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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (45)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MUSTAFA ABDEL JALIL 24/10/2011 Festa a Bengasi, dove è stata proclamata la liberazione del paese dopo quattro decenni di Jamāhīriyya. L’allegria ha raggiunto il culmine quando il numero uno del Consiglio di Transizione Libico ha detto alla folla, papale papale, che “Come nazione musulmana la Sharia è alla base della nostra legislazione, pertanto ogni legge che contraddica i principi dell’Islam non avrà valore”. I presenti si son dati di gomito, guardandosi l’un l’altro con la coda dell’occhio, e tra loro è corso, come un fulmine, un solo pensiero: questo qui è anche più mattacchione di Gheddafi, ci sarà da divertirsi un mondo.

MICHELE SANTORO 25/10/2011 L’Italia è quel paese anormale che ha già partorito una Magistratura Democratica, ossia quella veramente democratica, un Partito Democratico, ossia quello veramente democratico, una Medicina Democratica, ossia quella veramente democratica, e tutto il resto della compagnia antifascista delle cricche veramente migliori. Adesso di veramente pubblico avremo finalmente anche un Servizio Pubblico: è il titolo, sembra non vi siano più dubbi, della nuova trasmissione di Santoro. Lo ha scelto dopo molte incertezze, senza sapere neanche lui perché. Così gliel’ho spiegato io perché. Perché veramente.

FILIPPO PONGILUPPI 26/10/2011 E’ un “noto” playboy trentenne. Di professione, infatti, fa – anche – il PR: non strombazza in giro le sue conquiste; ma neanche le nega. Lascia crescere i rumori, accortamente. E’ così che arriva la fama. Sembra che all’inizio della sua carriera di sciupafemmine, al tempo del liceo, si sia gingillato per anni con Nicole Minetti. Dico “gingillato” perché, a detta di questo infaticabile chiavatore, “Pongi” non si è mai innamorato e nel suo vocabolario “la parola fedeltà non esiste”. E tuttavia ha capito che “le donne appariscenti non hanno tempo di occuparsi di cose più serie”, e che ora invece “ha bisogno di una donna con idee e valori”. Giunto felicemente a questo grado di maturazione, è stato subito spedito al Grande Fratello, dove da lui si attendono sfracelli.

ROBERTO NAPOLETANO & FERRUCCIO DE BORTOLI 27/10/2011 “No, presidente Berlusconi, l’Italia viene prima di tutto.” Scrive il primo sul Sole24Ore. “Ma prima ancora viene il paese. Una volta tanto.”  Scrive il secondo sul Corrierone, rivolgendosi al Cavaliere, in un articolo intitolato, tanto per essere chiari, “Mettere il paese davanti a tutto.” Il moralismo farlocco e pomposo non ha mai un tocco d’originalità. Scivola sul piano inclinato del conformismo perfino nelle scelte lessicali, e – miracolo – anche in quelle temporali, quando a convergere sono menti eccezionalmente dotate. Ma il direttore del Corriere della Sera si fa preferire: quando ci si mette sa essere anche un insospettabilissimo buontempone. Ferruccio spende due terzi dell’articolo nell’invitare vigorosamente il Cavaliere a dimettersi. E’ un crescendo irresistibile. E comincia il terzo e conclusivo, dedicato al dopo-Berlusconi, quando ormai siamo tutti alle soglie dell’orgasmo, con questa fulminante osservazione: “E la soluzione quale potrebbe essere? Non è semplice.”

IL PASSO INDIETRO 28/10/2011 Il Berlusca è tornato vivo e vegeto da Bruxelles, dove s’è tanto ringalluzzito da permettersi con simpatica nonchalance d’indugiare con la coda dell’occhio sull’elegante figura femminile del nuovo primo ministro danese. Facce da funerale, quindi, nelle redazioni dei grandi giornali della penisola. A rallegrarle un po’ ci hanno pensato gli “scontenti” – il che è tutto dire – un nuovo e misterioso gruppuscolo frondista all’interno della maggioranza, che avrebbe chiesto a Silvio di fare – indovinate un po’ – un “passo indietro”. Alt! Io dico basta. A nome dei miei orecchi, che non ne possono più, propongo una raccolta di firme per chiedere al “passo indietro” di fare un passo indietro, di rinchiudersi in un eremo e di restarci per almeno una generazione, il tempo minimo necessario per ritrovare la sua verginale purezza.

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La lezione di Moro e quella di Scalfari

Nel suo ultimo articolo su Repubblica Eugenio Scalfari racconta di un colloquio avuto con Aldo Moro il 18 febbraio 1978, quindi poco prima che quest’ultimo fosse rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse. In quell’occasione il presidente della Democrazia Cristiana avrebbe detto:

Molti si chiedono nel mio partito e fuori di esso se sia necessario un accordo con i comunisti. Quando si esaminano i comportamenti altrui bisogna domandarsi anzitutto quale è l’interesse che li motiva. Se l’interesse egoistico c’è, quella è la garanzia migliore di sincerità. E qual è l’interesse egoistico della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza: se continua così, questa società si sfascerà, le tensioni sociali non risolte politicamente prendono la strada della rivolta anarchica e della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del Paese e affonderemo con esso. Noi non siamo in grado di “tenere” da soli un Paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle maggiori forze politiche stia all’opposizione. Su questo punto il mio e il suo pensiero sono assolutamente identici. Dopo la fase dell’emergenza si aprirà quella dell’alternanza e la Dc sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi.

