Una settimana di “Vergognamoci per lui” (49)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FIORELLO 21/11/2011 Grandi schermaglie su Twitter. A Sabina Guzzanti che trova “noiosissimo” il nuovo programma di Fiorello su Rai1, premiato al suo debutto da un’audience di dieci milioni di spettatori, lo showman risponde così: “Ciao rosiconaaaaa!!! Pensa che una volta mi facevi ridere adesso mi fai tristezza!” E che razza di risposta è? Significa forse che trovava Sabina divertente finché non gli ha dato del noioso? E che adesso si è convertito sulla via di Damasco vittima di un qualche incidente misterioso che l’ha illuminato? E vi pare forse da gentiluomo rinfacciare ad una signora il proprio successo dando per scontato che ella sia mossa dall’invidia? Dalla bassa invidia per quella roba da cafoni che è la soverchia preoccupazione per i dati dell’audience? No, caro Fiorello, non sei divertente. E non è affatto una cosa da uomini. Io non la farei mai. Ci tengo al mio sex appeal.

IL TRIBUNALE DI MILANO 22/11/2011 La quinta sezione del sullodato tribunale in base all’articolo tal dei tali della più recente e più creativamente interpretabile giurisprudenza, di cui non m’importa ovviamente un fico secco, ha deciso che tutte le trenta e passa ragazze che hanno presumibilmente allietato le serate berlusconiane alla reggia di Arcore sono da considerarsi parti offese: il che vuol dire che le signorine sono gentilmente ma fermamente pregate di considerarsi parti offese. Nel mondo volgare e ottuso, alla donna di facili costumi, sempre che lo sia, il peggio che possa capitare, di norma, è di beccarsi la qualifica grossolana e sbrigativa di puttana. Ci vuole invece tutto lo zelo dell’umanitarismo progressista per considerarla pure una minorata.

ANGELA MERKEL 23/11/2011 La cancelliera ha mandato un messaggio di auguri al vincitore delle elezioni spagnole, Mariano Rajoy, invitandolo nel contempo a “mettere in atto rapidamente le riforme necessarie in questo periodo difficile per la Spagna e per l’Europa.” Visto che c’era, poteva elencargliele lei, queste riforme necessarie, una per una, con precisione teutonica e con qualche numeretto. Tanto ormai non è più tempo di salamelecchi. Qui siamo tutti da riformare, la Spagna che passava fino all’altro ieri per riformatissima è da riformare dalle fondamenta, l’Italia è sempre stata una nazione da riformatorio, l’Europa tutta dovrebbe essere un gigantesco riformatorio, ma nessuno che faccia la prima mossa. Perché non cominciare allora con una bella riforma delle strategie di comunicazione dei leader politici? Tanto per vedere chiaro nell’inferno prossimo venturo, e metterci il cuore in pace. Chissà, magari pensavamo peggio.

I LIBERAL DEL PD 24/11/2011 I “liberal” del Pd hanno chiesto al responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, di dimettersi per aver criticato troppo seccamente le richieste fatte dall’Unione Europea all’Italia. Nel partito hanno sbuffato tutti, come si fa coi bambini. Questi signori sono il prodotto di un doppio conformismo: la loro formazione, la loro cultura, li porta a sposare un prudentissimo moderatismo in punta di fioretto; la stessa prudenza li porta ad intrupparsi politicamente a sinistra, visto che a destra c’è solo il demonio. Così irrisolti, servono da prezioso mobilio alla politica: fanno bella figura, e fanno fare bella figura. Quando si prendono sul serio, nessuno li prende sul serio.

ELSA FORNERO 25/11/2011 Il nuovo governo Monti è figlio di un passo indietro. Sarà per questo, forse, che un governo tecnico destinato a bruciare le tappe si rivela ogni giorno di più un compassato ma ostinato marciatore a ritroso. Prendete la ministra del Welfare. Ha parlato finalmente: di “rigore ed equità”, di azioni “improntate a sobrietà”, di “crescita delle prospettive delle giovani generazioni” e di tutte le altre bubbole soporifere già proferite con sostenuta dignità dai suoi scattanti colleghi. Sullo spinoso caso Fiat è arrivata a dire, convergendo magistralmente ma parallelamente sul punto, che “il governo segue la vicenda ed è pronto a costruire contributi costruttivi alla vicenda”. Un discorso costruttivo, direi. Raramente si sono visti dei novellini della politica calarsi con così straordinaria prontezza nei panni di ministri. Ma la ministra, oltre alla minestra riscaldata, e a differenza dei colleghi, ha saputo tirar fuori l’asso nella manica che ha sbalordito l’uditorio, e crediamo pure Corrado Passera, che si è morso le labbra per l’invidia: “la riforma delle pensioni” ha detto “è già stata largamente fatta ma necessita di tempi più accelerati”. Un’altra settimana e questi fulmini di guerra scopriranno che pure l’accelerazione non è che sia proprio del tutto indispensabile. Si passerà dalla compostezza all’ibernazione: allora tutto sarà perfetto. Mancherà solo Berlusconi, e tutto sarà più triste.

