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Un geniale aforisma

L’altro giorno ero in libreria. Ci vado spesso. Acquisto libri per compulsione, ma sempre dopo aver piacevolmente bighellonato in lungo ed in largo per i locali della libreria. Sottolineo: piacevolmente bighellonato. C’è gente, che non ha mai imparato a vivere, che va in libreria come va in giro per il mondo, o come va in bicicletta: con un obbiettivo e con spirito agonistico, trasformando una passione che già la tiranneggia in un lavoro forzato. Io invece controllo stupendamente la mia. Acquisto sempre un libro alla volta, e sempre in edizione economica. Capita che lo legga subito ma più spesso che lo depositi assieme ai suoi confratelli nella mia libreria, dove sono schierati con ordine militaresco e dove, dopo l’acquisto, dormono di solito per un bel pezzo; anche anni; qualcheduno per sempre, pace all’anima sua. Questa mania è uno dei pochi lussi che mi permetto. Per il resto son tirchio con me stesso. Frugale, come lo sono i veri epicurei, quelli che mettono in pratica la vera filosofia, che sanno ubbidire alla natura, che disprezzano le vane fatiche, e che pagano il loro tributo al decoro esteriore quel tanto che basta per dimostrare di appartenere alla civiltà.

Ciò detto, ritorno all’altro giorno, quando dopo il giro turistico fra gli scaffali arrivo col volumetto di prammatica alla cassa intorno alla quale in quel momento svolazzano come farfalle tutte e due le commesse ed una signora che sta per tirar fuori i sette euro necessari all’acquisto di un romanzo italiano del novecento, rigirandoselo tra le mani piacevolissimamente sorpresa, quasi avesse trovato una gemma nascosta: “Ma da quanto è che non lo ristampavano? Com’è che adesso l’hanno ristampato?” Non è vero: è da una vita che lo ristampano, date retta al grande perlustratore, ma non ci penso nemmeno per un secondo a correggere un esemplare non disgraziato del bel bel sesso con una pedante ed indegna osservazione. Piuttosto l’harem – sapete, ho l’immaginazione fervida, come quella di Strauss-Kahn, o di Berlusconi, ma sono molto più fine del primo e un po’ più del secondo – stimola il mio genio creativo: “L’autore è morto di recente” dico allora forte e chiaro, preparando l’affondo, ma senza asprezze tali da riuscire importuno; e dopo una magistrale breve pausa calcolata al decimo di secondo per far convergere su di me sei occhi di femmina, ecco che infilo la stoccata vincente: “Uno scrittore dovrebbe avere sempre l’accortezza di sopravvivere a se stesso per almeno un anno: il tempo di assaporare la propria riscoperta, e di curare le ferite di un animo esacerbato” E qui mi apro in un sorriso che vorrebbe essere accattivante, conquistatore, superiore, magnanimo, virile. Me ne basta uno di sottecchi in risposta per lusingarmi del trionfo, il trionfo di chi sa dire con grazia leggiadra un’amara verità.

E’ solo dopo aver camminato sulle nuvole per mezz’ora, ed aver sbollito l’esaltazione, che il sospetto di essere stato preso per uno strano soggetto privo di qualche rotella, cosa niente affatto rara tra la fauna dei frequentatori di librerie, come ben sanno gli esperti, cominciò ad insinuarsi velenosamente dentro di me; tanto più che la sera stessa un destino cinico più che baro volle che m’imbattessi in una delle solite micidiali proposizioni di Flaiano, che suonava altrettanto vera della mia, anche se diceva il contrario: “Quando un autore muore, i suoi libri e sua moglie non interessano più, per un po’ di tempo”. Anche se è vero che per chi si esercita nell’arte di dire cazzate porsi certi vani quesiti è peggio che un crimine; è altrettanto vero che le anime più sensibili, specie quelle non insensibili alla religione, non potranno mai sfuggire a certi scrupoli di coscienza e alle manifeste rampogne della Provvidenza. E così continuavo a chiedermi chi avesse ragione, fra lo strano soggetto e Flaiano. Forse che questi si riferiva ad un autore di successo mentre quello si riferiva ad un autore d’insuccesso? Ne conclusi che l’anima dell’aforisma è l’improntitudine, che i fessi, io compreso, scambiano per spirito di verità. Ma anche questo è un aforisma.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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9 thoughts on “Un geniale aforisma”

  1. Ho idea valga dove esiste interesse monetario, come in arte, o dove si può piazzare il polpettone a caldo, come per la cinematografica star di turno. Il libro, si sa, è stato soppiantato dalla voce, che è stata poi soppiantata dal video; ha un decorso un tantino più lungo insomma, com’è giusto che sia data la sua natura riflessiva.
    Dipende tutto dalla velocità dell’ambito su cui riposa la reliquia, così che la tua affermazione vale per i più veloci media di ultima generazione, e quella di Flaiano per il più sonnolente mezzo cartaceo.
    Ma forse anch’io sto raggranellando nulla più che qualche stupideria da conversazione. Pure, senza tre paia di veneree beltà a fissarmi.

    1. Potrebbe essere la soluzione del mistero. Infatti mi sembrava ben strano che due personaggi di tale vaglia la pensassero in maniera diametralmente opposta…

  2. Chissà se hanno già fatto un film in cui un pazzo rapisce uno scrittore mediocre, inscena la sua finta morte, in modo che faccia breccia nell’immaginario, e poi lo costringe a scrivere un libro, per spacciarlo come postumo e pigliarsi i soldi.

      1. In quel caso ti denuncio, anzi ti denunZio, e mi piglio i milioni da te. E poi, magari, faccio pure un film su un blogger che butta lì un’idea per un film sul blog di un altro, solo per spillargli i milioni…

  3. OT: mentre i tuoi 4 fans aspettano la tua Parola decisiva su come andrà il ballottaggio a milano, su che conseguenze avrà nei diversi esiti, sulla sorte del governo, sul silenzio del berlusca, su cosa farà, sul meteo per il fine settimana, tu cosa fai? sei lì che ti trastulli con il template, gli sfondi, i colori e i colorini (il rosso e il nero insieme non si possono vedere, per uno juventino come me!!). La tua irresponsabilità mi lascia esterrefatto.

    1. Trastullarmi col template è spesso l’unica cosa che ho la forza di fare la sera, dopo il lavoro e il compitino quotidiano per Giornalettismo. Per fortuna che ho solo 4 fans, sennò mi sentirei schiacciato dal senso di responsabilità. Ma è una malattia benigna, che accompagno di solito con l’ascolto di musica, quasi sempre “classica”, ma non esclusivamente. Così ogni tanto debbo per forza alzarmi dalla sedia, trasportato dall’entusiasmo: a volte dirigo l’orchestra, a volte, se si tratta di opera, canto perfino, per poi ricadere sulla sedia, sfinito da quest’amplesso cerebrale. L’importante, si capisce, è che nessuno mi veda.
      Comunque non mollo e lunedì come al solito parlerò al popolo.

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