Libia: una vittoria di Pirro

Chi abbia tempo da perdere provi a cercare quante volte negli ultimi tre decenni, prima dell’anno fatidico 2011, Ben Ali di Tunisia o Mubarak d’Egitto siano stati omaggiati dalle nostre più illustri gazzette democratiche del titolo poco onorifico di “dittatore”: che io ricordi, mai. E’ soltanto dopo le rivoluzioni della primavera araba che a questi affidabili leader, per gli interessi dell’Occidente, e a questi moderati autocrati, per gli standard arabo-mediorientali, le penne dei nostri più venerabili e compassati commentatori hanno riservato con la tranquillità di sempre tale prestigiosa nomea. E’ perciò normale che in un simile contesto morale la guerra di Libia abbia consentito al vizio dell’oblio e della mistificazione di raggiungere traguardi impensati, tanto che adesso, da più parti, non ci si vergogna punto di dare una patente di legittimità alle aborrite “guerre per il petrolio” e di rimproverare al governo Berlusconi, gran prodigio delle guerre umanitarie, una condotta insufficientemente cinica nella difesa dei nostri interessi.

Fino al 2000 Gheddafi è stato per più di un quarto di secolo insieme un dittatore sanguinario, un laico (per i canoni islamici) e stravagante rivoluzionario con qualche idea di grandezza e di riscatto per il suo paese, un fomentatore del terrorismo internazionale, un nemico giurato ma non isolato dell’Occidente. Dopodiché, ammaestrato dalle vicende irachene, ha cominciato, passo dopo passo, a negoziare con europei ed americani una resa profittevole per tutti gli interlocutori, trovando in fin dei conti assai piacevole dedicare la vecchiaia in via esclusiva allo sviluppo del suo poco abitato ma potenzialmente ricco paese, riservandosi solo di tanto in tanto il diritto d’intrattenere il mondo con le sue innocue pagliacciate pubbliche. Gli Occidentali, piaccia o non piaccia, e a noi anti-gheddafiani della prima ora la cosa non è mai piaciuta, hanno accettato, fino alla progressiva e pressoché completa normalizzazione dei rapporti diplomatici. Ma una ragione c’era ed era solidissima: siglata la pace, Gheddafi, isolato nel mondo arabo ed islamico “moderato” a causa del suo passato estremista ed in quello “estremista” a causa del suo presente “moderatismo”, sarebbe stato legato mani e piedi all’Occidente. Questa mancanza di appoggi internazionali spiega perché la macchina della propaganda abbia potuto girare a pieno regime; perché un lupo spelacchiato ed in pensione sia diventato finalmente agli occhi di coloro che negli anni ruggenti derisero le “ossessioni” dei falchi anti-gheddafiani il mostro di cui non riconobbero mai in precedenza i connotati; e perché, sotto le false sembianze della primavera araba, l’attacco al regime sia stato pianificato con tanta sbrigativa mancanza di scrupoli.

Prima del conflitto la Libia era un paese relativamente prospero per gli standard africani, ed in pieno sviluppo, grazie alla fitta rete di rapporti economico-commerciali intessuta con l’estero dopo la fine del periodo delle sanzioni; rapporti che si sarebbero sommati a quelli più specificatamente culturali dovuti alla rinnovata “amicizia” coi paesi occidentali, in primis l’Italia naturalmente, per favorire una maturazione senza strappi delle istanze democratiche in un regime che si stava già addolcendo; le quali istanze avrebbero potuto prender corpo quando si fosse presentata la questione della successione di una “Guida della Rivoluzione”, ricordiamolo, ormai settantenne. Oggi, dopo sei mesi di guerra e, forse, decine di migliaia di morti lasciati sul terreno per soddisfare la fama di gloria e gli appetiti di chi pensava ottimisticamente di spogliare un mezzo cadavere senza combattere per davvero, ci troviamo con un paese “liberato” in preda al caos e all’anarchia, un paese da “ricostruire” e dal futuro incertissimo.

Eppure queste sono quisquilie. Non è questo che rende la “liberazione” di Libia una vittoria di Pirro. Questa sconsiderata avventura in realtà non farà altro che solleticare, senza che ce ne fosse bisogno e per ragioni tutt’altro che virtuose, le voglie sempre latenti di revanscismo anti-occidentale delle potenze emergenti, che dall’irridente violazione della risoluzione ONU sulla Libia da parte della NATO si sono sentite prese in giro. I “ribelli” hanno già fatto sapere che per gli interessi economici e per gli investimenti già in essere nel paese nordafricano di Russia, Cina e Brasile la caduta di Gheddafi potrebbe essere fatale. Qualche cretino ha salutato questa minaccia ai tre giganti, e indirettamente a paesi come India e Sudafrica che si erano mostrati critici dell’intervento NATO, come un salutare avvertimento, senza rendersi conto che questi nuovi protagonisti della scena mondiale dalla vicenda usciranno certamente ammaestrati, ma non nel senso da lui auspicato.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (36)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIULIANO PISAPIA 22/08/2011 A neanche tre mesi dall’elezione a sindaco di Milano tra gli applausi di tutti i salotti buoni della città, quelli della finanza, delle banche, dell’editoria, e anche quelli di certi immobiliaristi, il sindaco di Milano torna rifondarolo: denuncia “poteri occulti, che tramano nell’ombra” contro la novità politica da lui rappresentata. Chi sono? Certi poteri forti: quelli storici della finanza, delle banche, dell’editoria, e anche quelli di certi immobiliaristi.