Io non credo affatto che queste fossero le esatte parole di Moro. Può darsi che rispecchino in parte il suo pensiero. Ma così schiette e ben allineate al pensiero scalfariano sembrano piuttosto le parole di un prigioniero che la Sindrome di Stoccolma ha ridotto al punto tale da servire da ventriloquo a chi lo tiranneggia. Inoltre esse in realtà costituiscono un mosaico di frasi estrapolate dalla lunga intervista che Repubblica pubblicò solo il 14 ottobre 1978, ossia cinque mesi dopo la morte di Moro, quando il presidente DC non poteva né smentire né confermare. Ed inoltre ancora, da quella intervista è chiaro come per Moro la necessità della “solidarietà nazionale” nascesse più dalle insufficienze democratiche del PCI che dai demeriti della DC: il PCI era un partito che le forze di maggioranza dovevano “adottare” per sottoporlo ad un tirocinio democratico, alla fine del quale a presidiare la sinistra italiana sarebbe stato un partito “costituzionale”; dopodiché, compatibilmente con la situazione internazionale (eravamo ancora al tempo della guerra fredda), anche in Italia avremmo potuto avere, finalmente, un quadro politico normale nel quale l’alternanza politica alla guida del governo sarebbe stata libera da ogni aspetto traumatico. L’anomalia comunista poteva portare invece il paese al disastro, e i governanti da questo disastro sarebbero stati inghiottiti: ecco dunque l’interesse “egoistico” della DC a far sì che si formasse in Italia un’opposizione, diremmo oggi, “non antagonista”. Era una specie di disegno giolittiano applicato ai comunisti di fine secolo e non più ai socialisti d’inizio secolo. Ma, per altri versi, anche così scalfarianamente confezionato è un discorsetto illuminante, perché fa vedere, a coloro che intonando le fruste litanie antiberlusconiane s’immaginano di dare voce alla dissidenza democratica in Italia, come il nostro paese, Berlusconi o non Berlusconi, sia sempre sull’orlo dello sfascio, che chi governa – e non è di sinistra – sia sempre posto davanti ad una scelta responsabile quanto obbligata, che è quella di non ignorare il malcontento, di non esercitare “unilateralmente” il proprio legittimo potere, pena la radicalizzazione dello scontro e la disgregazione del paese. Scalfari lo tira fuori per applicarlo alla situazione attuale, ma così facendo così contraddice uno dei dogmi capricciosi della propaganda progressista: la pretesa “anomalia” berlusconiana. E dimostra invece come la costante anomalia della nostra vita politica, ivi compreso l’immancabile appello alla parte “migliore e più consapevole” della classe politica a destra del partitone di sinistra, stia in una certa visione distorta, pervicacemente coltivata, della nostra storia neanche più tanto recente. La verità è che non usciremo mai dalla vera emergenza, che non arriveremo mai non tanto a quella baggianata insulsa della “democrazia compiuta”, ma piuttosto ad una prosaica normalità occidentale, fino a quando a sinistra la lotta politica si farà tirando il sasso e nascondendo la mano, nel modo già descritto due anni fa dal sottoscritto:

… se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (…) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (44)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’INDIGNATO NON VIOLENTO 17/10/2011 Che però, se incontra Pannella per strada, gli dà del venduto, dello stronzo, del pezzo di merda; amico di Craxi, dei mafiosi, dei corrotti; e gli chiede quanti soldi ha preso dal Caimano; ed infine, gli sputa addosso. Insomma, lo tratta come un infedele. Ed è giusto: la sua è una religione, di quelle che non perdonano.

FERRUCCIO DE BORTOLI 18/10/2011 Non per la sua zuccherosa predica ai cattolici. Quella sbobba stomachevole si condanna da sé. Ma per lo straordinario incipit: “Il Paese ha bisogno dei cattolici. La ricostruzione civile e morale non sarà possibile senza un loro diverso e rinnovato impegno politico”. Vi si sente l’eco di parole un giorno pronunciate da De Gasperi: “Noi vi chiediamo di combattere per la nostra ricostruzione morale e civile”; ma correva l’anno di grazia 1944 e stavano nel suo primo discorso dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati. Forse che Ferruccio è andato fuori di testa e s’immagina di parlare dall’alto della montagnetta dei detriti di un palazzo distrutto dai bombardamenti? No, succede che per la parte più disgraziata degli intellettuali di casa nostra, Mussolini compreso, lo Stivale è sempre alla vigilia di una rinascita o alla fine di un’epoca di decomposizione. Anche se lui non è della razza esaltata che detta la linea. Lui è di quella che, un passetto alla volta, con molta buona creanza, si adegua a tutte le corbellerie.

