fatta addosso. Quindi dovremmo scegliere: o lei, o lui. Anche se lui oramai sta già scrivendo letterine di scuse alle istituzioni. In fondo è un bonaccione. Per una birra, o un caffè, scelgo lui. Vieni via con me, Lassini.

REMIGIO CERONI 21/04/2011 Stava per diventare uno dei miei beniamini: chi è questo temerario, mi son detto, questo eroe, questo Don Chisciotte partito lancia in resta contro l’agghiacciante Art. 1 della nostra Costituzione, quello della “repubblica democratica fondata sul lavoro”, il cui presago grigiore tanto sarebbe piaciuto a Pol Pot? Invece Remigio a togliere il bubbone non ci pensa proprio. In compenso propone di cambiare tutto il resto, facendola pure lunga lunga. Sono proprio queste alzate d’ingegno che mi fanno venire i dubbi sulla centralità del parlamento. E dei suoi parlamentari. Mannaggia.

LA GENDARMERIE 22/04/2011 Che non fa sconti a nessuno. Cinque tunisini provvisti di permesso temporaneo sono stati respinti alla frontiera italo-francese per non aver superato il requisito economico minimo previsto. Che è di 62 € a testa, la somma fissata dalle autorità francesi a garanzia di un “sostentamento decoroso”. La somma, che può ridursi a 31 € se si dimostra di poter disporre di un alloggio, dovrebbe in qualche modo miracoloso riprodursi ogni giorno per poter provare davvero di essere in grado di sostenersi, ma sembra che basti per entrarci, intanto, nell’Esagono. Poi si vedrà. Come nello Stivale. Forse perché anche per la Gendarmerie l’importante è pagare la prima tranche, la mancia, la tangente, il pizzo?

Crisi libica: l’isolamento di Obama, Cameron e Sarkozy

La crisi libica rischia di avere un significato molto più importante di quanto la modesta portata del conflitto potrebbe far pensare. Era stato il vostro tuttologo di sfiducia ad anticiparlo tre settimane fa. Son cose che riescono più spesso ai dilettanti che godono il privilegio di spararle grosse in perfetta libertà, che alle ammosciate penne dei grandi giornali, le quali, si sa, hanno una reputazione da difendere. Ecco qua comunque la profezia:

Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni.

Un intervento sconclusionato, non di rilievo veramente strategico, giacché Gheddafi si era già “arreso” all’Occidente, nel quale la manifesta pretestuosità dei motivi umanitari e “democratici” (su questo non mi ripeterò) si sposava alla mancanza di perentorietà e di forza nell’azione militare. Il velleitario Sarkozy ha sbagliato, anche se per motivi opposti, dove sbagliò pure il velleitario Chirac ai tempi della seconda guerra del golfo: nella sopravvalutazione del peso della Francia nel contesto internazionale dopo il crollo del blocco sovietico e nella sottovalutazione di quello dei paesi emergenti. Allora fu De Villepin a cercare d’ingraziarseli e di cooptarli in funzione antistatunitense con un famoso discorso all’ONU che ebbe molti applausi, ma che certo non diede alla Francia la leadership sperata. Questa volta Sarkozy, nonostante la cortissima coperta della risoluzione ONU, sperava nella regola del silenzio/assenso. Il guaio è che ha trascinato nell’errore i due bambolotti che guidano gli Stati Uniti e il Regno Unito.

E così l’altro giorno, dopo che già l’Unione Africana aveva sostenuto la necessità di un dialogo fra il governo libico e gli insorti, al vertice di Sanya (Cina) i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, un imponentissimo pezzo di demografia, territorio ed economia mondiale – si sono dichiarati contrari all’uso della forza per risolvere la crisi in Libia e hanno criticato i bombardamenti della Nato. Posizione che ha incassato subito l’approvazione del vicario apostolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, il quale, dopo aver ribadito all’agenzia vaticana Fides la necessità di una forma di diplomazia “che rispetti la realtà libica” – parole misurate ma già assai significative – ha detto: “In questo senso ho apprezzato la posizione dei BRICS. Mi sembra molto saggia perché privilegia l’azione diplomatica sull’uso della forza”. Subito dopo Obama, Cameron e Sarkozy hanno replicato congiuntamente in un articolo pubblicato su quattro quotidiani – Le Figaro, The Times, The International Herald Tribune e Al-Hayat – con quella che sembra insieme una dichiarazione d’impotenza, una richiesta di comprensione all’opinione pubblica mondiale e una excusatio non petita: “Non si tratta di spodestarlo con la forza”, si legge nell’articolo, “ma è impossibile immaginare che la Libia abbia un avvenire con Gheddafi”, e “che qualcuno che ha voluto massacrare il proprio popolo giochi un ruolo nel futuro governo libico”.