GLI AMMINISTRATORI LOCALI PIEMONTESI 23/08/2011 Che rispondendo all’appello lanciato da Uncem, Anci, Legautonomie e Anpci sono scesi in piazza a Torino per protestare contro la soppressione dei piccoli comuni. I risparmi sono risibili, argomentano, e si fa violenza alla storia. Le migliaia di “poltrone” di cui si favoleggia sarebbero in realtà sedie senza compenso. Ma io ci credo! Ci credo! Basta e avanza la fregola: di sfoggiare la fascia tricolore, di fregiarsi del titolo di consigliere, di poter dire di essere residenti nel comune di Borghetto Sopramonte e non in quello di Borghetto Sotto il Monte. Il Piemonte è la patria dei villaggetti col grado di caporale, contando la bellezza di 1.206 comuni per una popolazione di quattro milioni e mezzo d’abitanti. E uno solo di questi, Torino, concentra un quinto degli abitanti della regione. Per fare un confronto con realtà demografico-territoriali non troppo dissimili, il Veneto ne conta 581 per una popolazione di cinque milioni, la Puglia appena 258 per una popolazione di quattro milioni. E poi, cari amministratori, pensate alle succose possibilità di gloria offerte dai futuri accorpamenti: con 10.000 abitanti nulla impedisce ai nuovi comuni, visto l’andazzo, e la vanagloria dei primi cittadini di casa nostra, di aspirare al titolo onorifico di “città”.

ALAN GREENSPAN 24/08/2011 Il presidente di una banca centrale è un po’ il Gran Sacerdote del Tempio della Moneta. I suoi bisbigli e le sue mezze parole hanno sempre qualcosa di profetico. L’ex presidente della Federal Reserve ritiene oggi che “l’euro stia crollando”: sarà forse che quando si fa naufragio ci si aggrappa a tutto, ma io non sottovaluterei affatto le proprietà talismaniche di certi infallibili oracoli.

RENZO ULIVIERI 25/08/2011 Il presidente dell’associazione nazionale allenatori di calcio (Aiac) si è incatenato davanti al palazzo della Federcalcio per protestare contro l’eliminazione dell’obbligatorietà del patentino d’allenatore per prima e seconda categoria e juniores e per denunciare il silenzio caduto sul misfatto. Ha mille volte ragione: si comincia così e poi si finisce per scoprire che un Pinco Pallino qualsiasi può vincere la Champions League anche senza il diploma rilasciato dal centro tecnico di Coverciano appeso alla parete del salotto di casa sua. Quale membro onorario dell’Ordine nazionale dei raccattapalle sono qui ad esprimerGli la mia più profonda vicinanza spirituale.

ROBERTO FORMIGONI 26/08/2011 Forse perché il caldo dell’umida serra padana, terra già per decreto divino frequentata da Eolo solo quando s’incazza nero, riesce a liquefare anche il cervello più sobrio, o forse perché sotto le camicie in stile “figli dei fiori” si nascondono le canne, fatto sta che il governatore della Lombardia si è sentito in dovere di regalarci un fine suggerimento su una delle tessere che andranno a comporre il delicato e prezioso mosaico federalista della futura Italia: “Penso a un’unica macroregione con Piemonte e Veneto, insomma la Padania. Voglio proprio vedere se Cota e Zaia avranno il coraggio di dirmi di no.” Restando in attesa di sapere qualcosa sulla sorte di quelle regioni lillipuziane, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Liguria e Valle D’Aosta, che come i satelliti di Giove faranno corona a questo gigante, facciamo inutilmente notare al governatore che la macroregione conterebbe oggi quasi venti milioni d’abitanti, che da sola avrebbe grosso modo un terzo degli abitanti d’Italia, che sarebbe demograficamente la regione più grande d’Europa, più popolata anche della Renania Settentrionale-Vestfalia che però nel suo pancione contiene il mostro urbano della Ruhr; popolata quasi come l’intera Romania; più popolata dell’Olanda; popolata il doppio del Belgio, o dell’Ungheria, o della la Repubblica Ceca, o del Portogallo, o della Grecia, o della Svezia, o della Serbia; popolata più di Svizzera, Austria e Slovenia messe insieme. Superiori alle più elementari ragioni della storia, della geografia e dell’aritmetica per il semplice motivo di averle sempre ignorate, i nostri amministratori locali sono così: una volta solleticati nell’ambizione, non li ferma più nessuno, pensino in piccolo o pensino in grande. E’ sempre il Formigoni che c’è in ognuno di loro a parlare dall’altana del microcomune o dal grattacielo della macroregione.