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Treviso non scala la montagna Leinster

BENETTON TREVISO – LEINSTER 20-30

Sabato 26 novembre 2011, stadio di Monigo, Treviso

Ma ci va vicino. Le mete iniziali costringono i Leoni a una partita alla rincorsa, coronata al 50′ dal pareggio e dal quasi sorpasso, poi otto punti dalla piazzola lasciati da Tobie Botes (ottimo peraltro in tutto il resto) nel finale di partita del nono turno di Pro12 condannano Treviso ad una sconfitta, immeritata nel punteggio per il gioco messo in mostra, ma inevitabile prezzo da pagare ai cali di tensione (iniziali stavolta): finisce 30-20 per gli ospiti, niente bonus per nessuno. Giornata bellissima a Treviso: fredda, ma soleggiata e senza apprezzabile ventilazione. Pubblico folto, sulle 5.000 unità. La partita inizia subito male per il Benetton. Una mancata presa sul calcio d’invio irlandese di Benjamin De Jager concede ai campioni d’Europa del Leinster di gestire il primo attacco della partita al limite dell’area dei 22 dei trevigiani. E gli irlandesi fanno subito vedere i fraseggi stretti e rapidissimi in orizzontale a cercare l’intervallo per la penetrazione verticale vincente, lo schema che metterà in difficoltà la difesa trevigiana per tutta la partita le non molte volte che gli irlandesi si faranno vedere in attacco e che frutterà tre mete quasi in fotocopia. Il Numero 8 Leo Auva’a trova così il buco a va a schiacciare in meta non lontano dai pali. Trasforma Fergus McFadden, portando il Leinster sul 7-0 dopo quaranta secondi di partita.Si gioca a viso aperto, senza molti tatticismi. Il Benetton comunque è tonico, paziente e sereno, nonostante l’approccio difficoltoso alla fase d’attacco a causa della difesa aggressiva del Leinster, e la mischia si dimostra affidabilissima, come il solito. E’ per questo che una nuova meta irlandese al 7′, intervallata da un calcio piazzato di Botes, non mette Treviso in ginocchio. Nell’occasione è l’ala Fionn Carr, l’ex del Connacht, ad andare in meta ricevendo l’ovale del centro Eoin O’Malley, che ricicla all’interno dopo la stessa fitta trama di passaggi in rapidità che aveva caratterizzata la prima meta, portando il Leinster sul 14-3. Ma la continuità dell’azione trevigiana, anche con fasi insistite di gioco al largo, inducono in fallo gli irlandesi: due calci piazzati di Botes dalla trequarti portano il risultato sul 14-9 per il Leinster. Al 23′ McFadden ha a disposizione un calcio piazzato da circa 40 metri sulla sinistra a causa di un ingenuo “velo” trevigiano, dopo che il Benetton aveva impostato un’efficace maul. Un proiettile molto orizzontale centra i pali. Ma Botes risponde al 29′ con un altro calcio piazzato fischiato per un placcaggio alto su Alberto Sgarbi (premiato poi come Man of the match), portando Treviso a cinque punti dal Leinster: 12-17. Che è il punteggio con il quale finisce anche il primo tempo, sul finire del quale Fabio Semenzato sostituisce De Jager infortunato, con Botes che viene spostato all’ala come nella prova di Heineken Cup. Nel secondo tempo è ancora il Benetton a manifestare una sostanziale supremazia territoriale e di possesso dell’ovale. Al 45′ un calcio piazzato di Botes porta il risultato sul 17-15 per il Leinster. Gli risponde McFadden sempre su calcio piazzato da posizione centrale dopo una percussione del ficcante e potente Auva’a. Al 50′ contrattacca Brendan Williams, che allarga a Botes. Calcetto che mette la difesa irlandese in crisi. Sgarbi placca il portatore dell’ovale portandolo dentro l’area di meta. Mischia ai 5 metri, dalla quale esce Manoa Vosawai per schiacciare in meta di potenza e portare il risultato in parità: 20-20. Botes però sbaglia la trasformazione facilissima. Al 54′ un calcio piazzato da posizione centrale di McFadden per un fallo in ruck trevigiano riporta in vantaggio il Leinster. La pressione trevigiana tuttavia è costante e frutta un altro calcio piazzato al 58′: da dentro i 22 Botes sbaglia ancora. Sbagli che si pagano a caro prezzo. Al 64′ si ripete lo schema delle prime due mete irlandesi. Percussioni continue e in sicurezza, fraseggi stretti ad esplorare orizzontalmente la linea difensiva trevigiana, appena fuori la linea dei 22, finché O’Malley trova l’intervallo giusto e va a schiacciare in meta al centro dei pali. La trasformazione di McFadden porta il risultato sul 30-20, che sarà poi anche il risultato finale. Il Benetton tuttavia è caparbio nelle sue continue offensive e rimane anche abbastanza ordinato. Al 75′ il flanker Shane Jennings si vede sventolare sotto il naso il cartellino giallo e si accomoda in panca fino alla fine della partita. Ma Botes sbaglia di nuovo un calcio piazzato facile da posizione centrale. L’ultima folata trevigiana vede per protagonista Paul Derbyshire che sfonda sulla destra ma che sulla pressione avversaria sfodera un passaggio fuori misura per Botes, che davanti a sé aveva ormai la via libera. Per il Benetton è una sconfitta dal sapore beffardo, almeno nel punteggio. Neanche il punto di bonus. Ma la squadra ha lottato alla pari con una delle grandi d’Europa. E per questo è stata a lungo applaudita dal pubblico. Per il giusto cinismo, o per l’ésprit de finesse ci vorrà ancora del tempo.

