Crisi libica: Russia e Cina entrano in gioco?

A distanza di tre mesi dall’inizio di quella che doveva essere la scampagnata libica, la campagna di Libia per ora ha ottenuto soltanto un risultato sicuro: la sparizione di scena dei due personaggi che avevano dato inizio al ballo dando fiato alle trombe della retorica democratica, Sarkozy e Cameron. Avete notato? Non li si sente più. A parlare son solo la NATO o il Dipartimento della Difesa statunitense, che per lo più passano il tempo a lamentarsi del non del tutto soddisfacente sostegno europeo alla missione. In attesa che l’effetto collaterale di una bombetta birichina spedisca miracolosamente al creatore il Colonnello, togliendo così di mezzo il primo degli ostacoli alla risoluzione del conflitto, lo stallo libico sta intanto consentendo pian piano ai paesi che finora avevano assistito impotenti alle vicende belliche di ritornare da protagonisti nel gioco diplomatico.

Si ricorderà che Russia e Cina si erano astenute sulla risoluzione ONU che aveva dato il nulla osta alla protezione bombarola e umanitaria della NATO. Lo avevano fatto, dal loro punto di vista, per prudenza, per non rischiare di essere tagliati fuori dai frutti del dopoguerra, nell’incapacità di valutare una situazione che la propaganda di Al Jazeera, ripresa dai media occidentali, dipingeva già come irrimediabilmente rivoluzionaria. Visto l’andazzo, però, bastò qualche settimana perché l’atteggiamento di Cina e Russia diventasse, per quanto vellutato nella forma, fortemente critico nella sostanza. In questi mesi è stato soprattutto il ministro degli esteri russo Lavrov a distinguersi nella polemica. Sino a quando, recentemente, con una mossa a sorpresa il presidente russo Medveded è parso sposare la causa occidentale, dando il via libera a contatti ufficiali col Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi, e pronunciandosi in favore della dipartita di Gheddafi. In questo c’è chi ha visto un ulteriore segno delle frizioni tra Medveded e Putin, che non aveva lesinato in precedenza aspri giudizi sull’operazione NATO, e chi ha parlato della solita commedia ben concertata fra i due.

Io non credo sia una commedia vera e propria, ma non credo nemmeno che la cosa abbia troppa importanza in questa faccenda. In un modo o nell’altro la Russia doveva incunearsi nel gioco diplomatico. Tanto più che si è rivelato subito chiaro che la posizione russa, una volta dentro al gioco, era tutt’altro che omogenea alle posizioni occidentali, e abbastanza simile, invece, a quella mantenuta durante i tre mesi di conflitto: dialogo coi ribelli sì, ma anche, riservandosi un margine di ambiguità sulla sorte del Colonnello, nessuna rottura con “Tripoli”. La Cina, che ha rilevanti interessi economici in Libia, ha avuto un primo momento d’irritazione, visto che sulla crisi del paese nordafricano Russia e Cina avevano ostentato di procedere di conserva, ma poi si è adeguata alla mossa russa, avviando anch’essa contatti coi ribelli. Dal 15 al 18 giugno è in programma la visita del presidente cinese Hu Jintao in Russia, nel corso della quale sarà affrontato anche il tema della crisi libica, sulla quale però, a Pechino, nelle more dei preparativi del summit russo-cinese, si sono espressi l’ambasciatore russo Razov e il viceministro degli Esteri cinese Cheng Guoping, dichiarando il primo che“Russia e Cina hanno una posizione simile. I due paesi chiedono un cessate il fuoco, chiedono a tutte le parti di non oltrepassare i limiti imposti dalle risoluzioni ONU e appoggiano la proposta dell’Unione Africana”, ed il secondo ribadendo la stretta coordinazione fra i due paesi, la volontà di agire di concerto, e insistendo sul fatto che il destino della Libia dovrà essere deciso dal popolo libico senza interferenze di altri paesi.