BERSANI & FRANCESCHINI 18/10/2011 Pier Luigi Bersani alla vigilia del voto: “liberate il Molise e noi libereremo l’Italia”. Dario Franceschini dopo l’esito del voto: “Per un pugno di voti in Molise vince il candidato di destra, inquisito, grazie ai voti di Grillo, tolti al centrosinistra”. La liberazione, e gli inquisiti: il Molise andava liberato dai malfattori. Di questa droga non sanno proprio farne a meno. Quand’è che finalmente rinsaviranno? Quando si beccheranno in fronte l’estintore lanciato da un liberatore?

GIORGIO NAPOLITANO 18/10/2011 Ohibò! Per il presidente della repubblica servono “impellenti scelte di riforma strutturale e di stimolo alla crescita”. Stendiamo un velo pietoso sul Viagra contro l’impotenza economica. Ma le riforme! Strutturali! Impellenti! Parrebbe un invito a fare quello che si deve fare, a varcare il Rubicone, a recidere il nodo gordiano, a non guardare in faccia nessuno! Errore: bisogna invece che tutti ci mettano il becco. Ci vuole la massima coesione nel mondo dell’impresa e del lavoro. Occorre che tutte le forze politiche facciano la loro parte. E qui purtroppo il presidente non può non “constatare che le condizioni politiche per questa più larga condivisione non si sono finora verificate”. Ma intanto possiamo ben dire che lui ha recitato la sua parte con cerchiobottistica perfezione. Seguano gli altri attori il suo esempio e vedrete, vedrete di quali miracolose riforme verranno a capo!

NAOMI WOLF 19/10/2011 Invitata ad una serata organizzata dall’Huffington Post agli Skylight Studios di Manhattan, davanti ai quali una cinquantina di dimostranti targati OWS facevano cagnara usando illegalmente un megafono, almeno secondo un bravo poliziotto tutto d’un pezzo – quel bravo poliziotto che è nei sogni di tutti noi Sallusti d’Italia – la scrittrice ha avuto un colpo di genio: si è fatta arrestare davanti alle telecamere. Si è messa in mezzo contestando il bravo poliziotto; non tanto bravo però da avere la presenza di spirito di resistere alla diabolica petulanza femminile: alla fine ha ceduto, e così, sprizzando soddisfazione da tutti i pori, Naomi ha potuto esibire sugli schermi di tutto il mondo, facendo schiattare d’invidia tutte le sue nemiche ma soprattutto tutte le sue carissime amiche, uno splendido paio di manette ai polsi.

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Classe diligente

Com’è risaputo, ma poche volte ripetuto, la classe dirigente è uno dei miti coltivati con più accanimento nell’orticello culturale italiano. Nessuno sa veramente in cosa consista, ma intanto viene usata a destra e a manca come luogo retorico per rinfacciare alla classe politica le sue mancanze. Da questo punto di vista possiamo dire che essa esiste veramente e che funziona, disgraziatamente per noi, a meraviglia. Della classe dirigente si sa solo che dovrebbe essere formata da una partita specialissima di uomini capaci ed esperti, profondi conoscitori degli usi di mondo, ma usi a volare a incommensurabile altezza sopra l’effimero, sprezzanti le passioni volubili dell’opinione pubblica, forti di fronte al pericolo e sereni quando si tratta di prendere decisioni dure ma necessarie: capitani prudenti quanto coraggiosi, abili nel tener la rotta della nave anche in acque perigliose e nell’animare quando serve un equipaggio sfiduciato. Non diciamo di più, perché oltre le Colonne d’Ercole di questo nostro mare di elogi ci sono solo i Grandi Timonieri e i Piccoli Padri.

Ma benché non si conosca ufficialmente uno solo dei nomi di questi campioni, i rumori si rincorrono in continuazione da lustri e lustri, e vanno, senza trovare nessun ostacolo, nella direzione di capitani d’industria, di grandi banchieri, e di qualche cervellone dell’altissima burocrazia. Cosicché costoro formano già una élite virtuale molto reclamizzata dai giornali che contano. La cosa straordinaria, nel senso tristissimo di super-ordinaria, è che il Club degli Statisti nostrano quando tira aria di tempesta, invece di prendere per un orecchio i testoni, gli attaccabrighe e i facinorosi che seminano zizzania minacciando di affondare il bastimento, cerca di arruffianarseli con qualche simpatetica dichiarazione. Prendete Draghi, governatore della Banca d’Italia e prossimo presidente della Banca Centrale Europea: il nostro grande Mario, quel personaggio serio, perfino poco italiano, uomo parco di parole, ma quelle poche sempre esatte e ben appuntite (così tramanda un corpus agiografico già abbastanza cospicuo). Il nuovo ruolo europeo gl’impone necessariamente di uscire dal guscio protettivo di tecnico di alto profilo per assumere una postura nettamente più politica; insomma, lo costringe a fare i conti col volgo. Ebbene, questa roccia se l’è subito fatta addosso. Anche lui ha voluto lisciare il pelo ad un branco di cretini, i soliti di sempre, cui la moda impone oggi di chiamarsi “indignati”. Essendo un branco grosso grosso, che gode di formidabili protezioni, e specialmente nel caso italiano, non poco esaltato, ci si guarda attorno in cerca di conforto e pacche sulle spalle prima di azzardarsi a definirlo tale, anche se la definizione in sé è alquanto generosa, visto che i cretini sono i migliori della peggiore gioventù. La gonzaggine giovanile è una condizione esistenziale, che tutti abbiamo conosciuto, e va guardata con indulgenza. Al di fuori dei cretini però ci sono i giovanotti in carriera, che sanno bene come il cursus honorum dei pezzi grossi della nomenklatura italiana cominci spesso dalle parti dell’estremismo più o meno teppistico, dove esercitano da capetti. Non si lusinghino di essere in questo più svegli e, in un certo senso, più meritevoli: hanno solo meno scrupoli.