La realtà che invece nessuno poteva immaginare fino a qualche mese fa è che i tre moschettieri si sarebbero cacciati in un cul-de-sac dal quale molto difficilmente usciranno vincenti. Di volenterosi entusiasti non se ne vedono all’orizzonte, a parte il Qatar, nota potenza in grado di spezzare le reni ai castelli di sabbia del deserto arabico, mentre i paesi europei si sono tutti imboscati. Questa operazione “troppo facile” all’inizio per essere non tanto disinteressata, che sarebbe stato chiedere davvero troppo, ma almeno inquadrabile in un giustificato, responsabile, condiviso disegno strategico occidentale; quest’impresa guerresca troppo facilmente trascurata dalle orde dei pacifisti; questa missione civilizzatrice troppo facilmente benedetta dai media nel nome di una insostenibilmente facile retorica democratica; insomma, questa cavolata bella e buona non trova solidarietà in Occidente perché puzza di falso lontano un miglio. Ma intanto è andata avanti, senza che si veda la minima luce in fondo al tunnel. Operazioni di terra senza l’appoggio di una nuova (e impossibile nel senso auspicato dai tre) risoluzione ONU, oltre che difficilmente accettabili dalle opinioni pubbliche europee ed americane, apparirebbero come una prova della protervia dell’Occidente: e nella storia, si sa, quanto più un re per il resto debole, “illuminato” e conciliante s’impunta, tanto più facilmente si manifesta l’odio contro di lui. Perfino una riuscita operazione d’intelligence volta all’eliminazione fisica di Gheddafi appare a questo punto come un grande azzardo: la vicenda è oramai di tale chiara lettura che nessun velo d’ambiguità potrebbe metterla al riparo dalle reazioni di mezzo mondo.

Incaponirsi in questo imbroglio come per adesso mostrano di voler fare, a parole, i tre vanagloriosi moschettieri – e il Consiglio Nazionale di Transizione Libico, il cui jusqu’au-boutisme, per dirla alla francese, così anche BHL capisce, non sembra molto più sensibile di quello dei fedeli del Raiss alle sofferenze del “popolo libico” – rischia di fare solo danni. Berlusconi finalmente si è mosso, dicendo chiaro e tondo che l’Italia non parteciperà ai bombardamenti, mettendo così fine ai tentennamenti del ministro degli esteri e all’inopportuno attivismo pro-ribelli dell’assai garrulo portavoce della Farnesina Maurizio Massari. Sullo sfondo, per l’Italia (e per la Turchia) un non impossibile ruolo di mediazione se saprà farsi avanti al momento giusto, da capitalizzare, come indennizzo, nel dopoguerra.

Questa contenuta ma ferma alzata di scudi dei BRICS è solo la prima manifestazione di quello che sarà uno scontro/confronto ineludibile nel XXI secolo. Conosciamo benissimo l’enormità dei danni collaterali che l’avvento dei tempi di democrazia ha causato in Europa nell’ultimo quarto di millennio: i totalitarismi, per esempio, versione illiberale dell’universalismo che è proprio della democrazia, o i nazionalismi aggressivi che scaricano all’esterno la pressione derivante dalla difficile gestione delle istanze democratiche di massa al proprio interno. L’Occidente ricco e maturo si confronterà e si scontrerà a lungo con un mondo in tumultuoso sviluppo economico ma democraticamente ancora immaturo, prima che quest’ultimo diventi, anch’esso, “Occidente”. Dispiace che l’esordio veda l’Occidente dalla parte del torto. Ma a parte questo piccolo dispiacere, sicuro che agli spiriti più perspicaci il succo nobile ed elegante di tutta la faccenda non sia sfuggito fin dall’inizio dell’articolo, son pronto tuttavia a ribadirlo ai più tardi di comprendonio. Ed è questo: IO L’AVEVO DETTO.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (17)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GÜNTER GRASS 11/04/2011 Come tutti i cretini irregimentati del giorno d’oggi, dice che la democrazia va difesa ogni giorno. Ragazzotto, fu nazista. Non poté essere comunista perché nella saggia Germania Federale era proibito. Ma fu un ultrà socialdemocratico. E così ardente pacifista da preferire le due Germanie dell’est e dell’ovest a quella unificata. Come Andreotti, che però era italiano. Ora ha abbracciato l’antinuclearismo apocalittico. Grazie a tutte queste scemenze in perfetta armonia con lo spirito dei tempi lo scrittore tedesco è diventato un monumento ancor prima di staccare il biglietto per l’oltretomba, dove, credo, sarà tutta un’altra musica anche in merito alla gloria letteraria.

