Il Papa e lo Scriba

L’ostentata milizia democratica e progressista seduce molti intellettuali perché combina i vantaggi del conformismo con la fama d’indipendenza di giudizio, grazioso accessorio che del primo è in realtà uno dei più ambiti privilegi. Ascoltatele bene, e non vi sfuggirà che le parole che escono di bocca a questi campioni della società civile hanno sempre il timbro plumbeo e sentenzioso – per darvi un’idea, il mio è sentenzioso ma simpatico, lieto & accattivante – il timbro plumbeo e sentenzioso, dicevo, di quelle di un affiliato al Sinedrio anche quando vogliono sembrare mordaci e scettiche, più che la grandezza di quelle del Profeta inascoltato. Prendetene uno, Umberto Eco, scrittore di chiara fama. E di successo, cosa che può capitare anche ad uno sciagurato, ma che nel suo caso è facile da spiegare. C’è infatti chi si diletta con la Settimana Enigmistica, e chi coi romanzi di Eco: il succo è lo stesso, solo che il secondo è convinto di fare un bagno di cultura e di immergersi nelle profondità del pensiero. Io non capisco come un uomo fatto possa perder tempo e trovar piacere in queste sciocchezze faticose e senza vita. Ma capisco come una superficialità capace di creare questi zoo di animali imbalsamati si sposi bene con l’accademia più occhiuta. Quindi non mi sorprende che Umberto Eco, intervistato dalla Berliner Zeitung, mandi Ratzinger dietro la lavagna:

Non credo che Benedetto XVI sia un grande filosofo, né un grande teologo, anche se generalmente viene rappresentato come tale. Le sue polemiche, la sua lotta contro il relativismo sono, a mio avviso, semplicemente molto grossolane, nemmeno uno studente della scuola dell’obbligo le formulerebbe come lui. La sua formazione filosofica è estremamente debole. (…) In sei mesi potrei organizzarle un seminario sul tema. E può starne certo: alla fine presenterei almeno 20 posizioni filosofiche differenti sul relativismo. Metterle tutte insieme come fa papa Benedetto, come se ci fosse una posizione unitaria è, per me, estremamente naif.

Dovete sapere che di filosofia si occupano una sacco di chiacchieroni, che una ne pensano e cento ne scrivono, che scambiano la sottigliezza per profondità, che immaginano sistemi filosofi “completi”, che poi ordinano per branche e sotto-branche: albero imponente e frondoso, la classificazione dei mille rametti del quale ha creato col tempo un linguaggio “derivato” che sta al linguaggio vero e proprio come la finanza derivata sta alla finanza, e come quella pericoloso e fuorviante, ma che fa la felicità delle scuole e dei manuali di filosofia. I saggi, i filosofi veri, quelli che pensano sforzandosi di tenere insieme il tutto, senza le scorciatoie dei millenaristi da una parte, e senza la moltiplicazione delle parole dall’altra, pena feconda che prende il nome cristiano di contemplazione, ne disdegnano l’applicazione meccanica e potenzialmente inesauribile, e ne attingono con parsimonia. Mentre le intelligenze più intemperanti e corrive ne sono le più diligenti propalatrici. Per i parametri di questi ottusi chiacchieroni dalla formidabile formazione né Seneca, né Montaigne, ad esempio, potrebbero essere classificati come filosofi di un certo spessore, in quanto assai poco chiacchieroni. Né S. Giovanni, né S. Paolo potrebbero essere considerati grandi teologi, visto che scandagliano gli abissi del cielo senza l’aiuto dello stravagante lessico degli iniziati alla chiacchiera filosofica, che è tutta la loro venerata occupazione. L’energia dialettica di costoro è inversamente proporzionale alla capacità di pensare, proprio perché a quest’ultima non è connessa. E nella loro meschinità sono capaci di vantarsi di mirabolanti imprese, come quella essere in grado di presentarti in un batter d’occhio una ventina di posizioni filosofiche differenti sul relativismo. Arte circense, propria dei chierici gelosi dei propri privilegi ermeneutici, anche quando si fanno passare per grandi dissacratori dall’ironia erudita.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (40)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LE RAGAZZE DI MISS ITALIA 19/09/2011 Ah, non c’è che dire: tutte dei bei pezzi di figliola. Ma perché bramano tutte di farci sapere che, loro, a Palazzo Grazioli non ci sarebbero mai andate? E’ così che si comincia ad acconciarsi ai compromessi: con la piaggeria verso la moda del giorno.

EMMA MARCEGAGLIA 20/09/2011 “Lo scenario italiano è drammatico, la credibilità del paese è minata” sostiene la numero uno di Confindustria, che chiede al governo “un tratto di discontinuità”. Confindustria ha una ricetta chiara: “Serve una forte riforma delle pensioni che liberi risorse da usare per ridurre il cuneo fiscale e servono privatizzazioni e liberalizzazioni, poi una riforma fiscale seria, che abbassi le tasse ai lavoratori e alle imprese e che le alzi su tutto il resto, compresa una piccola tassa sui patrimoni”. Non so a voi, ma a me queste energiche prese di posizione fuori tempo massimo conciliano il sonno. Anzi, credo già di dormire perché sto sognando: vedo infatti che il governo e la maggioranza tutta, fattisi coraggio con una sbronza collettiva, hanno preso in parola la Confindustria decidendo di fare un quarantotto liberale. Nel paese scoppia il finimondo. Passa una settimana ed è un conciso editoriale non firmato del Corriere della Sera a farsi interprete dell’Italia responsabile:

Ancora una volta questo governo dimostra tutta la sua sciatteria e il suo dilettantismo. Una manovra che va, almeno nelle intenzioni, nella giusta direzione viene rovinata da una classe politica che non sa parlare alla gente con la franca serietà imposta dalla gravità del momento, che non riesce a coinvolgere né l’opposizione in parlamento né le parti sociali in un disegno di strutturazione graduata e condivisa delle necessarie riforme, che non riesce a ristrutturare l’edificio nazionale senza distruggerne le fondamenta solidaristiche, che spacca il paese quando si tratta di chiedergli uno sforzo unitario ed eccezionale. Non si guariscono i mali strutturali del paese con le spacconate donchisciottesche, o col “ghe pense mi” berlusconiano. Non è questo che l’Europa ci chiede, come ha fatto intendere ieri, con l’equilibrio e la saggezza che ormai tutti gli riconoscono, il presidente della repubblica. Oggi a parlare è Confindustria che chiede al governo “un tratto di discontinuità”: “chiediamo alla classe politica che ci governa di abbandonare questo unilateralismo che porta il paese verso l’abisso”, ha detto Emma Marcegaglia. Facciamo nostro l’appello, prima che – davvero – sia troppo tardi.