Draghi non è stato il solo, ovviamente, a piegare la schiena. Sempre sensibile agli umori dell’opinione pubblica più militante e piazzaiola, con molta più indecenza di quella con la quale il Caimano guarda sospiroso ai sondaggi, il Club degli Statisti ha cantato in coro: da Montezemolo a Bombassei a Passera, nessuno ha voluto farsi scappare l’occasione di omaggiare le fiumane degli indignati di qualche parola melliflua. Salvo poi rammaricarsi per come la giornata di protesta è andata a finire nel nostro paese. Commedianti prima, commedianti dopo: l’esito infausto era già scritto, visto che la parata degli indignati da noi aveva un carattere del tutto particolare, e si inseriva con la sua pulsione palingenetica nel quadro semi-criminale della storia dell’Italia repubblicana che una minoranza militante ha imposto nei luoghi di cultura e nei media, aggiornandolo solo quando la riabilitata immagine dei nemici di una volta, passati da qualche decennio a miglior vita, doveva servire di paragone per screditare il nemico del momento. Da questa montagna di bubbole Berlusconi non si è fatto mai intimorire. L’osso è inesplicabilmente duro, perfino beffardo. Molto, ma molto superiore a questi personaggi che ai dettami di quel verbo ridicolo si sono piegati. Diligentemente.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (43)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FILIPPO ROSSI 10/10/2011 Il direttore de “il futurista” ha invitato tutti gli amici della rivista on line ad un evento, un happening, un’autoconvocazione dal basso dal titolo “Oltre l’antiberlusconismo. Il racconto di una destra repubblicana”. Per ripartire dai contenuti: “laicità, patriottismo, modernità, diritti civili, libertà, Italia, cultura, integrazione, legalità, persona, giustizia giusta, ambiente: queste le parole dalle quali abbiamo voluto (ri)cominciare.” A me sembra la solita sbobba democratica, pari pari, ora che a sinistra si sono (ri)presi pure il patriottismo. I futuristi della “destra repubblicana”, ossia della destra per bene, non sono altro che i figli spirituali dei vecchi arnesi della “sinistra DC”, ossia della DC per bene: cambia solo la targhetta.

EZIO MAURO 11/10/2011 E’ con l’usuale, tranquilla serietà dei bari di professione che il direttore di Repubblica ci racconta della fine della Lega come soggetto autonomo e di Bossi ridottosi a fare il portaborracce del Cavaliere. Identica a quella con la quale lui, e tutti gli altri posati tartufi delle gazzette dei miei stivali, fino a poco tempo addietro deploravano il fatto che il Senatur e la Lega fossero i soggetti che da dietro le quinte tenevano in pugno i destini del centrodestra e della patria. Mio Dio, in che mani eravamo! E in che mani siamo adesso! Io deploro piuttosto il fatto che oggi la quintessenza dell’essere di sinistra sia il contegno. O meglio, un contegno: una contegnosa bronzea faccia.

GIOVANNI BAZOLI 12/10/2011 Umile tra gli umili, per il suo ultimo sofferto film Ermanno Olmi si è avvalso della collaborazione del pluridecorato scrittore Claudio Magris e del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Il più grande istituto bancario italiano, Intesa Sanpaolo, ha finanziato la produzione dell’opera sugli ultimi del nostro tempo. Per chiudere il cerchio di questa vicenda di poveri diavoli, il presidente dell’istituto, Giovanni Bazoli, ha scritto una sofferta recensione sul giornale di casa, il Corriere della Sera. Sofferta nel senso che da tutto l’articolo del cattolico piacione trasuda quella tristezza giansenista che mi ha sempre fatto scoppiare dal ridere, Pascal compreso. Non voglio mica dire che la mancanza di senso dell’umorismo sia un peccato mortale per un cristiano. Qualche sant’uomo serioso ci sarà pur stato. Forse. Ma un paradiso popolato da spaventapasseri mi sembra più diabolico delle bisbocce di Arcore.

