Una settimana di “Vergognamoci per lui” (32)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ROSY BINDI 25/07/2011 Ci sono due categorie disgraziate di politici: quelli che sentono solo l’odore dei soldi, e quelli, i peggiori, che sentono solo l’odore del sangue. L’inimitabile Rosy è una valorosissima rappresentante della seconda categoria. Nel 1993 venne incaricata dal becchino Martinazzoli di liquidare la federazione regionale veneta della Democrazia Cristiana, che di morire “popolare”, ossia di morire tout-court, non voleva proprio sapere. Quest’esaltata cattocomunista fece un lavoro splendido: della vecchia e potente DC veneta non restò neanche la più piccola traccia. Ora l’inimitabile Rosy dice di non voler vedere il PD morire come la DC: che lo voglia ammazzare?

LUCA ZAIA 26/07/2011 “È arrivato il momento di portare a casa i nostri ragazzi”. Questo il commento del presidente della regione Veneto alla notizia dell’ennesimo soldato caduto in Afghanistan. La cosa non sorprende per nulla: pensare in piccolo per lui è un dovere. Ma insomma, farlo con fanatica assiduità dev’essere pure faticoso. Suvvia, non abbia paura, si prenda una vacanza: da compatriota a compatriota le garantisco che i figli della Serenissima sapranno perdonarle un pizzico di umana larghezza di spirito.

LA COLDIRETTI 27/07/2011 Per protestare contro la concorrenza sleale dei prodotti stranieri e per difendere i salami, i prosciutti e le braciole di maiale made in Italy, un presidio di allevatori ha scaricato in Piazza Affari una decina di simpatici porcellini rosa. Si dice che il cane sia il più grande amico dell’uomo: macellai e allevatori – avete notato? – vorrebbero convincerci che i porcellini sono i loro più grandi amici. Del maiale, si sa, non si butta via niente: lo ringraziamo così, confiscandogli la psiche insieme a tutto il corpo, con questa disumana presa per il culo.

PIER LUIGI BERSANI 28/07/2011 La “macchina del fango” è vecchia come la “questione morale”. Sul finire degli anni settanta il comunismo stava infilandosi pian piano nella pattumiera della storia. La “diversità” comunista rischiava di non pagare più. Occorreva inventarsi una nuova “diversità”, quella degli onesti, per continuare ad uccidere la politica italiana con le liste velenose dei buoni e dei cattivi. Berlinguer ne fu il disgraziato padre. La “macchina del fango” nacque, necessariamente, insieme ad essa. E fu insieme sua sorella gemella, la sua faccia oscura e il suo braccio violento. Il suo scopo: condannare al pubblico disprezzo. Scalfari ne fu il disgraziato padre. Questo moralismo settario, fondato sulle mezze verità, ossia sulla menzogna, non poteva offrire alla politica neanche un grammo di virtù civica in più, come poi si è ben visto, perché questa si fonda sulla verità e sulla fiducia. L’ha invece immobilizzata nella paura, facendone, più ancora di prima, pascolo grasso per untori e maneggioni. Ma tu, Pier Luigi, non te ne accorgi. Non vuoi.

LE PARTI SOCIALI 29/07/2011 Per dimostrare al popolo che in Italia esiste ancora una classe dirigente, di tutt’altra tempra rispetto alla classe politica, banche, imprese e sindacati hanno siglato un vibrante, coraggioso e inequivocabile appello: “serve una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti, serve una discontinuità per realizzare un progetto di sviluppo”, serve insomma un Patto (con la “p” maiuscola) per la crescita.” Servirebbe, a dire il vero, anche qualche propedeutico, virtuoso e assai draconiano taglio “non lineare”: ma solo per provare a realizzare quello ci vorrebbe una grande, disinteressata e donchisciottesca assunzione d’irresponsabilità.

La pericolosa illusione del governo tecnico

C’è modo e modo di perdere la testa. C’è quello ovvio di chi dà in escandescenze o è preso da una crisi di panico, c’è quello meno ovvio di chi nasconde il fuori di testa dietro affabili ragionamenti. Quando questi affabili e pazzi ragionamenti si moltiplicano nei media è d’uopo che qualcuno faccia scattare la sirena d’allarme col lampeggiante rosso. Nei giorni scorsi a favore di un governo tecnico che raddrizzi le sorti italiche si sono pronunciati economisti come Nouriel Roubini, intervistato da Repubblica, Luigi Guiso e Luigi Zingales in un articolo apparso sul Sole24Ore, e visto che ormai siamo alla frutta, persino il presidente del liberalissimo Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi. Il succo dell’articolo del Sole24Ore è questo: questa classe politica è impotente e lo sa; i politici guardano ai loro interessi e quindi sono legati a tattichette di cortissimo respiro, mentre gli statisti dovrebbero guardare agli interessi del paese nel lungo termine, ed essere disposti a sfidare l’impopolarità dando il via libera a necessarie e radicali riforme strutturali; consapevole di tutto ciò, e come suo ultimo atto di responsabilità – quasi una forma di riscatto fuori tempo massimo – la nostra classe politica dovrebbe garantire in anticipo una fiducia di durata biennale ad un nuovo governo tecnico, ossia dare carta bianca ad una specie di dittatura a tempo determinato guidata da personaggi autorevoli e disinteressati.

Basta poco per capire che questa è una favoletta ingenua. O reticente. 1) Non si vede perché una classe politica che trovi la forza e il senso di responsabilità di sacrificarsi in faccia alla necessità, ammutolendosi di fronte ad un comitato di salute pubblica incaricato di fare la cosa giusta, non faccia invece di necessità virtù, sobbarcandosi essa stessa il compito di fare la cosa giusta, sacrificandosi lo stesso ma portandosi a casa almeno la gloria postuma. 2) L’impotenza, gli interessi miopi e meschini, la generale assenza di visione a lungo termine, sono fenomeni connaturati alla vita parlamentare democratica di un paese “libero”. E’ una delle facce quotidiane e prosaiche del progresso. Così è, e così sempre sarà. Scriveva Tocqueville a proposito di quella inglese successiva alla rivoluzione del 1688:

Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca le storture, le debolezze e i vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenza degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.