PAOLO GARIMBERTI 21/09/2011 Chi si ricorda del compagno Sandro Curzi? I suoi non erano editoriali, che son robe per anemici scribacchini. Recitava la parte del nonnetto che ha seppellito l’ascia di guerra dopo averle viste tutte: con quest’arietta da saggio, spesso usata dai vecchi compagni per infinocchiare i giovanotti, confezionava fior di comizi. Con lui il TG3 divenne un TG di culto per una bella fetta di sinistra, e Telekabul per quasi tutti gli altri. Tuttavia nessuno raccoglieva firme per farlo cacciare. E che le sue fossero opinioni personalissime, nessuno lo metteva in dubbio. Oggi invece il presidente della RAI si sente in dovere di chiarire che “l’opinione espressa stasera dal Direttore del Tg1 Augusto Minzolini è strettamente personale e non impegna in alcun modo la RAI”: insomma, sia chiaro a tutti che lui non c’entra, e che non ha nulla da spartire con questo “comunista”.

I TABLOID INGLESI 22/03/2011 Proprio loro. Pippa li ha stufati. Adesso a questi debosciati non va più bene niente. Il cappellino, il gonnellino, lo stivaletto: signori miei, tutto denota mancanza di classe. Classe. Di Pippa non importava una pippa a nessuno, fintantoché questi depravati non pensarono bene di mettere la corona britannica sulle chiappe della signorina, sordida infamia che causò un aumento certificato del 10% delle pippe a livello mondiale, del 35% nel Commonwealth, con picchi del 50% nel subcontinente indiano. Io fuggo istintivamente queste pubbliche infatuazioni. Quindi di Pippa me ne impipai alla grande. Ora che questi schifosi viziosi l’hanno messa nel mirino per umiliarla, trovo che Pippa sia un bocconcino irresistibile. Il gonnellino, lo stivaletto, mi vanno benone. Il cappellino, no. Quella è roba da pervertiti.

STEFANO FOLLI 23/09/2011 Al cui giornale, il Sole24Ore, suggerisco inutilmente il vero titolo del giorno: “La maggioranza ce la fa PERFINO sul caso Milanese”. Con sei voti di scarto, nonostante il voto segreto, i sette franchi tiratori, i sei assenti giustificati, le borse a picco, lo spread ai massimi, gli appelli del suo giornale, del Corriere, della Stampa, della Marcegaglia, le sentenze dell’Economist, le suppliche della Papessa al Papa, e l’assedio permanente da parte del branco sinistro dei suoi nemici storici. Con la faccia raggelata di chi è andato a sbattere contro un palo ma fa finta di niente, ammette che “abbiamo la stabilità del governo”, ma che “il governo non ha la credibilità”. E questa è una novità nella nostra storia politica. Sono perfettamente d’accordo. E’ una novità: fino ad ora il senso del ridicolo aveva impedito alla frustrazione di avventurarsi in certe capziose acrobazie dialettiche.

I veri servi

Scrivevo quasi due anni fa:

Cari concittadini, italiane ed italiani, se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli), Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto.

Oggi Di Pietro, con l’ingenua brutalità che tanto gli è congeniale, ci riprova, spronando tutti a mandar a casa il governo “prima che ci scappi il morto”: a riprova che per un motivo o per l’altro per questi ossessi in Italia la situazione è sempre “insostenibile”. Lo è da mezzo secolo. Le schiene pieghevoli se lo scordano. Lo era, ad esempio, quasi trentacinque anni fa, quando Moro respinse il ricatto in parlamento: “Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo nelle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare”. Ma poi lui e il suo partito diedero in pasto Leone alle pulsioni antidemocratiche. E ora come allora, quando la febbre si alza, anche i grandi giornali si adattano a strisciare per terra, e nascondono la loro viltà dietro il paravento della responsabilità altrui. Sono loro che per viltà si fanno complici della “mostrificazione” del Berlusconi di turno, della creazione ad arte di una “situazione insostenibile”, in cui le vittime passano per carnefici, e viceversa, che parlano di panico, dopo esser caduti loro nel panico, che parlano di bunker, dopo essersi arresi al branco che insegue la preda. Chiedono una vittima sacrificale, per nobili motivi, s’intende, come se questa dovesse placare i mercati, pacificare il paese (dopo che ne hanno aizzato gli istinti peggiori), ridurre quel cazzo di spread della malora che ha rotto i marroni più ancora del culo di Pippa Middleton, propiziare un nuovo clima costruttivo necessario alla messa in cantiere delle mitiche riforme, facendo finta di non sapere che il 95% dei deputati e onorevoli di minoranza di porre mano a pensioni, sanità, liberalizzazioni, pubblica amministrazione non pensa neanche con l’anticamera del cervello, che le parti sociali sulla cura dimagrante non troveranno mai l’accordo, che fuori di questa maggioranza i più cretini possono sperare solo nella palingenesi. In realtà chiedono una vittima sacrificale per placare la bestia antidemocratica e farsela amica. Sono loro i veri servi.

Perché Silvio non cade

Se non fossimo travolti dai pregiudizi e dall’isterismo anche le parole di Berlusconi qualche volta dovrebbero fare l’unanimità. Per esempio quando, conversando al telefono con una delle sue strepitose e discinte amiche, la brasileira Marystell – un nome che fa venire l’acquolina in bocca solo a vederlo scritto, e lo mettiamo nero su bianco proprio perché in queste ore i nostri democratici hanno riscoperto tutte le virtù della castigatezza – il presidente del consiglio le dice, birbante e surreale: “Vedi Marystell, io a tempo perso faccio il primo ministro. E quindi me ne succedono di tutti i colori”. V’immaginate se lo avesse detto in pubblico quel brav’uomo di Prodi, certo non a Marystell, ma magari a qualche ragazzino messo lì a fare la comparsa? Quali lodi per la sua modestia e per la sua spiritosaggine! Siccome non è artificio, non è commedia, ma tutta natura autentica, e siccome il moralismo dei laici quando si accende si nega con sussiego al minimo sforzo di intelligenza e misericordia, le parole del Berlusca hanno scandalizzato Parruccon de’ Parrucconi, al secolo Eugenio Scalfari, che ne ha tratto ispirazione per la sua intemerata settimanale. Bisognava pur dare la propria augusta benedizione alla macchina del fango che gira tranquillamente a pieno regime, nel silenzio del guru Saviano e dei suoi discepoli, nonostante pratiche incivili e generalizzate, quando ha la targa progressista. Il corpus epico fondato sulle intercettazioni ha oramai una consistenza mostruosa che incombe minacciosa sull’immaginario della pubblica opinione. I manipoli di facinorosi che stazionano fuori del parlamento o in altre piazze italiane se ne nutrono. Il suo scopo è di creare il panico, di rimodulare in continuazione il ritornello della “situazione insostenibile”, di demoralizzare gli assediati. Nell’imponenza stanno tutta la sua forza e la sua debolezza.

