Bassezza e miseria della «cultura della legalità»

Che la nostra magistratura sia la più ambiziosa del mondo è cosa ormai di cui nessun essere ragionevole può dubitare. Di un colpo di classe come quello dell’altro ieri, per esempio, non si trova traccia nella storia, almeno dai tempi della repubblica romana, quella prima di Cristo, quando ogni tanto arrivava la resa dei conti per gli aruspici etruschi: i componenti della Commissione Grandi Rischi sono stati infatti rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio plurimo colposo per non aver dato, due anni fa, l’allarme sull’incombente sisma che stava minacciando L’Aquila. In pratica per non aver previsto con precisione il dove, il come, il quando il terremoto avrebbe colpito: sennò come avrebbero potuto dire ad un ben determinato spicchio di popolazione quand’era il momento esatto di andar via? Giacché non sarebbe stato affatto democratico tener fuori di casa un mucchio di gente per mesi e mesi, e magari anni, in attesa di Godot; il quale prolungato procurato allarme, d’altra parte, sconvolgendo la vita di tante persone, non avrebbe potuto configurarsi col senno di poi che come un crimine contro l’umanità, nell’opinione della nostra stessa democraticissima e consapevole magistratura. Ma intanto consoliamoci col fatto che l’esecutore materiale di questo misfatto, il terremoto, ed i suoi complici, gli esperti sopramenzionati, sono stati inchiodati alle loro responsabilità. Per il terzo livello e il mandante, Dio, si vedranno i tempi e i modi, ma non pensino quei furfantelli di farla franca.

Questa farsa sta sullo sfondo di due tragedie: la prima, il terremoto; la seconda, quell’Italia che di questa farsa non ride, e anche quell’Italia che ne ride, ma ne spiega il motivo, con un riflesso illuministico da astratti educatori del popolo che di liberale non ha proprio un bel nulla, con la “mancanza di cultura scientifica” che ci flagella, come se il semplice buon senso dell’uomo che ragiona orgogliosamente con la propria testa non fosse sufficiente per orientarsi nella vicenda. L’Italia che oggi non ride ritiene naturale che la magistratura intervenga su tutto, che non lasci spazio all’imponderabile e all’errore. La “cultura della legalità”, fonte alla quale si abbevera, non è altro che il prodotto di un messianismo che nel novecento, in obbedienza ai tempi, fu soprattutto fascio-comunista. Il messianismo non dà luogo a nessuna politica, se con politica intendiamo “l’arte” per natura imperfetta “di governare la città”, dai livelli più alti a quelli più bassi della sua organizzazione, fino ai più elementari doveri del semplice cittadino, perché esso prevede solo l’intronizzazione delle perfette guide di una società perfetta: passati a miglior vita i paradisi fascio-comunisti, in questa sua ultima versione “legalitaria” solo ciò che è “giusto” può essere tollerato. E’ normale allora che la democrazia e la legge vengano a coincidere; e che ogni atto debba passare lo scrutinio dei giudici; e che ogni atto di ogni attività, anche lecita, debba venir classificato come giusto o ingiusto; e quindi dal punto di vista della legge positiva come lecito o illecito. Come può la “democrazia compiuta” permettere che vi siano dei buchi o delle falle in questo schema? Ma come può una “democrazia reale” anche solo vivere, e quale spazio ci può essere per le libertà civiche, se non c’è spazio per l’errore, l’imperfezione o la semplice impotenza?

E se anche sfuggiste al giudizio sulla bontà dei vostri atti, non potreste sfuggire al groviglio tropicale di regole che vi cresce attorno. I sofisti che adorano la democrazia e la giustizia saranno pronti a dirvi che loro non conculcano alcuna libertà e non impongono alcun credo, perché loro li rispettano tutti: ma state tranquilli, ai loro occhi penetranti prima o dopo peccherete nelle procedure, perché il loro catechismo è sterminato e sempre aggiornabile, e sarà come se aveste violato uno dei dieci comandamenti del loro Credo, il cui Dio però ha la brutta abitudine di giudicare hic et nunc. Il “populismo democratico” del quale vi accusano è propriamente il loro, visto che la “giustizia” è sempre stata la bandiera sventolata dai demagoghi, prima di metter mano alla mannaia. Per ora siete accusati solo di essere dei spregiatori delle regole, per quanta attenzione facciate a dove mettete i piedi. Perché per ora la “cultura della legalità” è solo un profilattico antidemocratico. Per questo trova tanti appoggi nei vecchi arnesi insulsi dell’establishment. Dovesse trionfare, farebbe piazza pulita, senza tante cerimonie, pure di loro.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (23)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA SPAGNA 23/05/2011 Era un esempio. Per noi italioti soprattutto. Celebrato dalla grande stampa nostrana. Un paese entrato con brillantissima prepotenza nella modernità. Che classe dirigente! Che classe politica! Che banche! Quale illuminata e progressista lungimiranza! Un paese per giovani! Un paese aperto sul mondo intero! Adesso la fiesta è finita. Adesso il paese iberico è travolto dal movimento degli “indignados”: migliaia, centinaia di migliaia, milioni di giovani e meno giovani che protestano contro la corruzione, contro la classe dirigente, contro la classe politica, contro le banche. Un esempio. Celebrato dalla grande stampa nostrana. E tu sei sempre scemo, italiota.