La Lega al bivio

Non sono passati poi molti mesi da quando la quasi totalità dei commentatori politici profetizzava un avvenire roseo per il partito di Umberto Bossi. Un partito che in un futuro non lontano sarebbe stato destinato addirittura a mangiarsi il PDL e a scendere vittorioso giù per l’Appennino. Tra questi, molti che oggi motteggiano con aria di superiorità sulle castronerie dialettiche del Senatur. Si argomentava che in fondo la Lega Nord era un partito “vero”, con una sua giovane classe dirigente formatasi sul “territorio”, nel bene e nel male vicino alla gente, e questa terragna realtà veniva contrapposta alla (supposta) gassosa inconsistenza del partito berlusconiano. A chi oggi cerca disperatamente statisti, e che ieri magari ammirava questo fattivo attivismo, facciamo notare che esso era inversamente proporzionale all’angustia del messaggio leghista, cui sopperiva appunto presidiando gelosamente territori, tematiche, parole d’ordine. Erano le due facce della stessa medaglia. Lo zenit del consenso era stato invece raggiunto: si fa prima a massimizzare l’efficacia di un messaggio politico dal potenziale limitato, anche perché nell’arte assai prosaica di amministrare un comune raramente ci si trova a dover pagar dazio per aver espresso la propria stravagante opinione sui destini della nazione o dell’umanità.

A dare il primo scossone a questa beata rendita di posizione è stata la scissione finiana. In quel momento la Lega avrebbe potuto abbandonare Berlusconi al suo destino, ma poi, per avere qualche prospettiva concreta, o avrebbe dovuto ridefinirsi come “partito nazionale”, oppure avrebbe dovuto accentuare la sua natura identitaria e “rivoluzionaria”. La prima ipotesi avrebbe sottoposto il partito ad un vero travaglio e in ogni caso non c’erano i tempi per affrontare la questione, la seconda era semplicemente irrealistica: ammesso, e non concesso, che avremmo assistito a livello popolare ad un ritorno di fiamma del secessionismo, si sarebbe trattato in ogni caso di un fuoco di paglia, destinato a spegnersi pian piano, ma ineluttabilmente, nel folklore. Questa seconda opzione fu già esplorata dalla Lega dopo che essa ruppe con Berlusconi nel 1994 principalmente sul tema – guarda caso – delle pensioni. Alle elezioni politiche del 1996 ottenne il 10 e rotti per cento, per piombare però – almeno fino al franco successo del 2008 – ad un regolare 4-5% nelle successive elezioni politiche, regionali ed europee. Ragion per cui la Lega nei mesi scorsi, volente o nolente, è rimasta a fianco del Cavaliere.

La manovra finanziaria di questi giorni è per la Lega l’ennesimo banco di prova. Il nervosismo all’interno del partito è ancor più accentuato di quello che attraversa il PDL. La sensazione è quella di essere in trappola, senza che ci sia nessun agente esterno cui dare la colpa. Un partito non può essere “di lotta e di governo”. Ci provò anche il PCI. E pagò l’ambiguità, anche dopo il cambio di ragione sociale, abbonandosi al ruolo di minoranza. Se Bossi è tornato ad agitare lo spadone della Padania come negli anni ruggenti, significa che le pressioni degli alleati sul tema delle pensioni si stanno facendo sentire, e che la Lega, finito il teatrino, si acconcerà a cedere in cambio di un alleggerimento dei tagli agli enti locali: si acconcerà, insomma, a diventare ancora di più “partito di governo”, e ad essere sempre più inglobata nel blocco “conservatore”. Mentre nel PDL i mali di fondo che la crisi politica ed economica dell’Occidente ci costringe ad affrontare sono diventati un’occasione per un vivace dibattito interno sulla natura “liberale” del partito. La scarsa consapevolezza di molti dei protagonisti, le contraddizioni, la goffa cacofonia del dibattito non devono ingannare. Questo è tipico della politica, non solo in Italia. Ma significa anche che l’idea berlusconiana continua ad essere feconda, e che è più grande, in generale, dei suoi interpreti. Ed è questo che conta alla fine: e qui parlo di politica, di partiti, non di finti-partiti, non di consorterie montezemoliane, o di parrocchiette liberal-radicaleggianti, che pontificano su questa merda di paese grazie al privilegio di non dover costruire politicamente nulla.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (35)

