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Il popolo ritorna sovrano, ogni tanto

In fondo basta poco per riconciliarsi col popolo e con la democrazia plebiscitaria, e per dimenticare quelle leggi, quelle norme, quegli articoli, quelle pandette, quei codici e quei codicilli con i quali si aveva amoreggiato fino all’altro ieri, e dei quali ci si era serviti per bacchettare con maniacale puntualità le intemperanze del “populismo” fondato sul voto. Basta molto poco. Per esempio: vincere una tornata di elezioni amministrative. “Soffia il vento del popolo sovrano” ammonisce Eugenio Scalfari, che i venti studia da settant’anni. E’ davvero commovente il furore col quale la più formidabile delle bigotte stagionate dal suo aristocratico salotto repubblicano lancia la clava della volontà popolare contro Berlusconi e i suoi servi, sordi ad ogni lezione. Questi zotici che non vogliono capire! Che razza maledetta! Ma per il resto che bella, bellissima politica! Quale autentica partecipazione! Che genuino entusiasmo! La politica con la P maiuscola: “una lettura oggettiva dei fatti” – quando mai la lettura di questo Solone non è stata “oggettiva”? – “che non può piacere ai molti Soloni da strapazzo”. Rimesso insomma nel fodero – per un attimo, s’intende – il fioretto della democrazia formale, il quale nelle mani sapienti dei druidi del battaglione Zagrebelsky non avrebbe lasciato neanche un’unghia di terreno su cui muoversi e un filo d’aria per respirare ai reprobi della destra populista, torna il auge il vecchio cannone della democrazia sostanziale, più adatto a fare piazza pulita senza tante cerimonie. Ma sempre sotto la bandiera dello stesso sdegno moralistico.

Cosicché se fra una settimana la partecipazione ai referendum dovesse superare il 50% degli aventi diritto, e il “sì” dovesse logicamente imporsi, per Berlusconi e i suoi accoliti rimanere aggrappati al potere sarebbe una dimostrazione di pervicacia quasi criminale. Certamente irresponsabile. Potrebbero farlo? Sì, ma solo “tecnicamente”, risponde il nostro, con villana trascuratezza per quel rispetto delle regole che quelli della sua banda, rompendo non poco i marroni, c’insegnano di non nominare mai invano. Ma tant’è. Sembra che l’Italia sia ridiventata improvvisamente saggia; che di guide non ci sia più bisogno; che il berlusconismo come malattia dello spirito italico, come succedaneo del fascismo, non abbia più un futuro, nemmeno dopo Berlusconi.

Ed è vero, perché il berlusconismo come filosofia politica non esiste. Il berlusconismo fondamentalmente è un’idea e un’avventura. L’idea di riunire in un grande contenitore, e di plasmarle col tempo in unità, le diverse anime del conservatorismo politico italiano, nordista e sudista, cattolico e non cattolico, liberale e meno liberale, insomma di fondare quello che la DC non accettò mai di diventare per paura dei dogmi della vulgata resistenziale, che la pietrificarono. In questo il berlusconismo rispose ad un’esigenza perfettamente naturale dell’elettorato italiano, non limitandosi a riempire semplicemente un vuoto. Quest’idea sopravvivrà a Berlusconi. Un’avventura, perché il suo movimento nacque in circostanze eccezionali, ed ebbe fortissima l’impronta di una scommessa personale contro tutti i centri di potere grossi ed intermedi lasciati in piedi dal ciclone selettivo di Mani Pulite. Una scommessa vinta che intimidì perfino coloro che poi gli rimasero accanto nella sua ormai ventennale vita politica. L’ “autocratismo” berlusconiano è una prassi che procede per forza d’inerzia da questo big bang iniziale, ma non ha natura maligna e sta morendo lentamente di morte naturale. E la sua creatura, sebbene forgiata ancora solo per metà, ha ormai messo radici in questi due decenni di “resistenza”. Chi per impazienza od opportunismo se ne è staccato è stato prima o dopo inghiottito dal leviatano politicamente corretto, tanto che neanche il Tabacci “liberista” che oggi si mette al servizio di Pisapia fa ormai più notizia.

Se ne accorgerà anche il nostro Eugenio, un giorno, che l’improntitudine dei “servi liberi e forti” con la quale i sostenitori del caimano fanno il verso alla triste retorica imperante, che ha nel quotidiano da lui fondato il centro nevralgico, è un segnale di forza e di consapevolezza. Ma quel giorno, state sicuri, la sovranità del popolo somiglierà di nuovo ad una sconcezza, e il berlusconismo del dopo-Berlusconi sarà l’ennesima variante dell’eterno fascismo, da ingabbiare a termini di legge.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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2 thoughts on “Il popolo ritorna sovrano, ogni tanto”

  1. Il popolo ritorna sovrano, e gli spiriti liberi diventano papisti, all’occorrenza, hai visto?
    a spiriti libberi, ma annatevelo a pijà in der posto!!

  2. Il papa, e non poteva essere altrimenti, è rimasto sul vago, o meglio, è rimasto ancorato a dei principi, e non ha detto affatto quello che “dicono loro”. La Repubblica addirittura ha messo fra virgolette le parole “Riflettete sulla tragedia di Fukushima”, mentre il papa ha fatto solo riferimento alle tragedie che quest’anno hanno toccato la natura, la tecnica, i popoli e le catastrofi “la cui ampiezza c’interroga” (sui nostri limiti e – diciamolo a voce bassa, sennò rischiamo il linciaggio – sui disegni di Dio) ed in quanto ad ampiezza un maremoto che ha fatto ventimila morti ridicolizza alla grandissima l’incidente di Fukushima che al momento ne ha fatti zero. Ciò detto, trattandosi di “cose” il papa non può né demonizzare la tecnica, né divinizzare la natura. A questa eresia tendono piuttosto coloro che oggi si fanno scudo delle parole di un papa fino a ieri giudicato -con rispetto blaterando – un deficiente.

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