LA PROCURA DI CALTANISSETTA 24/05/2011 Veniamo a sapere, nel giorno dell’avversario della morte di Falcone, della moglie e degli agenti della sua scorta – non un giorno prima, non un giorno dopo – che il procuratore Sergio Lari ha deciso di riaprire l’inchiesta sulla strage di Capaci. Io dico che bisogna essere ottimisti: dopo diciannove anni di fallimenti non c’è proprio nulla di scandaloso se per una volta la nostra valorosa magistratura l’imbrocca giusta.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 25/05/2011 Per il celebrato campione del “fare squadra” è più che mai necessario “trovare soluzioni condivise”: anche quando non parla di politica, bensì del circo della Formula 1 – lo sport più noioso del sistema solare, detto tra noi, insieme al golf, dove però almeno si sgambetta tra l’erbetta – Luca il Futurista si rivela giorno dopo giorno il più ostinato e temibile avversario del suo compatriota Pier Ferdinando, a sua volta il più disumano ripetitore di frasi fatte di tutte le Emilie; il quale Pierferdy, punto sul vivo dai continui espropri montezemoliani, questa volta gli ha mandato un messaggino, chiaro chiaro e tondo tondo: carissimo, forse è il momento di fare un passo indietro.

GIULIANO PISAPIA 26/’05/2011 Per uno dei due candidati rimasti in lizza per la poltrona di sindaco di Milano: 1) è in atto una campagna di fango contro la sua immagine e la sua coalizione; 2) a seguito della quale ha presentato un esposto denuncia alla procura di Milano; 3) allo scopo di pervenire alla identificazione di agenti provocatori in veste di zingari e gli eventuali loro mandanti. Alla luce di questi elementi – tra i quali vi suggeriamo di prestare attenzione soprattutto: A) alla campagna di fango; B) alla denuncia in procura; C) agli eventuali mandanti – avete cinque secondi di tempo per capire se stiamo parlando: X) del candidato di destra; Y) o di quello di sinistra.

ROBERTO SAVIANO 27/05/2011 Che spera di tornare dopo anni di lontananza forzata in una Napoli nuova. Ma questo non accadrà se dovessero vincere i soliti vecchi poteri, oggi rappresentati dal candidato a sindaco del centrodestra, un bravo guaglione che di nome farebbe Gianni Lettieri, ma che il nostro famoso censore democratico chiama l’asse Cosentino-Lettieri, perché Lettieri è troppo poco camorrista e da solo non risveglia istinti manettari. Vecchi poteri di sicuro, visto che è dalla miseria di diciotto anni che la città partenopea è governata ininterrottamente dalla sinistra, a parte un mesetto di commissariamento. E infatti, diciamo la verità, l’eco dei miracoli della splendida signoria di Bassolino e di quel rinascimento napoletano che stupì il mondo non si è ancora del tutto spento, nonostante la munnezza. Poi Antonio si guastò e cadde nella polvere. Onde per cui la cricca dei compagnucci l’ha arruolato tra i berlusconiani honoris causa: fra loro non se ne trova più uno che l’abbia conosciuto.

Terremoti immaginari

Lungi dall’aver dato il segnale di una rivoluzione e di un crollo, il primo turno delle amministrative ha confermato ancora una volta il modo in cui si è strutturato il consenso elettorale nella penisola dopo i fuochi d’artificio di Mani Pulite. Questa struttura è il risultato di una politica e di una non-politica. Non sarà certo il risultato finale della competizione meneghina a ribaltare questo fatto: Milano non rappresenta né la Lombardia, né il nord. E il comune di Milano, una piccola realtà territoriale abitata da un milione e trecentomila abitanti circa, meno di un settimo di quelli della regione – in questo molto diversa da Roma il cui grande comune ingloba tutta la città, e ospita pressoché metà degli abitanti del Lazio – non rappresenta nemmeno l’intera Milano, esempio in grande di tutte quelle città del nord i cui confini sfumano insensibilmente nell’immenso quartiere residenziale chiamato pianura padana. Varrebbe il caso di ricordare che cinque anni fa, in questa “Milano”, Letizia Moratti fu eletta sindaco con appena il 52% dei voti, a fronte del 47% dello sfidante Ferrante, che partiva strabattuto. E varrebbe anche il caso di ricordare, per trovare un’analogia con una realtà demograficamente non dissimile da quella lombarda appena al di là delle Alpi, che la Monaco di Baviera testardamente socialdemocratica è la capitale del Land storicamente più conservatore di Germania.

In caso di sconfitta della candidata del centrodestra l’unico rischio per il governo verrà dall’isterismo che da sempre accompagna la politica italiana, giornali compresi. Rischio molto, ma molto teorico, in quanto sono proprio gli scossoni a dimostrare che l’alleanza tra il PDL e la Lega è più forte dei malumori della parte più vociante della base e della statura non sempre all’altezza, a dir poco, dei protagonisti. E questo sta a dimostrare inoltre la lungimiranza e la validità del progetto politico berlusconiano del 1993-1994, l’unico serio dal tramonto della prima repubblica, al netto di quel folklore – compreso quello “televisivo” – su cui si attardano ciecamente i critici del berlusconismo. E’ un errore pensare che la battuta d’arresto leghista sia dovuta all’alleanza col PDL: una Lega isolata potrebbe bruciare tutto il suo consenso in una o due tornate elettorali percentualmente gratificanti, ma poi andrebbe incontro ad un declino ineluttabile. I leghisti lo sanno, anche quando non se lo dicono. Il messaggio politico leghista è limitato, ed ha una funzione importante ma in ultima analisi ancillare rispetto al progetto del grande partito conservatore che fu nella mente di Berlusconi sin dall’inizio della sua avventura politica. L’apogeo del consenso elettorale la Lega lo ha già raggiunto. Quel radicamento territoriale che, nel bene e nel male, si riconosce con ammirazione alla Lega diventa una palla al piede quando la politica deve per forza abbracciare orizzonti più vasti: dice niente la storia del PCI, un partito organizzatissimo e fortissimo in molti settori della società italiana, e perenne espressione di una minoranza? La marea leghista che doveva egemonizzare l’elettorato conservatore nordista non c’è stata, e noi, nel nostro piccolo, l’avevamo previsto. Non sempre il partito “leggero” è una maledizione. E così succede che malgrado tutto – le defezioni, i movimentini, i mal di pancia, e i molti cretini – le varie forze del centrodestra continuino progressivamente a convergere verso un baricentro che è figlio di un’intuizione esatta.