3) Quello che non si ha la forza di dire, o di confessare a se stessi, è che in realtà l’abdicazione temporanea della classe politica non sarebbe frutto di resipiscenza, ma della semplice paura di fronte all’aggressività della magistratura e di una pubblica opinione aizzata dalla grancassa dei media. Di fatto commissariata, al governo tecnico o “istituzionale” si aprirebbe la via per mettere in opera tutti i suoi virtuosi propositi. Hayek, ne “La Via della schiavitù”, a proposito dei compiti vasti e minuziosi – chimerici – che la filosofia statalista affida ai parlamenti delle democrazie novecentesche, scriveva che

L’incapacità delle assemblee democratiche nel realizzare quanto sembra un esplicito mandato del popolo produrrà un’inevitabile insoddisfazione nei confronti delle istituzioni democratiche. I parlamenti verranno considerati come «lavatoi» dove si fanno chiacchiere inutili, istituzioni incompetenti o incapaci di realizzare i compiti per i quali sono stati eletti. E così prende corpo la convinzione per cui, se dev’essere attuata una pianificazione efficace, la direzione dev’essere «tolta ai politici» e posta nelle mani di esperti funzionari stabili o autonomi organismi indipendenti.

Nell’articolo in questione non si fa cenno ad “esperti funzionari stabili” ma si parla pudicamente, mettendo le mani avanti, di “persone che senza autoproporsi siano disposte a dedicarsi temporaneamente alla vita politica e che non intendano restarvi.” Insomma, si spera nei Cincinnato, senza che peraltro si sia in guerra e col nemico alle porte. Beata ingenuità. Le soluzioni emergenziali che manomettono il normale funzionamento delle istituzioni tendono ad avere sempre riflessi duraturi. Culturali più ancora che politici in senso stretto. 4) Perché, per essere veramente efficiente, questo nobile consesso sarà costretto accentrare sempre più poteri. Infatti, ammesso, e non concesso, che i salvatori della patria (di conserva col presidente della repubblica Napolitano: questa la voglio proprio vedere!) trovino l’armonia necessaria per partorire epocali, impopolari e dolorose riforme, le dovrebbero poi far accettare non solo ad un parlamento spaurito, esautorato e controfirmaiolo, ma anche alla schiera innumerevole delle “parti sociali” (questa pure la voglio vedere!) e a quella piazza che li ha portati più o meno indirettamente al potere. E allora con tutta probabilità alla necessità di un “governo tecnico” verrebbe ad aggiungersi la necessità, nobilmente spiegata, di provvedimenti emergenziali per far fronte a problemi di ordine pubblico. 5) I risultati del risanamento economico avrebbero bisogno di ben più di due anni per farsi sentire tangibilmente nelle tasche di un popolo impaziente, impaziente perché non ha mai sentite “sue” queste riforme, nemmeno attraverso il filtro del parlamento. Un parlamento nuovo di zecca rischierebbe di mandare tutto a monte nel bel mezzo del cammino. E allora “nell’interesse del paese” ci sarebbe bisogno di una “proroga” di questa sorta di stato di eccezione. 6) La fiducia nella democrazia parlamentare crollerebbe ancora di più.

Inutile andare avanti a descrivere questo compunto avvitamento liberticida che tanto sembra piacere ai giornali dell’establishment nostrano. Le possibilità di un governo tecnico-istituzionale in carne ed ossa che faccia “riforme strutturali” sono pari a zero. Quelli che ora lo invocano al centro e alla sinistra dell’arco parlamentare sarebbero i primi a soffocare il raggio d’azione della nuova creatura. Il governo tecnico-istituzionale ideale è invece solo un sogno. Il brutto sogno di una notte di mezza estate. Una sconfitta etica prima ancora che intellettuale, come sempre succede quando i tempi si fanno duri.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (31)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANFRANCO FINI 18/07/2011 Chiamato in causa, il leader della destra lunare scrive ai filibustieri del Fatto Quotidiano, col distacco garbato e inappuntabile dello sciocco all’ultimo stadio, per dire che condivide l’appello della gazzetta montagnarda sui tagli ai costi della politica; appello che si conclude con una contegnosa minaccia, com’è costume dei tagliatori di teste all’ingrosso e col codice penale in mano: “Ciò consentirà anche di identificare e salvare quella parte di Parlamento che si adopera per contribuire al bene del Paese e non alla propria vita privata.” Il brutto è che il presidente della Camera risponda ai ricatti. Ma il bello è che lui creda alla propria salvezza.

DER SPIEGEL 19/07/2011 Il settimanale dei crucchi intelligenti – è un ossimoro: i soli tedeschi buoni sono quelli stupidi, quelli che non filosofeggiano, quelli che con la loro inarrivabile applicazione hanno riscattato per secoli i disastri delle loro seriosissime teste matte – dedica la sua copertina al Belpaese. Stimandosi acuti, i meglio tedeschi non si applicano: non stupisce che le buschino regolarmente dal genio italico, che è lazzarone, ma autentico. Questo è un esempio di sana e solida stolidità teutonica. Il titolo in copertina? “Ciao Bella!” Il sottotitolo? “Il declino del paese più bello del mondo.” Un Berlusca sorridente, vestito da gondoliere, governa col remo la zattera Italia che si stacca dall’Europa; dalle acque del Tirreno emerge, tette al vento, la sirena mora; dalle onde dell’Adriatico, tette spiaggiate appena sopra il Gargano, la sirena bionda; al centro della zattera spunta il piatto di spaghetti con pistola che da decenni & decenni & decenni & decenni è l’orgoglio della loro creatività. La storia insegna che l’inestirpabile pratica di questo luogocomunismo – ricambiato volentieri dal sottoscritto, come si vede – è quasi una garanzia d’immortalità per chi ne è colpito. In più l’effetto complessivo di questa copertina invece che caricaturale e maligno è involontariamente simpatico e accattivante: io, se fossi la Brambilla, ci darei un’occhiata. Sul serio.

FAMIGLIA CRISTIANA 20/07/2011 Per il settimanale dei cattolici ossequiosamente civili e democratici il mezzo miracolo della manovra rivela che da una parte c’è il “Palazzo”, la “Casta”, e dall’altra il “Paese”. E’ una manovra che salva le “caste” e aumenta le disuguaglianze. E’ “macelleria sociale”. E’ una manovra che agevola le “rendite finanziarie parassitarie e rapaci”. Caspita! Che strepitosa adesione al catechismo dei benpensanti! Non una parola fuori posto: manca solo il “crucifige”.