Infatti, sgombrato il fumo dal campo di battaglia, è facile osservare che la situazione è la stessa di un anno fa, quando agli occhi dei ragazzi del coro mediatico la scissione finiana sembrava aver assestato un colpo mortale alla maggioranza: 1) L’urgenza di affrontare i nodi della crisi economico-finanziaria, la crisi d’identità di quel flottante centrista che per nobili o meno nobili motivi è in cerca di sistemazione (paiono in vista nuovi arrivi da Fli), la voglia e la necessità di evitare elezioni anticipate, tutto questo compatta e anzi rafforza lo schieramento berlusconiano. 2) La Lega si rende conto che la sua sorte è legata a doppio filo a quella del Berlusca. Per questo nelle adunate padane recita la parte del partito di lotta e nella realtà agisce come quello di governo: vedi oggi la ripresa dei temi secessionisti da parte di Bossi e allo stesso tempo le assicurazioni di Calderoli sulla continuità – fino al 2013 – dell’attuale coalizione governativa. 3) Le fronde all’interno del PDL non escono da un alveo costruttivo, anche perché ammaestrate dallo sfarinamento dei finiani. Anzi, in questi giorni sembra essersi eclissato un dogma della vulgata progressista-democratica e di tutti i Galli Della Loggia della grande stampa: quello del partito di plastica, il partito destinato a sciogliersi come neve al sole al momento dell’addio alla politica del Caimano; tant’è che i chiromanti che profetano in continuazione di nuove soluzioni istituzionali e solidaristico-nazionali al PDL – di Alfano – non negano più un posto di primo piano. 4) I partiti di opposizione dimostrano di non avere una sola idea sensata in comune (e forse anche singolarmente) in merito agli ormai famosi problemi strutturali della patria. L’Ulivo è dato da Casini, per quello che lo riguarda, come morto e sepolto, e spaventa gli ex-democristiani del PD. L’unico obbiettivo comune dell’opposizione è lo step down berlusconiano. Quindi come un anno fa torna la tentazione di chiamare in causa il presidente della repubblica. Non per tirarlo per la giacchetta, s’affanna a precisare il campione di cui sopra, non per chiedergli un atto incostituzionale, chiarisce con barbarica schiettezza il campione dell’Italia dei Valori. No. Diciamo allora per prenderlo per il bavero e costringerlo a fare il bravo, nel senso manzoniano del termine, ma nel pieno rispetto delle sue prerogative, con il parlamento, più precisamente con la maggioranza parlamentare, al fine di convincerla che la credibilità del paese e delle istituzioni non può tollerare oltre un premier la cui sorte sarà decisa dalla “connivenza e ricattabilità con chi soddisfa i piaceri che placano la sua malattia psichica”. Che non a caso è la malattia tipica dei dissidenti.

Alla luce di tutto questo, quindi, anche la conclusione rimane quella di un anno fa: questa maggioranza cade solo se si fa prendere dal panico.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Benetton bello. E quasi vincente

BENETTON TREVISO – OSPREYS 27-32

Sabato 17 settembre 2011, Stadio di Monigo, Treviso

Alla fine di questa partita restano due sensazioni: il rammarico per una vittoria che con un filino di fortuna e di sangue freddo in più sarebbe stata a portata di mano; la soddisfazione di vedere il miglior Benetton di questo inizio stagione uscire dalla sua dimensione monotematica che spesso gli riesce molto bene ma che è anche limitativa – possesso, avanzamanto-consolidamento-avanzamento-consolidamento alla ricerca se non della meta, almeno del fallo/calcio piazzato o del drop – ed offrire una prestazione ricca di spunti in tutte le fasi di gioco, del tutto degna di uno grandi tornei boreali. But do they have backs? Si domandano spesso retoricamente i più maligni dei britons quando parlano del rugby italiano. La partita di questo pomeriggio dimostra che non è solo questione di qualità dei singoli, ma anche di gioco. La mobilità e la velocità nei riposizionamenti del Benetton non solo ha saputo mettere in difficoltà le offensive gallesi, ma ha anche dato molta fiducia ai trevigiani, che hanno giocato a livello individuale con una sicurezza che da tempo non si vedeva. E sì che per la forza della squadra e per il tipo di gioco poco conservativo – gli Ospreys si sono segnalati nelle ultime stagioni per la grande capacità di realizzare mete – i gallesi sono sempre stati un cliente particolarmente indigesto per il Benetton Treviso.

Come nella partita d’esordio del Pro12 si è giocato in un caldo afoso piuttosto sgradevole, davanti a circa 3.500 spettatori. Al 4′ dopo una controruck nei 22 trevigiani, Burton apre per Galon, che serve De Jager. Palla a Williams – oggi irresistibile – che fugge lungo l’out di destra per cinquanta metri, e serve Nitoglia all’interno. Sul successivo raggruppamento, l’arbitro ravvisa un fuorigioco gallese. Burton trasforma un calcio piazzato da circa 32 metri in posizione centrale, portando Treviso sul 3-0. Gli Ospreys scelgono di giocare alla mano, ma Treviso difende bene. All’8′ da una mischia ordinata sulla linea dei 10 nella metà campo trevigiana Chillon apre velocemente. L’ovale arriva a Williams che perfora sulla destra la difesa gallese, costringendola al fallo. Burton trova da metà campo una touche a cinque metri dalla linea di meta, ma il Benetton spreca malamente con un lancio storto. Al 10′ da una touche rubata a centrocampo, gli Ospreys sorprendono in velocità Treviso aprendo il gioco a destra con Webb. Palla a Fussell che penetra profondamente stringendo al centro. Fallo trevigiano e Biggar centra i pali da meno di trenta metri in posizione centrale portando il punteggio sul 3 pari. Al 13′ Burton riporta il Benetton sul 6-3 grazie ad un calcio piazzato centrale da circa 37 metri, dopo una buona iniziativa di Padrò fermata in modo falloso. Al 16′ da una touche giocata dagli Ospreys a circa trenta metri dalla linea di meta, sulla sinistra del fronte d’attacco, si forma una maul, seguita da più fasi ad esplorare le difesa trevigiana, fino a trovare il fallo. Biggar trasforma un calcio piazzato da circa 25 metri spostato sulla destra. Siamo sul 6-6. In questo primo tempo la difesa trevigiana sale bene e riesce a soffocare le iniziative gallesi, anche se c’è qualche problema in touche. Al 20′ arriva la meta trevigiana. Da una mischia ordinata sulla destra del fronte d’attacco Chillon serve molto velocemente Burton, sorprendendo la difesa gallese. Burton passa l’ovale a Morisi – ottima la sua prova, un giovane centro che riesce a “giocare” anche dopo il contatto coi difensori – che trova il buco e schiaccia solitario l’ovale poco alla sinistra della porta a H, dopo aver resistito al ritorno di due giocatori gallesi. Burton però sbaglia un facile trasformazione: 11-6. Al 23′ Biggar trova una grande touche sulla linea dei 5 metri. Ma Nitoglia gioca veloce e duetta con Williams fino a superare la metà campo, neanche fossero Clerc-Heymans: un ulteriore segno della fiducia nei propri mezzi dei giocatori del Benetton. Al 24′ De Jager esce temporaneamente a seguito di un duro placcaggio dopo aver contrattaccato con un calcio. Entra Sepe. Al 26′ brillante azione trevigiana, prima con una penetrazione di potenza in verticale delle terze linee, Filippucci e Padrò. Scarico per Williams che serve Chillon. Il mediano di mischia è protagonista di un ottimo slalom. C’è il sospetto di un placcaggio al collo ma l’arbitro non fischia. L’azione si snoda comunque sulla destra, da Burton a Vidal e da questi a Williams che serve Sepe che arriva a pochi metri dalla linea di meta, prima di perdere l’ovale con un knock-on nel contatto coi difensori. Al 29′ un avanti salva Treviso da una possibile meta dopo un sfondamento sulla destra, frutto di un possesso prolungato da parte degli Ospreys. Treviso però continua a difendere bene: al 31′ una mischia ordinata con introduzione gallese viene vinta da Treviso nei propri 22, con Burton che libera sicuro. Williams, Nitoglia, Chillon e Morisi si distinguono nel gestire l’ovale nei propri 22 con fin troppa audacia. Al 34′ la pressione gallese frutta però un cartellino giallo per Filippucci per ripetuti falli in ruck. Biggar trasforma da trenta metri spostato sulla destra 11-9. Al 35′ rientra De Jager che si distingue subito per un grande placcaggio sul calcio d’invio trevigiano, che frutta una mischia per Treviso a 10 metri dalla linea di meta sulla destra del fronte d’attacco. Chillon serve svelto Burton che finta il passaggio, penetra e resiste a due placcaggi arrivando a due metri dalla linea di meta. Si forma il raggruppamento e Vermaak sfonda andando in meta al centro dei pali. La facile trasformazione di Burton porta Treviso al massimo vantaggio della partita: 18-9, con Treviso, si badi bene, in inferiorità numerica. Al 39′ la meta che cambia la partita nel momento di massima difficoltà gallese. Williams poco dentro la metà campo trevigiana arriva per primo su un insidioso up & under gallese, ma non controlla e fa un knock-on, rimanendo a terra insieme ad un giocatore gallese. L’arbitro lascia correre per il vantaggio. Bishop, il più intraprendete e lucido dei suoi nel primo tempo, alza un altro up & under/cross kick ad esplorare l’area dei 22 trevigiana sulla destra del fronte d’attacco. Un rimbalzo maligno inganna Nitoglia, a mio avviso non particolarmente colpevole, e consente a Isaacs di impossessarsi dell’ovale e schiacciare comodamente in meta al centro dei pali. Biggar trasforma e si va al riposo sul 18-16 per il Benetton.

