I partigiani dell’Italia che ripudia se stessa

Il pluridecorato scrittore Claudio Magris è uno di quegli intellettuali che a forza di garbato conformismo, di giuste frequentazioni e di cosmopolitismo ben scelto, con tenacia degna di miglior causa si è guadagnata fama di onesta e sobria indipendenza di giudizio. In due parole, mai una parola fuori posto. Imbalsamato alla perfezione, fa la guest star sul Corriere della Sera. E tuttavia anche questo riguardoso personaggio è iscritto da una vita alla pericolosa consorteria dei profeti dell’altra Italia: “l’altra Italia”, differente, ieri, dall’Italia di ieri; e oggi, dall’Italia di oggi; e domani, scommettiamo, dall’Italia di domani. Il che vuol dire che quest’attitudine millenaristica, minoritaria in tutti i paesi in cui il sentimento nazionale si è ormai pacificamente sedimentato, da noi è ancora così viva e pulsante da essere espressione di vere e proprie nomenklature; che oggi, disperate nel vedere un paese che nella volgarità berlusconiana della democrazia si sta rinsaldando, al contrario di quanto si favoleggia, spingono sull’acceleratore. E il professore – è anche professore – in occasione del 25 aprile, coi suoi modi compassati si adegua alla nefasta pulsione:

Sono soprattutto le dittature — quelle «molli» che soggiogano con strumenti economici, mediatici e culturali, e ancor più quelle «dure» che s’impongono direttamente con la forza bruta — che si presentano come l’unico sistema, l’unica realtà possibile. Le dittature invece cadono e il 25 aprile ricorda la caduta di quella fascista in Italia. C’è poco da aggiungere a quanto è stato detto tante volte sull’antifascismo e sulla Resistenza, sull’imperituro significato di quest’ultima quale liberazione nazionale, sulle sue contraddizioni, sulle sue diverse e contrastanti anime, sui suoi eroismi e sui misfatti compiuti in suo nome. Il 25 aprile simboleggia vent’anni di un’altra Italia, differente da quella del regime fascista; una resistenza che non è solo quella partigiana, ma anche quella di coloro che non si sono piegati quando un’altra Italia sembrava impossibile (…) Anche oggi, dinanzi al dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge il Bel Paese come liquami che salgano dalle fognature, è forte la tentazione di arrendersi, di lasciarsi andare, di credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante. L’indifferenza che mette in soffitta la Resistenza vera e propria e l’attentato alla Costituzione, che da essa è nata e che è la spina dorsale dell’Italia civile, sono un sintomo fra i tanti di questa involuzione morale. Ma proprio quella data insegna a non scoraggiarsi; ricorda come credere che tutto sia perduto e che non si possa più reagire sia una tentazione, stupida come lo sono in genere le tentazioni. C’è un’altra Italia possibile, rispetto a quella che oggi subiamo.

Non è uomo da battaglia, Magris, che in questa dittatura molle peraltro se la passa benissimo. Tanto più impressiona la frecciatina giacobina contro la sub-umanità berlusconiana: dire “non-cittadino” è usare il linguaggio della rivoluzione, è preparare il vandeano, il brigante, il nemico di classe, il kulako; e impressiona la retorica banale, mille volte “belata dal gregge” – quello vero, caro Magris, non quello colpito dai tuoi strali – sullo “stadio ultimo”. Sai cos’è? E’ la banalità, prevedibilissima, del male. Scrissi qualche settimana fa:

Ostenta [il giacobino] un rispetto sacrale per il cittadino, a patto che obbedisca come un manichino al catechismo del buon cittadino: il suo. Fuor di quello, nulla salus. Predica il culto della legge, ma si avvale dell’eccezione. Prepara l’eccezione denunciando lo stato di degenerazione finale e quindi la morte della legge.

Ricordiamo allora allo smemorato di Trieste che anche l’ideologia fascista, del tutto in linea con le sue radici socialiste-radicaleggianti, sognava “un’altra Italia”, che venisse fuori dal putridume e dalla mediocrità dell’era giolittiana. Che “un’altra Italia”, che allora nemmeno veniva chiamata Italia, trionfante sulla mediocrità borghese, fu nei sogni e restò per fortuna nei cassetti dei comunisti. Che “un’altra Italia” diversa da quella mediocre dei preti era nei sogni della parte più ottusa e oltranzista delle élites liberali dell’Ottocento, e nella capoccia dura e saputella degli azionisti del secolo scorso. Chi sogna “un’altra Italia” vuole un paese a sua immagine e somiglianza: ma questo atteggiamento, nel concreto, è il contrario della democrazia ed un ostacolo alla maturazione del sentimento nazionale. Un sentimento nazionale maturo, proprio perché ha elaborato ed accettato e composto dentro di sé molte differenze, in una sorta di processo di globalizzazione locale, di norma è pacifico e non s’investe di missioni salvifiche. Mentre il nazionalismo è sempre il risultato del trionfo di una fazione, così come la repubblica dei soviet. Chi oggi sogna “un’altra Italia” partendo dalla Resistenza e da un pretestuoso patriottismo costituzionale fa lo stesso errore antidemocratico. E non è un caso che a quest’ultima versione mascherata dell’autoritarismo nostrano siano approdati reduci dell’uno e dell’altro campo, e anche di tutte e due.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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