ALBERTO TEDESCO 21/07/2011 Il senatore PD aveva chiesto ai propri colleghi di Palazzo Madama un voto palese e favorevole alla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Bari nei suoi confronti. Lui ci avrebbe aggiunto il suo. Per arrivare rapidamente al processo. Così la procura di non avrebbe avuto alibi. Fin qui sembrava una vicenda da piccolo mondo comunista. Lo dico per i cretini che magari pensavano a un gesto di apprezzabile responsabilità. Per quelli ancora più cretini preciso che in ogni caso il gesto di apprezzabile responsabilità sarebbe stato irresponsabile. Incassato con molta soddisfazione il piuttosto prevedibile voto segreto e sfavorevole del Senato, ha deciso di non dimettersi. “Non faccio il dimissionario per professione” ha detto serafico, dopo che un pirla, il senatore leghista Monti, gli aveva chiesto sbalordito “di essere un uomo”. Il senatore Tedesco, infatti, come ritiene suo preciso dovere piegarsi alle legittime richieste dei magistrati, così ritiene suo preciso dovere piegarsi alle legittime decisioni del parlamento. Il rispetto delle istituzioni e della legge, prima di tutto! Adesso glielo spiegherà pure alla Finocchiaro, l’infinocchiatore.

GIULIANO PISAPIA 22/07/2011 Per il neo sindaco di Milano Carlo Giuliani “era un ragazzo che sognava un futuro migliore per il nostro Paese e per il mondo, cui sentiva di appartenere e che desiderava più giusto, più libero, più democratico”. Dev’essere dura per un sacerdote pronunciare l’omelia al funerale di un disgraziato, di una testa matta, di uno che aveva l’abitudine di cacciarsi nei guai: gli tocca volare alto, fare appello alla sapienza di Colui che solo sa scrutare nei cuori degli uomini, e, come una marea che sale cheta su un paesaggio aspro, coprire il tutto con le parole dell’umana pietà. Pisapia invece vola basso. Riesce a rifilarci un frivolissimo “democratico”. E ci prende pure per il culo.

Quei poveri liberali tra sfascismo e tecnocrazia

L’articolo uscito qualche giorno fa sul Financial Times auspicante un governo di tecnocrati dimostra che non solo non c’è alcuna alternativa reale al governo Berlusconi, ma non c’è neanche quella ideale, se chi si picca di liberalismo in Europa ed in Italia può venire a patti con un disegno che mina alla base ogni fiducia popolare nella democrazia liberale. “Un governo tecnocratico di ampio respiro” è poi una contraddizione in termini, se fosse democratico: sorretto da un’ampia maggioranza, e da esso dipendente, sarebbe tre volte più immobilizzato di quello attuale da veti e corporativismi vari. Per essere efficiente, dovrebbe avere poteri eccezionali. Per averli, il parlamento dovrebbe abdicare ai suoi, sotto la spinta della piazza. Anche se poi per qualche strano miracolo questo comitato di salute pubblica si rivelasse efficiente ed “illuminato”, i risultati poggerebbero sulla sabbia. Resi possibili dal populismo, quello vero, ossia da un sentimento popolare esacerbato o esaltato fino all’irrazionalità da minoranze di militanti, dal populismo sarebbero spazzati via, quando al direttorio illuminato facesse seguito, lasciandoci in eredità l’onere dell’ennesima ricostruzione, un direttorio più in sintonia con gli umori di un popolo non più avvezzo alle pratiche della libertà. Sorprende, ma non troppo, che chi rimprovera al ministro dell’economia Tremonti la filosofia aridamente contabile che ispira una manovra senza qualità, si faccia poi sedurre da un’idea che a un livello più alto ma ben più pericoloso è anch’essa miope, riduttiva e utilitaristica: fascino fatale delle scorciatoie.

Se l’Italia vorrà uscire rinvigorita e rinsaldata dai suoi problemi di fondo, che non sono solo suoi ma in misura diversa di tutti i “vecchi” paesi occidentali, lo dovrà fare attraverso il corretto e normale funzionamento delle istituzioni, in primis del parlamento, altrimenti sarà solo un vittoria di Pirro, o una fatica di Sisifo. Se la classe politica è meschina non è solo perché non viene selezionata con metodi plausibili, o perché la politica attira fatalmente l’umanità peggiore, ma anche perché riflette la nostra mentalità, anche perché siamo stati abituati a chiedere meschinamente alla politica di occuparsi di tutto, di legiferare su tutto fin nei minimi particolari, e di farsi carico degli interessi particolari di tutti. Alla politica, invece di un quadro legislativo parco, chiaro, stabile, abbiamo chiesto anche noi, nel nostro piccolo, garanzie e sicurezze ad personam, dal posto di lavoro agli incentivi per il fotovoltaico. L’abbiamo fatto, magari, nel nome della società civile, nel momento stesso in cui la stavamo distruggendo, giacché ogni società veramente civile si fonda sulla fiducia, non su una diffidenza che porta infine alla presunzione di colpevolezza universale. E ai giudici. Abbiamo voluto dare tutto allo stato e alla sua “giustizia distributiva”: invece che quella venisse a noi, abbiamo dovuto anche noi, nel nostro piccolo, impegnarci in una corsa all’accaparramento, all’assalto alla diligenza, e abbiamo scoperto che la lotta per la vita in una società statalista è altrettanto dura che in una società liberale, con la differenza che è molto più degradante. E’ essa che crea le caste, e con le caste, alla fine della filiera, quando finiscono i denari, i fuori casta, i suoi “intoccabili”: i precari. Quando invece solo in una società dove, in umile conformità alla nostra condizione esistenziale, tutti sono precari, e dove lo stato si preoccupa solo di fare lo stato, ossia di costituire una rete di salvataggio per chi cade, nessuno si sente veramente precario, ed in ogni caso chi è in difficoltà prova un sentimento di emarginazione meno umiliante.