La meta infonde coraggio agli Ospreys, che iniziano il secondo tempo a spron battuto. L’offensiva è continua nei primi minuti. Al 44′ Dirksen s’incunea fin quasi al centro pali, ma viene respinto. L’azione tuttavia non si ferma, sviluppandosi verso sinistra grazie alle percussioni degli avanti, fino a che Smith schiaccia in meta vicno alla bandierina d’angolo, A Biggar riesce pure la difficile trasformazione che porta gli Ospreys in vantaggio sul 18-23. Un minuto dopo all’indiavolato Williams riesce un break nella parte centrale del campo, facendosi strada in mezzo ad un nugolo di avversari di forza e di agilità. L’azione si snoda sulla destra, con l’ovale che arriva a Di Santo che fa un knock-on con De Jager ben posizionato lungo la linea di touch. La fatica comincia a farsi sentire e il gioco da parte trevigiana è meno nitido. Al 51′ bella azione di Morisi che parte dai propri 22, resiste a due placcaggi, e serve Nitoglia, anche lui oggi assai intraprendente, ma l’azione si spegne dopo un knock-on. Al 52′ da una mischia ordinata l’ovale arriva a Williams che s’invola sulla destra, finta il passaggio interno ed avanza fin dentro i 22 gallesi, prima di venire bloccato. Al 62′ Treviso riparte dai propri 22 con Nitoglia e Williams. Ma la voglia di giocare alla mano comporta anche dei rischi, specie quando con la fatica viene meno anche la lucidità. L’arbitro fischia un tenuto. Biggar trasforma il calcio piazzato da circa trenta metri tutto spostato sulla sinistra: 18-26. Al 63′ Burton non trasforma un calcio piazzato piuttosto facile – per uno come lui – da posizione centrale da 35 metri. Al 66′ Biggar trova una bella touche per un fallo trevigiano nella metà campo gallese. Dopo la touche si forma un raggruppamento, una bella piattaforma per Biggar che centra i pali con un drop dalla linea dei 22: 18-29. Al 67′, sul calcio d’invio, un giocatore gallese viene punito per un tuffo sull’area di placcaggio. Calcio piazzato dalla linea dei 22. De Waal, subentrato a Sepe toccato duro (che a sua volta aveva sostituito De Jager) porta il risultato sul 21-29. La partita diventa fallosa. Al 70′ Biggar sbaglia un calcio piazzato di difficile realizzazione da 35 metri tutto spostato sulla sinistra. Al 74′ lo stesso Biggar è punito dall’arbitro con un cartellino giallo per aver schiaffeggiato volontariamente in avanti l’ovale in un’azione d’attacco trevigiana, sviluppatasi prima con delle penetrazioni verticali degli avanti, e poi con l’apertura del gioco verso destra fino a che l’ovale era giunta in possesso a Galon. De Waal centra i pali da quasi metà campo e porta il punteggio sul 24-29, con Treviso ora in superiorità numerica. Al 77′ assistiamo all’altro momento topico della partita, dopo la meta di Isaacs. Fallo gallese appena dentro la loro metà campo. Esattamente come nel finale della partita col Connacht Treviso sceglie di calciare invece di cercare la touche. Secondo chi scrive, e col senno di poi, naturalmente, un altro errore. Il bravo De Waal centra comunque i pali: 27-29. Ma mancano solo due minuti e bisogna risalire tutto il campo. Sul calcio d’invio la foga trevigiana e un arbitro piuttosto fiscale durante tutta la partita coi trevigiani regalano agli Ospreys il calcio piazzato che chiude la partita sul 27-32. Il subentrato Phillips calcia fra i pali facilmente da trenta metri da posizione frontale. Peccato. Man of the match è Brendan Williams, a mio avviso con pieno merito.