[pubblicato su Right Rugby]

Il populismo dalle buone maniere

L’affermarsi del populismo presuppone un’acritica adesione di massa ad una visione politica, ad un leader e ad un programma non di rado ridotto a vacue parole d’ordine. E’ frutto di un isterismo collettivo alimentato ad arte che le circostanze possono rendere quasi onnipotente. Quello particolare che ha portato Mario Monti al governo è il risultato, oltre che delle decisive circostanze, di un lungo e mediocre lavorio ai fianchi che dura da anni, e somiglia ad un matrimonio combinato, un matrimonio che “s’aveva da fare”, cui la promessa sposa ha ceduto per sfinimento, in un tripudio generale e manierato, mirato ad incoraggiare la sventurata, nella speranza che col tempo la poverina arrivi perfino ad amare il vecchio bacucco. Insomma, sono tutti contenti, si sentono in dovere di attestarlo, molti senza sapere neanche il perché, ma nessuno ci crede. Che sia populismo lo conferma il fatto che dopo aver detto tutto il male possibile dei salvatori della patria, il nuovo Presidente del Consiglio venga dipinto esattamente come un salvatore della patria da coloro che di una “normalità” aliena dai personalismi della vita politica italiana, a fini naturalmente anti-berlusconiani, si erano fatti pretestuosamente patrocinatori. La contraddizione è palese, ed è per questo che l’opinione pubblica è stata affettuosamente bombardata da un surrogato dell’agognata “normalità”: l’immagine della compostezza del nuovo premier e della sua compagine governativa, che d’altro canto gli spropositi agiografici hanno dovuto porre a fondamento della talismanica “credibilità” del nuovo corso, ribadendo così che di populismo si tratta, anche se rovesciato rispetto ai termini convenzionali.

Il governo Monti è figlio dell’Antipolitica, per meglio dire di una forma particolare di antipolitica che ha assunto nitidi contorni durante il biennio dell’ultimo governo Prodi. Come si ricorderà l’Unione prodiana ebbe alle elezioni del 2006 l’avallo esplicito dei grandi giornali del nord. Elezioni che si prospettavano trionfali ma che videro invece Prodi vittorioso per un pugno di voti, e con molta fortuna. La risicata vittoria rese indispensabile l’appoggio dell’estrema sinistra. Anche per questo le aspettative sul suo governo andarono deluse. Il malumore serpeggiava nel paese. “L’antipolitica” incanalò questo malumore. I potentati che si erano esposti nell’appoggio a Prodi, una casta come le altre, corresponsabile non meno degli altri protagonisti dell’immobilismo del paese, ebbero paura che il fuoco dell’antipolitica li investisse. E così pianificarono di concentrarlo unicamente contro quella stessa classe politica con cui fornicavano da decenni appassionatamente. Ne scrivevo in questi termini nel 2007:

Se noi col termine antipolitica intendiamo forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose – di azione e lotta politica, allora al momento attuale ne possiamo contare tre: 1) L’ANTIPOLITICA DELLA CASTA ECONOMICA OVVERO IL PARTITO DEL CORRIERE DELLA SERA. A leggere oggi gli editoriali del Corriere della Sera ci si potrebbe chiedere come sia possibile che questo sia lo stesso giornale che appoggiò, appena un anno fa, la campagna elettorale di Prodi. La ragione è semplice. Il Corriere della Sera è espressione di poteri economici conservativi, i quali riconoscono se stessi come una specie di nobiltà industriale e finanziaria, nella quale al massimo si può essere cooptati. (…) con la restaurazione Montezemoliana alla testa di Confindustria, dopo il periodo di rottura di D’Amato, espressione della piccola e media impresa, la causa di questa Nobiltà Economica ha preso le sembianze, nel vasto apparato mediatico che essa controlla, della necessità di una nuova Classe Dirigente; concetto vaghissimo e in realtà senza senso, ma facile da contrabbandare in Italia, dove la figura dell’imprenditore dalla cultura imperante non è mai una figura banale o normale, ma piuttosto disprezzabile, almeno fin tanto che non entri nel recinto dei salotti buoni, altra tipica espressione solo della nostra penisola, quando allora essa diventa spesso oggetto di adulazione. Quest’aristocrazia, che diventa casta quando siano venuti meno le ragioni storiche della sua esistenza, nel 2006 appoggiò Prodi perché aveva un nemico in comune: l’outsider Berlusconi, che era riuscito a dare una forma politica alle rivendicazioni del vasto popolo delle categorie economicamente più attive e meno protette del paese, irretendone le espressioni estremistiche e distruttive. Il calcolo era semplice: l’armata berlusconiana doveva essere letteralmente spazzata via, la vittoria talmente rotonda che il peso della sinistra comunista sarebbe risultato ininfluente alla sopravvivenza di una maggioranza di governo, sulla quale la Casta Economica avrebbe da parte sua esercitato, naturalmente, una sorta di patronato. Ma la situazione venutasi invece a creare dopo le elezioni del 2006 imponeva di arrivare allo stesso risultato per altre vie. La formazione di un governo tecnico di emergenza, che evitasse assolutamente nuove elezioni e l’esito nefasto di una vittoria della destra, e che fosse allo stesso tempo incubatrice di una nuova sinistra sulla quale imporre il proprio marchio; o, nel caso non si riuscisse ad evitare le elezioni, la disgregazione politica sia della sinistra che della destra; tutto questo abbisognava allora della delegittimazione e l’indebolimento dell’intera classe politica. Il libro LA CASTA costituisce uno dei successi meno naturali e più pianificati della storia dell’editoria. Sui privilegi dei politici un liberale all’antica o alla piemontese come l’onorevole Raffaele Costa ha gridato, e scritto, nel deserto per decenni senza cavare un ragno dal buco. Ma quando la partita per la moralizzazione della politica, per fini tutt’altro che innocenti, è stata giocata dagli stessi protagonisti del potere reale le porte del successo si sono aperte come per incanto.