IL CONSIGLIO NAZIONALE DI TRANSIZIONE LIBICO 12/04/2011 Ovvero i nullafacenti di Bengasi, i quattro gatti autonominatisi liberatori e rivoluzionari di cui s’è incapricciato BHL, Bernard-Henry Lévy, il filosofo noto in tutto il mondo per andare in giro in camicia bianca e giacchetta nera da quarant’anni, d’estate e d’inverno, di giorno e di notte, a pranzo, a letto, al cesso, alla TV, all’Eliseo e a Saint-Tropez. Non avendo combinato niente di niente sul campo di battaglia, non avendo raccolto un popolo dietro di loro, si sono ridotti a giocare la carta della disperazione delle nullità: fare i difficili.

LA CHIESA DEI SANTI DEGLI ULTIMI GIORNI DI FUKUSHIMA 13/04/2011 In principio era la Nube. La tenebra si apprestava a ricoprire la terra deserta e la superficie dell’oceano, dove alitava lo spirito di Dio. Ma pronto era Jahvé dio degli eserciti ad una nuova fondazione, una nuova terra e un nuovo cielo, e una rinovellata umanità nuclear-free fremeva nell’attesa del “Vi sia luce”. Fu giorno e fu mattino: non successe una minchia, a Dio Onnipotente piacendo. Luce fu, ma era quella di sempre. La Nube non arrivò nemmeno ai sobborghi di Tokyo. Con gran dispiacere degli ossessi della setta sopramenzionata, del Corriere della Sera, di Repubblica, della Stampa, e di tutte le televisioni pronte per il Vero Diluvio Universale in diretta, dopo quello che aveva fatto la miseria di 28.000 vittime fra morti e dispersi. Ad un mese dal disastro la quantità di radiazioni che fuoriescono dalla centrale è un decimo di quella di Chernobyl. Per l’Aiea la radioattività è in calo. Per l’Oms il rischio per la salute pubblica fuori dalla zona di evacuazione di 30 chilometri – diconsi trenta chilometri – è molto ridotto. Ripeto: molto ridotto. Per l’ottimo ambasciatore italiano Vincenzo Petrone “chi ha voglia o necessità di viaggiare in Giappone può farlo regolarmente, eccettuata la fascia di 80 chilometri intorno alla centrale, e la gravità 7 dell’incidente di Fukushima, equiparato a quello di Chernobyl, non vuol dire che i danni provocati siano in alcun modo paragonabili: nel 1986 la nuvola arrivò a 10 mila metri e raggiunse tutto il mondo, il mese scorso le due nubi si sono fermate intorno ai 500 metri di quota. L’innalzamento al livello 7 poteva arrivare ieri o anche domani, è soltanto il risultato dell’analisi di una serie di parametri previsti dai protocolli dell’Aiea”. Ma si sa, per le mezze calzette di casa nostra l’importante è il pezzo di carta, il certificato in bollo, la sentenza passata in giudicato anche se non sta né in cielo né in terra, così da poter dire: è ufficiale, Fukushima = Chernobyl. Soddisfazioni da bambini. In attesa del giorno dell’Apocalisse.