Tutto questo nuovo dinamismo va tuttavia giudicato sullo sfondo di un’altra delle crisi di questa primavera “democratica” araba, quella siriana, nel cui teatro, peraltro di gran lunga più delicato di quello dominato fino a ieri dall’isolato Gheddafi, nonostante le migliaia di profughi e gli almeno mille morti dovuti allo stillicidio della repressione «contro il proprio popolo», le armate democratiche dell’Occidente non hanno avuto finora la possibilità di sparare nemmeno una freccetta. Cina e Russia hanno già messo in chiaro che eserciteranno il loro diritto di veto su una risoluzione ONU che somigliasse a quella dalla quale i due paesi si sono sentiti – non proprio a torto – presi per i fondelli sul caso libico.

Cosicché, allo stato attuale, il bilancio dell’Occidente dopo mesi di primavera araba è questo: in Tunisia e in Egitto si è limitato ad assecondare opportunisticamente gli sviluppi rivoluzionari, riducendosi a sperar bene per il futuro; in Bahrein è calma piatta, il regime è in sella, e apparentemente gli sta bene così; nello Yemen assiste alla guerra civile, barcamenandosi senza capirci molto tra dubbie istanze democratiche, rivalità tribali, e le mene dell’estremismo islamico; della Siria abbiamo detto; in Libia Russia e Cina stanno entrando in gioco, ma si tengono libere di parlare con Bengasi e con Tripoli, e tengono in mano la carta del diritto di veto sull’eventuale risoluzione ONU in merito alla crisi siriana. Carta che potrebbero calare sul tavolo o farsi pagare profumatamente. Questo è il risultato dell’avventato e sproporzionato intervento militare in un paese che mai era parso così vicino all’Occidente come al momento dello scoppio delle ostilità, e che per adesso ha solo drenato risorse e limitato gli spazi di manovra dei paesi della NATO nella vasta area di crisi mediorientale e nordafricana.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (25)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI DE MAGISTRIS 06/06/2011 Napoli sogna. Dopo il nuovo stadio due volte più capiente e dieci volte più bello del S. Paolo evocato nell’ebbrezza scusabile della vittoria, ecco che senza attingere questa volta alla coppa di Nestore il nuovo sindaco partenopeo ci partecipa finalmente del suo primo vero atto formale: un invito a Barack Obama, scritto di proprio pugno, come si conviene nei crocevia della storia, a venire in visita alla sua città. Perfettamente consapevole che negli States c’è molta attenzione per il fenomeno del movimento civico che lo sostiene, e dell’innamoramento dei napoletani verso di lui, Luigi, professandosi fin d’ora suo sostenitore, amico, compagno, così si rivolge al presidente americano: “Caro Barack, io vorrei che tu, e Roberto ed io ci ritrovassimo qui a Napoli. Dall’alto del Vesuvio e dalla distesa delle acque di quel golfo che fu greco ai tempi di Omero, trenta secoli di storia ci guarderanno: ne trarremo conforto ed ispirazione, per essere, son sicuro, all’altezza dei compiti che un destino preveggente ci ha assegnato.”

MICHELE SANTORO 07/06/2011 Sono più di vent’anni che non guardo le trasmissioni di Santoro. E’ una sbobba fatta per i gonzi senza spina dorsale e per i fanatici della sua setta, ed io mi lusingo – penso con qualche fondamento – di non appartenere a nessuna delle due categorie. Mi dicono che adesso divorzia dalla RAI, dove ha sempre fatto tutto quello che ha voluto, come mai nessun altro. Sentendosi colpevole di tale privilegio, ha strillato fin da giovanotto da martire in carriera, insopportabilmente. Avrebbe meritato un centinaio di robusti scappellotti per la sua improntitudine, ma l’ha fatta franca e così è arrivato ai sessant’anni sano, salvo, e capriccioso come un bambino che si crede un padreterno. Il divorzio è consensuale, anche se per la vulgata democratica è già l’Egira del Profeta Santoro. Infatti è già pronto il trasloco del suo circo a La7. E pure il contratto è quasi pronto, dicono. Un bel contrattino, scommetto. Si porterà dietro le star della sua consorteria, la sua consorteria, e con ogni probabilità tutti i fedeli della sua chiesa, qualche milioncino di persone, per quanto tempo ancora non so, perché la natura umana è capace di peccati enormi che non cessano di sorprendermi. Insomma non cambierà un bel nulla: il gattopardismo dei migliori, in salsa chiagnifottista.