Questo disegno si è concretizzato ora, dopo un lustro, ma ha dovuto giovarsi dell’eccezionalità della crisi economica senza precedenti che ha investito l’Occidente. Ed è solo una fragile mezza vittoria, perché ora bisognerà veramente fare sul serio. Tanto problematica che il giorno dopo l’insediamento del governo Monti alla retorica del “fare presto” è succeduta quella del manzoniano “adelante, con juicio”: “riformismo vero, senza strappi” è il titolo di un articolo dell’impavido Guido Gentili sul Sole24Ore. Ed inoltre deve già fare i conti con l’intuito politico di Berlusconi: chi temeva che l’ex-Presidente del Consiglio si emarginasse in un rancoroso isolamento si è sbagliato come chi sperava che egli subisse passivamente la nuova realtà. L’astuto Silvio ha promesso collaborazione piena col nuovo esecutivo, fin troppa. La nuova parola d’ordine fra i berlusconiani è questa: il programma di Monti è il nostro. Il nostro che precedeva il suo, ben s’intende. E non è poi una grande bugia. Proprio per niente, visto che adesso non solo i contenuti ma anche i ritmi cominciano pericolosamente a somigliarsi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (48)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PIER LUIGI BERSANI 14/11/2011 Il segretario del Pd ha espresso il pieno appoggio al nuovo governo Monti. Un governo tutto nuovo e tutto tecnico perché “la crisi è seria”. In effetti, per Monti e la sua squadra è un’impresa da far tremare i polsi. Ma intanto, a venir loro incontro è lo stesso Pier Luigi, che a nome del Pd ha dato la propria disponibilità al capo dello Stato a fare le riforme. Quali? “Quella elettorale, e quelle istituzionali come il dimezzamento dei parlamentari e il cambiamento dei regolamenti di Camera e Senato.” E allora siamo a cavallo.

MARIO MONTI 15/11/2011 Dopo qualche ora da presidente incaricato, il supercommissario già mena il can per l’aia guardingo: mai detto lacrime e sangue, sacrifici “forse” sì; niente governi a tempo ma “congrui orizzonti temporali”; misure sociali ed economiche per la crescita e l’equità; indispensabile un convinto appoggio dei partiti su “l’ispirazione, le caratteristiche, i valori e la prospettiva operativa del governo”. Insomma, chiacchiere, mentre la nave affonda. Prospettiva? Ma non dovevamo fare tutto con una dannatissima fretta, qui ed ora, grazie alla blietzkrieg del feldmaresciallo Monti? Ma al quartier generale del Sole24Ore non avevano già steso il piano che doveva sbaragliare il nemico alle porte? Quello stesso piano in pochi decisivi punti che doveva essere sbattuto in faccia ai rammolliti della classe politica alla stregua di un dispaccio militare? Non doveva battere nel cielo della nostra patria l’ora segnata dal destino? L’ora delle decisioni irrevocabili? Azione! Azione!

GIANLUIGI BUFFON 16/11/2011 Ovvero: il piccolo capitano della squadra di pallone. Tanto gli è cara quella compagnia di amici, ma più cari ancora gli sono i fratelli tutti della patria in pericolo. Angoscia grande ha nel cuore. Ma lottando furibondo con se stesso la volge infine in bene, come sempre succede nei petti generosi, quando s’avanza ardito e tremante verso il vecchio presidente portandogli in dono la giovanile purezza di parole mille volte meditate nel tormento: “Siamo un popolo e una nazione ancora giovane e questo a volte ci fa cadere. Questo popolo ha bisogno dell’appoggio di una classe politica coesa e responsabile e di uno stato presente. Noi attendiamo delle risposte per ripartire dopo momenti di grandissima difficoltà.” Ed è già un grido di battaglia che riecheggia nelle stanze auguste e avvizzite del potere, un auspicio di vittoria per una nazione che per fortuna invece sa ancora essere giovane. E sorride commosso il vecchio presidente, quasi rinato a nuova vita, a quel “portiere che col suo discorso ha fatto gol”. Sorride. Rida solo chi è senza vergogna.

CORRADO PASSERA 17/11/2011 Il nuovo governo ha giurato. La squadra dei chirurghi è pronta a sbudellare con perizia il corpo della nazione e a liberarlo dal male. Nuovi, franchi linguaggi s’impongono e spazzano via il triste campionario di frasi fatte di cui abusano oscenamente i politicanti. Ecco che si fa avanti un campione della società civile, un uomo del fare nel più alto senso del termine, l’ormai ex amministratore delegato di Banca Intesa, che s’intende non poteva certo mancare in un governo di larghe intese. Per il neo ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture le parole d’ordine sono: 1) sviluppo sostenibile; 2) creazione di posti di lavoro. E questo, signori miei, è proprio un bel segnale di discontinuità.

ROBERTO SAVIANO 18/11/2011 Sabato 19 novembre a mezzogiorno sarà a Zuccotti Park a spiegare come la mafia approfitti della crisi economica per diventare sempre più potente: sono invitati tutti quelli che vogliono protestare contro i crimini della Gomorra finanziaria, per far vedere al mondo che questa protesta non può essere zittita. Zittita? E chi la zittisce? Ma se ci rompono i timpani ogni giorno per strada o alla televisione con la movida della meglio gioventù! Piuttosto, che tempra! Ma come fa a recitare ogni giorno la stessa sbobba? Come fa ad affrontare ogni questione con lo stesso canovaccio gomorristico? Provi almeno a cambiare il lessico, così, per vincere il tedio: ricominci, che so, da Sodoma, tanto per vedere l’effetto che fa.