Il capitolo della non-politica riguarda la sinistra, che di questo baricentro ideale, e tanto meno di quello reale, è priva. Il progetto democratico è stato un progetto fuori della storia, proprio perché non ha fatto i conti con la storia. Invece di fondare una sinistra solidamente e pacificamente socialdemocratica, dentro se stessa e nei confronti degli avversari politici, il grande balzo in avanti democratico ha fatto crescere a dismisura un’area antagonista frastagliata ma che ormai contende al PD la leadership dell’opposizione alla creatura berlusconiana. Il Partito Democratico ha continuato ad allevare in seno il serpente della diversità, camminando sul sentiero tracciato da Berlinguer con quella “questione morale” che fu lanciata in grande stile per poter uscire vergini ed ancor migliori dal marxismo: il giacobinismo debole del PD ha alimentato quello forte ed intransigente cresciuto alla sua sinistra. Ed è per questo che il PD ha cercato spesso una via d’uscita alla sua destra. Ma un centrosinistra moderno si fonda su una svolta che coinvolga la sinistra nella sua globalità e nella sua identità, non allungando il vino della sinistra con l’acqua del centrismo. Operazione, quest’ultima, che d’altra parte non funziona neanche come politique politicienne, vista l’ostilità dell’elettorato centrista a far massa critica in quei fronti popolari che poi si rivelano necessari ad abbattere il “regime”. E così succede che la sinistra riesce ad riunirsi solo in nome dell’emergenza antiberlusconiana, in cui l’opposizione è costretta a piegarsi alle ragioni della “vera opposizione”, ossia coi più coerenti seguaci della vulgata che la prima ha creato: triste scenario, vecchissimo, e fallimentare.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (22)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIORGIO NAPOLITANO 16/05/2011 In trasferta in Israele, si è rivolto sospiroso al suo collega Peres, dicendo: “Noi siamo entrambi presidenti senza poteri esecutivi, ma facciamo quello che possiamo per cercare di risolvere i problemi al meglio”. Ma certo. Sono sicuro che anche quando il Berlusca sarà presidente della repubblica, anche lui senza poteri esecutivi, farà tutto quello che potrà per risolvere al meglio i problemi del paese. Tutto, ma proprio tutto. Su questo non ci piove. Sarà un valore aggiunto. E magari una supplenza necessaria, per dirla con Ernesto Galli Della Loggia.

STEPHEN HAWKING 17/05/2011 Per l’astrofisico inglese il paradiso è solo “una fiaba per chi ha paura del buio”. Invece “non c’è nulla per l’individuo oltre l’ultima scintilla di vita del cervello”. Figlioli carissimi, io vi dico: non fatevi ingannare dalle lusinghe del demonio! Anche il nulla sa mettersi in ghingheri, ed abbagliarvi, ma sappiate che il nulla è solo una fiaba per chi ha paura dell’inferno, la famosa Geenna, là dove, ineluttabilmente, come disse il Signor Nostro misericordioso, sarà pianto e strrrrridorrrrr di denti!

ARNOLD SCHWARZENEGGER & DOMINIQUE STRAUSS-KAHN 18/05/2011 La moglie ha lasciato il primo, dopo aver saputo che dieci anni fa Terminator ebbe un figlio dalla domestica che per vent’anni ha lavorato nella loro casa; ossia: dopo aver capito che Arnold in fatto di vita coniugale si atteneva ai precetti dell’islamismo più allegro. Mentre il secondo ha dato l’assalto ad una cameriera con modi nient’affatto da gentiluomo, anzi, con impeto belluino, e sembra pure – anche se non vi sono al momento conferme ufficiali – che nell’esaltazione DSK cantasse la Marsigliese. Si direbbe che le servette stiano tornando di gran moda: ci sono cose per le quali il progresso non può proprio fare un accidente.

IL TERZO POLO 19/05/2011 Prima di farsi chiamare “terzo polo” aspirava a diventare la nuova destra decente e a fare le scarpe al Berlusca. Impresa un po’ troppo gagliarda per una squadra di succhiaruote. Andato incontro ad una solenne bocciatura, si è autopromosso, grazie ai media compiacenti, “terzo polo”. Alle amministrative dell’altro giorno non ha sfondato, anzi, è affondato miseramente, senza neanche uno spruzzo, o un grido. Sulla questione dei ballottaggi Rocco Buttiglione, presidente dell’UDC, ed esperto di convergenze parallele, ha dettato la linea: quella di non scegliere. “Né con gli uni né con gli altri.” Ha detto. “Con quella politica non c’entriamo.” Infatti: è la politica che non c’entra con loro.

MARCO FOLLINI 20/05/2011 Come altre educande democristiane solo in età matura ha sentito il bisogno di provare il brivido di un flirt con quello che per i democristiani di razza e in gamba sarà sempre il culturame bolscevico. Trovata la forza per il primo peccatuccio politico, ed entusiasta degli applausi che gli sono venuti dagli antiberlusconiani, ossia dall’establishment, nessuno l’ha più fermato: nel 2005 si dimette da segretario dell’UDC; nel 2006, appena eletto senatore, lascia l’UDC per fondare “L’Italia di Mezzo”, come allora si chiamava il Terzo Polo, un partito che doveva raccogliere i naufraghi di un bipolarismo becero e sbagliato; tempo qualche mese ed entra nel Partito Democratico, da lui definito “casa comune di riformisti e moderati”. All’indomani della tornata amministrativa di qualche giorno fa dice che la crescita della sinistra radicale è il maggior rischio per il Partito Democratico, cui va però il merito della crisi elettorale berlusconiana. Oggi, in merito al ballottaggio di Napoli, considera per il PD “inevitabile ed uno sbocco inesorabile” una convergenza su De Magistris. Teniamolo d’occhio, per il suo bene, prima che vada a cacciarsi in cattive compagnie.