JIGME KHESAR NAMGYEL WANGCHUCKE’ 13/10/2011 Be’, è il re del Bhutan: un nome così può anche permetterselo. Il trentunenne “principe azzurro dell’Himalaya” si sposa oggi – incrociamo le dita, non vorremmo avere sulla coscienza qualche disgrazia – con la dolce, bella, tenera, sensibile e intelligente Jetsun Pema, studentessa di dieci anni più giovane di lui, che non vanta neanche un sessantaquattresimo di nobiltà. Per i giornali è “una favola moderna”: il monarca sarebbe stato infatti folgorato dalla nobiltà dei tratti e dell’animo di questa figlia del popolo. Non dubito. Però il volpone ha preparato scrupolosamente per anni questa folgorazione. Fin da adolescente ha vissuto con un cruccio terribile: com’era possibile che lui, futuro re del magico Bhutan, un paese più vicino al cielo e agli dei anche del Liechtenstein, dovesse per forza impalmare una delle racchie dell’esigua nobiltà bhutanese? La provvidenza, che presidia anche l’orbe non cristiano, gli venne in aiuto. I suoi infatti mandarono il ragazzetto a studiare negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. E lì, il non volgare adoratore del bel sesso fu folgorato da un’altra cosa: la democrazia, la soluzione di tutti i suoi problemi! E così da qualche anno il Bhutan è una monarchia costituzionale, e vi si tengono elezioni democratiche. E, guarda un po’, proprio in questo torno di tempo il re ha pescato l’anima gemella! Eh eh… io penso che bisognerebbe studiare di più l’importanza del fattore femmina sugli sviluppi “democratici” nelle società antiche e moderne. La donna è capace di rompere con molta naturalezza ogni barriera tribale o etnica nel cervellino angusto di ogni ominide di genere maschile. Pensiamo a Roma, la prima grande città del mondo antico che dovette la sua crescita al superamento del pregiudizio etnico sin da quando era un avamposto al confine della potenza etrusca. In un certo senso, il Ratto delle Sabine fu una seconda fondazione di Roma, e, possiamo ben dirlo, quella decisiva: da allora i Romani furono tutti bastardi. E lo sono ancora, lo sono ancora!

FRANCESCO CARUSO 14/10/2011 Il pezzo grosso dei No-Global non sta più nella pelle, come sempre gli succede quando fiuta, estatico, aria di tafferugli. Anche questa volta la rivoluzione, con la sua geometrica potenza, è alle porte: “La manifestazione di sabato a Roma prefigura una deflagrazione sociale e si configura come un momento di esplosione della rabbia ingovernabile che, in Italia, non trova canali di espressione in nessuna forma organizzata…” e si trasfigura in una conflagrazione finale e catartica dei disvalori economicistici che hanno devastato le strutture solidaristiche intergenerazionali che reggono da sempre i territori della democrazia e della libertà, distorcendo infine anche le forme basilari che caratterizzano la rappresentanza politica, nonché le reti di comunicazione, attraverso linee parallele di sistemi corruttivi e mafiosi, ponendo in essere quindi un passo necessario al fine di poter mettere in campo un percorso permanente di giustizia sociale lungo tutte le coordinate di una società irrimediabilmente disarticolata dalle strategie destabilizzatrici del neoliberismo finanziario. Penso.

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Il fantasma del partito cattolico

Gran confusione sotto il cielo del nuovo partito “cattolico”. La speranza di far fuori Berlusconi prima della fine naturale della legislatura è riuscita a nobilitare quest’idea stravagante perfino fra gli anticlericali. Così il nulla a forza di chiacchiere interessate si è condensato fino a formare una nuvola vaporosa che aleggia sopra il centrodestra. Sappiatelo fin d’ora: non se ne farà nulla, del nulla. Tutto il dibattito sul futuro dei cattolici in politica, sul futuro del PDL, sul passato chiamato Democrazia Cristiana, è falsato dall’interpretazione del berlusconismo come fenomeno eccezionale ed anomalo della vita politica italiana. In realtà, come non è mai esistito, nella testa degli elettori, un partito “di Berlusconi” vero e proprio, così non è mai esistito, nella testa degli elettori, un vero e proprio partito “dei cattolici” che si identificasse con la Democrazia Cristiana.

Nel dopoguerra alla Balena Bianca capitò semplicemente di raccogliere il consenso dell’elettorato conservatore, moderato, filo-occidentale e anticomunista, cattolico o no che fosse. Fu l’emergenza e l’istinto di conservazione a spingere gli italiani spaventati dal fronte popolare social-comunista ad aderire in massa al “fronte popolare” cattolico. A differenza però degli altri paesi europei al di qua della cortina di ferro, l’Italia fu l’unico paese a vivere politicamente il blocco della guerra fredda al proprio interno. Per la Democrazia Cristiana il potere politico divenne una specie di sinecura. Ed essa col tempo si curò sempre meno di trovare una sintesi programmatica delle varie istanze provenienti dall’elettorato che essa rappresentava. Ciò impedì la nascita in Italia di un partito conservatore moderno: non quel magnifico, illuminato consesso di uomini esperti e disinteressati partorito dalla mente astratta e furiosa dei nostri liberali, ma un decente contenitore politico in armonia coi tempi e con la storia del popolo italiano. In Francia la cosa si concretizzò col gollismo. In Germania (Ovest) con la CDU-CSU. Perfino in Spagna bastarono pochi anni di vita democratica perché Alianza Popular, un partito di destra relativamente piccolo, originariamente votato dai nostalgici del franchismo, coagulasse intorno a sé altre formazioni politiche e il consenso dell’elettorato moderato-conservatore, e formasse così il Partido Popular. La DC divenne invece sempre più un soggetto passivo che interloquiva con tutti tranne che con la propria base elettorale: occidentale in politica estera, ma senza fare un passo più del necessario, anzi; ortodossa nel campo della morale cattolica, ma con spirito di rassegnazione, e allo stesso tempo incapace d’imbarcare compagni di viaggio meno ortodossi ma utili alla causa; capitalista, ma attraverso la via socialista.