CARMEN CONSOLI 14/04/2011 Diventasse un giorno mamma, alla cantante non dispiacerebbe affatto avere un figlio gay. Incontrasse un principe azzurro, non le dispiacerebbe che fosse femmina. In ogni caso, trova che la masturbazione sia un’ottima compagna. E anche se non ama “particolarmente” le droghe, è per la loro totale liberalizzazione. Il bello è che per tanta frivola e ostentata ortodossia la siciliana si becca dal Corriere gli aggettivi di “controcorrente” e “scandalosa”.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 15/04/2011 Ne ha per tutti. Per Giulio: “C’è poca ironia da fare, vista la situazione di mancata crescita e di mancate iniziative di politica economica. Meglio metterci tutti a fare meno battute e impegnarci di più per avere maggiori risultati”. Per Silvio: “C’è un Paese che ha voglia di fare e non di occuparsi solo degli affari propri”. E quello che tutti ci chiediamo è questo: quand’è che questo chiacchierone ci farà vedere di che pasta è fatto? Quand’è che il numero uno della mitica classe dirigente comincerà a raddrizzare l’Italia? Quanto dobbiamo ancora aspettare prima che il superuomo del fare, del fare squadra, del fare futuro, del darsi da fare, getti il guanto di sfida all’ometto del fare? Così, tanto per fare qualcosa. Una cosa. Una buona volta.

Crisi libica: Silvio, è ora di muoversi

Avete notato? I bollettini di guerra che arrivano dalla sponda sud del Mare Nostrum oramai sono stati derubricati a notizie di seconda e terza fila. Leggo per esempio sul sito internet del Sole24Ore: “La tensione resta altissima in Libia”. Tensione? Che razza di titolo è per una guerra? La ragione di questa retrocessione è semplice: ci si annoia. Infatti, a parte qualche sfortunato che ci rimette ogni tanto la pelle, e che anche dopo morto si chiede perché cavolo è toccato proprio a lui di dire addio alla parabola terrena in una farsa di guerra e non in una guerra vera; a parte le continue lagne dei partigiani bengasini che ancora si chiedono perché i loro liberatori occidentali avessero promesso che, niente paura, ci capiamo, siamo fra uomini, voi ci mettete la faccetta olivastra e i moschetti dell’era giolittiana, anche per la gioia dei nostri pubblicitari, e al resto pensiamo noi, e ora invece non si fidano neanche di mettere la loro faccetta bianca fuori della carlinga degli aerei; a parte questo, non succede un bel niente: le sabbie mobili e infuocate del deserto hanno inghiottito tutto, compreso l’imbarazzo di chi ha promosso questa mattana, e di chi l’ha applaudita.

L’Italia ha cercato di resistere ai diktat franco-britannici-americani, ma non ha resistito abbastanza. Riconoscere ufficialmente il gruppetto bengasino come “unico” rappresentante della nuova Libia ed accettare la pregiudiziale della dipartita di Gheddafi sono state due sciocchezze che ci hanno tolto importanti munizioni diplomatiche da gestire in proprio, tanto più che la risoluzione ONU non le contempla affatto, tanto più che fin dall’inizio hanno sbattuto contro la realtà dei fatti, e tanto più, infine, che vanno con ogni probabilità contro i nostri interessi. Domani (martedì) il capo del Consiglio nazionale di Transizione di Bengasi, Mustafa Abdul Jalil, sarà a Roma dove incontrerà Frattini, Napolitano e in serata Berlusconi. E’ meglio che il presidente del consiglio metta la museruola a Frattini e non prometta un bel nulla. Il 14 aprile al Cairo ci sarà poi una conferenza internazionale sulla Libia con la partecipazione dell’ONU, la Lega Araba, l’Unione Africana e l’Organizzazione della Conferenza Islamica. Nel frattempo è sempre più chiaro che i giovanotti che hanno combinato la frittata, Sarkozy, Cameron & Obama, non hanno la più pallida idea di come venirne fuori. Soprattutto il primo, che ha scommesso sulla “virtù” di un machiavellismo a costo zero, tanto pensava facile la partita, e invece si ritrova con un’altra rogna dopo quella in Costa D’Avorio, dove l’unilateralismo “democratico e umanitario” francese ha aggravato più che composto gli odi fra le fazioni in quella che è ormai una guerra civile.