Un geniale aforisma

L’altro giorno ero in libreria. Ci vado spesso. Acquisto libri per compulsione, ma sempre dopo aver piacevolmente bighellonato in lungo ed in largo per i locali della libreria. Sottolineo: piacevolmente bighellonato. C’è gente, che non ha mai imparato a vivere, che va in libreria come va in giro per il mondo, o come va in bicicletta: con un obbiettivo e con spirito agonistico, trasformando una passione che già la tiranneggia in un lavoro forzato. Io invece controllo stupendamente la mia. Acquisto sempre un libro alla volta, e sempre in edizione economica. Capita che lo legga subito ma più spesso che lo depositi assieme ai suoi confratelli nella mia libreria, dove sono schierati con ordine militaresco e dove, dopo l’acquisto, dormono di solito per un bel pezzo; anche anni; qualcheduno per sempre, pace all’anima sua. Questa mania è uno dei pochi lussi che mi permetto. Per il resto son tirchio con me stesso. Frugale, come lo sono i veri epicurei, quelli che mettono in pratica la vera filosofia, che sanno ubbidire alla natura, che disprezzano le vane fatiche, e che pagano il loro tributo al decoro esteriore quel tanto che basta per dimostrare di appartenere alla civiltà.

Ciò detto, ritorno all’altro giorno, quando dopo il giro turistico fra gli scaffali arrivo col volumetto di prammatica alla cassa intorno alla quale in quel momento svolazzano come farfalle tutte e due le commesse ed una signora che sta per tirar fuori i sette euro necessari all’acquisto di un romanzo italiano del novecento, rigirandoselo tra le mani piacevolissimamente sorpresa, quasi avesse trovato una gemma nascosta: “Ma da quanto è che non lo ristampavano? Com’è che adesso l’hanno ristampato?” Non è vero: è da una vita che lo ristampano, date retta al grande perlustratore, ma non ci penso nemmeno per un secondo a correggere un esemplare non disgraziato del bel bel sesso con una pedante ed indegna osservazione. Piuttosto l’harem – sapete, ho l’immaginazione fervida, come quella di Strauss-Kahn, o di Berlusconi, ma sono molto più fine del primo e un po’ più del secondo – stimola il mio genio creativo: “L’autore è morto di recente” dico allora forte e chiaro, preparando l’affondo, ma senza asprezze tali da riuscire importuno; e dopo una magistrale breve pausa calcolata al decimo di secondo per far convergere su di me sei occhi di femmina, ecco che infilo la stoccata vincente: “Uno scrittore dovrebbe avere sempre l’accortezza di sopravvivere a se stesso per almeno un anno: il tempo di assaporare la propria riscoperta, e di curare le ferite di un animo esacerbato” E qui mi apro in un sorriso che vorrebbe essere accattivante, conquistatore, superiore, magnanimo, virile. Me ne basta uno di sottecchi in risposta per lusingarmi del trionfo, il trionfo di chi sa dire con grazia leggiadra un’amara verità.

E’ solo dopo aver camminato sulle nuvole per mezz’ora, ed aver sbollito l’esaltazione, che il sospetto di essere stato preso per uno strano soggetto privo di qualche rotella, cosa niente affatto rara tra la fauna dei frequentatori di librerie, come ben sanno gli esperti, cominciò ad insinuarsi velenosamente dentro di me; tanto più che la sera stessa un destino cinico più che baro volle che m’imbattessi in una delle solite micidiali proposizioni di Flaiano, che suonava altrettanto vera della mia, anche se diceva il contrario: “Quando un autore muore, i suoi libri e sua moglie non interessano più, per un po’ di tempo”. Anche se è vero che per chi si esercita nell’arte di dire cazzate porsi certi vani quesiti è peggio che un crimine; è altrettanto vero che le anime più sensibili, specie quelle non insensibili alla religione, non potranno mai sfuggire a certi scrupoli di coscienza e alle manifeste rampogne della Provvidenza. E così continuavo a chiedermi chi avesse ragione, fra lo strano soggetto e Flaiano. Forse che questi si riferiva ad un autore di successo mentre quello si riferiva ad un autore d’insuccesso? Ne conclusi che l’anima dell’aforisma è l’improntitudine, che i fessi, io compreso, scambiano per spirito di verità. Ma anche questo è un aforisma.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (21)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO MÜLLER 09/05/2011 Su proposta del direttore della Mostra del Cinema di Venezia è stato attribuito a Marco Bellocchio il Leone d’Oro alla carriera. Per Müller, infatti, seguire il suo cinema “ti porta, in ogni suo nuovo film, sempre verso altre destinazioni da quelle che ci sembrava di aver raggiunto e scoperto. Camminatore instancabile, traghettatore di idee, esploratore del confine instabile tra se stesso, il cinema e la storia, ha utilizzato come mappa, per orientarsi, il mondo che comincia oltre i confini della realtà visibile.” Dovete capirli, cari giovanotti, i due Marco: quarant’anni fa erano tutti e due maoisti, e la figura del Grande Timoniere mai hanno scordata.

GIANFRANCO FINI 10/05/2011 Folgorato dall’esempio del suo geniale braccio destro, lo scoppiettante & infallibile Italo te-la-faccio-vedere-io Bocchino, il leader di FLI si è dato alle profezie. “Berlusconi” ha sentenziato “non sarà mai presidente della Repubblica, semplicemente perché non controllerà la maggioranza del prossimo Parlamento”. Una vera e propria mazzata. Una campana che suona a morto. Quindi non voglio infierire con te, caro popolo di sinistra.