[pubblicato su Right Rugby]

Treviso perde la prima in casa

BENETTON TREVISO – CONNACHT RUGBY 9-11

Sabato 3 settembre 2011,  Stadio di Monigo, Treviso

La prima partita al Monigo della nuova stagione di Celtic League, ora denominata RaboDirect PRO12, doveva servire a rispondere a vari interrogativi: 1) La tenuta del Benetton, e implicitamente di un sistema “Smith” che si sforza idealmente di costruire un team di quaranta “titolari” intercambiabili e duttili, fronte alla mancanza della dozzina di giocatori partiti con la nazionale per la Coppa del Mondo in Nuova Zelanda e di quelli della lista infortunati che comprendeva proprio il nome meno indicato in questo frangente, quello di Botes, sia per il valore del giocatore, sia per un ruolo che già non può contare sui nazionali Semenzato e Gori (e con Picone acciaccato), sia per il suo carattere di trascinatore. 2) Il valore del Connacht, club nel suo piccolo in ascesa, che si presentava ambizioso in una stagione che lo vedrà impegnato anche nella Heineken Cup, e che in estate ha cambiato volto, con una quindicina di nuovi arrivi e una quindicina di partenti, tra i quali però tre “stelle” come il mediano di apertura Keatly ingaggiato dal Munster, il tallonatore Cronin e soprattutto un’ala ficcante, potente e in confidenza con la meta come Fionn Carr (l’anno scorso inserito nel XV ideale della Magners/Celtic League), questi ultimi due andati a ingrossare le file del Leinster. 3) La risposta del pubblico del Monigo dopo una prima stagione “celtica” assai gratificante in termini di affluenza e di sostegno alla squadra. Viste le circostanze Smith aveva disegnato una squadra assai logica negli avanti (e nella mediana formata da un De Waal tornato al ruolo di apertura, dopo gli esperimenti da centro nelle amichevoli pre-campionato, e dal permit player Chillon) ma abbastanza sorprendente dietro – con il giovane Luca Morisi che entra all’ultimo momento al posto dell’annunciato Pratichetti – una cavalleria leggera e guizzante di trequarti adatta meno a difendere che a ferire e a completare un gioco fondato sul possesso e sul predominio nelle fasi statiche. Forse questa necessità di concretizzare il possesso e di perforare difese auspicabilmente indebolite dal lavoro degli avanti spiegava lo spostamento di un finisseur come Brendan Williams nel suo vecchio ruolo di ala [dormita dell’articolista, che sarebbe il sottoscritto: “Dingo” è stato schierato col n. 11 a causa delle cervellotiche regole F.I.R. sull’uso degli stranieri, N.d.Z.] e la fiducia data ad un giocatore sgusciante come Burton nel ruolo inusuale di secondo centro. Ma se questo era il game-plan della Benetton il campo ha scritto sin dall’inizio una storia diversa. La touche è stata difettosa per tutta la partita, anche nei momenti cruciali del concitato finale. Gli ingaggi in mischia sono stati spesso problematici, con falli da ambedue le parti, e solo nel finale, quando la squadra trevigiana ha buttato il cuore oltre l’ostacolo, il pack irlandese è andato in sofferenza. E così il predominio nel possesso, chiave di molti dei successi della squadra di Smith, è venuto a mancare. Ragion per cui il risultato finale ha premiato abbastanza meritatamente la squadra irlandese in virtù di una maggiore compattezza e di un maggior ordine; un Connacht ben guidato dal mediano di apertura di Jarvis, che ha saputo dare continuità alle azioni di attacco degli irlandesi, specie nella seconda metà del primo tempo e nella prima metà del secondo. Continuità che invece è venuta a mancare alla Benetton, spesso costretta ai calci di spostamento non appena l’ovale usciva dalla mischia e dai raggruppamenti.

Si è giocato in un caldo afoso tipicamente padano, caratterizzato da una temperatura non altissima, ma da molta umidità e da scarsa o nulla ventilazione, condizioni meteorologiche nient’affatto ideali per una partita di rugby, tanto che si soffriva anche in tribuna. Il pubblico ha risposto abbastanza bene, visto il caldo, con circa 3.000 spettatori in gran parte assiepati sotto la tribuna coperta, i quali hanno fatto sentire il loro appoggio alla squadra soprattutto nel momento della mancata rimonta finale.

Partita inizialmente equilibrata, ma poi il Connacht ha preso piano piano il sopravvento. Williams è tornato subito al ruolo di estremo con Nitoglia spostato all’ala. Nei primi venti minuti le squadre sono sembrate speculari, anche negli errori, con frequenti fallosità nei raggruppamenti. Poi però il Connacht ha cominciato a manovrare anche al largo grazie alle buone iniziative alla mano di Jarvis, molto sicuro nel comandare la squadra – nonostante gli errori dalla piazzola che alla fine hanno rischiato di rivelarsi fatali – giovandosi anche di efficaci up & under. Niente di trascendentale, comunque. E Treviso ha pure difeso bene. Ma la continuità alla fine ha pagato, con la meta di Ah You verso la fine del primo tempo. Non padroneggiando le fasi statiche Treviso è sembrata spuntata e a corto di idee. Comunque è la squadra di casa a mettere i primi tre punti del tabellino al 7′ con un calcio piazzato per un fallo irlandese in un raggruppamento, con De Waal che centra i pali leggermente spostato sulla sinistra da posizione agevole. Al 10′ la solita azione tambureggiante che contraddistingue il gioco del Connacht porta Jarvis a cercare l’ala con un grubber maligno sulla destra che Vosawai raccoglie, sventando il pericolo, senza però controllare l’ovale. E’ la prima azione pericolosa degli irlandesi. Al 13′ Treviso ha la possibilità di muovere ancora il risultato grazie ad un calcio piazzato fischiato per un fallo in touche. De Waal dalla destra sbaglia però di poco un calcio non impossibile. Al 22′ il Benetton muove a lungo l’ovale lungo l’asse centrale del campo fino a trovare il buco ma Burton ci s’infila senza riuscire a controllare l’ovale passatogli da De Waal. Al 26′ grande movimento di Naopu che si stacca da una mischia ordinata a trenta metri dalla linea di meta in posizione centrale, arrivando fino alla linea dei 5 metri. Sul successivo raggruppamento fallo trevigiano per entrata laterale, che concede a Jarvis il facile calcio piazzato del pareggio. Siamo al 27′. Al 32′ fallo in touche dei trevigiani. Jarvis tenta quasi da centrocampo spostato sulla destra ma non centra i pali. Al 34′ un up & under di Jarvis non trova Williams pronto alla presa dell’ovale. Se ne impossessa pericolosamente Griffin che arriva fin dentro i 22 trevigiani venendo però in qualche modo neutralizzato. Insiste Connacht che al 36′ dopo una mischia in posizione centrale crea un’iniziativa pericolosa col duo Jarvis-Murphy; l’ovale finisce all’ala McCrea che viene spinto oltre la linea di touch. Ma al 38′ l’ostinazione del Connacht viene premiata: è Naopu [errore: è Fa’afili, N.d.Z.] che riesce a perforare la linea difensiva trevigiana, portandosi a qualche metro dalla linea di meta; sul raggruppamento seguente Ah You riesce a schiacciare in meta sulla destra, a metà strada tra la bandierina d’angolo e la porta ad H. A Jarvis non riesce una trasformazione assai facile. Il primo tempo così si chiude piuttosto logicamente col Connacht in vantaggio per 8 a 3.