La verità è che giorno dopo giorno il colonnello sta ridiventando un “interlocutore”. Dirlo non si può. Ma tenerlo a mente è un dovere. La posizione dei paesi occidentali si sta indebolendo a vista d’occhio. E questo non può sfuggire all’attenzione delle potenze emergenti. Prima o dopo, se non sarà l’Occidente a prendere atto della situazione di stallo, saranno esse, incoraggiate, a farsene interpreti. Le prime avvisaglie ci sono già: mentre l’Unione Africana chiede l’immediata cessazione delle ostilità allo scopo di promuovere un dialogo tra il Consiglio di Transizione e il governo di Gheddafi, la Lega Araba, per colpire al fianco l’Occidente, e per saggiarne la “correttezza democratica”, ossia per rispondere alla demagogia con la demagogia, chiederà all’ONU di imporre una no-fly zone su Gaza per l’aviazione israeliana.

Se il regime change non si vede neanche col binocolo, l’Italia ha tutto l’interesse di anticipare con una propria iniziativa questo change of strategy. Nonostante le posizioni fin qui a malavoglia assunte, ne ha il diritto. In forza dei danni che il nostro paese continua a subire nell’indifferenza ostentata dall’Europa, e in forza dell’impotenza di chi questa guerra ha voluto. Sarebbe il colmo doversi adeguare ad un change of strategy che silenziosamente incombe – dopo aver avuto ragione, aver obbedito per causa di forza maggiore alle ragioni dell’alleanza, essersi letteralmente imbarcati in un mare di guai – senza coglierne i frutti.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (16)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MINO MARTINAZZOLI 04/04/2011 Che intervistato da Avvenire dice: «Viviamo una fase crepuscolare della democrazia. C’è una situazione di marasma tale da non riuscire a capire in che modo la politica possa ritrovare la sua nobiltà». Il problema è un altro. E’ che Martinazzoli non ha mai capito un tubo. Ha sempre ripetuto con dolente ed urbana soddisfazione le boiate che vanno per la maggiore. E’ sempre andato a rimorchio, pensando di essere intelligente e moralmente integro. Gli altri glielo lasciavano credere e lui ci credeva col massimo piacere, esibendo un’aria sofferente e lontana. Cosicché anche oggi, pur se disgustato dall’assedio al parlamento dell’altro ieri, dice che la colpa è soprattutto di Berlusconi. Nel ’94 fu il becchino della DC, avventurandosi in una suicida corsa in solitario, apparentemente a tutto vantaggio della gioiosa macchina da guerra occhettiana. L’elettorato dell’ex balena bianca fuggì in massa da questo pacatissimo pazzo rifugiandosi ad Arcore. Ma Mortimer, imperterrito, continua ad essere filosofo: «La nostra tradizione ci dice che la politica conta ma la vita conta di più. Per questo sostengo con Eliot “Per noi non c’è che il tentare/ il resto non ci riguarda”». Che la vita conti di più della politica non c’è alcun dubbio, e anche il gusto della sconfitta virtuosa può essere molto gratificante. Specie quando se ne scaricano le conseguenze sul groppone altrui.

FRANCO FRATTINI 05/04/2011 Il ragazzo non si sveglia. E quel che è peggio è che il Berlusca, circondato da consiglieri tremebondi, non riesce a fidarsi del tutto del suo istinto, come invece dovrebbe, e lascia fare. In pochissimi giorni i presunti e pubblicizzatissimi dati di partenza sulla crisi libica si sono rivelati completamente sballati. O meglio, falsi. La situazione sul campo è di stallo. L’armata brancaleone bengasina non riesce a cavare un ragno dal buco. In compenso molto si lagna e molto pretende. In una parola, comincia a rompere. I giornali non lo scrivono, ma ve lo dico io. I galletti, impantanati fra l’altro nel dramma sanguinoso della Costa D’Avorio, hanno abbassato la cresta e non si sente un cocorico in tutto il deserto libico. Per gli americani e i britannici l’avventura libica comincia a somigliare sempre più ad una bella rogna, più che a un’opportunità. E l’opinione pubblica mugugna sempre di più. Tripoli intanto manda messaggi concilianti che parlano, addirittura, di transizione democratica guidata dal figlio di Gheddafi. Insomma, stanno maturando i tempi per il cambio di strategia, ossia il fatidico passetto indietro. L’iniziale prudenza italiana era giustissima. La conseguente strategia del pesce in barile ottima. Potrebbe non essere lontano il momento opportuno per raccoglierne i frutti. Per la zampata. Invece la Farnesina che fa? Riconosce il Consiglio Nazionale di Bengasi come unico interlocutore, e non esclude, come “extrema ratio” la possibilità di armare i ribelli. E lo fa adesso, quando la credibilità dei ribelli sta calando a vista d’occhio! E mentre il ministro perfettino prende il treno sbagliato, corriamo il rischio di farci scippare dalla Turchia la parte vittoriosa del deus ex machina.

