Perché Silvio non cade

Se non fossimo travolti dai pregiudizi e dall’isterismo anche le parole di Berlusconi qualche volta dovrebbero fare l’unanimità. Per esempio quando, conversando al telefono con una delle sue strepitose e discinte amiche, la brasileira Marystell – un nome che fa venire l’acquolina in bocca solo a vederlo scritto, e lo mettiamo nero su bianco proprio perché in queste ore i nostri democratici hanno riscoperto tutte le virtù della castigatezza – il presidente del consiglio le dice, birbante e surreale: “Vedi Marystell, io a tempo perso faccio il primo ministro. E quindi me ne succedono di tutti i colori”. V’immaginate se lo avesse detto in pubblico quel brav’uomo di Prodi, certo non a Marystell, ma magari a qualche ragazzino messo lì a fare la comparsa? Quali lodi per la sua modestia e per la sua spiritosaggine! Siccome non è artificio, non è commedia, ma tutta natura autentica, e siccome il moralismo dei laici quando si accende si nega con sussiego al minimo sforzo di intelligenza e misericordia, le parole del Berlusca hanno scandalizzato Parruccon de’ Parrucconi, al secolo Eugenio Scalfari, che ne ha tratto ispirazione per la sua intemerata settimanale. Bisognava pur dare la propria augusta benedizione alla macchina del fango che gira tranquillamente a pieno regime, nel silenzio del guru Saviano e dei suoi discepoli, nonostante pratiche incivili e generalizzate, quando ha la targa progressista. Il corpus epico fondato sulle intercettazioni ha oramai una consistenza mostruosa che incombe minacciosa sull’immaginario della pubblica opinione. I manipoli di facinorosi che stazionano fuori del parlamento o in altre piazze italiane se ne nutrono. Il suo scopo è di creare il panico, di rimodulare in continuazione il ritornello della “situazione insostenibile”, di demoralizzare gli assediati. Nell’imponenza stanno tutta la sua forza e la sua debolezza.

Infatti, sgombrato il fumo dal campo di battaglia, è facile osservare che la situazione è la stessa di un anno fa, quando agli occhi dei ragazzi del coro mediatico la scissione finiana sembrava aver assestato un colpo mortale alla maggioranza: 1) L’urgenza di affrontare i nodi della crisi economico-finanziaria, la crisi d’identità di quel flottante centrista che per nobili o meno nobili motivi è in cerca di sistemazione (paiono in vista nuovi arrivi da Fli), la voglia e la necessità di evitare elezioni anticipate, tutto questo compatta e anzi rafforza lo schieramento berlusconiano. 2) La Lega si rende conto che la sua sorte è legata a doppio filo a quella del Berlusca. Per questo nelle adunate padane recita la parte del partito di lotta e nella realtà agisce come quello di governo: vedi oggi la ripresa dei temi secessionisti da parte di Bossi e allo stesso tempo le assicurazioni di Calderoli sulla continuità – fino al 2013 – dell’attuale coalizione governativa. 3) Le fronde all’interno del PDL non escono da un alveo costruttivo, anche perché ammaestrate dallo sfarinamento dei finiani. Anzi, in questi giorni sembra essersi eclissato un dogma della vulgata progressista-democratica e di tutti i Galli Della Loggia della grande stampa: quello del partito di plastica, il partito destinato a sciogliersi come neve al sole al momento dell’addio alla politica del Caimano; tant’è che i chiromanti che profetano in continuazione di nuove soluzioni istituzionali e solidaristico-nazionali al PDL – di Alfano – non negano più un posto di primo piano. 4) I partiti di opposizione dimostrano di non avere una sola idea sensata in comune (e forse anche singolarmente) in merito agli ormai famosi problemi strutturali della patria. L’Ulivo è dato da Casini, per quello che lo riguarda, come morto e sepolto, e spaventa gli ex-democristiani del PD. L’unico obbiettivo comune dell’opposizione è lo step down berlusconiano. Quindi come un anno fa torna la tentazione di chiamare in causa il presidente della repubblica. Non per tirarlo per la giacchetta, s’affanna a precisare il campione di cui sopra, non per chiedergli un atto incostituzionale, chiarisce con barbarica schiettezza il campione dell’Italia dei Valori. No. Diciamo allora per prenderlo per il bavero e costringerlo a fare il bravo, nel senso manzoniano del termine, ma nel pieno rispetto delle sue prerogative, con il parlamento, più precisamente con la maggioranza parlamentare, al fine di convincerla che la credibilità del paese e delle istituzioni non può tollerare oltre un premier la cui sorte sarà decisa dalla “connivenza e ricattabilità con chi soddisfa i piaceri che placano la sua malattia psichica”. Che non a caso è la malattia tipica dei dissidenti.

Alla luce di tutto questo, quindi, anche la conclusione rimane quella di un anno fa: questa maggioranza cade solo se si fa prendere dal panico.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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One thought on “Perché Silvio non cade”

  1. la situazione è la stessa di un anno fa!
    In che mondo vivi?
    Capisco che tu prendi sul serio stupidaggini come:
    “le valutazioni di Standard and Poor’s sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche”
    Evidentemente nella testa di molti non entra il concetto che i soldi costano fatica e se non sei in grado di pagare i tuoi debiti, nessuno ti presta altri soldi.
    E ad ogni asta dei Bot e dei BTP la situazione peggiora.
    Gli interessi aumentano
    Dato che i politici ( tutti compreso il SIlvio ) non sono in grado e non voglioni diminuire la spesa pubblica questo significa pagare più tasse.
    E il SIlvio riamarrà al governo fino al 2013 per vedre le tasse aumentare sempre di più.
    Tra 3 mesi nuova manovra correttiva ( se non prima ) e nuova stangata di tasse.
    Ma il governo ha la fiducia del parlamento, che se li comperino loro i BOT allora…….

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