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Diego, ora basta

Mi sono divertito molto a leggere l’appello che Diego Della Valle ha fatto pubblicare a pagamento sui principali quotidiani italiani: non c’è una parola fuori posto, non c’è un guizzo che riveli un carattere originale. Somma ingenuità o somma furbizia, l’uomo nuovo si rivela perché quel che è: un onesto pappagallo delle geremiadi che la vulgata dominante sulla storia e sui mali del paese partorisce quando è fecondata dall’opportunismo del momento. La prima parte è più figlia dell’opportunismo che della vulgata: ecco allora la stanca tirata (lavorare stanca, ma anche far le solite prediche stanca) contro una classe politica attenta solo ai propri interessi e non a quelli della nazione; che danneggia la reputazione dell’Italia nel mondo; che offre uno spettacolo indecente ed irresponsabile, non più tollerato, beninteso, dalla gran parte degli italiani; una classe politica fatta da incompetenti, da provinciali che non hanno nessuna idea della gravità della situazione e dello scenario mondiale che le fa da sfondo. Fin qui son parole al vento, che anche un intelligente outsider con qualche seria convinzione potrebbe far sue, pagando tributo alla demagogia. E’ la seconda parte, più preoccupante, figlia più della vulgata dominante che dell’opportunismo, che ci dice che l’uomo è un bussolotto vuoto. L’appello infatti si fa più selettivo, si rivolge alle “componenti della società civile più serie e responsabili” affinché si parlino e si adoperino per affrontare insieme il difficile momento.

Saremo in molti, secondo Della Valle, a dire grazie “alla parte migliore della politica e della società civile” che saprà lavorare per “dare prospettive positive per il futuro dei giovani, creare e proteggere posti di lavoro e garantire a tutti una vita dignitosa”. Ripetiamolo allora anche noi, come dei pappagalli, sperando di portar frutto: è una costante negativa, e rimarchiamo, provinciale, del pensiero politico italiano invocare l’intervento salvifico delle forze migliori della società. In questo le fantomatiche classi dirigenti “liberali” sono sorelle delle avanguardie rosse e nere. Un approccio sobrio e realistico verso la democrazia dovrebbe mettere al riparo l’intelletto da simili brutti sogni, ma da noi, specie in alto loco, avviene il contrario, tanto che io ho il sospetto che essa sia più salda alla base, fra gli zotici, che al vertice. Da noi i democratici più rumorosi tendono a costituirsi in corpo scelto, a diventare dei pasdaran, a formulare codici di comportamento, ad imporre credi, contraddicendo la teoria con la pratica di tutti i giorni, e seminando sfiducia nel corpo più grande della nazione. Il refrain della “parte migliore della società” è entrato passo dopo passo, insensibilmente, nel linguaggio comune. Chi lo usa se ne fa bello. Invece è quasi sempre un cretino. Non sempre, perché anche una persona che di solito cammina con le proprie gambe e ragiona con la propria testa a volte ci casca, tanto diffuso è il vizio. Ma voi ve lo immaginate un leader politico di un paese di grandi tradizioni democratiche, un paese occidentale, che fa appello alla “parte migliore della società”? Da noi lo si fa continuamente e lo si concilia con tutta naturalezza con l’appello all’unità del paese. Quindi perché stupirsi se a questo tratto conformista e contraddittorio il nostro campione ne fa seguire un altro? Perché stupirsi se chi propugna sulla carta un programma politico-economico di rottura, portato avanti da gente “competente”, lo impacchetti con le illusioni rosate – nel senso socialista del termine – di un futuro fatto per i giovani, fatto di posti di lavori “creati” e “protetti”, di vite dignitose “garantite”?

“A quei politici (…) che si sono contraddistinti per totale mancanza di competenza, di dignità, e di amor proprio per le sorti del paese” saremo in molti invece, sempre secondo Della Valle, “a volergli dire di vergognarsi”. Chiusa messianica, non democratica, come volevasi dimostrare, ma ingloriosa per uno dei migliori d’Italia, il quale dovrebbe sapere che la presenza del nome (“a quei politici”) rende superfluo l’uso di un pronome (“-gli”), che a voler essere pedanti, o amanti della lingua italiana, è pure inesatto (quello giusto è “loro”: «a voler dire loro di…»). Non è mia abitudine andare a caccia degli errori o dei doppi errori grammaticali altrui, tanto più che anche a me capita d’inciampare in questa nostra lingua macchinosa; però con uno che rompe tanto i marroni con questa “competenza” del kaiser, e sotto i suoi proclami mette una firma grossa grossa, gravida di fatali, napoleonici auspici, lo faccio con molta soddisfazione.

MASSIMO ZAMARION

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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2 thoughts on “Diego, ora basta”

  1. DellaValle son d’accordo anch’io.
    Però,se la Marcegaglia ormai ha la testa di nuovo nella Sua azienda,chi sostiene l’uscita della Fiat dalla barca italiana non ci sta facendo una gran figura e diverse autorità hanno stigmatizzato il comportamento di Marchionne,il cui titolo è crollato in Borsa,contribuendo,col declassamento di Moody a creare questo complesso di colpa per la vicenda di Amanda(la borsa USA è cresciuta bene)

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