Il ciclone di Mani Pulite spazzò via la DC. Ma non poteva spazzare via il partito conservatore che viveva nella testa degli elettori. E Berlusconi non poteva inventare questo partito dal nulla. Ne prese le redini, che giacevano a terra e che nessuno aveva il coraggio di prendere in mano. Naturalmente lo fece a suo modo, con molto pragmatismo e con uno stile carnevalesco che ha fatto inorridire gli esteti della politica. Fu un’impresa personale, ma rispondeva ad una richiesta profonda e razionale della società italiana. Il timbro di quest’impresa è servito ai soliti noti per adombrare fantomatici pericoli di cesarismo e per avallare la barzelletta del partito di plastica e di quello personale. Il partito berlusconiano è stata una tappa necessaria di un’evoluzione che per troppo tempo è stata innaturalmente bloccata. Che abbia avuto più i caratteri di una traversata nel deserto che quelli di una crescita tranquilla, ciò dipende dagli odi e dagli interessi di una sinistra che la propria evoluzione verso un partito socialdemocratico normale, europeo, in armonia anch’esso coi tempi e con la storia del popolo italiano, non ha mai veramente cominciata. La sinistra ha preferito la finzione antistorica del PD. Essa, potere reale nel paese, ha poi trascinato tutti gli altri poteri reali nell’avversione antropologica a Berlusconi. Ma Berlusconi ha resistito. E il dopo Berlusconi non avrà bisogno di salvatori. Il futuro partito conservatore italiano non potrà essere né una nuova DC né il partito di Berlusconi. Ma non potrà essere nemmeno un partito che rinnega la DC e che tanto mano rinnega Berlusconi. Quando Berlusconi si ritirerà dalla scena politica, probabilmente già con la prossima legislatura, ciò non segnerà la fine del berlusconismo, perché il fenomeno “berlusconismo” nell’accezione totalitaria che ne danno i democratici apocalittici non è mai esistito. E quindi non significherà nemmeno la sua sconfitta personale. Berlusconi ha costruito, non ha distrutto, piaccia o non piaccia. Mentre il partito cattolico non esiste e non è mai esistito veramente. Un partito cattolico è condannato ad uno stato di minorità permanente. Oggi è solo un prodotto della paura.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (42)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GUSTAVO ZAGREBELSKY 03/09/2011 Niente di nuovo sotto il sole. Ma ci piace farlo notare agli zucconi. Il paladino della legalità, il feticista delle norme e delle regole, quando vuole è assai disinvolto nell’interpretazione del processo democratico. Entra in campo il giacobino sbrigativo che ha per stella polare la democrazia sostanziale. Per il nostro infatti la giustificazione che “il governo, comunque, ha la fiducia del Parlamento e questo assicura la legalità democratica è vana.” Bagatelle. “ Oggi c’è una fiducia più profonda che deve essere ripristinata, la fiducia dei cittadini in un Parlamento in cui possano riconoscersi”. Chi lo decide? Ma lui, naturalmente, la sua chiesa, i suoi sacerdoti, i suoi discepoli, nei modi e nei tempi da loro scelti.

GEORGE SOROS 04/09/2011 Il finanziere & filantropo più famoso del mondo sta dalla parte degli indignados di Wall Street. La cosa è del tutto comprensibile. La filantropia, al contrario della carità, è un’attività spesso assai proficua. Quando il filantropo  fa l’elemosina la sua mano sinistra sa sempre benissimo cosa fa la destra. Quello è il primo passo nelle pubbliche relazioni. Poi, di peccato in peccato, si diventa campioni. Con la vecchiaia, pure osceni.

GIANCARLO BREGANTINI 05/09/2011 La secessione? Ormai l’avevamo dimenticata, ridotta com’è a balocco retorico di Bossi il vecchietto quando una volta all’anno si svaga facendo il druido alle sorgenti del Po. Quest’anno però il trombettiere della società civile, ossia il muezzin del culto democratico, ha suonato l’allarme: Achtung! Sezession! E tutte le pecore gli sono andate dietro. Tanti piccoli Maramaldi specialisti nell’uccidere l’uomo morto. Sono tanti appunto per questo. Devotissimo, il capo dello stato, che di solito pontifica tranquillo tranquillo, ha alzato il suo grido alto e forte. E la fiumana s’è ingrossata, neanche avessimo i Lanzichenecchi alle porte. Ora è la volta di monsignor Bregantini, presidente della commissione Cei per i problemi sociali e del lavoro, pure lui folgorato dal pericolo secessionista: che abbia cambiato religione?