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SILVIO BERLUSCONI 16/08/2011 Nella carriera di tutti gli emuli di Giulio Cesare c’è un Rubicone da passare, così come in quella degli emuli di Alessandro Magno c’è un nodo gordiano da tagliare. All’inizio della sua carriera politica Silvio non faceva mistero di essere ammiratore del primo, forse a causa di una calvizie che anche il Divino Giulio viveva male, tanto che, racconta Svetonio, “fra tutti gli onori decretatigli dal Senato e dal Popolo, nessuno egli accolse o sfruttò più volentieri del diritto di portare sempre una corona d’alloro”. In seguito il nostro condottiero mise a tacere una passioncella che avrebbe offerto il destro alla solita marmaglia velenosa che lo accusava, ingiustamente, di “cesarismo”. Da quasi quattro lustri Silvio torna periodicamente sulle rive del Rubicone solo per fare dietro front e rintanarsi col cuore grondante sangue nella sua tenda accolto dalla disperazione delle schiave ispaniche, celtiche, germaniche, illiriche, traci, scite, persiane, ebree, libiche e numidiche che gli rendono meno gravosa l’esistenza. Che sia una prova da far tremare i polsi lo dimostra il fatto che pure il Divino Giulio per decidersi ebbe bisogno di una visione – lo dice sempre Svetonio, e su Svetonio io metterei la mano sul fuoco – : una specie di Adone sbucato dal nulla che, impadronitosi di una tromba, ci soffiò dentro il segnale di guerra scomparendo con la velocità del vento verso l’altra sponda. Giove Ottimo Massimo spedì a Silvio invece una Venere, Ruby, detta anche la figlia di Giugurta. Silvio non lesse nel nome il destino e vide solo la Venere. Da allora gli dei l’hanno abbandonato alla sua empietà. Ed è per questo che io, Crosetto, Martino e Stracquadanio, per il bene della Patria, stiamo seriamente pensando di ricorrere alle possenti arti del Mago Otelma.

UMBERTO BOSSI 17/08/2011 A Renato Brunetta passare alla storia come il Nano di Venezia non dispiacerebbe affatto: sarebbe il modo di partecipare della fama imperitura della Serenissima. Le parole del Senatur al suo orecchio sono suonate come una profezia e l’occhio gli è brillato di soddisfazione. A queste cose lui pensa, a differenza del leader del Carroccio, bellamente ignaro di essersi imbarcato in una sfida con un uomo temibile; un uomo che è sopravvissuto con successo al suo metro e mezzo di statura fino ad impalmare a sessant’anni suonati la sua Titti; un uomo che si è imposto di vincere alla distanza; un uomo tempratissimo a tutte le offese dell’occhio e della parola, volontarie e involontarie, e perciò uso a misurare la statura dei suoi avversari dal loro grado di suscettibilità quando, serenissimo e in pieno controllo, riesce a tacere provocatoriamente davanti agli insulti più sanguinosi, oppure quando, serenissimo e in pieno controllo, riesce a rispondere provocatoriamente, come il bon ton democratico non comanda, ai cretini che gli tengono agguati, oppure quando, serenissimo e in pieno controllo, riesce a far saltare i nervi ai suoi colleghi saputelli, sfiniti da una puntigliosità e una petulanza di cui solo le donne sono capaci, mentre lui è fresco come una rosa, pronto a ricominciare, perché rompere i coglioni è un’arte che richiede determinazione, costanza, allenamento: tutti quelli che cascano nella trappola li iscrive seduta stante nel registro delle mezze seghe.

LA NEW ZEALAND RUGBY UNION 18/08/2011 Ahi, ahi, ci risiamo: arriva la Coppa del Mondo di Rugby e i neozelandesi cominciano a fare cose strane. E’ la settima coppa e se la giocano in casa. Di coppe però fino ad adesso ne hanno vinto solo una, la prima, pur partendo ogni volta, e del tutto logicamente, da favoriti. Questa volta è diverso: partono stra-favoriti. Quindi la New Zealand Rugby Union ha pensato bene di creare uno psicodramma nazionale grazie ad una “divertente” campagna pubblicitaria che invita tutti i tifosi degli All Blacks ad astenersi dal sesso durante la Rugby World Cup. Ma ci pensate alla sorte lacrimevole di quelle povere innocentissime creaturine che – sono pronto a scommettere – vedranno la luce fra giugno e luglio del 2012 nel caso i Tutti Neri dovessero incappare nella solita stramaledetta partita? Pecore nere nel paese delle pecore. Figli del peccato. E dei peccatori più fessi: quelli ortodossi.

PIER LUIGI BERSANI 19/08/2011 I problemi dell’Italia sono “strutturali”: sono tutti d’accordo. E quindi ci vogliono “riforme strutturali”: anche qui sono tutti d’accordo. Bisogna ristrutturare l’Italia partendo dalle fondamenta, dai pilastri e dalle architravi. E’ per questo che tutti invece – anche qui in massimo accordo – sono alla ricerca dei “colpevoli”, ossia parlano solo delle opere di finitura, dei pavimenti, dei serramenti, delle tinteggiature: i costi della politica, i tesoretti degli evasori fiscali, i “ricchi” da tassare. Poi ci sono quelli che fanno ancor meglio: demoliscono. Per esempio il segretario del PD, che si dichiara favorevole all’«una tantum» sui capitali rientrati con lo scudo fiscale due anni fa per reperire risorse da trasferire ai Comuni e ai pagamenti dovuti dalla Pubblica amministrazione alle piccole imprese: così lo Stato Filibustiere rimedierà alla violazione di un patto col cittadino, un pagamento rimandato all’infinito, con la violazione di un altro patto, mezzo banditesco anch’esso, ma sottoscritto.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (34)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

RAFFAELE LOMBARDO 08/08/2011 Il presidente della regione Sicilia è un cannone: non solo abbasserà del 10% da settembre la sua indennità mensile (da 18.500 euro a 16.650 euro netti) e quella di tutti gli assessori (da 12.500 a 11.250 euro), ma ha anche il coraggio di dirlo.