La medicina amara delle mitiche riforme si applica a questa ipertrofia e a questo spirito. Le altre “riforme”, quelle invocate dagli ostinati retori della macelleria sociale, al massimo potrebbero ambire ad una fragilissima spalmatura dei privilegi. Ma i conti non tornerebbero. Urlare in coro contro la “casta” vuol dire ubbidire ad un impulso cieco e autodistruttivo, non allo spirito critico. Che lo faccia pure il Corriere della Sera, senza vergognarsene, è un segno che la malattia è profonda e che c’è una fazione, un partito, un’altra casta bella buona, che si prepara a raccogliere le spoglie dopo il macello. Solo nei miserabili uomini politici del centrodestra resiste confusamente la coscienza di tutto questo. Solo nel centrodestra berlusconiano si sono alzate critiche pertinenti, alcune schiette, alcune fin troppo riguardose, sull’insufficienza della manovra. E’ un piccolo patrimonio che non va disperso e sul quale bisogna costruire, ben sapendo che i nodi sono arrivati al pettine. Non c’è, razionalmente, altra possibilità. La barchetta berlusconiana è passata di tempesta in tempesta, resistendo allo sfascismo e alle pulsioni antidemocratiche dei cultori della legalità. Mandarla a fondo significa andare a fondo con essa. In questo quadro l’aventino “liberale” di questi giorni è una solenne sciocchezza, ma è anche un segno dell’elitismo congenito, insofferente, intemperante, impaziente, senza umiltà, residualmente “giacobino”, del liberalismo italiano, incapace di provare un po’ di comprensione per le paure e l’imbecillità dell’uomo della strada. Che in politica abbia sempre preso zero è matematico.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (30)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

I PRESENZIALISTI DELLA CULTURA 11/07/2011 Leggo sul sito internet de L’Unità che al Premio Strega sono intervenute “numerose personalità del cinema, della cultura e della letteratura, tra cui Giuliano Montaldo, Francesco Maselli, Monica Guerritore e Roberto Zaccaria, Sergio Zavoli”. Presenti pure Renato Mieli, in qualità di presidente di Rcs libri, e Luciana Castellina, che era tra i candidati finalisti al premio. Notate: quasi per intero una combriccola di ex comunisti che se la passano alla grande da due, tre, quattro, cinque o sei decenni, ossia da quando, con molta lungimiranza, decisero di opporsi al regime. Mancava solo Napolitano, il più presidente e presenzialista di tutti. Sono onnipresenti. Alcuni, comincio a temere, vista l’età veneranda e la gagliardissima salute, immortali.

L’HEXAGONE 12/07/2011 Dopo che Saif Al-Islam, figlio del “massacratore del suo popolo”, ha spifferato in giro che il regime libico sta trattando con la Francia, il portavoce del ministero degli esteri francese ha precisato che “non ci sono negoziati diretti tra la Francia e il regime di Gheddafi, ma noi facciamo passare i messaggi attraverso il Consiglio nazionale di transizione e i nostri alleati” ed ha voluto ribadire che “la Francia vuole una soluzione politica, come abbiamo sempre detto”. Come hanno sempre detto. No, non innervositevi. La grandezza di un paese si misura anche da questi dettagli: dallo stile, dall’allure, da come si porta in giro con grazia, e sapienza, una portentosa faccia da culo.

STEFANO FOLLI 13/07/2011 E con lui tutti gli isterici. Ci vuole un patto nell’interesse nazionale. Meglio ancora un governo – purtroppo impossibile – di salute pubblica, per dare un segnale “forte”. Allora una vera coesione nazionale. E soprattutto “parole di verità adeguate alla serietà dell’ora”: andare in televisione, indicare una prospettiva, parlare con solennità, rassicurare il popolo. Insomma: alle prime schioppettate andare fuori di testa, e spaventare la truppa.

BEN BERNANKE 14/07/2011 E’ vero: noi non stiamo meglio degli altri. Però comincio a sospettare che gli altri abbiano lo stravagante desiderio di stare peggio di noi. Brutta rogna, la tossicodipendenza. Il presidente della Federal Reserve ha detto che la banca centrale è pronta ad allentare la politica monetaria se la crescita economica statunitense dovesse restare lenta. Crescita, crescita, crescita! Stimoli, stimoli, stimoli! Uno stimolo al giorno toglie il medico di torno. E anche il paziente.

GIORGIO NAPOLITANO 15/07/2011 La manovra è già stata approvata dal Senato. E venerdì dovrebbe avere il via libera dalla Camera. Al netto del teatrino dell’emergenza la ragione è solo una: c’è una maggioranza. Ma il presidente della repubblica fa il finto tonto e da Zagabria commenta: “è un miracolo”. Che si senta già in odore di santità?

La linea del Piave

Da qualsiasi parte la si guardi siamo sulla linea del Piave. Sul piano della tenuta del governo e della maggioranza, dei conti pubblici e della credibilità internazionale. Tuttavia questa non è una “buona notizia” per un’opposizione che oltre alla tiritera sulla macelleria sociale e alla spicciola, ossessiva e comoda filosofia legalitaria che la sta distruggendo, non ha nulla da offrire al mercato della politica. Se la linea cede sarà travolta anch’essa. Ma se non cede ad essere travolta dalla “vittoria” sarà solo la sinistra. Se fossimo seri, se avessimo la testa sulle spalle, e non ci perdessimo dietro al folklore moralistico di una narrazione antiberlusconiana che ha sopraffatto anche i grandi giornali del nord, dovremmo prender nota del fatto che è proprio in questi momenti di emergenza, di difficoltà, di nervosismo, accompagnati da mille mugugni e da mille scosse telluriche, che salta fuori la solidità e la bontà del progetto politico berlusconiano, l’unico nel nostro paese, piaccia o non piaccia. Le spinte centrifughe vi sono come imprigionate, e volenti o nolenti gli strappi di ogni giorno ogni giorno tendono a ricomporsi. I buontemponi, cantando diligentemente nel coro, e continuando ad ingannarsi dopo quasi vent’anni, invece di studiarlo, spiegano quest’ostinato ricorso con la compravendita di parlamentari o con la disperata volontà della “casta” destrorsa di sottrarsi, a seconda dei momenti, al giudizio dei giudici o a quello del popolo. E intanto, però, nonostante le mazzate prese quotidianamente la maggioranza tiene, e anzi si rafforza col ritorno a casa un po’ alla volta di molti ex sognatori terzo-polisti. Anche perché il PDL, che doveva morire con Berlusconi, secondo l’opinione compatta della pavida congrega degli opinionisti politici, si sta lentamente e del tutto naturalmente emancipando da quella che in omaggio ai cretini chiamerò la figura del padrone-fondatore. Ma non lo rinnegherà. Solo nelle fantasticherie di Bocchino, o in quelle di liberali che, sempre alla ricerca di una terra promessa, o della bella politica, bivaccano soddisfatti delle loro ragioni ai confini della realtà, e scambiano per particolarmente nauseabondo l’odore regolarmente nauseabondo della politica di tutti i tempi e di tutti i luoghi, vi può essere spazio per una nuova destra fondata sull’abiura del berlusconismo. Il berlusconismo non nacque dal nulla, nacque da una visione coraggiosa e realistica, raccolse un elettorato che la DC aveva abbandonato perché irretita dall’aggressività della sinistra. La proposta di Alfano di una costituente popolare per la costruzione di un “soggetto politico che si ispiri ai valori ai programmi del partito Popolare Europeo” è insieme un passo in avanti, ed un ritorno alla normalità. La fine di una traversata nel deserto ed un nuovo inizio. Non un ritorno alla DC, ma a quello che la DC avrebbe dovuto essere vent’anni dopo Mani Pulite, se non avesse deciso di vivere di luce riflessa e di abortire ogni tentativo di evoluzione almeno dagli anni sessanta. L’immobilismo della DC era asintomatico, tranquillamente accettato, intriso di fatalismo. Costituiva già una resa. L’immobilismo di questa maggioranza ha ancora più l’aspetto di una resistenza agli spiriti animali dello sfascismo, che una vocazione totalitaria a quel magna magna e a quel quieto vivere che accompagna da sempre la politica di chi governa.

