Una settimana di “Vergognamoci per lui” (54)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

WALTER VELTRONI 27/12/2011 Che sulla morte del ruvido conformista, togliendomi letteralmente le parole di bocca, ha detto: “Giorgio Bocca ha fatto la Resistenza. Sempre.” Walter, si capisce, non ha capito la propria battuta di spirito: lui fa il Giovanotto Migliore. Da sempre.

SILVIO BERLUSCONI 28/12/2011 Imprenditore di successo, di economia non ha mai capito molto. Meno di me, intendo dire. Tranquilli: De Benedetti ne capisce ancor meno. Monti invece è un tecnico, e per capire di economia bisogna essere un filosofo. Quindi il presidente del consiglio ha molte attenuanti se non capisce un tubo. Silvio fondamentalmente è rimasto fermo all’equazione + consumi = + sviluppo, che è intellettualmente sorella di quella calcistica + attaccanti = + gol, la sua preferita; di quella + difensori = – gol presi; di quella + centrocampisti = + controllo del gioco; tutte e tre false, perché il calcio, oltre che umorale, è un fenomeno spazio-temporale, non solo spaziale. Con Sacchi ebbe coraggio e fiuto, ma non capì mai veramente il segreto del suo Milan. Invece io sì, subito: sono filosofo anche in questa materia, come e più del leggendario Manlio Scopigno. Ecco dunque che anche per Silvio si annuncia la fine del mondo, solo che si «fermino i consumi». Verità che s’invera solo quando si cade nel panico generalizzato. Per vederci chiaro Silvio dovrebbe tentare di rispondere a questa domanda: perché l’Italia, perché l’Europa, perché l’Occidente sono ridotti al punto tale da non poter permettersi una sana e consapevole contrazione dei consumi, prima di riprender la marcia verso nuovi orizzonti di gloria?

[P.S. Mi corre l’obbligo di segnalare alcuni gustosi commenti alla sparata del giorno. Quando ci vuole, ci vuole. Il primo è di Zamax, il secondo di un anonimo economista, il terzo di Zamax, il quarto ancora di Zamax.

Zamax: Le mie son simpatiche smargiassate. Spero si capisca.

L’economista anonimo: No, caro mio: si capisce invece benissimo che tu ci credi, alle tue smargiassate. E non si sa se ridere o piangere. La disgrazia dell’Italia è di essere un paese di analfabeti; la tragedia, di essere un paese di analfabeti tronfi; la maledizione, di essere un paese di analfabeti tronfi e ridanciani.

Zamax: Suvvia, non sia così melodrammatico. Moi, je suis un artiste…

Zamax: Ma non eri un philosophe?]

L’ISTAT 29/12/2011 Sono i giorni delle feste natalizie ed anche il nostro valoroso istituto nazionale di statistica va in vacanza, concedendosi una scappatella nel genere fantasy. Dev’essere proprio bello per quella gente folleggiare ogni tanto. Dunque, secondo una nuovissima e poderosa indagine sul «futuro demografico del paese» nel 2065 l’Italia dovrebbe – potrebbe – avere, diciamo, 61,3 milioni d’abitanti. Circa, naturalmente. E’ una stima. Lo capisce anche un bambino che son cifre che vanno prese con le pinze. Ma è un dato indicativo e molto interessante, con una forbice compresa tra un minimo di 53,4 milioni ed un massimo di 69,1 milioni, «tenendo conto della variabilità associata agli eventi demografici». Il dato mi riempie di orgoglio. Non è molto elegante omaggiare la propria formidabile intelligenza, ma concedetemelo: anche per me è tempo di brindisi. Vi spiego: l’altro giorno ero con gli amici al bar, e non mi ricordo più come cascammo sull’argomento, ma fatto sta che ad un certo punto io dico: “Ma teste di kaiser che non siete altro! Chi può sapere quanti saremo in Italia fra cinquant’anni? Potremmo essere cinquanta milioni come settanta milioni! Dipende da molte cose.” Ero ispirato. E’ di palmare evidenza. E la scienza ha confermato l’autenticità del mio momento epifanico. Un’altra prova che anche se fede e ragione non riescono sempre ad andare a braccetto alla base della piramide dello scibile umano, al suo vertice coincidono e si compenetrano.