Il secondo tempo inizia come il primo, con gli irlandesi al comando di una partita scorbutica e poco attraente. Al 2′ dopo un’insistita fase di gioco è il lock McCarthy a penetrare profondamente nell’area dei 22. I trevigiani si salvano e rilanciano con un contrattacco di Sepe sulla destra, che privo però del necessario sostegno si spegne sulla linea dei 10 irlandesi. Il gioco si fa gradatamente più equilibrato ma anche più rotto e confuso. In un raggruppamento dentro i 22 irlandesi e in posizione centrale è Chillon, peraltro positivo negli ottanta minuti, a sprecare una buona opportunità d’attacco, con un malaccorto knock-on, non riuscendo a raccogliere l’ovale dopo un un raggruppamento con la difesa irlandese in difficoltà e male schierata. Al 54′ un fuorigioco trevigiano consente al Connacht di allungare fino all’11 a 3. Jarvis centra i pali da circa quaranta metri leggermente spostato sulla sinistra. Il mediano di apertura però subito dopo sbaglia un calcio piazzato da una trentina di metri piuttosto facile. Treviso guadagna campo, il gioco non è molto lineare, e il possesso viene però più volte reso vano da errori in touche. Al 64′ la squadra di casa in cerca di riscatto si propone in una lunga azione multifase che vede gli avanti alternarsi efficacemente ai trequarti (bello un break di Morisi), senza però trovare la via della meta. La miglior azione trevigiana di tutta la partita viene però premiata da un calcio piazzato di De Waal trasformato facilmente da posizione centrale, che porta il Benetton sul –5. Al 68′ un’azione individuale, brillante ma anche fortunosa, di McCrea per poco non chiude il match. L’ala parte da ben dentro la sua metà campo, esegue un calcetto a scavalcare i più vicini difensori, recupera l’ovale calciandolo direttamente rasoterra, e ne rimane in possesso grazie ad un rimpallo fortunoso che lo lancia verso la meta. Ma viene bloccato da Williams ad un metro dall’obbiettivo, e i difensori accorsi in aiuto lo costringono al tenuto. Negli ultimi dieci minuti la squadra di casa produce il massimo dello sforzo e mette gli irlandesi in difficoltà, soprattutto in mischia. Proprio in seguito ad un fallo di mischia al 34′ De Waal porta Treviso sul -2. La partita si fa confusa, ma è Treviso ad avere il pallino del gioco. Tuttavia la rimonta non riesce. Prima ci prova Williams in una delle poche iniziative di successo della sua partita. Allo scadere Connacht salva il risultato spingendo oltre la linea di touch De Jager ormai a pochi metri dalla meta sulla destra del fronte d’attacco.

Il man of the match secondo il voto dei giornalisti presenti è Antonio Pavanello. Il mio personale va a Naoupu. Il Connacht ha mostrato le stesse caratteristiche viste nella stagione scorsa: una squadra non particolarmente potente né talentuosa, ma che sa esprimere una buona continuità ed intensità di gioco. Il Benetton è da rivedere. Nonostante le moltissime assenze e i giovanotti messi in campo è stato …quasi all’altezza della situazione, ma gli errori, soprattutto in touche, hanno pregiudicato troppo le fasi di possesso. E’ abbastanza preoccupante, però, la non-confidenza con la meta di questo inizio di stagione.

[pubblicato su Right Rugby]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (39)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’ANELLO MANCANTE 12/08/2011 Hurra! Gli scienziati hanno trovato finalmente l’anello mancante! Quello vero. Questa volta ne sono certi. L’Australopithecus Sediba ritrovato in Sudafrica combina infatti le caratteristiche dell’Australopithecus comune, l’ex anello mancante, e quelle dell’Homo più grezzo. Beh, vivissimi complimenti allo scimmiotto, o all’umanoide. Se li merita, e si goda serenamente la corona. E sappia che io non lo disprezzerò, quando, fra non molto, sarà detronizzato.

PIER LUIGI BERSANI 13/08/2011  Il segretario dei democratici va alla conquista dell’Europa con un obbiettivo ambizioso: promuovere e fissare “una piattaforma comune dei progressisti che rilanci il sogno europeo”. In merito ha già avuto contatti a Bruxelles con il leader laburista Ed Milliband e a Torino con Martine Aubry, figlia di Jacques Delors (appunto maschilista: lo scrivo appunto per vedere l’effetto che fa) e segretaria (nel senso di boss: vedi appunto precedente) del partito socialista francese. Nei prossimi giorni ne parlerà a Berlino col leader dei socialdemocratici tedeschi, Sigmar Gabriel. E in ottobre con François Hollande, destinato ad essere con tutta probabilità lo sfidante socialista di Sarkozy alle prossime presidenziali francesi, non si sa bene se per vendicare la sconfitta della sua ex-compagna Ségolène Royal alle ultime, o se per vendicarsi perfidamente, e temerariamente, di lei. Comunque tutti pezzi grossi. Tutti socialisti, socialdemocratici, laburisti. Tutte persone eccellenti. Infatti l’unico socialista cattivo è quello morto: l’italiano.

PIER LUIGI BERSANI (seconda versione per l’inossidabile gregge di sinistra, che della prima non ha capito nulla) Per il segretario del PD sono giorni di attivismo politico anche in chiave europea. L’obbiettivo è ambizioso: promuovere e fissare “una piattaforma comune dei progressisti che rilanci il sogno europeo”. Bersani ne ha già parlato tempo addietro con Ed Milliband, leader dei laburisti britannici, e con Martine Aubry, segretario del partito socialista francese. Nelle prossime settimane avrà l’occasione di parlarne con Sigmar Gabriel, leader della SPD, e con François Hollande, probabile sfidante socialista di Sarkozy alle prossime presidenziali francesi. Tutti socialisti, socialdemocratici, laburisti. Vogliamo allora proporre all’inossidabile gregge di sinistra e allo stesso Bersani la seguente riflessione: possibile che di tutti i socialisti del mondo i soli brutti, sporchi e cattivi fossero quelli italiani? Quale straordinaria curiosità statistica!

LE OLGETTINE DELLA MAGISTRATURA 14/08/2011 Berlusconi è assediato da orde di baldracche e da orde di procuratori della repubblica. Le prime, moralmente meno riprovevoli, sono in cerca di pubblicità e di facilitazioni in carriera. I secondi pure.

LA PISTOLA NON FUMANTE 15/08/2011 Si ripete per la millesima volta lo squallido copione l’Italia dei sicofanti, che va sotto il nome dell’Italia della legalità: arriva sui giornali la trascrizione integrale della chiacchierata telefonica tra il Caimano e il profugo in Bulgaria. Il primo parla in privato col supposto compagno di merende, sospettato ricattatore del primo, ma non ancora latitante Lavitola, e gli dice: “…non facevo riferimento tuttavia alle cose che ho successivamente letto che non esistono quindi sono… …sono tutte cose che non esistono e su cui io scagionerò naturalmente tutti.” Lavitola risponde: “E’ per questo voglio di’… quello tutto …cioè voglio di’… questo è un parto di pura fantasia perché oltretutto…” E Berlusconi: “Sì io non so quali sono le vostre affermazioni tra di voi che non conosco…” Lavitola: “Ma nean… ma non credo che ci sia nessun tipo di affermazione.” Guarda guarda, il Berlusca in una conversazione privata dice esattamente quello che dice in pubblico: “sono cose che non esistono.” Troppo bravo. E non va bene. E’ per questo che lo vogliono sentire.