GIAN ANTONIO STELLA 08/06/2011 Delle esortazioni di Napolitano, delle suppliche di Ciampi, degli inviti di Fini, dei buoni propositi della Marcegaglia non-ce-ne-importa-un-bel-piffero: se tifiamo e lottiamo per il NO ai referendum, mica significa che siamo fessi. A votar non andremo, manco dopo morti. Sia chiaro una volta per tutte: lo consideriamo un dovere civico. Alto. Siam gente seria, gente con la testa sulle spalle, per Dio. Tutt’altra pasta, ad esempio, del noto spulciatore di caste sponsorizzato dall’establishment. Costui la spara veramente grossa: andare a votare bisogna, per salvaguardare uno strumento di partecipazione che non possiamo far fallire definitivamente, per onorare la bella politica senza trucchi, per mettere un mattone sulla via della costruzione della democrazia compiuta. Ecco: la “democrazia compiuta”, per la milionesima volta evocata, la democrazia del sol dell’avvenire, la democrazia della città del sole, la democrazia della Nuova Gerusalemme, l’ossimoro preferito dai molti, troppi testoni che vanno in giro, come vedove inconsolabili, a magnificare un surrogato degli incubi novecenteschi. Comunque ripeto che non andremo a votare. Non-ci-andremo. Sarà una lotta non-violenta contro il quorum. E Gandhi, la grande anima, sarà spiritualmente al nostro fianco. Su questo non ci piove.

LA NATO 09/06/2011 Il regime che è al collasso; Gheddafi che ha le ore contate; il Raiss che se ne deve andare; il Raiss che spara contro il suo popolo; noi che proteggiamo il suo popolo; i ribelli da addestrare; i ribelli interlocutori legittimi; Misurata sotto assedio: sono ormai tre mesi che va avanti così. Di questa mascalzonata si vergognano tutti quanti come ladri, e i media fiutando l’aria hanno deciso di passare le notizie dalla Libia in secondo piano. La solita grandinata di bombe al giorno, la solita grandinata di parole al giorno, implacabilmente uguali a se stesse, come quelle di una preghiera. Ma insomma, se le prime volete proprio buttare, almeno risparmiateci le seconde.

EMMA MARCEGAGLIA 10/06/2011 Per la presidentessa di Confindustria la vittoria del “sì” ai referendum sull’acqua farebbe fare all’Italia un balzo di vent’anni indietro. Non fossi un inossidabile berlusconiano, ma un ligio copincollatore di geremiadi confindustriali ringalluzzito da un bicchierino di troppo, direi: e allora? L’Italia non è forse ferma da vent’anni? Ah ah ah… Fatto sta che Emma la mette sul tragico: per dirla in celentanese è una questione di vita o di morte. Più pacato Massimo Mucchetti, editorialista del Corrierone, per il quale, comunque, sull’acqua i referendum fanno solo demagogia. Dannosa demagogia. Così faranno il loro dovere, per il bene del loro paese, delle future generazioni, dell’umanità tutta, pienamente consapevoli della posta in gioco: andranno a votare “no” per sventare questa tragedia. Andranno a votare: è tutto vero.