I FURBACCHIONI DI LIBIA 06/09/2011 Russia e Cina hanno posto il veto sulla bozza di risoluzione di condanna contro il regime di Bashar al-Assad da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre Sudafrica, Brasile e India si sono astenuti. La risoluzione era stata promossa da Francia, Germania, Inghilterra e Portogallo. La rappresentante degli USA, Susan Rice, ha abbandonato per protesta la sala del Consiglio di Sicurezza. Il ministro degli esteri italiano, Frattini, ha parlato di “un giorno molto triste per i coraggiosi siriani che stanno lottando per la libertà”. Quello francese, Alain Juppè, si è espresso in termini analoghi. Quello britannico, William Hague, ha detto che Mosca e Pechino “avranno il veto sulla coscienza”. Ma no, cari marmittoni, per niente, russi e cinesi se ne infischiano: è quell’altro, quello non posto, che avevano sulla coscienza.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 07/09/2011 “L’Italia è sul ciglio del burrone, il meccanismo del «tutti contro tutti» ha superato l’argine della politica e sta investendo la stessa società civile. Non possiamo permettercelo. Dobbiamo tutti immediatamente abbassare i toni. Questa volta rischia di saltare il banco. Il rischio Grecia esiste. Bisogna salvare l’Italia dal rischio default”. Be’, non è impresa di tutti i giorni riuscire ad infilare in quattro righe di discorso quattro perle prese dal dizionario dei luoghi comuni del politichese odierno: dalla «società civile» al «non possiamo permettercelo», dalla necessità di «abbassare i toni» a quella di «salvare l’Italia». Una processione scortata da un tale nugolo di rischi che mi fischiano ancora le orecchie. Fossi Umberto Eco scriverei un saggio su queste micidiali tiritere: “Fenomenologia di LCDM: apocalittico ed integrato”. Ma a parte questo, hai capito Luca cosa ti dice Montezemolo? Datti una calmata, va’, ch’è meglio.

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Diego, ora basta

Mi sono divertito molto a leggere l’appello che Diego Della Valle ha fatto pubblicare a pagamento sui principali quotidiani italiani: non c’è una parola fuori posto, non c’è un guizzo che riveli un carattere originale. Somma ingenuità o somma furbizia, l’uomo nuovo si rivela perché quel che è: un onesto pappagallo delle geremiadi che la vulgata dominante sulla storia e sui mali del paese partorisce quando è fecondata dall’opportunismo del momento. La prima parte è più figlia dell’opportunismo che della vulgata: ecco allora la stanca tirata (lavorare stanca, ma anche far le solite prediche stanca) contro una classe politica attenta solo ai propri interessi e non a quelli della nazione; che danneggia la reputazione dell’Italia nel mondo; che offre uno spettacolo indecente ed irresponsabile, non più tollerato, beninteso, dalla gran parte degli italiani; una classe politica fatta da incompetenti, da provinciali che non hanno nessuna idea della gravità della situazione e dello scenario mondiale che le fa da sfondo. Fin qui son parole al vento, che anche un intelligente outsider con qualche seria convinzione potrebbe far sue, pagando tributo alla demagogia. E’ la seconda parte, più preoccupante, figlia più della vulgata dominante che dell’opportunismo, che ci dice che l’uomo è un bussolotto vuoto. L’appello infatti si fa più selettivo, si rivolge alle “componenti della società civile più serie e responsabili” affinché si parlino e si adoperino per affrontare insieme il difficile momento.

Saremo in molti, secondo Della Valle, a dire grazie “alla parte migliore della politica e della società civile” che saprà lavorare per “dare prospettive positive per il futuro dei giovani, creare e proteggere posti di lavoro e garantire a tutti una vita dignitosa”. Ripetiamolo allora anche noi, come dei pappagalli, sperando di portar frutto: è una costante negativa, e rimarchiamo, provinciale, del pensiero politico italiano invocare l’intervento salvifico delle forze migliori della società. In questo le fantomatiche classi dirigenti “liberali” sono sorelle delle avanguardie rosse e nere. Un approccio sobrio e realistico verso la democrazia dovrebbe mettere al riparo l’intelletto da simili brutti sogni, ma da noi, specie in alto loco, avviene il contrario, tanto che io ho il sospetto che essa sia più salda alla base, fra gli zotici, che al vertice. Da noi i democratici più rumorosi tendono a costituirsi in corpo scelto, a diventare dei pasdaran, a formulare codici di comportamento, ad imporre credi, contraddicendo la teoria con la pratica di tutti i giorni, e seminando sfiducia nel corpo più grande della nazione. Il refrain della “parte migliore della società” è entrato passo dopo passo, insensibilmente, nel linguaggio comune. Chi lo usa se ne fa bello. Invece è quasi sempre un cretino. Non sempre, perché anche una persona che di solito cammina con le proprie gambe e ragiona con la propria testa a volte ci casca, tanto diffuso è il vizio. Ma voi ve lo immaginate un leader politico di un paese di grandi tradizioni democratiche, un paese occidentale, che fa appello alla “parte migliore della società”? Da noi lo si fa continuamente e lo si concilia con tutta naturalezza con l’appello all’unità del paese. Quindi perché stupirsi se a questo tratto conformista e contraddittorio il nostro campione ne fa seguire un altro? Perché stupirsi se chi propugna sulla carta un programma politico-economico di rottura, portato avanti da gente “competente”, lo impacchetti con le illusioni rosate – nel senso socialista del termine – di un futuro fatto per i giovani, fatto di posti di lavori “creati” e “protetti”, di vite dignitose “garantite”?