UN TERREMOTO A ROMA 11/05/2011 No, non è che la profezia fosse sbagliata. E’ che appena messo piede nella Città Eterna si è reso conto che non valeva neanche la pena di buttarla giù: i romani sono irriformabili. Nun ce prova manco er papa.

BERNARDO BERTOLUCCI 12/05/2011 Premiato a Cannes con una Palma d’oro alla carriera, con quel tocco originale, sorprendente e ardimentoso che gli artisti di casa nostra mostrano sempre in simili occorrenze, ha pensato bene di dedicarla agli italiani “che sanno ancora resistere, criticare, indignarsi per lo stato di tremenda anestesia in cui versa il nostro paese, addormentato quotidianamente dalle televisioni”. Se stasera non riuscite a prendere sonno, invece di guardare la televisione, provate a recitare la formula bertolucciana una decina di volte: già alla terza sarete storditi dagli echi di propositi simili mille volte silenziosamente arenatisi nel condotto uditivo del vostro orecchio; alla quinta questo coro bisbigliante sarà padrone della vostra volontà; alla decima dormirete come sassi.

LA GUERRA UMANITARIA 13/05/2011

Ma mi si giudica erroneamente se il mio amore per la pace e la mia pazienza sono confusi con la debolezza o la codardia. Io, perciò, la scorsa notte ho deciso e ho informato il governo britannico che in queste circostanze non posso trovare più alcuna buona volontà da parte del governo polacco per condurre negoziazioni serie con noi. Queste proposte di mediazione sono fallite perché nel frattempo, prima di tutto, venne come risposta l’improvvisa mobilitazione generale polacca, seguita da diverse atrocità polacche. Queste furono ripetute di nuovo la notte scorsa. Recentemente, in una sola notte ci furono ventuno incidenti di frontiera; la notte scorsa quattordici dei quali tre furono piuttosto seri. Mi sono risolto dunque a parlare alla Polonia nella stessa lingua che la Polonia nei mesi passati ha usato con noi. (…) Sono determinato a risolvere la questione di Danzica; la questione del Corridoio; e far vedere che un cambiamento è stato fatto nelle relazioni tra Germania e Polonia che assicurerà una coesistenza pacifica. In questo, sono risoluto a continuare a lottare fino a che o l’attuale governo polacco sarà disposto ad eseguire questo cambiamento o finché un altro governo polacco sarà pronto a farlo. Sono determinato a rimuovere dalle frontiere tedesche l’elemento di incertezza, l’atmosfera eterna di condizioni che assomigliano a una guerra civile. Mostrerò loro che a Oriente, sulla frontiera, esiste una pace precisamente simile a quella presente sulle altre nostre frontiere. In questo, prenderò le misure necessarie per far sì che esse non contraddicano le proposte da me già rese note nel Reichstag stesso al resto del mondo: e cioè che non guerreggerò contro donne e bambini. Ho ordinato alla mia aeronautica militare di limitarsi a attacchi su obiettivi militari. Se, comunque, il nemico pensa che potrà avere carta bianca da parte sua per combattere con altri metodi, riceverà una risposta che lo ammutolirà. (Adolf Hitler, discorso al Reichstag all’indomani dell’invasione della Polonia)

LETIZIA MORATTI 15/05/2011 Poteva con giustezza mirare al tallone d’Achille di Pisapia, ma, si sa, quando si è al fronte, e non al quartier generale, dove di disquisisce amabilmente al riparo dalle pallottole, è facile perdere la testa. Quindi ha voluto sparare col cannone. Sparare va benone. Andava fatto. Ma una freccetta ben indirizzata avrebbe scavato, scavato fino ad azzoppare l’avversario. La palla di cannone ha fatto un polverone e offuscato una verità che accortamente maneggiata stava tra le sue armi. Con un termine oggi pressoché dimenticato, questa goffaggine era nota nel gergo dei commentatori politici di un tempo come “lassinata”, dal nome di un oscuro candidato al consiglio comunale di Milano nella stessa lista dell’allora sindaco, che correva per la rielezione; un povero disgraziato che desiderando ardentemente essere mazziato tappezzò la capitale lombarda di grossolani ed equivoci manifesti contro certa magistratura che prima l’aveva fatto cornuto. Il sindaco, furibondo, che alle buone e democratiche maniere ci teneva, lo fulminò con uno stentoreo “o io o lui” che fece rumore, solo per essere lui stesso folgorato, ed ammaestrato, dal successo popolare dell’infame Lassini.

Elogio ragionato dei Responsabili

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, dice il proverbio. Da quando, parecchi mesi or sono, la fronda finiana cominciò a mettere in crisi la maggioranza di governo, in parlamento, nelle istituzioni e nelle tribune mediatiche i chiacchieroni che si occupano dei destini della nazione hanno fatto a gara nel contraddirsi in continuazione, con la beata sicurezza che nessun censore di qualche peso – per forza, sono tutti iscritti alla loro consorteria – sarebbe stato lì a coglierli in fallo, a ricordar loro quello che le loro sprezzanti boccucce avevano proferito il giorno prima, e a spedirli come meritavano dietro la lavagna. La loro frustrazione ha trovato nei Responsabili il capro espiatorio: loro fratelli nello spirito, sono stati i soli a combinare qualcosa. I soli che nel cambiare idea hanno avuto il buon gusto e l’onestà di cambiare casacca; di invertire schiettamente il senso di marcia. In sintesi, hanno fatto, oltre che detto. Sono stati più efficienti. Mentre si vuol farli passare per deficienti, giacché l’odio dei migliori ha una sua frusta ripetitività.