GLI SCAZZOTTATORI DI BETLEMME 30/12/2011 La tradizione è stata rispettata. Possiamo tirare un sospiro di sollievo. Anche quest’anno i monaci ortodossi greci e quelli non meno ortodossi armeni se le sono date di santissima ragione in quel della Basilica della Natività. Grande era l’attesa tra il pubblico e i giornalisti. Armate di scope e ramazze le due fazioni si sono presentate per le altrettanto tradizionali pulizie annuali e soprattutto per presidiare la propria zona di competenza del sacro condominio. Poi, come da copione, una scopa ha negligentemente sconfinato. E via alla sacrosanta pugna. [«Pugna», è vero, è raro e letterario, ma dopo «scopa» mi è venuto del tutto naturale.] Azioni deprecabili ma neanche tanto serie. Quand’anche la Basilica fosse stata costruita effettivamente sul posto esatto dove Gesù Bambino venne alla luce, essa non avrebbe alcun significato veramente «speciale» o «unico» per un cristiano. Il cristianesimo è la negazione di ogni feticismo territoriale, fin da quando era ancora nel grembo dell’ebraismo. Dall’alto del monte Nebo, di fronte a Gerico, Dio mostrò a Mosè la Terra Promessa ma lo avvertì: «Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai.» Conveniva infatti che Mosè non vi entrasse per mostrare al suo popolo che quella Terra Promessa era soltanto ombra e promessa di una più grande Terra Promessa, che il viaggio doveva ancora proseguire prima di entrare nel definitivo «riposo» di Dio. Per questo ogni traccia terrena di Mosè fu fatta scomparire dalla sapienza del Signore e la sua tomba rimase sconosciuta fin dai giorni successivi alla sua morte. Diremo allora che Mosè non entrerà nel «riposo» di Dio? Non sia mai! Mosè è figura di Cristo: come Mosè non entra nella Terra Promessa di Israele, così Gesù fugge la folla che lo vuole Re d’Israele. Eppure lui stesso dirà: «Tu lo dici: io sono Re». Conveniva infatti che il primo Israele dovesse «morire» [come approdo messianico] producendo molto frutto, come il chicco di grano che cade per terra e «muore»: un secondo e più grande Israele, una nuova tenda «non fatta manualmente, ma eterna nei cieli» dove la morte sarà «inghiottita dalla vita», per dirla con S. Paolo, di cui ho un po’ parodiato da bricconcello impenitente il linguaggio. Anche perché, non per colpa mia, qui alla Natività siamo in clima di baruffe chiozzotte.

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Controcanto di Natale

L’arcivescovo e teologo Bruno Forte scrive sul Sole24Ore. Forse perché è autore di infelici riflessioni come questa natalizia? Sentite: “«Praticare la giustizia»: è il primo impegno che Michea indica per vivere a testa alta il tempo della crisi e superarne gli effetti, a costo certamente di sacrifici e di scelte esigenti. Pratica la giustizia chi accetta la fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri umani sul piano della dignità personale e dei diritti fondamentali ed è pronto a riconoscere e dare a ciascuno il suo. Tradotto nei termini di quanto oggi ci viene chiesto, ciò vuol dire che chi ha di più deve dare di più e chi è più debole va maggiormente sostenuto. «Equità» è il termine con cui quest’esigenza è stata espressa più volte e da più parti in queste settimane difficili, sia per proporne il valore di meta, sia per denunciarne l’inadeguata realizzazione.” 