Il popolo ritorna sovrano, ogni tanto

In fondo basta poco per riconciliarsi col popolo e con la democrazia plebiscitaria, e per dimenticare quelle leggi, quelle norme, quegli articoli, quelle pandette, quei codici e quei codicilli con i quali si aveva amoreggiato fino all’altro ieri, e dei quali ci si era serviti per bacchettare con maniacale puntualità le intemperanze del “populismo” fondato sul voto. Basta molto poco. Per esempio: vincere una tornata di elezioni amministrative. “Soffia il vento del popolo sovrano” ammonisce Eugenio Scalfari, che i venti studia da settant’anni. E’ davvero commovente il furore col quale la più formidabile delle bigotte stagionate dal suo aristocratico salotto repubblicano lancia la clava della volontà popolare contro Berlusconi e i suoi servi, sordi ad ogni lezione. Questi zotici che non vogliono capire! Che razza maledetta! Ma per il resto che bella, bellissima politica! Quale autentica partecipazione! Che genuino entusiasmo! La politica con la P maiuscola: “una lettura oggettiva dei fatti” – quando mai la lettura di questo Solone non è stata “oggettiva”? – “che non può piacere ai molti Soloni da strapazzo”. Rimesso insomma nel fodero – per un attimo, s’intende – il fioretto della democrazia formale, il quale nelle mani sapienti dei druidi del battaglione Zagrebelsky non avrebbe lasciato neanche un’unghia di terreno su cui muoversi e un filo d’aria per respirare ai reprobi della destra populista, torna il auge il vecchio cannone della democrazia sostanziale, più adatto a fare piazza pulita senza tante cerimonie. Ma sempre sotto la bandiera dello stesso sdegno moralistico.

Cosicché se fra una settimana la partecipazione ai referendum dovesse superare il 50% degli aventi diritto, e il “sì” dovesse logicamente imporsi, per Berlusconi e i suoi accoliti rimanere aggrappati al potere sarebbe una dimostrazione di pervicacia quasi criminale. Certamente irresponsabile. Potrebbero farlo? Sì, ma solo “tecnicamente”, risponde il nostro, con villana trascuratezza per quel rispetto delle regole che quelli della sua banda, rompendo non poco i marroni, c’insegnano di non nominare mai invano. Ma tant’è. Sembra che l’Italia sia ridiventata improvvisamente saggia; che di guide non ci sia più bisogno; che il berlusconismo come malattia dello spirito italico, come succedaneo del fascismo, non abbia più un futuro, nemmeno dopo Berlusconi.

Ed è vero, perché il berlusconismo come filosofia politica non esiste. Il berlusconismo fondamentalmente è un’idea e un’avventura. L’idea di riunire in un grande contenitore, e di plasmarle col tempo in unità, le diverse anime del conservatorismo politico italiano, nordista e sudista, cattolico e non cattolico, liberale e meno liberale, insomma di fondare quello che la DC non accettò mai di diventare per paura dei dogmi della vulgata resistenziale, che la pietrificarono. In questo il berlusconismo rispose ad un’esigenza perfettamente naturale dell’elettorato italiano, non limitandosi a riempire semplicemente un vuoto. Quest’idea sopravvivrà a Berlusconi. Un’avventura, perché il suo movimento nacque in circostanze eccezionali, ed ebbe fortissima l’impronta di una scommessa personale contro tutti i centri di potere grossi ed intermedi lasciati in piedi dal ciclone selettivo di Mani Pulite. Una scommessa vinta che intimidì perfino coloro che poi gli rimasero accanto nella sua ormai ventennale vita politica. L’ “autocratismo” berlusconiano è una prassi che procede per forza d’inerzia da questo big bang iniziale, ma non ha natura maligna e sta morendo lentamente di morte naturale. E la sua creatura, sebbene forgiata ancora solo per metà, ha ormai messo radici in questi due decenni di “resistenza”. Chi per impazienza od opportunismo se ne è staccato è stato prima o dopo inghiottito dal leviatano politicamente corretto, tanto che neanche il Tabacci “liberista” che oggi si mette al servizio di Pisapia fa ormai più notizia.

Se ne accorgerà anche il nostro Eugenio, un giorno, che l’improntitudine dei “servi liberi e forti” con la quale i sostenitori del caimano fanno il verso alla triste retorica imperante, che ha nel quotidiano da lui fondato il centro nevralgico, è un segnale di forza e di consapevolezza. Ma quel giorno, state sicuri, la sovranità del popolo somiglierà di nuovo ad una sconcezza, e il berlusconismo del dopo-Berlusconi sarà l’ennesima variante dell’eterno fascismo, da ingabbiare a termini di legge.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (24)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

TERESA PAOLA CREMONA 30/05/2011 “Chi vota a sinistra è senza cervello.” Offesa nella propria dignità da queste parole di Berlusconi, che ti ha combinato di bello la signora? Indovinate: ha querelato Silvio. Ma sì, parli la giustizia: si sentenzi, si sentenzi! Chi si somiglia si piglia, e a sinistra si somigliano tutti tremendamente; come pecore, detto con tutto il rispetto per queste bestie di nobilissimo e antico lignaggio, in realtà per nulla sceme. Per il resto ha mille volte ragione: quando mai ai subumani destrorsi è passato per l’anticamera del cervello di querelare i migliori esemplari della razza democratica – tutta un’altra Italia, che c’è, che c’è! – per le finissime considerazioni antropologiche di cui sono stati gratificati? Mai. Mai che ci abbiano pensato. Scervellati.