ROSY BINDI 09/08/2011 Quello che non avreste mai osato immaginare sta forse – forse – per succedere: un governo ci farà piangere per davvero, ossia porrà mano a quelle mitiche riforme che tutti invocano da decenni pensando di partecipare ad uno scherzo collettivo. Per la presidentessa del Partito Democratico la cosa è di una gravità inaudita: “Qui dobbiamo denunciare con forza un fatto: il governo affida il risanamento, e addirittura la possibilità della ripresa della crescita, all’abbattimento del sistema di welfare intaccando pesantemente i diritti dei cittadini.” Del tutto dimentica del “commissariamento” da parte di quell’assennata Europa che ha preso per l’orecchio il Berlusca, Rosy propone innanzitutto di “non toccare i fondi destinati a enti locali e regioni perché questo vorrebbe dire colpire i cittadini, poi bisogna tassare le ricchezze e usare la leva fiscale per diminuire le disuguaglianze. Si inaspriscano le norme contro l’evasione fiscale.” E poi si facciano liberalizzazioni “serie”, si punti sulla ricerca, sull’efficienza della pubblica amministrazione, si intervenga sui privilegi di tutte le classi dirigenti, ecc. ecc. Insomma, anche Rosy, come tanti suoi colleghi, ha capito che questo rischia di essere davvero l’ultimo giorno di una vacanza che dura dall’inizio della carriera: tanto vale approfittarne, e finire in bellezza con un’esplosione pirotecnica di corbellerie.

ENRICO BERLINGUER 10/08/2011 Lugubre caricatura di un severo profilo morale, fu l’ideatore e il propugnatore della politica degli onesti; la politica che uccide tutte le politiche; in tempi di democrazia, e al netto della confezione, la più belluina e rozza delle politiche. Intervistato da “Oggi” uno dei suoi epigoni la sintetizza così: “…ai cittadini non basta più la distinzione fra riformisti e moderati: alla gente interessa innanzitutto l’onestà nella politica e distinguere fra il partito degli onesti e il partito dei disonesti”. Che il suo nome sia Antonio di Pietro non è un caso.

LA PROCURA DI TRANI 11/08/2011 Dopo essersi guadagnata una discreta fama in patria con le le frescacce di casa nostra – le trame minzo-berlusconiane – la procura pugliese ha deciso di dare l’assalto a quella mondiale mettendo sotto inchiesta alcuni analisti di Moody’s e di Standard & Poor’s: i primi per aver diffuso “giudizi da ritenersi falsi, infondati o comunque imprudenti” sulla tenuta del sistema economico e bancario italiano, tali da configurare il reato di “manipolazione del mercato”; i secondi, oltre che per lo stesso motivo, anche per “abuso di informazioni privilegiate”, avendo diffuso “anche a mercati aperti notizie non corrette (dunque false anche in parte), comunque esagerate e tendenziose sulla tenuta del sistema economico-finanziario e bancario italiano”. Pare che per la procura queste ipotesi di reato siano da ritenersi pressoché accertate. Comunque ragionevolmente fondate. In ogni caso degne di attenzione. Magari in parte. Vuoi vedere che è la volta buona che il mondo s’insospettisce e si decide a ficcare il naso sui riti singolari della giustizia italiana?

VLADIMIR PUTIN 12/08/2011 Alla sua terza esperienza da sub, si butta nelle acque del Mar Nero e alla sconvolgente profondità di due metri scopre i resti di due anfore greche (bizantine) del VI secolo d.C. Forte di questo auspicio favorevole, e contando sul favore degli dei, sembra che adesso l’eroe fortissimo vagheggi di lasciare la Scizia per veleggiare lungo la costa del Ponto Eusino e puntare sulla Colchide alla conquista del Vello d’Oro.