GUSTAVO ZAGREBELSKY 06/04/2011 Solo un orbo non lo vede: è il giacobino perfetto. Il giacobinismo odia il dispotismo ma il suo è il più asfissiante dei dispotismi: il servo che disprezza è ancora un individuo, il servo che prepara non è nemmeno quello; vuole un mondo libero da cortigiani, e prepara la schiavitù delle masse; la demagogia che disprezza ha ancora l’umanità delle scoregge e dei rutti; la sua è purificata da ogni umanità. Ostenta un rispetto sacrale per il cittadino, a patto che obbedisca come un manichino al catechismo del buon cittadino: il suo. Fuor di quello, nulla salus. Predica il culto della legge, ma si avvale dell’eccezione. Prepara l’eccezione denunciando lo stato di degenerazione finale e quindi la morte della legge. Tollera solo il parlar chiaro, ma ogni sua parola è equivoca. Così oggi il nostro è contro la “piazza irrazionale”, ma chiama tutti alla “mobilitazione”. Cominciando coi presidi permanenti. Quest’uomo è un pericolo. Per la democrazia. Fermiamolo. Tutti pronti? E uno, e due, e tre: prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…

BARBARA SERRA 07/04/2011 A Milano per il Rubygate la giornalista di Al Jazeera English confessa che la cosa più difficile per lei è spiegare al pubblico del network arabo cosa sia il Bunga Bunga. Pensavo fosse la cosa più facile del mondo, almeno per la metà degli spettatori. Caro uomo musulmano, vediamo di capirci: i giardini delle delizie, le fonti chiarissime, le vesti di seta, le coppe dorate servite da fanciulle dall’occhio bellissimo, preziose come bianche perle nascoste… hai presente? Certo che hai presente. E sai bene che il maschio islamico più scalpitante il paradiso cerca di farselo in casa e su questa terra: se l’è un pover crist, gli bastano due o tre mogliettine; se è un mezzo califfo si fa l’harem. Il Bunga Bunga è l’harem made in Padania, la più terragna delle terre emerse. E Silvio, tuo fratello.

PAOLO MIELI 08/04/2011 E’ una delle più belle ville di Lampedusa e sa per certo che Berlusconi non l’ha comprata. LUI conosce il proprietario. LUI conosce tutti i ricchi d’Italia. I ricchi veri. Non gli zotici arricchiti.

Il fantasma dello sfascio ovvero la paura della democrazia

E’ universalmente noto che come il riso abbonda nella bocca degli stolti da millenni nel vasto mondo, così la “società civile” abbonda nella bocca degli scolaretti usi a pestare l’acqua nel mortaio da mezzo secolo nell’italica parrocchietta. Prendete Luca Cordero di Montezemolo: sono lustri ormai che questo damerino aspetta l’occasione giusta per impadronirsi delle spoglie di un ceto politico cronicamente in via dissoluzione. Ogni volta che gli strepiti intorno alle canaglie che ci governano si fanno più forti, il nostro alza la cresta e le canta a lor signori. Ma tutta la sostanza dei discorsi del signorino sta nel tono, che è ultimativo. Per il resto si tratta di minestre mille volte riscaldate: adesso si scaglia contro l’autoreferenzialità della classe politica, e si fa paladino del riscatto della società civile, protagonista in negativo di un assordante silenzio di fronte al disfacimento delle istituzioni, pavidità accomunata a quella dei ceti dirigenti e delle élites oggi “silenti”. Queste noiose corbellerie, se da un lato ci confermano che Montezemolo è solo un sussiegoso ripetitore del luogocomunismo nazionale, e quindi espressione del conformismo di cricche incallite, sono peraltro interessanti da un altro lato, più intellettuale.