Ricordate? Mesi fa la centralità del parlamento era uno dei cavalli di battaglia della variegata compagine antiberlusconiana, dai collettivi Bellaciao al Corriere della Sera. Allora il richiamo alla “centralità del parlamento” serviva per bacchettare sulle mani le teste più calde di quei berlusconiani e di quei leghisti che appellandosi a loro volta alla “costituzione materiale”, o ad un minimo di decenza, equiparavano una nuova maggioranza parlamentare antigovernativa benedetta dal capo dello stato ad un vero e proprio golpe contro la volontà popolare, e reclamavano le elezioni in caso di caduta del governo. Allora il pericolo per l’equilibrio dei poteri veniva dall’esecutivo o dalle ambizioni dell’esecutivo. Dal capo e dal suo popolo. Dal loro sprezzo per le regole e per chi si frapponeva fra i due. E soprattutto il quel momento delicatissimo per l’economia mondiale era irresponsabile parlare di elezioni che avrebbero consegnato un paese instabile e indebitato alla mercé della “speculazione finanziaria”.

Un mese o poco più dopo il fallito tirannicidio delle Idi di dicembre, quando nel giro di ventiquattro ore i trenta congiurati finiani smisero di essere l’architrave dell’edificio parlamentare per ridursi più realisticamente alla funzione di battiscopa in quel di Montecitorio e di Palazzo Madama, la sempre variegata compagine antiberlusconiana, dai collettivi Bellaciao al Corriere della Sera, era già dell’avviso che a pensarci bene, nonostante tutto, la convocazione dei comizi elettorali era l’unica, civile e responsabile risposta all’impaludamento del parlamento. Dove però gli acquitrini si erano ritirati rispetto a qualche mese prima e il terreno intorno al governo si era rassodato. Per rinfrancare gli spiriti più timidi scese in campo allora la squadra zelante dei dottori costituzionalisti con la fissa dell’equilibrio e della separazione dei poteri per dire che se Napolitano questa volta avesse fatto di testa sua sciogliendo le camere sarebbe stato nel suo pieno diritto, maggioranze o non maggioranze.

Oggi la centralità del parlamento da cavallo di battaglia dei democratici è diventato il ronzino donchisciottesco col quale un fedelissimo di Silvio voleva sfidare l’articolo 1 della Costituzione, tra il raccapriccio dei primi. Oggi che la maggioranza berlusconiana s’è rinsaldata, il parlamento stesso è diventato un pericolo. E così, volendo fare dello spirito, e per mettere a frutto le lezioni di Biennale Democrazia, Massimo Gramellini sulla Stampa ha pensato bene di metterci sull’avviso con questo spunto geniale:

Se il suffragio universale abbatte gli altri due pilastri e chi vince le elezioni può fare quel che gli pare, la democrazia si trasforma in una cosa diversa: la dittatura parlamentare. Un nome troppo lungo e infatti dopo un po’ finisce sempre per accorciarselo. Facendosi chiamare dittatura.

Come no? Ci ricordiamo tutti infatti della dittatura di Giolitti, che di “dittatura parlamentare” fu accusato. E di tutte le altre dittature parlamentari che hanno segnato tragicamente la storia dell’umanità.

E poteva il capo dello stato restare indifferente a questa grande rivoluzione copernicana che ha sconvolto gli spiriti? Certo che no, anche lui è un fratello d’Italia. L’Italia che s’è desta con un nuovo pensier. Incurante di tutte le fiducie incassate dal Berlusca dalle Idi di dicembre in poi, grazie anche al valore dimostrato sul campo dai Responsabili, ripensandoci meglio, nonostante tutto, anche lui, nel rispetto di quello spirito del maggioritario che ha informato una costituzione materiale che responsabilmente non possiamo far finta di non vedere, ha deciso che la nomina dei nuovi sottosegretari necessita di una verifica parlamentare, affinché deputati e senatori si rendano conto di quello che hanno effettivamente combinato, e lo sanzionino con un sì od un no. Un obbligo morale, parrebbe di capire. Un obbligo di coerenza dell’incoerenza istituzionalizzata: c’è scilipotismo e scilipotismo.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (20)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUCA BARBAROSSA 02/05/2011 Prototipo del sanremese impegnato – musica bolsa + testo seriosetto + sorriso stampato in faccia – è il più melenso cantautore italiano degli ultimi trent’anni: questo doppio conformismo lo portò negli anni ottanta a satireggiare con molta urbanità sulla Milano da bere e sui socialisti. A dimostrazione che anche la mediocrità ha la sua costanza, ieri era sul palco del concertone del primo maggio ad intonare “L’immunità”, parodia del famigerato capolavoro di Albano & Romina Power, di cui ha cambiato solo le parole, lasciando la musica intatta, tanto la sente sua.

AHMED OMAR BANI 03/05/2011 Che i ribelli di Bengasi avessero bisogno di addestramento l’avevamo capito dopo la prima schioppettata. Ma forse nemmeno Cameron e Sarkozy sospettavano che avrebbero dovuto cominciare con l’abc: l’uso del cervello e della favella. Ahmed Omar Bani, il giorno dopo la morte di Bin Laden, ha detto che loro, i più casalinghi ribelli che l’Africa abbia mai conosciuto, beniamini dell’ONU e della NATO, e virgulti della nuova democrazia libica, stanno aspettando il prossimo passo: “vogliamo che gli americani facciano lo stesso con Gheddafi”. E costui è il loro portavoce, quello più furbo ed esperto di tutti, il grande Ahmed, la volpe del deserto che nessuno mai infinocchiò.

NICOLAS SARKOZY 04/05/2011 La blitzkrieg che doveva incenerire nel giro di una settimana il beduino tripolitano ha avuto lo stesso strabiliante successo delle rodomontate mussoliniane, ma è noto come l’arma più potente in mano ai francesi sia l’amor proprio. Quindi Nicolas non demorde. “La Francia” ha detto fierissimo “assumerà l’iniziativa nelle prossime settimane di una grande conferenza degli amici della Libia per costruire il futuro del Paese, con tutte le sue componenti politiche, incluso – se serve – esponenti del regime di Gheddafi, a condizione che abbiano rotto con lui e non abbiano le mani sporche di sangue”. Grande, grande, grande, la Francia, anche quando il trombettiere suona una mezza ritirata. Ancor più grande sarà quando, buttando il suo grande cuore oltre l’ostacolo, e per il bene dell’umanità, e in particolare di quella italica, si assumerà la responsabilità di parlare a quattr’occhi col dittatore. Non lo potremo mai ringraziare abbastanza.