Attenti al mantra della crescita

Il mantra della crescita è oggi intonato da tutti per un semplice motivo: non dice tutto e quindi non impegna. L’insistenza sulla “crescita” è stato uno dei motivi che ha accompagnato il sorgere del baraccone delle bolle prima del collasso strutturale che sta travolgendo l’economia dei paesi occidentali e del Giappone. Se fosse vero che la crescita «del Pil» è tutto, com’è possibile che gli Stati Uniti, che per anni e anni vedevano il Pil aumentare al ritmo per noi frustrante e quasi arcano del tre o del quattro per cento, si trovino ora in una situazione molto “italiana”, tra stagnazione, disoccupazione al 10% e debito pubblico al 100% del Pil? E’ inutile dolersi di una resa dei conti che prima o dopo doveva metter fine all’inganno di una crescita malata, fondata su debiti “privati” sui quali però in qualche modo gli stati apponevano la loro firma, tanto che alla fine della commedia li hanno fatti propri, incrementando a dismisura i debiti pubblici. Il “capitalismo selvaggio”, che è la libera economia orbata dalla mano politica dei suoi freni naturali, e la “finanziarizzazione” dell’economia nascono sotto l’ala dello stato: una decente economia “di mercato” avrebbe segnalato i guasti molto prima e molto prima avrebbe spento la potenza di fuoco degli “speculatori”. Non è stato, quello di questi anni, il fallimento dell’economia “di mercato”: solo la forza dello stato può promuovere e farsi garante di una condotta antieconomica, generalizzata e continuata, nei suoi fondamenti: o attraverso la spesa pubblica e il welfare, o attraverso una politica monetaria “ideologicamente” espansiva delle banche centrali. Lo stanco Occidente, invece di scegliere la stretta via della rettitudine e del buon senso che porta alla formazione del risparmio e del capitale, da una parte – chi più chi meno – ha continuato a percorrere, con più accortezza ma sempre più affannosamente, la larga via dello stato assistenziale; dall’altra – chi più chi meno – ha optato per la larga via del denaro a costo zero per tutti, e questa corsa all’El Dorado è stata fatta passare per “liberalismo” economico, quando invece era sempre la mano paternalista dello stato ad affidare al “consumatore”, facendosi garante di tale scempiaggine, il compito di “far girare l’economia” come un criceto nella ruota: ossia di smettere di risparmiare per indebitarsi per case, automobili e vacanze, per divorare a più non posso beni di consumo; insomma per buttare via tutti i soldi nella spesa improduttiva. Un ciclo infernale di stimoli ed incentivi, incentivi e stimoli, che ha sostituito il naturale funzionamento dell’economia.

In questo contesto si capisce perché l’Italia, in mancanza di strenue virtù e ferree volontà, non cresca da vent’anni: con un debito al 120% del Pil aveva esaurito le cartucce per tutti i trucchi. Ed ora, non solo per essa, è giunto il momento di far sul serio. L’Italia ha una fortuna che si è meritata grazie al demerito degli altri: il mostro del suo debito pubblico è ormai accompagnato da mostricciatoli che ingrandiscono a vista d’occhio e che non la fanno sentire più sola nella vergogna. E “l’atterraggio” italiano delle economie dei paesi occidentali non è stato ancora completato. Persino nella pimpante Germania il debito pubblico ha superato da tempo a grandi passi la soglia dell’ottanta per cento del Pil, e se è comprensibile che i contribuenti tedeschi non ne vogliano proprio sapere di “salvare” la Grecia, sarebbe ancor meglio che questa loro ostentata mezza virtù diventasse una virtù tutta intera e si accollassero in esclusiva l’onere e l’onore di salvare gli istituti di credito tedeschi impegolati nel paese mediterraneo. A ben guardare anche il paese dei crucchi non gode di una salute di ferro. Non saranno gli annunci drammatici a “salvare” l’Italia dal fuoco della “speculazione” e dal naufragio solitario. Sarà un quadro complessivo di debolezza uniforme che s’imporrà agli occhi di tutti, speculatori compresi.

Il dramma di questi giorni ha anche il suo lato comico. Dalle parti sociali, da mezzo secolo patrocinatrici della mummificazione italica, che chiedono al governo una scossa riformatrice senza dire una sola parola su dove far scorrere il sangue, oltre che su quegli scandalosi costi della politica che nel bilancio della nazione non contano un piffero, o su quelle inutili province sulla sorte dei cui dipendenti si tace però religiosamente; al nostro inimitabile Berlusca, che convocato con urgenza per via telefonica al tavolo dei grandi d’Europa, convoca immantinente il popolo italiano in televisione, per dirgli di aver convocato con urgenza per via telefonica i grandi d’Europa allo scopo di spronarli a darsi una mossa e per comunicare a quei posapiano la decisione del governo italiano di anticipare il pareggio di bilancio al 2013, la sua volontà di modificare la Costituzione in materia di liberalizzazioni e sull’obbligo del pareggio del bilancio – sacro come i vincoli di Maastricht su cui tutta l’Europa giurò, suppongo – e di mettere mano alla normativa vigente sul mercato del lavoro; alla Camusso e ai tribuni dell’opposizione che al solo sentire questi propositi d’intenti ancor vaghi sono venuti i capelli dritti in testa nel timore che il Berlusca nella disperazione possa far sul serio: un’altra dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che dai guai l’Italia può uscire solo con questa maggioranza, piaccia o non piaccia – l’opposizione non avrebbe nemmeno, tremontianamente, “tenuto duro” – senza contare il valore aggiunto, altissimo, essenziale, di un processo democratico non violentato da colpi di mano.

Che nel breve-medio termine la spinta dovuta a liberalizzazioni, dismissioni del patrimonio pubblico, tagli prudenti ma progressivi della tassazione, innalzamento dell’età pensionabile, possa contrastare con successo gli effetti recessivi della necessaria e benedetta minor propensione delle famiglie ai consumi, dei tagli allo stato sociale e alla pletora dell’impiego pubblico, riuscendo nel contempo a rosicchiare qualcosa al monte del debito pubblico, mi sembra arduo. Il sentiero è stretto e andrà percorso con costanza. In un quadro simile un modesto segno + agli effetti puramente contabili del Pil sarebbe già una vittoria: sarebbe tutta roba autentica.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (33)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FRANCO FRATTINI 01/08/2011 Dopo che i cannoni hanno fatto sentire la loro voce nella città siriana di Hama, il nostro ministro degli esteri ha fatto sentire la propria voce per condannare “questo ulteriore orribile atto di repressione violenta contro i manifestanti che protestano da giorni in maniera pacifica” e per auspicare che con l’avvio di riforme da parte del governo e di un dialogo con l’opposizione si possa giungere ad una soluzione della crisi. Noi ci chiediamo invece perché Bashar al Assad, questo “dittatore che spara contro il proprio popolo”, non abbia i mesi, le settimane, i giorni, le ore, i minuti o i secondi contati.