E’ sintomatico che la retorica sulla società civile vada di pari passo con quella sulle classi dirigenti, e a questa si accompagni. S’invoca quella, s’invocano quelle. Quasi che da sola la “società dei cittadini” non sapesse come sbrigarsela. E in effetti negli ultimi decenni l’espressione “società civile”, che pur vaghissima tradisce tuttavia spiccate radici universalistiche, legata com’è alla nascita delle istanze democratiche moderne, ha subito qui da noi un profondo slittamento semantico, tacito ma ben concreto, che ha finito per rivoluzionarne la natura: oggi la società civile è, inconfessabilmente, la selezionata società, quella più responsabile, quella che si distingue dalla massa, e a questa viene contrapposta. La società civile e i suoi infiniti cloni: dal popolo viola ai firmaioli di Repubblica. E’ un aristocraticismo di fondo che a cascata ha creato tutti gli altri: quello delle auspicate nuove classi dirigenti, le nuove élites, non necessariamente elette, da insediare al posto dell’attuale classe politica; quello che alimenta il potere d’interdizione che la magistratura si arroga nei confronti di quest’ultima in nome di un malinteso controllo della legalità, come se tutto l’agire politico dovesse cadere per forza dalla parte del lecito o dell’illecito; quello che ci offre l’agiografia della figura presidenziale nella sua qualità di supremo arbitro; quello che presiede al comico culto della Costituzione.

Tutto questo tratteggia il quadro di rivendicazioni sempre più ampie di “valori democratici” non negoziabili. L’amore per le regole nasce proprio dall’esigenza di difendere lo status quo. E’ una sorta di panico epocale. La retorica dello sfascio non è figlia dello sfascio, ma della frustrazione di un’Italia che ha scelto il nulla politico della contrapposizione antropologica tra l’Italia per bene e quella per male pur di fissare i confini del proprio potere davanti all’avanzata della democrazia, il cui sviluppo raramente lineare viene oggi chiamato “sfascio”. Una maturazione democratica che non può non avere il carattere di sempre quando è sana: volgare ma non carica d’odio. E’ assai facile condannare le manchevolezze, le diffidenze, le illiberali arretratezze del popolo che la incarna. Facile, e anche giusto. A patto che non si nasconda il quadro generale. Sennò è solo opportunismo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (15)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BIANCA BALTI 28/03/2011 La Bianca è disperata: da quando George Bush Junior ha appeso le scarpe al chiodo, the One and Only Silvio Berlusconi dal secondo è salito al primo posto dei politici più ridicoli del globo. Già si vergognava per questo dell’Italia, ora senza lo scudo spaziale americano è totalmente priva di difese. Io certe donne non le capisco: se fanno le belle statuine castamente svestite sono di un’eloquenza irresistibile, dicono tutto e non sbagliano di una virgola. Regnano. Perché allora aprono la bocca? Altri capolavori, come il Mosè di Michelangelo, non risposero nemmeno al loro artefice. E dico Mosè, che era un’aquila.

(P.S. Ci capiamo: questo è un disperato tentativo di rimorchiare il capolavoro; non è del tutto impossibile che se queste righe cadono sotto gli occhi di Bianca, la ragassa della Bassa si dica: “Ma chi è questo stronzo? Ma chi è questo piccolo stronzo? Vorrei proprio averlo sotto gli occhi questo verme, e vederlo sprofondare, piccolo, miserabile,  mellifluo ometto del sottosuolo!” Al che io, che leggo nel pensiero, delle donne soprattutto,  mi fionderei da lei e al suo fiero sguardo interrogativo risponderei, con impeto napoleonico, fulminante, vittorioso: “L’ometto del sottosuolo… c’est moi!” Secondo me non avrebbe scampo, non credete?)

FINANCIAL TIMES 28/03/2011 Per quanto furbacchione quel birbante di Silvio non può certo sperare di darla a bere all’autorevolissima gazzetta britannica, al cui occhio perspicace nulla sfugge: la sua decisione di presentarsi in tribunale non ha nulla a che fare con un ritrovato senso civico, ma è solo “un tentativo di ravvivare la sua popolarità nei sondaggi”. Sono perfettamente d’accordo: l’autocrate va in tribunale solo per farsi pubblicità, per allargare il suo già opprimente dominio della cosa pubblica. Lo Stato corre un pericolo mortale. E con esso la Costituzione. E’ tempo di agire, con fermezza. Solo il legittimo impedimento può fermarlo. Firmate l’appello. Fermiamo Berlusconi.

