L’altro conflitto libico

Si parla relativamente poco del conflitto libico nel nostro paese – a parte quando arrivano i barconi carichi di disgraziati – se si pensa alla nostra vicinanza geografica, al nostro coinvolgimento nell’intervento militare, ai rilevanti interessi che ci legano al paese nordafricano. Si parla ancor meno, anzi non si parla proprio, del conflitto diplomatico internazionale che si sta sviluppando intorno alla crisi libica, un braccio di ferro silenzioso e sotterraneo che piano piano sta uscendo in superficie, e che noi avevamo previsto sin dall’inizio di questa sciagurata avventura. Avevamo detto che la debolezza degli argomenti degli interventisti, e la mezza guerra ottimisticamente intrapresa al solo scopo di portare a casa lo scalpo di un Gheddafi già dato per finito, avrebbero regalato alla potenze emergenti un pretesto per misurare i rapporti di forze con l’Occidente. Siccome pensiamo che questo altro conflitto sia in prospettiva più importante di quello bellico, e che in esso, inoltre, si potrà forse trovare forse la chiave per una soluzione della crisi, per noi purtroppo disonorevole quanto più ci limiteremo a subirla invece di anticiparla, eccoci qui ad aggiornarvi sugli sviluppi di una vicenda che avevamo lasciato alla vigilia del viaggio del presidente Hu Jintao in Russia.

Il 15 giugno l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, che conta come membri effettivi Cina, Russia, il Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, e alle cui riunioni partecipano in qualità di paesi osservatori India, Iran, Mongolia e Pakistan, (con Bielorussia e Sri Lanka che per ora stanno alla finestra come “dialogue partners”) alla conclusione di un vertice tenuto ad Astana, capitale del Kazakistan, si è espressa a favore di un cessate il fuoco in Libia e ha esortato tutte le parti in conflitto a rimanere strettamente nei limiti delle risoluzioni ONU. Esprimendo il loro sostegno agli sviluppi democratici in Nord Africa e Medio Oriente

in armonia con la loro propria storia e le loro proprie tradizioni,

nella dichiarazione finale i paesi della SCO hanno rimarcato il concetto così:

Noi crediamo che crisi e conflitti domestici possano essere risolti pacificamente solo attraverso negoziati politici e che le azioni della comunità internazionale debbano conformarsi alle leggi internazionali e favorire la riconciliazione etnica.

Ed inoltre:

Tali azioni devono rispettare pienamente l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale della Libia, e rispettare il principio di non-interferenza nei suoi affari interni.

Il giorno dopo, 16 giugno, lo stesso concetto è stato ribadito da Cina e Russia in occasione della visita del presidente cinese Hu Jintao a Mosca. Nel comunicato congiunto siglato da Medvedev e Hu i due paesi hanno chiesto che

 i conflitti siano risolti con mezzi pacifici

mettendo in chiaro che

la comunità internazionale può apportare un aiuto costruttivo per non lasciare che la situazione si deteriori, ma nessuna forza straniera deve ingerirsi negli affari interni dei paesi della regione.

Il 26 giugno è stato il presidente sudafricano Jacob Zuma ad esporsi piuttosto ruvidamente sulla questione dichiarando che la risoluzione Onu

non autorizza un cambiamento di regime né l’assassinio politico di Muammar Gheddafi

e che

i continui bombardamenti sono una preoccupazione sollevata dal comitato e dall’assemblea dell’Unione Africana: la finalità della risoluzione 1973 era quella di proteggere il popolo libico.

Nei giorni a cavallo tra giugno e luglio l’Unione Africana si è riunita a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale. E’ stato annunciato, non si sa su quale base, che il governo libico (non Gheddafi) e i ribelli a breve terranno negoziati in Etiopia, negoziati che non dovranno durare più di trenta giorni; ed è stata formulata la proposta alla comunità internazionale di inviare osservatori in Libia, di stabilire un organismo di supervisione efficace e credibile, e di fornire assistenza umanitaria al popolo libico colpito dalla guerra. Ma soprattutto L’Unione Africana ha chiesto ai 53 stati membri di ignorare il mandato d’arresto internazionale contro Muammar Gheddafi spiccato dal Tribunale Penale Internazionale ONU dell’Aja, spiegando che la richiesta del TPI

complica seriamente gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi libica.

Negli stessi giorni la Russia, attraverso il suo coriaceo ministro degli esteri Lavrov, ha criticato duramente la Francia per la fornitura di armi ai ribelli rivelata da Le Figaro:

Abbiamo chiesto ai nostri colleghi francesi se fosse vero che le armi fossero state consegnate ai ribelli libici. Attendiamo una risposta. Se confermato, questo sarebbe una grave violazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Un successivo incontro con la sua controparte francese Juppé a Mosca non ha diradato le nubi, nonostante le minimizzazioni di quest’ultimo. Lavrov ha parlato di una “situazione spiacevole”, aggiungendo che l’interpretazione francese delle risoluzioni ONU proposta nel loro incontro

consente a chiunque di fare qualsiasi cosa per qualsiasi motivo.

E per farlo capire a chi di dovere ha ribadito ancora una volta, in merito ad un altro punto caldo della primavera araba, che la Russia, che ha potere di veto, è contraria a qualsiasi risoluzione ONU che condanni il governo siriano. E per farlo capire ancora meglio si è spinto a considerare inaccettabile

il rifiuto da parte dell’opposizione siriana di mantenere il dialogo con le autorità di Damasco.

Intanto il solito presidente sudafricano Jacob Zuma, che a maggio si era recato a Tripoli in un tentativo di mediazione fra le parti, è atteso a Mosca per un incontro con Medvedev e per dei colloqui preliminari con il Gruppo di Contatto sulla Libia, la cui prossima riunione è stabilita per il 15 luglio a Istanbul.

La partecipazione del presidente Zuma a questa riunione fa seguito ad un invito della Federazione russa in quanto membro del comitato ad hoc sulla Libia dell’Unione Africana,

ha precisato il ministero degli esteri di Pretoria. Mentre da Bengasi giunge la notizia piuttosto sorprendente che il Consiglio Nazionale di Transizione sarebbe disposto a concedere a Gheddafi di poter continuare a vivere in Libia in cambio della resa.

E’ una soluzione pacifica. Se Gheddafi vorrà rimanere in Libia, saremo noi a decidere dove, mentre tutti i suoi movimenti saranno sottoposti a una supervisione internazionale.

Soluzione inapplicabile, ed inaccettabile da parte del Rais, ma sintomatica di propositi un giorno ardimentosi e oggi sempre più vacillanti.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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