Che non basti è pacifico. L’Italia, e l’Occidente, sono solo all’inizio, temo, anzi spero vivamente, di un grandioso processo di riorganizzazione della loro struttura economica. Non trovo corretto nemmeno l’accento sulla “crescita” che oggi ritroviamo infallibilmente in ogni articolo sulla crisi. Si dovrebbe specificare quale tipo di crescita, se lustri e lustri di crescita negli Stati Uniti fondata sui debiti privati e sull’allegro aumento della base monetaria si sono risolti in un disastro. Nella situazione attuale pensare ad una crescita sana, stabile e allo stesso tempo robusta in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, o in Giappone, anche attaccandosi al traino delle ruggenti economie dei Barbari, mi sembra un miraggio ingannevole e pericoloso, come pensare di far correre un malato in convalescenza. Meglio una dolorosissima recessione virtuosa che una crescita col trucco. In ogni caso, a causa dell’enorme, ma sempre meno solitario debito pubblico, l’Italia non avrà altra scelta, nel migliore dei casi, che crescere “poco” e virtuosamente per un bel pezzo ancora. La cura dimagrante ci dovrà essere, anche senza un crollo greco. Progressiva e costante. Oggi siamo all’impasse. E’ stato agevole per il ministro Tremonti rispondere alle critiche alla manovra dentro la maggioranza invitando i suoi detrattori a proporre pure modifiche, ma solo a “saldi invariati”. Come a dire: non volete il pizzo sul risparmio? E allora ditemi dove tagliare, e prendetevene, assieme a me, la responsabilità. Tremonti non si può abbattere. Bene o male è diventato il garante della tenuta dei conti pubblici. Tuttavia, se auspicabilmente, ma assai difficilmente, la maggioranza riuscirà ad emendare la manovra nel senso dei tagli e dei risparmi, e non in quello delle tasse più o meno occulte, il superministro dovrà piegarsi. E si piegherà. Sarebbe un primo passo. Epocale.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (29)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 04/07/2011 “La Torino-Lione è la più grande truffa del secolo. Pensare di fare viaggiare le merci a 300 all’ora è roba da anni settanta. Il futuro è fare viaggiare meno le merci, è il regionalismo.” Sembrerebbe che per Beppe la meglio economia sia quella a chilometri zero, autosufficiente, splendidamente legata alla zolla ed eco-sostenibilissima: una paletta eolica, una vacchetta, una pecorella, un orticello, una capannuccia. Una mini Arca di Noè + il cane, il gatto, io & te. Insomma quella nota agli storici col nome di economia feudale, quel buon tempo antico che seppe arginare i malefici della divisione del lavoro, tanto c’erano fior di servi della gleba capaci di far tutto. Con internet, però.

GIULIO TREMONTI 05/07/2011 Il superministro filosofo, che è un cultore magniloquente ma un po’ confuso del buon tempo antico e delle sane abitudini, dovrebbe saperlo: un’economia senza risparmi non esiste. La morte del piccolo risparmiatore è la morte dell’economia. Ci hanno provato con micidiale ostinazione in questi anni ad ucciderlo col denaro a costo zero, la pozione magica che ha alimentato lustri di fantomatico ultraliberismo, allegro come il welfare di cui fungeva da surrogato solo un po’ più selvaggio: era infatti sempre il vecchio statalismo a dare con la destra, attraverso le banche centrali, quello che toglieva con la sinistra. Saggio, o coglione in quanto troppo saggio, il piccolo risparmiatore non si fece sedurre dalla frenesia di indebitarsi per case, automobili, vacanze, elettrodomestici e nuove diavolerie tecnologiche. Crollato il baraccone, non poté godere di un tasso d’interesse del tutto naturalmente vicino allo strozzinaggio, perché sennò avrebbe rovinato mezzo mondo, e con gli sciagurati pure se stesso. Il destino di questo cittadino esemplare era di tirare la cinghia ancora un po’ di più, non per guadagnare qualcosa, non per difendere il gruzzoletto dall’inflazione, ma per non restare nudo di tutto. Tuttavia per il salvatore della patria, come da copione, il calvario non era ancora finito: ora vogliono metterlo in croce col pizzo sul risparmio. Sarà la sua gloria. Ma si ricordi, ministro, questo povero Cristo mica resuscita tanto facilmente.

LA RACCOLTA DIFFERENZIATA 06/07/2011 Una volta riempito, riponete il sacchetto del secco non riciclabile nel bidone grigio provvisto di rotelline di vostra competenza; una volta riempito, riponete il sacchetto dell’umido nel bidoncino marrone; la carta raccolta in casa la cacciate direttamente, meglio ancora se ordinatamente, nel bidone giallo; il vetro, in pratica bottiglie e barattoli risciacquati senza tappi e coperchietti, lo buttate sempre direttamente nel bidone blu; gli imballaggi in plastica e le lattine, possibilmente non sgocciolanti olio, devono finire in un grosso sacco di plastica azzurrognolo; anche per le sostanze vegetali c’è un bidone apposito di color beige, ma è facoltativo. Non mette conto entrare nei particolari, ma non preoccupatevi, dopo breve tirocinio questi riti complessi diventano una seconda natura. Quando allora uno dei vostri bidoni o dei grossi sacchi in plastica è colmo, guardate sull’ecocalendario il giorno della raccolta di quel particolare tipo di rifiuto. La sera prima lo portate, se è un sacco, o lo spingete, se è un bidone, sul marciapiede di fronte a casa vostra. Diciamo la verità: siete veramente fieri della vostra opera. Un lavoretto coi fiocchi. Il pattume così ordinato ha tutta un’altra cera. Ha già acquisito valore, grazie al sudore della vostra fronte. E’ per questo che con bella regolarità vi arriva a casa un premio: la bolletta.

