La Lega al bivio

Non sono passati poi molti mesi da quando la quasi totalità dei commentatori politici profetizzava un avvenire roseo per il partito di Umberto Bossi. Un partito che in un futuro non lontano sarebbe stato destinato addirittura a mangiarsi il PDL e a scendere vittorioso giù per l’Appennino. Tra questi, molti che oggi motteggiano con aria di superiorità sulle castronerie dialettiche del Senatur. Si argomentava che in fondo la Lega Nord era un partito “vero”, con una sua giovane classe dirigente formatasi sul “territorio”, nel bene e nel male vicino alla gente, e questa terragna realtà veniva contrapposta alla (supposta) gassosa inconsistenza del partito berlusconiano. A chi oggi cerca disperatamente statisti, e che ieri magari ammirava questo fattivo attivismo, facciamo notare che esso era inversamente proporzionale all’angustia del messaggio leghista, cui sopperiva appunto presidiando gelosamente territori, tematiche, parole d’ordine. Erano le due facce della stessa medaglia. Lo zenit del consenso era stato invece raggiunto: si fa prima a massimizzare l’efficacia di un messaggio politico dal potenziale limitato, anche perché nell’arte assai prosaica di amministrare un comune raramente ci si trova a dover pagar dazio per aver espresso la propria stravagante opinione sui destini della nazione o dell’umanità.

A dare il primo scossone a questa beata rendita di posizione è stata la scissione finiana. In quel momento la Lega avrebbe potuto abbandonare Berlusconi al suo destino, ma poi, per avere qualche prospettiva concreta, o avrebbe dovuto ridefinirsi come “partito nazionale”, oppure avrebbe dovuto accentuare la sua natura identitaria e “rivoluzionaria”. La prima ipotesi avrebbe sottoposto il partito ad un vero travaglio e in ogni caso non c’erano i tempi per affrontare la questione, la seconda era semplicemente irrealistica: ammesso, e non concesso, che avremmo assistito a livello popolare ad un ritorno di fiamma del secessionismo, si sarebbe trattato in ogni caso di un fuoco di paglia, destinato a spegnersi pian piano, ma ineluttabilmente, nel folklore. Questa seconda opzione fu già esplorata dalla Lega dopo che essa ruppe con Berlusconi nel 1994 principalmente sul tema – guarda caso – delle pensioni. Alle elezioni politiche del 1996 ottenne il 10 e rotti per cento, per piombare però – almeno fino al franco successo del 2008 – ad un regolare 4-5% nelle successive elezioni politiche, regionali ed europee. Ragion per cui la Lega nei mesi scorsi, volente o nolente, è rimasta a fianco del Cavaliere.

La manovra finanziaria di questi giorni è per la Lega l’ennesimo banco di prova. Il nervosismo all’interno del partito è ancor più accentuato di quello che attraversa il PDL. La sensazione è quella di essere in trappola, senza che ci sia nessun agente esterno cui dare la colpa. Un partito non può essere “di lotta e di governo”. Ci provò anche il PCI. E pagò l’ambiguità, anche dopo il cambio di ragione sociale, abbonandosi al ruolo di minoranza. Se Bossi è tornato ad agitare lo spadone della Padania come negli anni ruggenti, significa che le pressioni degli alleati sul tema delle pensioni si stanno facendo sentire, e che la Lega, finito il teatrino, si acconcerà a cedere in cambio di un alleggerimento dei tagli agli enti locali: si acconcerà, insomma, a diventare ancora di più “partito di governo”, e ad essere sempre più inglobata nel blocco “conservatore”. Mentre nel PDL i mali di fondo che la crisi politica ed economica dell’Occidente ci costringe ad affrontare sono diventati un’occasione per un vivace dibattito interno sulla natura “liberale” del partito. La scarsa consapevolezza di molti dei protagonisti, le contraddizioni, la goffa cacofonia del dibattito non devono ingannare. Questo è tipico della politica, non solo in Italia. Ma significa anche che l’idea berlusconiana continua ad essere feconda, e che è più grande, in generale, dei suoi interpreti. Ed è questo che conta alla fine: e qui parlo di politica, di partiti, non di finti-partiti, non di consorterie montezemoliane, o di parrocchiette liberal-radicaleggianti, che pontificano su questa merda di paese grazie al privilegio di non dover costruire politicamente nulla.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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