Governo Monti: la partita è soltanto all’inizio

Berlusconi è uscito di scena con saggezza. Ha saputo ragionare con freddezza e ha avuto un occhio di riguardo per l’Italia. La tempistica è stata brutale, ma quando agiscono sopra di noi forze superiori è bene adeguarvisi senza disperdere inutilmente le proprie. Ovviamente, nella testa dell’ex Presidente del Consiglio questa non è che una ritirata strategica, anche se non sarà più lui in futuro a guidare le truppe. In piazza a fare gazzarra non c’era la plebaglia del Caimano, ma quella dei fissati col Caimano: la prima, che non esiste, è solo il riflesso della seconda, che esiste. Ora comincia l’interludio, non si sa quanto lungo, del governo Monti, commissario per conto dell’informale direttorio europeo. Il quale certo lo appoggerà, facendosi sentire presso la classe politica italiana. Ma è fatale che dopo l’ebbrezza dell’intronizzazione un po’ alla volta la politica scacciata dalla porta rientrerà dalla finestra. La realtà è che tutti si tengono le mani libere e che domina l’ambiguità. Non può essere diversamente perché lo stesso Monti, o i suoi ventriloqui della grande stampa, si dimostrano ambigui. I toni roboanti, le stucchevole tirate sul “fare presto”, servono proprio a surrogare una schiettezza che non c’è: si alza il volume, ma manca la chiarezza. Si vedrà che anche il “governo del fare” di Monti, come quello di Berlusconi, dovrà trovare una maggioranza politica che lo sostenga. E finché si tratterà di sciocchezze potrà anche essere una maggioranza vasta o variabile, ma poi, quando il gioco si farà duro, e si parlerà di pensioni, lavoro, liberalizzazioni e patrimoniali o questa maggioranza non si troverà, oppure da una qualche parte dovrà assestarsi. Un comico frutto di questo balletto intellettuale fra ferrei propositi e tattiche reticenze si trova in un editoriale del Corriere della Sera a firma di Angelo Panebianco, che scrive:

Un altro errore da evitare (è il problema più delicato) riguarda la navigazione dell’esecutivo. Con i suoi provvedimenti, il governo Monti non dovrà dare l’impressione di penalizzare sistematicamente gli elettori di una parte rispetto a quelli dell’altra, mettendo così in una situazione insostenibile qualcuna delle forze che lo appoggiano. Qui conterà soprattutto la grande esperienza politica di Napolitano.

Ma come? Non doveva servire il governo Monti ad implementare con energia e celerità le misure imposte dall’Europa senza guardare in faccia nessuno, ma facendole accettare lo stesso grazie alla sua autorevolezza, cui il senso di responsabilità dei politici doveva inchinarsi? La situazione è grave, ma non seria, parrebbe: anche per i contegnosi e consapevoli patrocinatori del governo “tecnico” è già tempo di mezze misure, prima ancora di cominciare. Nel giro di una settimana, silurato Berlusconi, alle mezze calzette di Confindustria o del club montezemoliano la sola idea della “macelleria sociale” – ossia ciò che “l’Europa ci chiede” – sembrerà brutta quasi come ai Bonanni e agli Angeletti. Lascio stare la Camusso, che è un caso disperato. In effetti, nonostante i proclami dei firmaioli del Sole24Ore, nessuno di loro si aspetta che Monti abbia la forza e la volontà di mettere in atto un’impopolarissima politica “liberale” in materia di pensioni e lavoro. Dirò di più: loro stessi non lo vogliono. Il disegno è quello di compensare una “mezza risposta” all’Europa con una patrimoniale coi fiocchi. Un’italianissima furbizia, che avrà stavolta il timbro della più alta moralità e alla quale sarà altamente responsabile conformarsi. Monti, che non è affatto un cuor di leone, e con lui tutto il resto dell’establishment, comincerà a pendere sempre più verso sinistra, a cianciare di condivisione e di tavoli allargati sotto lo sguardo non troppo compiaciuto dei suoi sponsor europei. Il Pdl, se vorrà dimostrare di non essere morto, potrà gridare al tradimento dell’agenda europea e proporsi come il solo (grande) partito “potenzialmente” credibile in materia di riforme, anche se è probabile che una parte dei parlamentari azzurri andrà ad ingrossare il fronte dei… “responsabili”. Ma a quel punto l’emorragia conterà poco o punto in vista delle elezioni. Se invece il commissario riluttante Monti non vorrà finire per essere commissariato a sua volta dagli odiati tecnocrati europei, e non vorrà ingloriosamente dimettersi pure lui, dovrà per forza andare col cappello in mano da Berlusconi, che così otterrà la sua rivincita, e potrà, in caso di felice esito parlamentare, farsi passare per salvatore della patria e rimediare così anche all’impopolarità delle misure prese. In effetti, una volta superata la delusione della sconfitta, l’idea che subito si è insediata nella mente di Berlusconi è quella di fare del Pdl la colonna portante, insostituibile, del governo Monti, e di vincere, per così dire, la partita dall’interno. Per la sinistra politica, ovviamente, vale lo stesso discorso, per i motivi opposti. Con queste differenze: che l’agenda europea non contempla patrimoniali, tanto più nel momento meno indicato, quando si cercano disperatamente risorse per la ripresa; che essa cozza dolorosamente con le idee d’ingombranti compagni di strada; e che più il tempo passa, più l’abbrivio che doveva portarla in posizione di forza alle elezioni si esaurisce.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (47)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GABRIELLA CARLUCCI 07/11/2011 La deputata lascia il Pdl e passa all’Udc, dopo lunghe e meditate riflessioni: “Aderisco all’Udc, partito che fa parte del Ppe, perché spero che i moderati possano trovare nuove strade”. La deputata, dopo lunghe e meditate riflessioni, ritiene che un governo di larghe intese sia l’unica soluzione per salvare il paese. Col Pd, per esempio, il cui leader l’altro ieri sosteneva in piazza che la crisi parte da lontano e che la “malattia è l’Europa delle destre”, quella dei Sarkozy e delle Merkel. E anche del Ppe, suppongo.