WOODY ALLEN & GIANNI ALEMANNO 07/07/2011 Corresponsione d’amorosi sensi e fuochi d’artificio intellettuali in Campidoglio. Giunto nella Città Eterna per le riprese del suo nuovo film, il regista americano, con la finezza di spirito che tutto il mondo gli riconosce, ha osservato che “Roma è una città romantica, forse più di Barcellona e New York, ed è quell’anima che voglio tirare fuori”. Gianni non ha voluto essere da meno: con brio arguto, e con in mano l’omaggio per l’illustre artista, una Lupa Capitolina che non credeva alle proprie ultramillenarie orecchie, ha spiegato che Woody “è andato in giro per la città con molta spontaneità per vedere qual è l’aria che si respira a Roma, e ne è rimasto molto ben impressionato, trovando la città bellissima”. Se questi sono i presupposti io direi che possiamo solo aspettarci il meglio: sarà un capolavoro di acume, grazia ed inventiva. Se non altro per la spietata economia di energie mentali fatta prima di mettersi veramente all’opera.

LUCIA ANNUNZIATA 08/07/2011 La moda è tirannica: per questo neanche lei sapeva se sarebbe andata in onda. Il motivo: l’esistenza di piccole mafie dentro RaiTre. Il direttore della rete, Ruffini, che alla purezza antiberlusconiana conquistata comodissimamente sul campo tiene maledettamente, sentendosi accusato di qualcosa di simile al concorso esterno in struttura Delta, l’aveva mandata direttamente a quel paese. Lucia, furibonda, aveva risposto annunciando dimissioni definitive ed inoppugnabili. La tragicommedia era veramente spassosa, ma è stata silenziata dai media democratici, in quanto persecutore e perseguitata erano tutti e due ufficialmente e felicemente – visti gli esiti faustissimi – iscritti alla onnipotente Loggia dei Perseguitati. Adesso hanno fatto la pace. Si sono chiariti. I complotti sono svaniti come neve al sole. E’ tornato il sereno. La verità ha trionfato, senza neanche una mezza tacca di procuratore della repubblica che rompesse i coglioni.

L’altro conflitto libico

Si parla relativamente poco del conflitto libico nel nostro paese – a parte quando arrivano i barconi carichi di disgraziati – se si pensa alla nostra vicinanza geografica, al nostro coinvolgimento nell’intervento militare, ai rilevanti interessi che ci legano al paese nordafricano. Si parla ancor meno, anzi non si parla proprio, del conflitto diplomatico internazionale che si sta sviluppando intorno alla crisi libica, un braccio di ferro silenzioso e sotterraneo che piano piano sta uscendo in superficie, e che noi avevamo previsto sin dall’inizio di questa sciagurata avventura. Avevamo detto che la debolezza degli argomenti degli interventisti, e la mezza guerra ottimisticamente intrapresa al solo scopo di portare a casa lo scalpo di un Gheddafi già dato per finito, avrebbero regalato alla potenze emergenti un pretesto per misurare i rapporti di forze con l’Occidente. Siccome pensiamo che questo altro conflitto sia in prospettiva più importante di quello bellico, e che in esso, inoltre, si potrà forse trovare forse la chiave per una soluzione della crisi, per noi purtroppo disonorevole quanto più ci limiteremo a subirla invece di anticiparla, eccoci qui ad aggiornarvi sugli sviluppi di una vicenda che avevamo lasciato alla vigilia del viaggio del presidente Hu Jintao in Russia.

Il 15 giugno l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, che conta come membri effettivi Cina, Russia, il Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, e alle cui riunioni partecipano in qualità di paesi osservatori India, Iran, Mongolia e Pakistan, (con Bielorussia e Sri Lanka che per ora stanno alla finestra come “dialogue partners”) alla conclusione di un vertice tenuto ad Astana, capitale del Kazakistan, si è espressa a favore di un cessate il fuoco in Libia e ha esortato tutte le parti in conflitto a rimanere strettamente nei limiti delle risoluzioni ONU. Esprimendo il loro sostegno agli sviluppi democratici in Nord Africa e Medio Oriente

in armonia con la loro propria storia e le loro proprie tradizioni,

nella dichiarazione finale i paesi della SCO hanno rimarcato il concetto così:

Noi crediamo che crisi e conflitti domestici possano essere risolti pacificamente solo attraverso negoziati politici e che le azioni della comunità internazionale debbano conformarsi alle leggi internazionali e favorire la riconciliazione etnica.

Ed inoltre:

Tali azioni devono rispettare pienamente l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale della Libia, e rispettare il principio di non-interferenza nei suoi affari interni.

Il giorno dopo, 16 giugno, lo stesso concetto è stato ribadito da Cina e Russia in occasione della visita del presidente cinese Hu Jintao a Mosca. Nel comunicato congiunto siglato da Medvedev e Hu i due paesi hanno chiesto che

 i conflitti siano risolti con mezzi pacifici

mettendo in chiaro che

la comunità internazionale può apportare un aiuto costruttivo per non lasciare che la situazione si deteriori, ma nessuna forza straniera deve ingerirsi negli affari interni dei paesi della regione.

Il 26 giugno è stato il presidente sudafricano Jacob Zuma ad esporsi piuttosto ruvidamente sulla questione dichiarando che la risoluzione Onu

non autorizza un cambiamento di regime né l’assassinio politico di Muammar Gheddafi

e che

i continui bombardamenti sono una preoccupazione sollevata dal comitato e dall’assemblea dell’Unione Africana: la finalità della risoluzione 1973 era quella di proteggere il popolo libico.

Nei giorni a cavallo tra giugno e luglio l’Unione Africana si è riunita a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale. E’ stato annunciato, non si sa su quale base, che il governo libico (non Gheddafi) e i ribelli a breve terranno negoziati in Etiopia, negoziati che non dovranno durare più di trenta giorni; ed è stata formulata la proposta alla comunità internazionale di inviare osservatori in Libia, di stabilire un organismo di supervisione efficace e credibile, e di fornire assistenza umanitaria al popolo libico colpito dalla guerra. Ma soprattutto L’Unione Africana ha chiesto ai 53 stati membri di ignorare il mandato d’arresto internazionale contro Muammar Gheddafi spiccato dal Tribunale Penale Internazionale ONU dell’Aja, spiegando che la richiesta del TPI

complica seriamente gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi libica.