WALTER VELTRONI 05/05/2001 Spesso certe verità si fanno strada lentamente, non perché siano nascoste, ma perché vi si oppongono legioni di cretini disposti a credere a tutto, fuorché ai propri occhi e alla logica elementare: per esempio, al Berlusca bombarolo. Sicché potete affannarvi anche per tre lustri di seguito a ribattere che uno più uno fa due e non tre, ma non caverete un ragno dal buco: è solo in vista del fatidico e fisiologico ventesimo anno che la Grande Loggia detta Società Civile si accorge di aver preso un granchio. Quando Falcone saltò per aria era considerato un venduto dagli Ayatollah della sopramenzionata società; poi gli stessi lo onorarono; con Falcone e Borsellino saltarono in aria definitivamente anche la prima repubblica, il pentapartito che aveva ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni ancora un mese e mezzo prima della strage di Capaci, e Craxi, il “protettore” del Berlusca; volendo fare dietrologia da strapazzo, ma almeno logica, la morte di Falcone segnò l’arrivo di Scalfaro al Quirinale nel giro di qualche giorno, e di Violante e Caselli rispettivamente alla presidenza dell’Antimafia e a capo della Procura di Palermo nel volgere di qualche mese; e segnò anche l’inizio della famigerata “trattativa”, se ce ne fu una; nel 1993, l’anno dei bombaroli, fu il probo Conso – detto senza ironia – regnanti Ciampi e Scalfaro, a non firmare il 41bis per 140 mafiosi. Ora perfino un fior di galantuomo come Giovanni Brusca c’è arrivato: Berlusconi non c’entra niente con le stragi. Avendo però capacità divinatorie i mafiosi lo avvertirono, ancor prima della fondazione di Forza Italia, affinché una volta premier il Berlusca si mettesse di buzzo buono a lavorare per la revisione del maxiprocesso e dell’articolo in questione. Sennò bombe. Cose che puntualmente non si verificarono. Ed è logico: le farse vogliono muovere al sorriso. Impermeabile alle barzellette, l’unico che non ha capito una mazza è Walter, per il quale la Commissione Antimafia dovrà sentire il Berlusca in merito. Svegliatelo. Fra vent’anni.

ELISABETTA CANALIS 06/05/2011 Si è spogliata. Per solidarietà con tutte le bestiole maltrattate nel mondo. Per denunciare i gironi infernali in cui sono costretti a sopravvivere contro natura milioni di animali da allevamento, solo per morire al momento giusto per i nostri gusti e le nostre tasche. Per aiutare la campagna Peta “No pellicce”. Qui siamo ben lontani dalla solita volgarità gridata ed esibizionista del mondo dello spettacolo. Qui trionfa finalmente l’umanità, l’intelligenza, la sensibilità: insomma, l’impegno nel senso più nobile del termine. Ma allora perché anche qui la femmina la vogliono nuda?

Guerra per futili motivi

Sui disordini in Bahrein è calato il silenzio: se si torna a parlare dell’arcipelago è solo a proposito di Formula Uno, o per il fatto che il principe ereditario Salman, molto afflitto, non ha potuto esibire la sua augusta presenza alle nozze dei suoi amici Kate e William. In fondo è comprensibile: il Bahrein è un castelletto in mezzo al petrolio dove tra famiglia regnante, famigli e sudditi si arriva appena ad un milione di abitanti; roccaforte islamico-tradizionalista, è però considerato un avamposto occidentale, vista la sua politica estera dominata dai timori nei confronti dell’ingombrante vicino iraniano, la cui influenza sulla maggioranza sciita in Bahrein non si sa bene ancora quale ruolo abbia giocato nelle insorgenze “democratiche” dei mesi scorsi; senza contare, infine, che il Bahrein ospita una base navale statunitense. Anche sui tumulti nello Yemen è calato il silenzio: le schermaglie sanguinose tra i filo-governativi e le opposizioni tuttavia proseguono senza che si arrivi ad un accordo per la gestione della transizione dal regime del presidente Saleh ad uno più “democratico”. Allo Yemen son rimaste solo le gocce di tutto il petrolio che ha inondato il sottosuolo dei paesi del golfo. Paese arcaico, ricco di pittoresche vestigia storiche, non è però né uno staterello né un deserto di sabbia: è grande come la Francia e conta la bellezza di una trentina di milioni di abitanti. Essendo poverissimi, infatti, gli yemeniti si moltiplicano come conigli, detto con tutto il rispetto dovuto ai popoli gagliardi. Ed il paese gode anche di una posizione geografica interessantissima, posto com’è all’imboccatura meridionale del Mar Rosso, là dove la penisola arabica quasi si tocca con il Corno d’Africa, e il golfo di Aden apre la via verso l’Asia profonda. Non è invece calato il silenzio sui fermenti democratici che stanno scuotendo la Siria, dove il numero delle vittime della repressione del regime di Bashar El Assad sta ormai avvinandosi al migliaio. In compenso, a parte le chiacchiere, nessuno si muove per fermare il bagno di sangue. Il tutto mentre in Egitto la rivoluzione “democratica” comincia davvero a mostrare il suo lato sinistro, se il ministro della giustizia apre alla possibilità di una condanna a morte per quel Hosni Mubarak che per gli standard medio-orientali è stato niente di più che un moderato autocrate, e per l’Occidente e Israele un interlocutore ragionevole, se non provvidenziale.