GIULIANO FERRARA 08/11/2011 Questo debordante e fine spadaccino è un valorosissimo moschettiere di Re Silvio. Sarebbe perfetto se una non ben contenuta tensione non lo spingesse, quando l’ora è gravissima, a voler sciogliere il dramma con la giocata magnanima, col gesto cavalleresco, con la scintillante stoccata dell’uomo superiore. In quei momenti, per fortuna, Silvio non l’ha mai ascoltato, ed è scappato a gambe levate da questo amore vorace. Ma gli vuole molto bene lo stesso.

NOURIEL ROUBINI 09/11/2011 Per l’economista il segretario del Pdl Angelino Alfano è il primo lacchè di Berlusconi. Complimenti per la finezza e per il coraggio: da che mondo è mondo, urlare nel branco dando del lacchè a qualcuno è la cifra triste del lacchè dell’opinione pubblica.

GIORGIO NAPOLITANO 10/11/2011 Il Presidente della Repubblica ha nominato Mario Monti senatore a vita ai sensi dell’articolo tal dei tali della nostra veneranda Costituzione per aver illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo scientifico e sociale che la cronaca, figuriamoci la storia, ha già impietosamente dimenticato. Ecco il nuovo che avanza, con le sue decrepite e ridicole liturgie. Manco il coraggio di suonare il campanello e di presentarsi. No, il Gran Ciambellano ce lo troveremo in casa, già rivestito di tutto punto, con le chiavi della dispensa in mano. In quel caso il Gran Villano rifatto, con gran dispiacere di Nanni Moretti, si comporterà con squisita correttezza.

LE LARGHE INTESE 11/11/2011 Il passo indietro ci liberò dal giogo; / si schiusero i cuori alle larghe intese. / E fu subito una babele della madonna.

Carissimi sostenitori delle elezioni…

Non bisogna farsi trascinare dall’indignazione. Rischiamo di finire cornuti e mazziati. Ci sono due problemi:

  1. Un vuoto di potere di due mesi potrebbe fornire il pretesto agli amiconi dell’Italia per fare del nostro paese il capro espiatorio dell’Europa. E sarebbe, s’intende, sempre “colpa di Berlusconi”. Dopo il “passo indietro” pretenderebbero pure la fucilazione. Già nelle settimane scorse Francia e Germania hanno scaricato sull’Italia i problemi delle loro banche piene di robaccia greca.
  2. Le elezioni potrebbero essere un disastro per il Pdl e la Lega. Sono io il primo a dire che se tutti avessero la grinta del Cavaliere niente sarebbe veramente perduto, ma realisticamente le possibilità di vittoria sono striminzite. E v’immaginate in questo momento un governo Bersani in salsa montezemoliana se non addirittura  vendoliana?

E’ logico che Berlusconi stia valutando tutto questo. Sta prendendo tempo, il poco che ha. Dentro un governo Monti il Pdl potrebbe mettere il veto a qualsiasi patrimoniale. In più, se Monti non vorrà sputtanarsi e sputtanare l’establishment che parla attraverso i giornaloni, prima o dopo dovrà affrontare le rogne sul lavoro, sulle pensioni ecc. E lì cadrà il palco a sinistra. A destra forse no, perché le pressioni saranno fortissime. In quel caso, o si vedrà che in effetti c’è solo una maggioranza di centrodestra che può governare l’Italia, e in Europa dovranno rimangiarsi tutto, oppure Monti e la sinistra sigilleranno insieme il loro fallimento. D’altronde, vedo che dopo un primo momento di reazioni a caldo, a destra ci si sta rendendo conto che meglio sarebbe sia evitare un governo Monti nelle braccia della sinistra, dei Casini, e dei volenterosi della diaspora pidiellina,  pronti per la grande rapina all’ingrosso, la sola cosa che potrebbero fare insieme, sia di evitare, possibilmente, elezioni troppo ravvicinate che ora come ora vedrebbero, volenti o nolenti, il Pdl e la Lega sul banco degli imputati. E’ per evitare questo, e per tenere ancora insieme la destra, che si è riaffacciata l’ipotesi del centrodestra allargato con Alfano alla guida e sia spuntata l’idea “Dini”. Il rospo. Chi l’avrebbe mai detto? In tempi bui spuntano fuori i mostri. Comunque è importante che la Lega sia uscita dal suo isolamento e cominci a riflettere.

Silvio Berlusconi non è il Caimano

Vedremo adesso con il maxiemendamento come si comporterà l’opposizione. E anche la Lega. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ma quella doveva essere la vera battaglia che Berlusconi poteva ancora vincere. Invece quei cretini dei suoi hanno accettato la sfida sul rendiconto, con la solita invincibile debolezza dei destrorsi di accettare inconsapevolmente le parole d’ordine, anche le più ridicole, che vengono da sinistra e dai media politicamente corretti, ovvero dal novanta per cento dei media, compresi quelli estremisti. Ma si può essere più fessi? L’opposizione e i giornali l’hanno dipinta come la prova del nove. Invece di: 1) fare marameo; 2) di dire: “ecchisenefrega, ci prendete per fessi?”; 3) di mostrare indifferenza; 4) di mostrare di non dare programmaticamente nessuna importanza numerica al voto; 5) di mettere in chiaro che la vera battaglia era sul maxi-emendamento e che sul voto sul rendiconto non avrebbero neanche speso una parola in più del necessario; invece di fare tutto questo hanno cominciato a parlare di 314, di 313, proprio come dei bambinetti caduti nella trappola; i cannonieri di Libero e del Giornale hanno sbattuto in prima pagina i traditori e i giuda, così da spingerli ancor più da quella parte; insomma hanno rinunciato a combattere la battaglia decisiva – con l’Europa che ci guardava e le enormi pressioni che ci sarebbero state – facendo dipender il tutto da una scaramuccia tra esploratori.