Se è vero che il Cristianesimo non solo “accetta” ma proclama la fondamentale uguaglianza di tutti gli essere umani sul piano della dignità personale, non è vero che si faccia avvocato di molti di quelli che oggi chiamiamo “diritti fondamentali”, e meno che mai esorta “a riconoscere e dare a ciascuno il suo”, nel senso “quantitativo”, che qui pare adombrato, del concetto. Ai primi, sempre che si parli davvero di diritti fondamentali e non di capricci, non si oppone, perché sono in buona parte frutti suoi, ma lascia che sia il tempo a farli maturare. S. Paolo predica a padroni e schiavi, indistintamente, ma invita questi ultimi a “restare nella loro condizione”, così come invita tutti i cristiani “ad ubbidire ai magistrati”: il cristianesimo non predica né la ribellione né la fuga dalla «polis». “Riconoscere e dare a ciascuno il suo” è inoltre proprio di Dio: in terra col disegno provvidenziale, che va incontro ai bisogni particolari di ogni individuo, a fini però di salvezza eterna; e nella Gerusalemme Celeste, là dove veramente ciascuno avrà “il suo”. Nell’uomo, prigioniero della sua dimensione terrena, questa pretesa onniscienza del «giusto (quantitativo) da distribuire» si tradurrebbe in un’ossessione occhiuta buona solo ad ibernare qualsiasi consorzio civile, salvo gettarlo nella guerra civile.

Il messaggio cristiano non può liberare il corpo dell’uomo dalla schiavitù delle cose materiali, ma ne emancipa l’animo. Il “disprezzo delle ricchezze” non è una maledizione contro i beni materiali, dal cibo alle case, ai soldi, agli onori, alle cariche: queste ultime sono cose necessarie e buone. E’ il dovere morale, è la gioia di esser loro superiore: è la «povertà nello spirito». Da questo punto di vista il Vangelo è un’opera di universale, piratesca dissacrazione e liberazione. Se è vero che i ricchi attaccati alla loro ricchezza vengono condannati, è vero che vengono condannate anche le più riposte manifestazioni di questa schiavitù morale, quelle che spesso sfuggono al senso comune: dal fratello del figliol prodigo che s’indigna per la festa che il padre riserva al figlio «ritrovato», ai discepoli che s’indignano per lo «spreco» dell’olio prezioso versato da una donna sul capo di Gesù, “olio che si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri”, ai lavoratori a giornata che s’indignano col padrone del campo che in suprema libertà ha pattuito la medesima paga con chi ha faticato dalla mattina alla sera e con chi ha lavorato solo di sera.

Ed è proprio questa salute morale, quest’animo alleggerito dalla pastoie dell’invidia e della concupiscenza delle cose, il lievito che alla lunga, insensibilmente, fa crescere la società verso un maggiore rispetto del prossimo, verso una meglio fondata solidarietà, verso una prosperità diffusa, verso l’unica «giustizia sociale» possibile, che è quella che si preoccupa di salvare, senza fargliene una colpa, chi «cade». Nel Vangelo di S. Giovanni Gesù «dona la sua pace», ossia dona la tranquillità del suo animo all’animo dell’uomo, ma avverte che anche «il mondo dà la sua pace», una falsa tranquillità, una falsa sicurezza, fondata sulle cose, nemica del prossimo, lievito maligno. E questo può valere anche per la «giustizia sociale»: anche il mondo ti dà la sua «giustizia sociale», istericamente legata alle cose, lievito maligno. Non sospetta, arcivescovo, che questa «equità» sia più figlia dello spirito del mondo che dello spirito di Cristo?