Su questi fronti, tutti delicati, l’Europa e gli Stati Uniti fondamentalmente sono stati a guardare, vuoi per prudenza, per saggezza, o per viltà. Mentre hanno finito per infognarsi in una guerricciola personale e poco decorosa contro Gheddafi. Il motivo non è difficile da individuare: il Raìs ha pagato i lunghi anni del suo progressivo – e fruttuoso, da ambo le parti – armistizio con l’Occidente con l’isolamento nel mondo arabo, in quello “moderato” a causa del passato, in quello “estremista” a causa del presente. Toccato in maniera non troppo profonda dalle rivendicazioni democratiche, il regime libico è stato considerato una preda facile – in parte per la sua forza intrinseca, in parte perché l’isolamento del regime limitava la potenzialità destabilizzante sullo scacchiere internazionale di un intervento militare occidentale – da chi voleva regolare qualche conto, sfoggiare un bel trofeo in casa propria ed estendere la sua influenza nella regione. Un peccato di gola, travestito da ragioni umanitarie. A mettere in risalto l’imprudenza e la faciloneria con sui ci si è imbarcati in quest’impresa basta pensare alle plateali contraddizioni della propaganda messa in atto per giustificare l’intervento: da una parte la retorica piagnona sullo “sterminatore del proprio popolo”, intonata senza che le piazze facessero in tempo a tingersi di sangue, e dall’altra l’immediato, simpatetico ma ingenuo utilizzo delle parole “insorti” e “ribelli”, mai usate nel caso delle altre insorgenze “democratiche”; parole che fanno parte della tipica terminologia bellica, alla quale non si vede perché il regime di Gheddafi non dovesse rispondere a tono.

Il colpaccio non è riuscito. Com’era prevedibile, neanche l’applicazione in termini super-estensivi della no-fly zone ha sbloccato la situazione dal punto di vista militare. La guerra di Libia si sta trasformando allora in una caccia all’uomo, nel nome dei diritti umani. E’ una verità che Vittorio Feltri ha sparato sulla prima pagina di Libero con un titolo ad effetto: “Uccidetelo e che sia finita”; che non si capisce dove sia scioccante visto che sintetizza in maniera brutale il non detto di certe surreali analisi, nel tono soprattutto, apparse ultimamente sui grandi quotidiani della penisola. Comunque vada a finire, sarà una pagina nera.

Anche perché non è affatto detto che vada a finire in “gloria”: l’insofferenza russa cresce ogni giorno di più. Il ministero degli esteri ha fatto sapere che gli attacchi della NATO costituiscono un uso della forza “sproporzionato”, eccedente il mandato dell’ONU, tanto da far nascere ragionevoli sospetti che essi siano mirati alla “distruzione” del leader libico e della sua famiglia; ed ha ripetuto che la Russia chiede un immediato cessate il fuoco in vista di una soluzione politica del conflitto. Qui sta l’inghippo non previsto: l’irrompere nella vicenda di potenti terzi incomodi.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (19)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IKEA 25/04/2011 Sarà anche aperta a tutte le famiglie, e alle tasche di tutte le famiglie, gay and gay-friendly too, ma sulla nuova pubblicità del colosso svedese ha ragione Giovanardi: è di cattivo gusto. Non si poteva immaginare qualcosa di più schietto e virile? Di più normale? Del tipo: Tizio col borsone giallo, e Caio con le mani in tasca, senza tante smancerie, da veri uomini? E invece no, eccoli lì, manina nella manina, due cuoricini e una capannuccia, anche se quello sulla destra con la camicia sembra aspettare la fine del supplizio rigido come un baccalà. Il tutto per strappare a mamma una lacrimuccia, perché gli svedesi civili e riformati lo sanno benissimo: siamo in Italia, paese di coglioni.

SILVIO BERLUSCONI 26/04/2011 Ha dato il via libera ai bombardamenti “mirati” sulla Libia. E’ una fesseria. A fare l’ultima ruota del carro dei presunti vincitori si raccoglieranno solo le briciole del bottino di guerra. Ossia un bel niente.

IGNAZIO LA RUSSA 27/04/2011 Per il ministro della difesa “non c’è un grande cambiamento per quanto riguarda l’operatività italiana nella missione in Libia.” Su questo non ci piove. Non abbiamo fatto un kaiser fino ad adesso, non faremo un kaiser d’ora in poi, sempre che il conflitto non deflagri. Siamo lì per fare numero. Ci hanno cacciato in un guaio dove per noi le parole contano più degli aeroplanini. Centellinarle non costava nulla. E che non rompessero. Non stimando tacere cosa degna del loro ufficio, che è cosa tipica dei somari, mentre il fanfarone intelligente sa alla bisogna diventare muto, il ministro della difesa e i suoi due compari, il ministro degli esteri Frattini e il portavoce della Farnesina Massari, col progredire della crisi libica si son trasformati in tre irrefrenabili chiacchieroni. A forza di chiacchiere ci troviamo qui: a bombardare. A parole, magari. Ma intanto starà scritto sul referto.

MIMMO RUBINO 28/04/2011 Quello di WORK WILL MAKE YOU FREE. E’ un artista “precario” lucano che voleva “aprire un dibattito” su certi “lager” abitati da precari ed extracomunitari nelle periferie delle nostre città. L’idea è dozzinale; la provocazione, infantile. Quindi ineccepibile. Per un ciarlatano di successo. Non firmata, è solo fascista.

UMBERTO ECO 29/04/2011 Infine l’ha detto: il problema vero è che il 75% degli italiani è “naturalmente” berlusconiano, e per cambiarlo ci vorrebbe un’azione profonda, di persuasione ed educazione. In fondo l’ha sempre pensato, e fatto capire. Ma adesso che è reduce dal campo di lavoro e di rieducazione di Biennale Democrazia ne è ancora più convinto.