Negli stessi giorni la Russia, attraverso il suo coriaceo ministro degli esteri Lavrov, ha criticato duramente la Francia per la fornitura di armi ai ribelli rivelata da Le Figaro:

Abbiamo chiesto ai nostri colleghi francesi se fosse vero che le armi fossero state consegnate ai ribelli libici. Attendiamo una risposta. Se confermato, questo sarebbe una grave violazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Un successivo incontro con la sua controparte francese Juppé a Mosca non ha diradato le nubi, nonostante le minimizzazioni di quest’ultimo. Lavrov ha parlato di una “situazione spiacevole”, aggiungendo che l’interpretazione francese delle risoluzioni ONU proposta nel loro incontro

consente a chiunque di fare qualsiasi cosa per qualsiasi motivo.

E per farlo capire a chi di dovere ha ribadito ancora una volta, in merito ad un altro punto caldo della primavera araba, che la Russia, che ha potere di veto, è contraria a qualsiasi risoluzione ONU che condanni il governo siriano. E per farlo capire ancora meglio si è spinto a considerare inaccettabile

il rifiuto da parte dell’opposizione siriana di mantenere il dialogo con le autorità di Damasco.

Intanto il solito presidente sudafricano Jacob Zuma, che a maggio si era recato a Tripoli in un tentativo di mediazione fra le parti, è atteso a Mosca per un incontro con Medvedev e per dei colloqui preliminari con il Gruppo di Contatto sulla Libia, la cui prossima riunione è stabilita per il 15 luglio a Istanbul.

La partecipazione del presidente Zuma a questa riunione fa seguito ad un invito della Federazione russa in quanto membro del comitato ad hoc sulla Libia dell’Unione Africana,

ha precisato il ministero degli esteri di Pretoria. Mentre da Bengasi giunge la notizia piuttosto sorprendente che il Consiglio Nazionale di Transizione sarebbe disposto a concedere a Gheddafi di poter continuare a vivere in Libia in cambio della resa.

E’ una soluzione pacifica. Se Gheddafi vorrà rimanere in Libia, saremo noi a decidere dove, mentre tutti i suoi movimenti saranno sottoposti a una supervisione internazionale.

Soluzione inapplicabile, ed inaccettabile da parte del Rais, ma sintomatica di propositi un giorno ardimentosi e oggi sempre più vacillanti.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (28)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA PROCURA DI NAPOLI 27/06/2011 Cade nella rete dell’inchiesta P4 anche il generale Adinolfi, capo di stato maggiore della Guardia di Finanza: è indagato per rivelazione di segreto istruttorio e favoreggiamento per aver fatto arrivare a Bisignani notizie sull’inchiesta …P4. Dal che si arguisce: 1) che la P4 genera la P4bis, che l’inchiesta genera il reato, come la burocrazia genera burocrazia, o come l’equivoco ben coltivato genera la commedia degli equivoci; 2) che da Balzac siamo passati a Feydeau; 3) che come già detto, alla saga piduista manca solo l’alloro del cinepanettone per finire nella pattumiera della storia: il passaggio per Napoli è un segno divinatorio la cui lettura non si presta a dubbi.

DIETER HANITSCH 28/06/2011 E’ il capo della polizia di Dresda. Ne ha combinato una di veramente grossa: in febbraio ha fatto mettere sotto controllo i cellulari di 45 partecipanti ad una manifestazione anti-nazista, ossia alla solita, programmata, ed impunita scorribanda di teppisti rossi, finita coi soliti, programmati, ed impuniti scontri con la polizia. Scoperto, invece di resistere, resistere, resistere, ha dato subito le dimissioni. Ce le ha proprio sbattute in faccia, a noi italiani, queste dimissioni date per una marachella che nella sua innocenza continua a commuoverci dopo averla letta almeno una dozzina di volte.

DANIELE VICARI 29/06/2011 Il regista ha cominciato a Bucarest le riprese di “Diaz”, un film sui fatti di Genova del 2001. Come tutti sanno, e fanno finta di non sapere, il G8 di Genova fu un agguato premeditato al governo Berlusconi, una vera e propria spallata antidemocratica, come lo furono i fatti di Genova del 1960 contro il legittimo governo Tambroni. Invece di fare un film sull’arrosto, che è questo, il regista farà un film sul fumo, il “massacro della Diaz”, divertente definizione per quello che fu un miserabilissimo dettaglio della storia, un massacro che non lasciò sul campo né un morto, né un guercio, né uno storpio, ma tutta gente abile ed arruolabile.

PIETRO FORNO 30/06/2011 Secondo il procuratore aggiunto di Milano, nelle folli notti di Arcore tutto era pianificato con teutonica precisione. C’erano: “l’arruolatore, il fidelizzatore, l’organizzatore e il fruitore finale”. Un “sistema strutturale”, ma anche “strutturato”. E “menti raffinatissime”? Niente?

MICHELE SANTORO 01/07/2011 E’ da morir dal ridere. Quanto bella era la pacchia alla RAI del Padrone dove Lagna Continua ha fatto il bello e il cattivo tempo per trent’anni, regnando su un quartierino tutto suo! A Telecom Italia Media, dove non si perseguita nessuno per ostentato principio democratico, si sono rotti del bulletto ancor prima di cominciare. E già Lerner e Mentana chiedono “spiegazioni” ai vertici, sospettati di collaborazionismo col Berlusca, l’Alfa e l’Omega, sempre per principio, di ogni malefatta. Ma prendeteli, prendeteveli tutti, gli okkupazionisti della TV: così imparate, razza d’imbecilli, cosa vuol dire portarsi in casa la consorteria degli intoccabili.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (27)

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ITALO BOCCHINO 20/06/2011 Diciamo che il suo è uno stile da spadaccino. La sua mossa preferita: l’affondo. Perentorio. La sua specialità: il buco nell’acqua. Ineluttabile. E acclaratamente iettatorio. Mentre a Pontida la soldataglia leghista e i suoi capi, seguendo una terapia vecchio stampo perfettamente confacente alla loro solida schiatta, porconano a raffica perché si rendono conto di essersi uniti al Berlusca nel sacro e inviolabile vincolo del matrimonio per interessi, il vicepresidente di Fli dice che “Bossi ha decretato la fine politica del governo, ora attaccato al respiratore artificiale.” Il quesito che pongo al magnifico simposio che onora delle sue fini osservazioni questa rubrica è il seguente: come fa quest’uomo a non capire mai nulla? E quali sono veramente i limiti della potenza perniciosa dell’antiberlusconismo se riesce ad accecare completamente una delle menti più brillanti della penisola?