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (53)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANGELINO ALFANO 19/12/2011 Per giustificare il consenso non troppo partecipe del suo partito alla manovra del nuovo governo, per suggerire sottilmente che la nuda competenza del tecnico non potrà mai sostituirsi alle capacità a tutto tondo, intellettuali e umane, del politico, e fors’anche per risollevare l’immagine della creatura berlusconiana dagli abissi terragni e giocosi del Bunga Bunga, il segretario del Popolo della Libertà ha deciso di volare altissimo: “Monti” ha detto “ha fatto una manovra che non ci ha convinto dal punto di vista filosofico.” E perché no? Da quello della filosofia spicciola, non sbaglia di sicuro.

LO SPREAD 20/12/2011 Dopo una folgorante quanto breve stagione da star questo carneade è ripiombato nell’anonimato. Al momento viaggia sui 500 punti ma non c’è un cane rognoso che gli faccia caso, mentre prima perfino le casalinghe di Voghera gli tenevano continuamente gli occhi addosso. Il caso è intrigante e merita una risposta. Essendo questa una rubrica democratica e pluralista, vi propongo due spiegazioni diverse, ma non necessariamente alternative, e quindi potete scegliere a piacimento una delle due o tutte e due assieme: 1) Son giorni quaresimali, va di moda la sobrietà, e questa banderuola ha adottato un basso profilo. 2) E’ il destino di chi vive di luce riflessa.

BEPPE SEVERGNINI 21/12/2011 L’altro giorno è morto Václav Havel. Il suo caro vecchio amico Václav. Lui, Beppe, «l’aveva conosciuto». Questa non ve l’aspettavate, vero? L’aveva conosciuto ai tempi perigliosi e romantici della dissidenza, nel suo appartamento lungo la Moldava. Eh, che tempi! Ce ne sarebbero tante da raccontare… E poi, quando da dissidente si trasformò in presidente, il suo caro vecchio amico Václav, da galantuomo qual era, non si scordò certo del suo caro vecchio amico Beppe, e gli concesse un’intervista, probabilmente la prima – butta là Beppe – apparsa in un quotidiano italiano. Si trattava del Giornale. «Di Montanelli», precisa Beppe.

LA COREA DEL NORD 22/12/2011 Il re Kim Jong-il è morto. Al vertice della monarchia comunista è stato designato l’ultimogenito Kim Jong non -il ma -un. Le Forze Armate gli avrebbero già garantito la loro fedeltà. Essendo però Kim Jong-un poco più che uno sbarbatello, ad affiancarlo nell’esercizio del potere ci sarà lo zio Jang Song-thaek, attuale vicepresidente della Commissione di Difesa Nazionale. Fin qui la cronaca. Ma entriamo pure nella storia futura. Sembra certo che lo zio col tempo si monterà la testa, macchinerà un golpe contro il nipote, ed aspirerà a diventare il capostipite di una nuova dinastia. Kim Jong-un però indovinerà tutto fin dal principio. Darà spago allo zio, comportandosi da babbeo sfaccendato e remissivo. Ed infine lo smaschererà. Lo zio, per il buon nome della sua famiglia, sarà costretto a suicidarsi buttandosi in una vasca piena di coccodrilli, dove morirà di «infarto». Avrà comunque la non magra soddisfazione di essere pianto da un quarto delle donne coreane per tre giorni di seguito. Nell’ombra però starà già tramando anche il secondogenito di Kim Jong-il, Kim Jong-chul, che in cuor suo non ha mai accettato il sorpasso dello “sbarbatello”. Appoggiandosi alla potente famiglia dello zio, e accattivandosi il favore delle Forze Armate, riuscirà a detronizzare Kim Jong-un, dopo averlo buttato in una vasca piena di coccodrilli, dove l’ultimogenito morirà di «infarto». «Come suo padre», aggiungeranno poi fonti ufficiali, per spingere metà delle donne coreane a piangere con un po’ di sentimento per almeno una settimana. La tragica fine della dinastia di Kim Il-sung sarà allora vicina. Le Forze Armate, arbitre oramai incontrollate della situazione, si libereranno anche di Kim Jong-chul, e metteranno sul trono come re-fantoccio Kim Jong-nam, il primogenito di Kim Jong-il, caduto in disgrazia qualche anno fa. Kim Jong-chul, sorprendentemente, finirà in una vasca piena di coccodrilli, dove morirà di «infarto». «Come suo padre e suo fratello» aggiungeranno poi fonti ufficiali, per spingere tre quarti delle donne coreane a piangere con la disperazione nel cuore per due settimane di fila. Kim Jong-Nam cercherà allora disperatamente di suicidarsi con la massima speditezza, ma uno scrupolo filosofico di troppo gli sarà fatale: finirà anche lui in una vasca piena di coccodrilli, dove morirà di «infarto». «Come suo padre e i suoi due fratelli» aggiungeranno poi fonti ufficiali, per spingere tutte le donne coreane a piangere e strapparsi i capelli per un mese intero. Sempre che prima non arrivi la solita democrazia, la solita noiosa libertà, la solita noiosa primavera rivoluzionaria a privarci di queste storie dal sapore antico, che riscattano alla grande la Corea del Nord dalla pur deplorevole piaga dei morti di fame.