SERENA DANDINI 16/08/2011 Non ci posso credere: finalmente il Consiglio d’Amministrazione della RAI ha buttato il cuore oltre l’ostacolo e con una decisione che definirei – senza voler esagerare – coraggiosa, anticonformista, intrepida, impavida, rivoluzionaria, formidabile, straordinaria, insperata & tremendamente trasgressiva – non sentite le urla della casta democratica? – ha spento le luci dell’ebete salottino di “Parla con me”. Il solo valore di “Parla con me” era quello aggiunto: quello politico, un antiberlusconismo ammodo e ridanciano, per mancanza di vis comica. La conduttrice ha parlato di “occupazione politica”. Spiegazione ineccepibile. Ma direi meglio: okkupazione politica. La sua.

Berlusconi e i chiacchieroni

Per Confindustria la manovra è timida. Ma per l’immaginifico Vendola basta e avanza per descriverla come “una violenza, un vero e proprio colpo di stato sociale”. Figuriamoci se fosse stata “coraggiosa”. Per gli economisti che scrivono sui grandi giornali di centro che guardano a sinistra, come la DC di tendenze suicide, la manovra non ha niente di strutturale, essendo tutta impostata su nuove tasse e pochissimi tagli. Ma per comuni, provincie, regioni, sindacati, associazioni rosse e gialle, bocciofile padane e lucane, e tutte le altre tribù italiche, i tagli sono sanguinosi, e ormai manca loro anche l’aria per respirare. Le sopramenzionate gazzette amaramente deploranti il corto respiro di una manovra tappabuchi sono però le stesse che al governo non riconoscono nemmeno un micro-passettino nella giusta direzione, se quest’ultimo s’arrischia a dare una micro-ritoccatina alle pensioni e alle norme sui licenziamenti: l’importante è pontificare, ma ben allineati e coperti. Perché si sa bene che tali bagatelle bastano e avanzano all’immaginifica segretaria generale della CGIL per mettere un po’ di pepe alle motivazioni dell’immancabile sciopero generale, per parlare di manovra “ingiusta, repressiva e irresponsabile” e per minacciare di andare avanti con la protesta “fino alla Corte Costituzionale”. Per il presidente dell’Italia dei Valori, il sempre misurato Antonio di Pietro, questa manovra da tutti giudicata insufficiente costituisce però già un “omicidio politico ed economico” e chiede “alla collettività di organizzare una rivolta democratica”. E in caso di sufficienza cosa sarebbe stata? Un genocidio? Un crimine contro l’umanità?

Per Bersani la manovra “toglie i soldi a chi non li ha”: per il PD, infatti, una manovra qualificata e strutturale si concretizza nel ricavare “risorse da rendita e patrimoni”, nel dare la caccia con più efficacia agli evasori fiscali, in qualche dispendiosa ed economicamente distorsiva concessione ai diktat della lobby ambientalista, tutta roba che va benone anche nei comizi; oltre che nel riorganizzare e potare la pubblica amministrazione, nel varare liberalizzazioni e dismissioni non meglio specificate, che è roba buona solo per i comunicati stampa. Su pensioni e sanità silenzio religioso. Su questa base “riformista” annuncia di lavorare ad un nuovo Ulivo in coabitazione con gli esaltati di cui sopra, senza negarsi ad un’alleanza col centro, pur di riuscire a farla finita con l’era berlusconiana. Non contento di questa aria fritta, per scaldare il popolo dei migliori il segretario dei democratici si rifugia spudoratamente nel settarismo che ha fatto della sinistra italiana il più grande problema strutturale dell’era repubblicana del nostro paese. Dopo la scoperta e la conseguente appropriazione intellettuale del liberalismo di qualche anno fa, infatuazione oggi messa prudentemente in sordina, è ora la volta del patriottismo: “Siamo figli dell’unità del Paese e figli della sua costituzione che è la più bella del mondo. Con la coccarda tricolore ci siamo sentiti a nostro agio, la destra no. Noi siamo patrioti senza se e senza ma”. Lo stile è il solito: impadronirsi di un vessillo, magari a lungo tempo trascurato, per sequestrarlo ed esibirlo in odio agli altri, per alzare uno steccato, per definire dei confini. E per puntellare la propria cattiva coscienza. Non è vero che Bersani e i suoi siano figli dell’unità del paese: al contrario, sono figli dell’Italia più schizofrenica. Dell’Italia che s’inventò il tricolore per servaggio intellettuale alla Francia giacobina, dell’Italia più sensibile ai richiami del socialismo repubblicano e anticlericale nell’ottocento, dell’Italia più nazionalista a cavallo fra ottocento e novecento, dell’Italia più fascista durante il ventennio, di quella comunista del dopoguerra, di tutte queste Italie insieme, anche quando nel passaggio da un’era all’altra si sovrapponevano e combattevano. L’Italia dei diversi decaloghi cui via via uniformarsi, l’Italia unita piegando le plebi alle più capricciose ortodossie.

Per Casini, solidissimamente ancorato alla vacuità del suo equilibrismo tardo-democristiano, è il momento di scelte impopolari. Qui a parlare è Pier. Per non rischiare di doverle prendere arriva in soccorso Ferdinando, che si appella ad un governo di solidarietà nazionale, sostenuto dalle principali forze di maggioranza e di opposizione, e da quelle ausiliarie del terzo polo, a condizione che sappia cooptare figure di prestigio della società civile. Un governo prestigioso benedetto dal presidente della repubblica. Che funzionerà meravigliosamente. Nel mondo delle convergenze parallele, là dove ammucchiate e scelte impopolari vanno a braccetto.

Ecco perché non ci resta che Berlusconi, e la sua maggioranza.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (38)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI DE MAGISTRIS 05/09/2011 L’America’s Cup sbarca a Venezia, e non a Napoli. La città lagunare ha infatti scippato alla città vesuviana le tappe del 2012 e del 2013 delle World Series, appuntamento sportivo coi migliori velisti del mondo. Ma il sindaco di Napoli non demorde: “…questa squadra può durare altre 48 ore, ci facessero sapere entro l’inizio della settimana prossima altrimenti si facessero le regate che vogliono, perché Napoli non aspetta l’America’s Cup”. Almeno così riportano le gazzette. Ma se avrebbero riportato fedelmente le parole del sindaco, ci dicesse francamente se intenderebbe scippare, lui, al suo maestro Tonino anche lo stile: non dovesse, mi sembrasse.

GLI INDIGNADOS DI CASA NOSTRA 06/09/2011 Mobilitazione straordinaria della Fiom contro la manovra finanziaria. Sono state organizzate notti bianche di protesta a Torino, Milano, Bologna e Taranto. Vi parteciperanno organizzazioni studentesche, il popolo No Tav, il popolo viola, politici e tutta l’avanguardia della società civile. Ci saranno anche le tende. Il tutto sull’esempio delle manifestazioni degli indignados spagnoli e di quelli israeliani. E mi sembra giusto: emulare è proprio delle pecore.

