Elogio ragionato dei Responsabili

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, dice il proverbio. Da quando, parecchi mesi or sono, la fronda finiana cominciò a mettere in crisi la maggioranza di governo, in parlamento, nelle istituzioni e nelle tribune mediatiche i chiacchieroni che si occupano dei destini della nazione hanno fatto a gara nel contraddirsi in continuazione, con la beata sicurezza che nessun censore di qualche peso – per forza, sono tutti iscritti alla loro consorteria – sarebbe stato lì a coglierli in fallo, a ricordar loro quello che le loro sprezzanti boccucce avevano proferito il giorno prima, e a spedirli come meritavano dietro la lavagna. La loro frustrazione ha trovato nei Responsabili il capro espiatorio: loro fratelli nello spirito, sono stati i soli a combinare qualcosa. I soli che nel cambiare idea hanno avuto il buon gusto e l’onestà di cambiare casacca; di invertire schiettamente il senso di marcia. In sintesi, hanno fatto, oltre che detto. Sono stati più efficienti. Mentre si vuol farli passare per deficienti, giacché l’odio dei migliori ha una sua frusta ripetitività.

Ricordate? Mesi fa la centralità del parlamento era uno dei cavalli di battaglia della variegata compagine antiberlusconiana, dai collettivi Bellaciao al Corriere della Sera. Allora il richiamo alla “centralità del parlamento” serviva per bacchettare sulle mani le teste più calde di quei berlusconiani e di quei leghisti che appellandosi a loro volta alla “costituzione materiale”, o ad un minimo di decenza, equiparavano una nuova maggioranza parlamentare antigovernativa benedetta dal capo dello stato ad un vero e proprio golpe contro la volontà popolare, e reclamavano le elezioni in caso di caduta del governo. Allora il pericolo per l’equilibrio dei poteri veniva dall’esecutivo o dalle ambizioni dell’esecutivo. Dal capo e dal suo popolo. Dal loro sprezzo per le regole e per chi si frapponeva fra i due. E soprattutto il quel momento delicatissimo per l’economia mondiale era irresponsabile parlare di elezioni che avrebbero consegnato un paese instabile e indebitato alla mercé della “speculazione finanziaria”.

Un mese o poco più dopo il fallito tirannicidio delle Idi di dicembre, quando nel giro di ventiquattro ore i trenta congiurati finiani smisero di essere l’architrave dell’edificio parlamentare per ridursi più realisticamente alla funzione di battiscopa in quel di Montecitorio e di Palazzo Madama, la sempre variegata compagine antiberlusconiana, dai collettivi Bellaciao al Corriere della Sera, era già dell’avviso che a pensarci bene, nonostante tutto, la convocazione dei comizi elettorali era l’unica, civile e responsabile risposta all’impaludamento del parlamento. Dove però gli acquitrini si erano ritirati rispetto a qualche mese prima e il terreno intorno al governo si era rassodato. Per rinfrancare gli spiriti più timidi scese in campo allora la squadra zelante dei dottori costituzionalisti con la fissa dell’equilibrio e della separazione dei poteri per dire che se Napolitano questa volta avesse fatto di testa sua sciogliendo le camere sarebbe stato nel suo pieno diritto, maggioranze o non maggioranze.

Oggi la centralità del parlamento da cavallo di battaglia dei democratici è diventato il ronzino donchisciottesco col quale un fedelissimo di Silvio voleva sfidare l’articolo 1 della Costituzione, tra il raccapriccio dei primi. Oggi che la maggioranza berlusconiana s’è rinsaldata, il parlamento stesso è diventato un pericolo. E così, volendo fare dello spirito, e per mettere a frutto le lezioni di Biennale Democrazia, Massimo Gramellini sulla Stampa ha pensato bene di metterci sull’avviso con questo spunto geniale:

Se il suffragio universale abbatte gli altri due pilastri e chi vince le elezioni può fare quel che gli pare, la democrazia si trasforma in una cosa diversa: la dittatura parlamentare. Un nome troppo lungo e infatti dopo un po’ finisce sempre per accorciarselo. Facendosi chiamare dittatura.

Come no? Ci ricordiamo tutti infatti della dittatura di Giolitti, che di “dittatura parlamentare” fu accusato. E di tutte le altre dittature parlamentari che hanno segnato tragicamente la storia dell’umanità.

E poteva il capo dello stato restare indifferente a questa grande rivoluzione copernicana che ha sconvolto gli spiriti? Certo che no, anche lui è un fratello d’Italia. L’Italia che s’è desta con un nuovo pensier. Incurante di tutte le fiducie incassate dal Berlusca dalle Idi di dicembre in poi, grazie anche al valore dimostrato sul campo dai Responsabili, ripensandoci meglio, nonostante tutto, anche lui, nel rispetto di quello spirito del maggioritario che ha informato una costituzione materiale che responsabilmente non possiamo far finta di non vedere, ha deciso che la nomina dei nuovi sottosegretari necessita di una verifica parlamentare, affinché deputati e senatori si rendano conto di quello che hanno effettivamente combinato, e lo sanzionino con un sì od un no. Un obbligo morale, parrebbe di capire. Un obbligo di coerenza dell’incoerenza istituzionalizzata: c’è scilipotismo e scilipotismo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s