GIORGIO NAPOLITANO 29/03/2011 Non risulta che la politica estera sia prerogativa del Capo dello Stato. In Italia. Ma i devoti della Costituzione, essendo una setta, ossia una mafia, quando vogliono non vedono, non sentono, e soprattutto non parlano. Sulla questione libica il nostro vecchio presidente ha scavalcato il governo con giovanile e perentoria baldanza. La stessa di quando, cinquantacinque anni fa, condannò senz’appello gli insorti di Budapest come controrivoluzionari. Decisamente le insurrezioni gli danno alla testa.

SABINA GUZZANTI 30/03/2011 Chi vuol far ridere fustigando i costumi dovrebbe prima di tutto esser capace di ridere di sé. Avere spirito d’osservazione ma cuore magnanimo. Piombare come un falco da vertiginose altezze sulla preda – perché sua caratteristica è quella di avere la testa fra le nuvole, e tuttavia di vedere quello che gli altri non vedono – artigliandola con verità e amore. Abbracciandola in tutta la sua umanità. Non spiare, com’è tipico delle nature inferiori. La satira esige salute morale. Profonda, sferica, paterna, materna, fraterna. La suscettibilità è il primo nemico di quest’arte, nonché il suo primo bersaglio. Più di tutte quelle che si conoscono, e di tutte quelle che il passato conobbe, la satira italiana dei nostri giorni è acida, e non fa ridere di cuore nessuno: è il braccio di una setta, per essere di conforto ad una setta. E’ un gruppetto che ride del gobbo che passa per strada: il primo che sghignazza indicandolo agli altri passa per capocomico. Perché dunque sorprendersi se la Sabina inciampata per la via è furibonda e manda tutti a quel paese? Si sente come il gobbo, poveretta, come la caricatura di una caricatura, prigioniera della mendace crudeltà di un dettaglio. Chi non ha pietas per gli altri, non ne ha neanche per se stesso. Guardate invece, tanto per non far nomi, Zamarion: pur facendosi pietà, rimane olimpico; formidabile saettatore, ma piacevole; umano tra gli umani, da tutto è turbato ma nulla lo turba, per dirla con un suo aforisma del 2011 diventato famoso. Ah, lo vedo bene! Lo vedo proprio bene!

FRANCO FRATTINI 01/04/2011 E’ l’intervento militare più cretino di questo secolo, quello in Libia, quello contro un vecchio bandito che all’Occidente si era già arreso, in cambio del mantenimento dei propri forzieri, della pellaccia, della megalomania, e di qualche anno ancora di potere; un ex nemico in pensione reinserito in fretta e in furia nella lista dei più grandi manigoldi della storia appena si è intravista la possibilità di impadronirsi dell’oro acquistando nello stesso tempo fama ed onori a prezzi di saldo. Una storiaccia che non può finir bene. Per noi la situazione è chiara: siamo dentro solo per non restarne fuori. Noi ci muoviamo in stretta osservanza della risoluzione dell’ONU, a questa ci atteniamo, e a questa ammoniamo tutti di attenersi. Non dobbiamo fornire spiegazioni su cosa questo significhi. Facciamo le mummie. Anche il silenzio può essere eloquente, senza compromettere troppo. Invece il nostro ministro lascia che il garrulo portavoce della Farnesina si faccia intervistare da Al Jaazera assicurando compiacente che l’Italia ha rotto col regime e interloquisce col Consiglio di Bengasi: servile + imprudente = fesso. Lo stesso ministro balbetta e, pur di tener buoni gli inglesi, assicura che l’unica cosa sicura è che Gheddafi deve andarsene, facendo capire che l’Italia può lavorare per fargli accettare l’esilio. Fossi Silvio li frusterei. L’unica cosa sicura? Col piffero, caro Frattini. Qui di sicuro non c’è un bel niente. Siamo appena all’inizio e la gente si è già stancata di questa farsa. All over the world. Quindi acqua in bocca. No comment. Tenersi tutte le strade aperte. E che si arrangino. Se non sapranno più cosa fare allora si vedrà che anche le cose sicure non sono poi così sicure. Agiscono forze più grandi di noi, ma se e quando queste forze non sapranno più dove sbattere la testa, allora magari potremmo entrare in campo noi all’ottantanovesimo minuto per fare un golletto alla Inzaghi. D’altronde loro che fanno per noi?