La grande scommessa – ripeto fino alla noia: non impossibile – di Berlusconi era di resistere, resistere, resistere. Ci credeva. Venuta meno quella non credo che sia attaccato a tutti i costi a nuove elezioni. Che rischia in questo momento di perdere sanguinosamente. Sta valutando. L’uomo è un combattente grandissimo, ma persa la battaglia non perde la testa, e lo crediate o no, all’Italia pensa, molto di più di certi tromboni seriosi. Non si farà travolgere né dalla delusione né dal desiderio di vendetta contro l’opposizione o contro quelli che l’hanno abbandonato. Un governo Monti deve per forza far sua l’agenda europea e questo potrebbe mettere la sinistra in grande difficoltà, più ancora della destra. Sarebbe il colmo se a fargli lo sgambetto infine fosse la sinistra. Le elezioni poi sarebbero meno problematiche per il Pdl. La Lega, storicamente parlando, aveva solo due sbocchi: o confluire nel Pdl, sul modello all’incirca dei cristiano-sociali bavaresi, o isolarsi e alla lunga morire. La seconda ipotesi oggi ha riacquistato molta forza.

In caso di governo Monti una grande soddisfazione comunque potremo togliercela, quando si vedrà il Gran Villano rifatto comportarsi con squisita correttezza nei confronti del nuovo Gran Ciambellano, con gran dispiacere di Nanni Moretti e di tutti gli altri ebeti.

L’Anabasi di Berlusconi

Nel 401 a.C un’armata di mercenari greci al servizio di Ciro, fratello del Re dei Re, ossia il sovrano persiano Artaserse II, del quale voleva usurpare il trono, vinse l’esercito persiano nella battaglia di Cunassa, una città non lontana dal luogo dove oggi sorge Baghdad. Cirò però morì nello scontro. Clearco, capo dei mercenari, e tutti i suoi luogotenenti, che si apprestavano ad organizzare la ritirata dei “diecimila”, furono catturati con l’inganno dal satrapo Tissaferne, in quel momento a capo delle forze imperiali, e successivamente giustiziati. Chirisofo divenne il nuovo generale dei greci. Fra i suoi improvvisati luogotenenti il futuro scrittore e storico Senofonte, che raccontò in una delle più affascinanti letture di tutti i tempi, l’Anabasi, l’epica marcia dei “diecimila” in territorio nemico fino a Trapezunte (Trebisonda) sul Ponto Eusino (il Mar Nero), dove giunsero nel 399 a.C. per imbarcarsi poi per la Tracia. Un’impresa disperata, resa possibile dalla compattezza militare e morale delle milizie greche, e dalla disorganizzazione di quelle persiane. A mente fredda, il segreto del successo fu di non farsi prendere dal panico e armarsi di pazienza: le ombre in realtà erano il più concreto dei pericoli. Settant’anni dopo Alessandro Magno seppe trarre un valido insegnamento da questa vicenda.

Quando un anno e mezzo fa la scissione finiana sembrò segnare la fine della maggioranza di governo, Berlusconi, che nella vita ha deciso di essere un grand’uomo, nonostante il lato clownesco del suo carattere, fu il solo politico a scommettere sul sentiero stretto che poteva portare nonostante tutto il suo governo alla fine della legislatura. Lo vide, e tenne la cosa per sé, aspettando che si calmasse la burrasca isterica intorno alla falsa alternativa tra il temuto governo tecnico o di larghe intese che dir si voglia, e le auspicate – a parole, almeno da parte sua – elezioni. Guadagnò il tempo necessario per chetare i vuoti entusiasmi da una parte e le vuote disperazioni dall’altra. Poi andò a pescare con pazienza nel vasto lago dei deputati in cerca d’autore al centro del parlamento. A quel punto mirò apertamente alla “resistenza”. Parve una decisione figlia degli avvenimenti, ma lui l’aveva premeditata fin dall’inizio della crisi. I fatti gli diedero ragione. Perché non si era fatto impaurire dalle ombre.

Oggi la fine della maggioranza di governo sembra ancor più segnata di allora. Tanto che l’attenzione dei media è puntata più sul dopo-Berlusconi che sulla sua eventuale fine. Ma, a guardar bene, l’inevitabilità di questa caduta sembra ancora più figlia di un fenomeno di autosuggestione di massa che della realtà. E’ probabile che il Cavaliere abbia più paura del voto martedì a Montecitorio sul Rendiconto Generale dello Stato che di quello sul maxiemendamento con le misure “europee”. Superato il primo anche senza ottenere la maggioranza assoluta alla Camera, si sentirà a ragione molto più rinfrancato. A quel punto delle dimostrazioni virtuali, che gli saranno eventualmente rinfacciate, di non autosufficienza della sua maggioranza si farà un baffo solenne. Andrà alla battaglia sul maxiemendamento con molte frecce al suo arco. Potrà rinfacciare lui, all’opposizione, la reticenza sulle misure imposte dall’aureo e venerato consesso europeo; farà aleggiare sopra le teste dei deputati e degli italiani tutti lo spauracchio di una pesantissima patrimoniale, l’unica disgrazia che potrà mettere d’accordo un governo sostenuto dalla sinistra e dagli straricchi dell’establishment più incartapecorito del pianeta; dipingerà come una ripicca bambinesca e farà apparire come meschina, in un momento simile, ogni pregiudiziale sul suo nome in cambio di un allargamento della maggioranza.