I LIBERATORI 31/05/2011 Napoli è stata «liberata». Milano è stata «liberata». Per Vendola «il prossimo obbiettivo è Palazzo Chigi, liberare l’Italia». Che Obama lo sappia: in Italia c’è una dittatura fascista, ma la stiamo abbattendo.

LUIGI DE MAGISTRIS 01/06/2011 Il S. Paolo – in quel dei cessi soprattutto – necessita di una rimodernatina in vista della Champions League (per un minimo di tre partite, sei al massimo se il Napoli compra Messi) ma se ne avesse la possibilità il sindaco appena eletto – e qui non c’era il minimo dubbio – farebbe subito piazza pulita: la città vesuviana si merita uno stadio nuovo di zecca. Il liberatore di Napoli – e anche qui direi che non c’era il minimo dubbio – pensa in grande: un catino da 120.000 posti, il doppio della capienza attuale, perché il Ciuccio è l’unica ideologia rimasta alle oceaniche plebi partenopee. Per la scelta del nome si piglierà la via democratica: le primarie. Tre i candidati forti in lizza: Diego Armando Maradona, Bruno Pesaola e Luigi De Magistris. Staccati seguono Beppe Savoldi, Bruscolotti, Vinicio, Juliano, Cané, Luigi Necco e Italo Kühne. E siamo solo alle prime avvisaglie, in attesa della vera eruzione.

MARIO CALABRESI 02/11/2011 Non ho ancora ben capito se il direttore de La Stampa sia ingenuo, prudente fino alla pavidità, furbacchione o – come dire? – poco intelligente. Ho letto il suo ultimo editoriale solo perché, ci informa il quotidiano torinese, è stato pubblicato su “Time”. Non occorre che lo leggiate. Immaginate di tornare all’esame di maturità. Tema d’italiano. La traccia è questa: “La magia perduta del Cavaliere”. Adesso rilassatevi, fatevi istupidire dolcemente dal concerto di ovvietà riesumate all’indomani delle amministrative dai più pantofolai fra gli opinionisti antiberlusconiani, quelli che si scaldano solo quando per il Cavaliere sembra sia giunta l’ora di salire i gradini del patibolo. Riassumete queste ovvietà nella forma più piana, sfrondatele di ogni asprezza, ché questo rimane un temino d’esame, versate il contenuto in 750 ml di acqua fredda (circa tre bicchieri da cucina colmi); mescolate con cura e portate a bollire; cuocete a fuoco lento per cinque minuti, mescolando ogni tanto; lasciate raffreddare un pochettino, e – voilà! – avrete una perfetta minestra riscaldata alla prima cottura, che i commissari d’esame, grati di non dover faticare sugli spropositi di un genio incompreso, manderanno giù come fosse un bicchier d’acqua.

SUSANNA CAMUSSO & ANGELA MERKEL 03/06/2011 Per il segretario generale della CGIL andare a votare ai referendum significa cambiare il governo del paese a partire dal 12-13 giugno. Una nuova era ci attende: “bisogna dire con forza che l’acqua sia pubblica e le fonti di energia rinnovabili come parte di un idea che un altro mondo è possibile”. Che ripulito delle fisime eco-sostenibili si traduce: il Sol dell’Avvenire. Mentre per la Cancelliera, dopo l’annunciato abbandono del nucleare, la Germania potrà diventare uno Stato “pioniere verso una nuova era fondata sulle energie rinnovabili”, anzi “il primo grande paese industrializzato che compie la transizione”. Il primo, il primo… Diciamo meglio: il Quarto Reich.