“A quei politici (…) che si sono contraddistinti per totale mancanza di competenza, di dignità, e di amor proprio per le sorti del paese” saremo in molti invece, sempre secondo Della Valle, “a volergli dire di vergognarsi”. Chiusa messianica, non democratica, come volevasi dimostrare, ma ingloriosa per uno dei migliori d’Italia, il quale dovrebbe sapere che la presenza del nome (“a quei politici”) rende superfluo l’uso di un pronome (“-gli”), che a voler essere pedanti, o amanti della lingua italiana, è pure inesatto (quello giusto è “loro”: «a voler dire loro di…»). Non è mia abitudine andare a caccia degli errori o dei doppi errori grammaticali altrui, tanto più che anche a me capita d’inciampare in questa nostra lingua macchinosa; però con uno che rompe tanto i marroni con questa “competenza” del kaiser, e sotto i suoi proclami mette una firma grossa grossa, gravida di fatali, napoleonici auspici, lo faccio con molta soddisfazione.

MASSIMO ZAMARION

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (41)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

WLADIMIRO BOCCALI 26/09/2011 Eccellente pensata del sindaco di Perugia alla partenza della Marcia della Pace Perugia-Assisi. Rivolgendosi alla folla ha detto: “Siete la parte migliore di quest’Italia lacerata”. Lacerata laceratissima: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Da una parte i peggiori, dall’altra i migliori. Amen. E che la pace sia con voi.

ANGELO BAGNASCO 27/09/2011 Il cardinale ci ricasca: “La questione morale, complessivamente intesa,” dice, “non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sé un appello urgente.” Che la questione morale esista, anche complessivamente intesa, non c’è alcun dubbio, almeno da quando la stirpe di Adamo dovette guadagnarsi la pagnotta col sudore della fronte. Il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso: tutta roba che fa bene all’anima e riscalda il cuore. Peccato che proprio fra molti dei paladini della questione morale essa trovi spiriti che l’avversano nel profondo. Infatti per la questione morale vale quello che disse Gesù a proposito della pace: “Vi do la mia pace, non come ve la dà il mondo, io ve la do”. Anche il mondo ti dà la sua questione morale, degradata a moralismo opportunistico e senza misericordia, ad ipocrisia di massa: bestia immonda da cui tenersi ben lontani, anche con le parole, quando è il momento.

BEPPE SEVERGNINI 28/09/2011 Per il motteggiatore dell’establishment è finito – finalmente! – l’amore tra gli italiani e Berlusconi. Read my lips: this time’s for real. Hopefully. Questo ha scritto, più o meno, in un articolo sul Financial Times. Io sospetto che l’abbia buttato giù in combutta col Corriere al solo scopo di passarlo al Financial Times; che i Britons siano stati felicissimi di pubblicare un articolo su un paese di fanfaroni guidato da un fanfarone meno babbeo dei suoi compatrioti: “he told us what we wanted to hear”, questa la finissima tecnica di seduzione dell’iper-populista, un misto di Juan Perón, Vladimir Putin and Frank Sinatra; e che il Corriere, dopo aver spifferato la storia alla maestra come uno scolaretto ruffiano, sia stato felicissimo di riprendere sul suo sito web – nell’originale inglese – un imbarazzante bignamino di storia antiberlusconiana, vergato con tocco leggero e impreziosito dall’imprimatur dell’autorevolissima gazzetta britannica. Il temino doveva deliziare l’establishment nostrano e lo straniero, impresa tradizionalmente congeniale ad un perfetto figlio della razza italica quando vuol dare il peggio di sé: he told them what they wanted to hear. L’articolo, ahinoi, è stato però sbeffeggiato dalla maggior parte dei commentatori: perché anche i babbei sono uomini, e nel loro piccolo sanno pure l’inglese.

FERDINANDO ADORNATO 29/09/2011 Non se ne sentiva più parlare. Ieri abbiamo capito perché. Il deputato ha dichiarato in aula che “l’UDC non vota tanto contro il ministro Saverio Romano, ma contro questa politica liquida che egli rappresenta”. La sociologia liquida da qualche anno inonda le librerie ed ormai a nessun concetto, a nessun essere animato od inanimato si nega il diritto alla liquidità. L’intellettuale liberal ha pensato che ieri fosse il momento giusto di unirsi al coro dei liquidatori. In altri termini, di farci sapere che è bollito.

ALDO CAZZULLO 30/09/2011 Ei fu. Siccome immobile, dato il quasi mortal sospiro. Chi? Ma il Corriere della Sera, naturalmente, dopo l’ennesimo fallito assalto al governo Berlusconi, la cui agognata caduta è ormai diventata un caso d’isterismo di massa che sarà studiato per secoli. La dura realtà è diventata un po’ alla volta scandalosa per chi si nutriva di aspettative irrazionali. La sua sola speranza è che la sua irrazionalità contagi anche gli assediati, dopo aver travolto quelle prudenti penne della grande stampa borghese che oggi parlano, per nascondere la loro malattia, ed il loro cedimento, di un “paese attonito”. Ma no, ma perché? Se ne facciano una ragione: c’è un bel pezzo di paese che non è popolato da allocchi facilmente impressionabili.