LA SAGA PIDUISTA 21/06/2011 Già la P2 non era un cosa seria, quattro cretini al bar che millantavano vasti poteri d’influenza. E con la P3 già si cominciava a ridacchiare di sottecchi. Direi allora che con le chiacchiere dei VIP della P4 ci si potrà sollazzare in spiaggia senza vergognarsene troppo: anche il cervello ha il diritto di andare in vacanza. La P5 invece sarà portata direttamente sugli schermi dal cinepanettone.

PIERLUIGI BATTISTA 22/06/2011 Che se la prende con “la forsennata deriva estremista del linguaggio dei suoi zelanti esternatori del nulla”. I “suoi” di Berlusconi, naturalmente: i Brunetta, gli Stracquadanio, proprio quelle sagome scoppiettanti che ci riconciliano, divertendoci, con la politica più vera e schietta. Della forsennata deriva estremista del linguaggio degli zelantissimi avversari del Berlusca il nostro non se ne accorge: quello è serio, puzza di società civile, e i fifoni non lo sentono. Dovete capirlo, scrive per il Corrierone, il galeone che va a rimorchio dei venticelli quotidiani, il giornalone il cui linguaggio cambia sempre per non cambiare mai: Ri-poso! At-ttenti! Avanti march! Front a destr! Front a sinistr! Dietro front! Cosicché anche in mezzo alla grandinata non può esimersi dal buttare là un prudente “è probabile che il destino del berlusconismo sia segnato”: “probabile” oggi, non certo ieri, quando era “sicuro”, domani chissà!

DARIO FRANCESCHINI 23/06/2011 Molti di voi avranno presente quel preciso tratto di recinzione di quella precisa villetta che vi tocca fiancheggiare ogni sera quando uscite di casa per una passeggiatina: ad attendervi al varco c’è il solito botolo ringhioso, matto e simpaticissimo, cui i riti misteriosi della religione canina impongono di mettersi al vostro passo per venti metri di orgasmico baccano. Col tempo vi ci siete affezionati. Le rodomontate del piccoletto vi fanno tenerezza. E se non c’è nessuno in giro, a mezza strada vi mettete anche voi simpateticamente ad abbaiare: arf arf bau bau… E’ più o meno quello che mi capita ogni giorno quando leggo i giornali. Prima o dopo arriva lui, Dario la mitraglietta: “Berlusconi si dimetta! Berlusconi si dimetta! Berlusconi si dimetta!” Ah no, è davvero troppo forte. Irresistibile. Si vede che fa sul serio. Che ci crede. Ed è per questo che ogni tanto anch’io mi trasformo allegramente in antiberlusconiano.

GIOVANNI STELLA 24/06/2011 L’amministratore delegato di Telecom Italia Media, ancora ubriaco di soddisfazione per l’ingaggio di Saviano, sentendosi in dovere di reiterare una delle tante bubbole spaziali di cui si nutre quotidianamente la nostra società civile, ha espresso il suo personale rammarico per il fatto che “una persona come Roberto sia costretta a lavorare per una piccola televisione”. Poveretto Robertino, e poveretta la televisione di Giovannino, la sua piccola piccola televisionuccia: era dai tempi della piccola fiammiferaia che non mi commuovevo tanto.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (26)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PAOLO PATANE’ 13/06/2011 Il leader dell’Arcigay se la prende – con chi? – con Berlusconi: “Signor presidente del Consiglio lei a questo Paese ha regalato un dittatore in una tenda. Ci ha portato Gheddafi. Noi abbiamo portato Lady Gaga.” Mah, e perché così cattivo? Insomma, a parte i cammelli, voi vedete una gran differenza tra i due? In quanto a gusto, voglio dire, ad eccentricità, ad esibizionismo, ad acconciature, a décor sgargiante, alle corti del seguito? Secondo me sarebbe stata la coppia del secolo, Lady Gaga & Muammar Gheddafi, un’esplosione liberatrice di creatività, quello che non avreste mai osato immaginare, l’Alfa e l’Omega della cultura Lgbt.

IL PD DI PAVIA 14/06/2011 Il giochetto è scoperto e indecente. Da una parte ci sono gli eroi della sinistra, ergo della democrazia, ergo del paese, insomma quella mezza dozzina di mediocrità promosse a giganti dell’umanità dalla macchina propagandistica dell’establishment antifascista, ossia dell’establishment tutto intero; dall’altra le forze politiche di sinistra che anche nella più microscopica delle contrade campagnole, per non essere inferiori in nulla ai cretini della cupola nazionale, si sentono in dovere di esigere patenti di democraticità a berlusconiani e leghisti proponendo stravaganti cittadinanze onorarie per questo o quell’altro della squadretta degli intoccabili. In mezzo, come imputati, gli avversari politici di centrodestra, cui solo un nulla osta alla santificazione rionale potrà salvare dall’accusa di concorso esterno in furfanteria. Ci hanno provato anche a Pavia, dove però i consiglieri di maggioranza, bocciando l’idea di offrire la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano, si sono rifiutati di pagare il “pizzo” dovuto in cambio del protettorato democratico.

MASSIMO GIANNINI 15/06/2011 Per l’editorialista di Repubblica l’esito dei referendum è stato un vero plebiscito “contro” Berlusconi, il segnale che l’opinione pubblica gli ha voltato le spalle, che nel “Palazzo” – ossia nel Parlamento, ma ogni tanto il rispetto per le istituzioni può andare molto democraticamente a quel paese – c’è solo una maggioranza numerica che sopravvive a se stessa. Tragga quindi il Berlusca le conseguenze di questo fallimento: non opponga irresponsabilmente la democrazia dei cavilli, delle regole e delle regolucce alla voce chiara e sonante della democrazia plebiscitaria.

L’ITALIA PEGGIORE 16/06/2011 Brunetta il Grande ha perfettamente ragione: è l’Italia peggiore. I soliti sleali furbacchioni cui tutto è permesso, che fanno quello che fanno solo perché sanno di poter contare su una vasta rete di complicità politiche e mediatiche. Che fanno i martiri cercando di intimidire. E’ chi si adegua a questa commedia che cade nel tranello, che si fa irretire dal potere, quello vero, prima di farsene inghiottire tra un complimento e l’altro. Non chi li manda schiettamente e serenamente a quel paese. Vadano, vadano. Con certa gente non si parla. E’ la più eloquente, ed integerrima, delle spiegazioni.