RENATO BRUNETTA 02/08/2011 Più ci penso e più mi convinco che vi siano delle singolari analogie tra il ministro e Zamarion: entrambi sono veneti; entrambi hanno gli occhi verdi; la specialità dei due mattacchioni è la stessa: dare del cretino ogni santo giorno a qualcuno; entrambi poi non se la prendono, anzi, ridacchiano giulivi – cosa che personalmente trovo assai irritante – se qualcuno, come capita spesso, dà loro del cretino. Certo, ognuno è libero di comportarsi come vuole, fintantoché non infrange le leggi e purché si assuma la responsabilità delle sue mattane, anche in alto loco; sgomenta, tuttavia, che un ministro della repubblica abbia tanti tratti in comune con uno sciagurato.

LUCA MARIN, FEDERICA PELLEGRINI & FILIPPO MAGNINI 03/08/2011 Luca Marin, ad occhio, mi sembra il più belloccio. Da un incrocio siculo-veneto è venuto fuori l’italiano sognato da tutte le svedesi. Malauguratamente questo sprovveduto, invece di ringraziare Dio per questo dono, correndo dietro cristianamente al grande amore o cattolicamente alle supersventole da infarto, ha deciso di correre dietro alle campionesse: prima la Manaudou, poi la Pellegrini. Adesso ha preso una sportellata in faccia ma fa ancora in tempo a rinsavire, a guardarsi in faccia e a guardarsi attorno. Umiliato e offeso, sembra lo Charles Aznavour dell’indimenticabile “E io tra di voi”, che offre al mondo il dolore di chi ha la coscienza a posto. Federica Pellegrini è una ragazzona sana e alta. Che vince spietatamente. Tutta questa superiorità intimorisce. E la salute con un po’ di trucco fa miracoli. Quindi passa ormai per bellissima, anche se per essere una donna veramente bella le manca la finezza dei tratti, l’incedere flessuoso e il brio della gatta. Per niente macerata dal drammone sentimentale, solo all’ultimo ha fatto sapere con asciuttezza notarile di avere la coscienza a posto. Filippo Magnini ha vinto molto, ma questa settimana, assai poco virilmente, ha pure balbettato molto. I più bendisposti verso il campione pesarese, compresa la fidanzata, non hanno voluto capirci niente. Non si sa se più contento o più preoccupato, si è atteggiato a vittima del gossip, e fin dall’inizio ha voluto mettere in chiaro di avere la coscienza a posto. Indubbiamente c’è qualcosa che non quadra. Ma una spiegazione per questo nobilissimo scaricabarile c’è: lo sport, che è una scuola di vita.

SERGIO MARCHIONNE 04/08/2011 L’amministratore delegato di Fiat-Chrysler sta con Napolitano: serve una leadership in grado di recuperare la coesione. Per rimettere in piedi – per il momento – un gruppo automobilistico con l’acqua alla gola lui, a ragione, ha fatto esattamente il contrario: ha messo spesso una partita di disperati di fronte al fatto compiuto, sapendo bene che non c’erano alternative; ha forzato, spaccato ed ha vinto. Dev’essere davvero una bruttissima rogna, la politica, se di fronte agli inconvenienti della democrazia parlamentare anche il condottiero italo-canadese conciona come un Casini qualsiasi.

SERGIO RIZZO 05/08/2011 Per il piccolo-moralista del Corriere della Sera la casa continua a bruciare senza che nessuno metta mano all’estintore. Serve, per dirla con Napolitano, uno sforzo straordinario di coesione nazionale. Un gesto immediato. Per un paese oggi migliore di chi lo dirige. Fateci caso: oggi tutti sono migliori dei politici, e i peggiori di tutti sono certi farisei della nomenklatura che oggi danno del pubblicano ai vecchi compagni di bisboccia. Io comunque una proposta l’avrei. Modesta, ma concreta, fattiva, costruttiva, liberatoria, rigenerante: dare in pasto ai pesci gli isterici, prima che riescano a capovolgere la barca.