ERMANNO OLMI 07/09/2011 Che a ottant’anni si adegua all’esempio dei suoi più giovani e scusabili colleghi, sfruttando gli immigrati. Che sono poveri ma belli, straccioni ma svegli, morti di fame ma gentili. Se fossero integrati e stronzi come noi per loro sarebbe un dramma. E lo sfatto umanitarismo che ci sbattono farisaicamente in faccia avrebbe bisogno di altre prede.

BEPPE PISANU 08/09/2011 Il senatore del PDL si dedica con profitto da anni allo studio del manuale del politico conformista. Essendo di antica razza democristiana, va piano piano ma va anche lontano. Perciò, se intervistato da Repubblica se ne esce con un invito a Berlusconi a “fare un passo indietro” per favorire “un patto di fine legislatura” fra “tutti gli uomini di buona volontà” – le boiate soporifere e stucchevoli che in questi mesi escono dalla bocca dei campioni del qualunquismo ammodo e responsabile – non crediate che sia semplicemente rincitrullito. Significa molto di più: significa che ha raggiunto la perfezione dopo un lungo apprendistato e che l’abito mentale vive oramai in invidiabile armonia con la favella.

FRANKIE HI-NRG MC 09/09/2011 Rapper; italiano; con nome d’arte …da rapper. Mettete le tre cose insieme e non stupitevi se vi trovate davanti ad un benpensante inconsapevole, ossia ad un minchione. Così, con l’aria di chi ha maturato, a tutto vantaggio delle generazioni future, una riflessione trasgressiva e geniale, ma vera e profonda, ci fa sapere che per un professore “essere ignoranti in materia di Lady Gaga, non è che poi sia meno grave che essere ignoranti su Platone”. Se avete ottanta, settanta, sessanta, cinquanta o anche quarant’anni, insomma se non siete più un giovanotto, non vi sembra che, mutatis mutandis, questa corbelleria l’avete già sentita un migliaio di volte? Senza contare che per nostra disgrazia è per qualunque mortale impossibile non conoscere Lady Gaga, visto che non si può aprire una pagina di giornale, o una pagina web, o accendere la televisione, senza rischiare di essere investiti dal penoso esibizionismo della signorina; senza contare, inoltre, che per nostra fortuna un minuto di imbarazzato martirio è più che sufficiente per capire, ed approfondire, tutto. Ma non prendetevela con me. Non sono io che la faccio tanto seria. Io ci rido sopra. Prendetevela con Frankie, il predicatore.

Controdizionario della crisi

COSTITUZIONE. Miracolosa. Sapete com’è: per l’intellighenzia democratica le leggi non servono a disegnare lo spazio della nostra libertà, non servono ad orientarci, così da sapere con chiarezza quello che non possiamo fare, ma per “risolvere i problemi”; problemi che di solito poi si risolvono da soli col tempo, col progresso, con la consapevolezza sociale. C’è un problema? Si fa una legge. C’è un problemino? Facciamo una leggina. Bisogna raggiungere un obbiettivo? Ci vuole una legge! Varare una legge è come innestare il pilota automatico: la nostra volontà si può prendere una vacanza, fa tutto lui. E così di leggi ne abbiamo fatte un milione – per questo abbiamo la fondatissima impressione che non ce ne sia nessuna – e, come si può constatare, hanno risolto quasi tutti i nostri problemi. La profondità della crisi ha fuso anche cervelli insospettabili: per un grande problema ci vuole una grande legge. Introdurre un tetto al deficit di bilancio nel sacro testo della Costituzione è diventato un must per tutti, dai socialisti che dovrebbero detestare l’obbiettivo ma avere la forma mentis per credere al mezzo, ai liberali che dovrebbero apprezzare l’obbiettivo ma non avere la forma mentis per credere al mezzo. Una volta introdotto, sono comunque convinto che non lo sfonderemo mai: lo dribbleremo.

CRESCITA. Ovvero le misure per la crescita. Significa che al paziente non viene permesso né di stare male, né di avere una convalescenza. Sta talmente male che non se lo può permettere. Deve camminare, anzi trotterellare. Ad una economia strutturalmente sana una sana recessione non può fare che bene dopo un periodo di sbronza. Si disintossica per poi riprendere a camminare con passo tranquillo. Se corre, diffidate: non basta la Gatorade. Che la crescita sia un imperativo è una bubbola, anche le stagnazioni o le aborrite recessioni – le quali, chissà perché, sono diventate una specie di crimine contro l’umanità – hanno una loro funzione, se prese dal lato buono. Solo che noi abbiamo un mucchio di debiti e per pagarne gli interessi dovremmo ricominciare a far soldi a palate, anche se non siamo neanche capaci di stare in piedi. Nell’attesa di ritrovare un po’ di forze, ci sarebbe un’altra soluzione: trovare qualcuno, che non sia uno strozzino, che ci compri l’argenteria, e allo stesso tempo stringere, stringere, stringere la cinghia. Siccome non ci garba, ecco che la “crescita” diventa un imperativo per tutti, dalla Camusso alla Marcegaglia, la pozione magica che tutto risolve.

EVASIONE FISCALE. Ovvero la caccia ai sabotatori. Che è tipica dei sistemi ritenuti perfetti. Il nostro lo è, fatto com’è da mille confraternite tutte indispensabili, intoccabili ed esenti da peccato, dalle confederazioni sindacali alle brigate rossonere. Se non siete negli elenchi di alcuna di queste tribù, in questo paradiso voi siete un clandestino. La più screditata delle confraternite è la classe politica. Per parare i dardi delle malelingue si è proclamata anch’essa innocente e si è risolta a dichiarare ufficialmente guerra ai kulaki. Io consiglierei agli evasori fiscali più cazzuti di non disperare. Vengano allo scoperto, si stringano a coorte, siano pronti alla morte, ma abbiano l’accortezza soprattutto di fondare un ordine, o un’associazione, beninteso “democratica”, scortata da uno stuolo agguerrito di avvocaticchi: son certo che anche per loro si troverà un posticino al sole. Anzi, un posto in prima fila, visti i mezzi.

MERCATI. Finanziari. Rigorosamente al plurale. Come “le mafie”. Per i più superstiziosi sono il regno dell’arbitrio, una piovra dagli innumerevoli, sottilissimi e quasi invisibili tentacoli che gioca col destino dei popoli e delle nazioni. Ma anche gli altri, cazzolina, quelli che ti spiegano che lo spread tra Btp e Bund decennali è passato da 317 a 320 punti a causa di uno scoreggia scappata a Gasparri, come vogliamo chiamarli? Sciamani?

RICCHI. Da tosare. Io non ce l’ho con loro, anche perché se per un caso straordinario fossi promosso tra le loro file conserverei la stesso giudizio che ho di me adesso: saggio, prudente, onesto, profondo, magnanimo, simpatico, franco. E modesto. Ce l’ho però con i più spregevoli della loro razza, i paladini della patrimoniale, il classico investimento in demagogia dell’aristocratico che pensa di usare il favore delle plebi per primeggiare tra i suoi. Prima di venirne, meritatamente, travolto.

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