Ad aiutarlo improvvidamente è arrivato proprio quella nullità di Casini, il quale, essendo una nullità, nei momenti topici tende di regola a perdere la testa. Pier Ferdinando ha messo una croce sopra ogni ipotesi di allargamento al centro dell’attuale maggioranza. Grosso errore, per un democristiano che doveva rosolare i “congiurati” sul filo dell’ambiguità e dell’incertezza delle cose future. Spaventato dalla manifestazione organizzata dal Pd in Piazza S. Giovanni a Roma, come ogni autentico democristiano andato a male, alla convention del Terzo Polo ha sostenuto la necessità di un governo di solidarietà nazionale con dentro Pd, Pdl e Terzo Polo. E lo ha fatto nel più goffo dei modi, quasi scusandosi con la propria storia: “Noi” ha detto,

siamo nel Ppe, da sempre antagonisti della sinistra, ma dobbiamo essere onesti, ragazzi: la sinistra ieri ha detto, quando potrebbe avere un interesse elettorale a chiedere solamente le elezioni, che sono disponibili. E allora pensare a un governo che emargini una parte del mondo politico più direttamente rappresentativo del mondo operaio e sindacale significherebbe essere irresponsabili. Non si fanno sacrifici agitando la contrapposizione sociale o dividendo i lavoratori, perché quelle forze vanno coinvolte. Sarebbe autolesionista cercare divisioni.

E’ lo stesso Casini che giorni addietro rimproverava Berlusconi e il suo governo di non avere la forza di decidere, di non saper dire sì all’Europa. Sulle pensioni, sul lavoro, sulle liberalizzazioni. A molti “malpancisti” saranno fischiate le orecchie: agli idealisti, a causa dalla cattiva compagnia; ai maneggioni, a causa della vasta compagnia.

Nell’Anabasi di Senofonte uno dei momenti più difficili per i “diecimila” fu quando dovettero percorrere i sentieri e le gole della regione montuosa popolata dai Carduchi (con molta probabilità gli antenati degli attuali Curdi). Nell’Anabasi berlusconiana siamo più o meno arrivati a questo punto. Perché non dovrebbe farcela anche lui, a dispetto delle comiche invettive puritane del Financial Times?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (46)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ADRIANO GALLIANI 31/10/2011 Per noi tifosi del Milan l’amministratore delegato è il valore aggiunto di ogni goal rossonero. Prima stringiamo i pugni cacciando un urlo di soddisfazione, poi ci tuffiamo idealmente nell’abbraccio dei nostri beniamini in campo, e infine, ciliegina sulla torta, ci divertiamo un sacco nel vedere stravolti i lineamenti di quest’uomo d’invidiabile bruttezza, la cui figura sembra come percorsa da una violenta scarica elettrica, prima di collassare in una specie di catalettica beatitudine. Son cose che i bambini non dovrebbero mai vedere. Tanto più che ora il nostro Adriano, classe di ferro 1944, si fa vedere in tribuna al fianco della sua fidanzata brasiliana Helga Costa. Il contrasto, già scioccante, specie per chi ha il difetto di lavorare troppo con l’immaginazione, “in quel caso” potrebbe diventare traumatico. Anche per gli adulti.

ANTONIO INGROIA 01/11/2011 Il magistrato palermitano ostenta sempre una tetraggine bambinesca che vorrebbe essere carismatica. Aggiungi a questo che la musoneria programmatica è da lustri incorniciata da un disordine congelato di radi capelli e d’ispida barba; aggiungi inoltre che quando parla quest’uomo ombroso non brilla affatto né per originalità né per vivacità; capite bene allora che il sospetto di trovarsi di fronte ad uno zombie è piuttosto robusto. Se poi al Congresso del Partito dei Comunisti Italiani, nell’anno di grazia 2011, gli capita di dire, in tutta serietà, neanche fosse un moccioso alla sua prima uscita col popolo viola, di considerarsi “un partigiano della Costituzione”, allora il sospetto diventa una certezza.

IL GOVERNO DI EMERGENZA 02/11/2011 Detto anche il governo tecnico, il governo di salute pubblica, il governo di responsabilità nazionale, sostenuto da un amplissimo schieramento, appoggiato da tutte le parti sociali. E capace soprattutto di por mano ai necessari, duri ma condivisi provvedimenti: di fare, insomma, quello che l’Europa ci chiede. Quando? Subito, non appena tutte le truppe di questo esercito infinito saranno passate in rassegna, e sarà fatto l’appello, e tutti quanti avranno dato il loro prezioso suggerimento.

GIORGIO GORI 03/11/2011 In attesa che tutto il paese come un sol uomo chieda a quella sagoma – simpatica – di Claudio Lotito di scendere in politica per salvare l’Italia dalla serie B, eccone uno che dalle parole passa ai fatti: il manager infatti si è dimesso dalla Magnolia e dalla Zodiak Active. Ma il prologo è proprio da mezza tacca: “La situazione che stiamo vivendo” dice “fa sì che non sia più tempo, a mio avviso, per chi può farlo, di perseguire solo i propri privati interessi.” Guarda un po’, un altro che parte volontario, un altro che si sacrifica. Mai nessuno che lo faccia per sana ambizione. Se ne vergogna forse? Mette le mani avanti? E poi perché uno, vivendo la propria vita, farebbe solo i propri privati interessi? Non è affatto bello cominciare così, con una leccatina all’opinione pubblica.

CORRADO PASSERA 04/11/2011 Per l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo all’Italia “serve un governo che si comporti diversamente dall’attuale”. Non tanto sul piano dei costi, dove qualcosa è stato fatto, ma su quello della crescita “e dei progetti di sviluppo”. E poi dicono che il socialismo è morto. Sotto mentite spoglie, gode di una salute di ferro. E’ che il termine è passato di moda, e ci si vergogna un po’, nel mondo ovattato dei liberal-piacioni delle altissime sfere, a vestirsi di certi stracci. A loro, un governo che “progetta lo sviluppo”, magari a piani quinquennali, va benissimo: adesso capite perché rompono tanto i marroni con la “classe dirigente”.