La Casta: il mito e la storia

Non ne usciremo mai se invece di fare uno sforzo di verità continueremo a ripetere come pappagalli le comode bubbole tratte dal mito della casta. Quel mito parziale che serve solo alle fazioni, ai partiti, alle caste. Andiamo indietro di vent’anni. L’operazione Mani Pulite non fu un complotto. Ma non fu neanche il prodotto benefico del berlinguerismo. Prodotto malefico del berlinguerismo fu invece quello che la guastò. Agli smemorati ricordiamo che la sinistra nel suo insieme – la politica e i media di riferimento – fu presa alla sprovvista dall’esplodere di tangentopoli. E per qualche tempo il suo atteggiamento nei confronti della caccia ai marioli presi col sorcio in bocca rimase cauto e diffidente. Il motivo, ricordiamolo ancora agli smemorati, è che la protesta popolare e in parte certamente populista contro l’invadenza dei partiti, che diede ai magistrati la sensazione di non sentirsi soli e quindi la forza di procedere, era localizzata in quel lombardo-veneto “conservatore” dove la DC regnava incontrastata dalla fine della guerra. Proprio là, con la crisi del comunismo, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, si erano aperte le prime fenditure sulla calotta polare che l’equilibrio della guerra fredda aveva creata nel nostro mondo politico: la sfida craxiana all’egemonia del PCI a sinistra, la sfida leghista alla balena bianca a destra. A scendere in piazza contro la “partitocrazia” non erano i popoli viola o i girotondini di allora, ma i leghisti e i missini, i “fuori casta” di destra. Il megafono di questa protesta non era il “Fatto Quotidiano” di allora, ma “L’Indipendente” diretto da un tale Vittorio Feltri, ex del Corrierone. Era un sisma dentro l’elettorato e la politica di destra. Non è un caso che insieme a Feltri tutti questi protagonisti, leghisti, missini, democristiani (l’elettorato tutto, ma anche parte della classe politica sopravvissuta alla bufera), li ritroveremo poco tempo dopo dentro e dietro la coalizione berlusconiana. La metamorfosi destrorsa era compiuta, anche se il mostriciattolo doveva ancora crescere. Incompiuta rimase quella di sinistra. E infatti i craxiani in rotta andarono ad ingrossare le fila berlusconiane.

Ci sono due domande alle quali rispondere: perché il malcontento scoppiò nel lombardo-veneto e perché la metamorfosi politica a sinistra non riuscì? Per rispondere alla prima domanda bisogna fare una premessa: non sempre la presenza massiccia negli affari economici della mano politica, e di conseguenza della corruzione, è segno di una particolare tara morale in questo o quel popolo. In un paese di non solidissime tradizioni democratiche e liberali, almeno all’inizio, è la regola, perché mancano quella fiducia e quel reale senso civico che solo l’esperienza possono irrobustire, mentre lo statalismo si nutre di paura e diffidenza. In un paese in via di sviluppo, come fu l’Italia per decenni di vita repubblicana, il sistema della raccomandazione, della tangente, dei finanziamenti illeciti ai partiti, dell’osmosi tra politica ed economia, poteva non essere sentito come un grande problema, anche là dove il tessuto socio-economico era sano, finché la crescita economica dava i suoi dividendi a tutti. Ma in un paese ad economia matura, stagnante, appesantito dal costo sempre più insostenibile del welfare, quest’andazzo si stava rivelando semplicemente “antieconomico” per troppi attori, molti dei quali fino ad allora spesso complici del sistema. E’ per questo che il malessere si fece sentire, confusamente, giudicando con l’occhio del cronista, ma piuttosto chiaramente, all’occhio dello storico, in quella parte d’Italia che da una parte era meno legata alle sicurezze economiche del settore pubblico, e dove, dall’altra, l’osmosi politico-economica non aveva i ferrei caratteri spudoratamente professionali di quella su cui regnava il PCI.

La metamorfosi a sinistra non riuscì perché con istinto “rivoluzionario” ancora vivo e vegeto, nonostante il cambio di ragione sociale, i post-comunisti – e con loro chi voleva prendersi le spoglie di un paese allo sbando – videro nel caos di tangentopoli il classico e delicato periodo in cui un paese cambia pelle e il “nuovo” succede al “vecchio”: è quello il momento migliore per impadronirsi delle leve del potere. Non ci fu bisogno di uno squillo di tromba, di un ordine: fu il militantismo e lo spirito gregario a spingere a politici, giornalisti, intellettuali, magistrati a cavalcare compatti Mani Pulite, a dirottarla, e a farla propria. Invece di una “grande confessione”, di un bagno di verità nazionale, di un salto di qualità, ci fu un inutile “bagno di sangue” e l’epurazione di una parte della classe politica. E’ stata la “rivoluzione” di Mani Pulite a tenere in vita ciò che era vecchio: la politica dei buoni e dei cattivi e quella dei maneggioni, due facce dello stesso immobilismo. A rendere infinita, conflittuale, incompiuta una fase di transizione cui l’opposizione oggi spera di porre termine – follia all’ultimo stadio – con la fine dell’avventura politica di Berlusconi: semmai è il contrario. E non finirà di certo se l’ultimo vezzo di questo fariseismo duro a morire sarà quello di addossare alla politica tutte o quasi le colpe della “pozzanghera del malaffare”, come fa nel suo ultimo articolo Galli della Loggia, prendendo le parti di una grande stampa d’informazione che “non può né deve avere indulgenza per nessuno”. Siamo sempre al gioco dei buoni e dei cattivi. Fatto sul Corrierone, poi, che in questo ventennio ne ha combinate di cotte e di crude, fa ridere.

[pubblicato su Giornalettismo.com]