SUSANNA CAMUSSO 23/12/2011 La segretaria della CGIL è su di giri. Non ci può proprio credere: ha capito che con le schiappe del governo Monti avrà vita ancor più facile che con gli imbelli del governo Berlusconi. «Archiviata» la questione dell’art. 18, per Susanna è ormai tempo di fare sul serio. Il governo Monti può fare molte cose: innanzitutto, la patrimoniale, quella vera. E poi: la lotta all’evasione; la lotta all’elusione; la lotta al sommerso; al nascosto; al seminascosto; al riposto; al recondito; al sotterrato; al celato; al clandestino; al dissimulato; al latente; all’implicito; all’occulto; e all’invisibile, che in un paese democratico, civile & trasparente non può avere cittadinanza.

Routine emergenziale

Anche se gran parte dei giornali tacciono per spirito patriottico – e non dico che non abbiano ragione: meglio non farlo sapere allo straniero – si può già dire che il primo colpo del governo dei tecnici – quello fondamentale, quello sparato col nemico ancora allo sbando: la classe politica – è andato a vuoto. Idealmente, al governo Monti era stato affidato l’incarico di mettere mano a riforme mai fatte da vent’anni a questa parte, con la massima decisione e con la massima rapidità, approfittando dell’occasione irripetibile di una congiunzione astrale favorevolissima, creata dall’acuirsi della tempesta finanziaria internazionale e dal discredito in cui era caduta la nostra fauna parlamentare. L’esecutivo doveva governare “lo stato d’eccezione” non per mezzo di poteri eccezionali, ma in forza del premierato morale di cui era stato investito da istituzioni europee e nazionali, col massimo appoggio dei mezzi di comunicazione, e la virtù della sua azione doveva far dimenticare l’origine bastarda del nuovo rampollo. E se la rimozione di Berlusconi doveva servire da calmante ai mercati in burrasca, la sostanza della manovra doveva far ritrovare alla zattera dei disperati italiani almeno la rotta e la speranza di rivedere la terraferma. Questa era “l’emergenza”.

Ma ora ci viene spiegato che l’emergenza era quella cui ha risposto la manovra tampone di questi giorni, una manovra di quantità come tutte quelle che l’hanno preceduta, e non di qualità come veniva vaticinato dai trombettieri del “fare presto”. Ora si favoleggia di fase 2, nella quale con spirito fraterno e costruttivo ma spietata determinazione saranno finalmente presi per le corna i mali strutturali del paese. Questo significa che il governo anti-politico di Monti ha sprecato tutta l’energia anti-politica dei giorni della luna di miele con l’opinione pubblica e della soggezione della classe politica negli orpelli e non nella sostanza. Lo ha fatto perché scontava un peccato originale: la mancanza di convinzione profonde sia negli attori di questa fin qui mancata rivoluzione, sia nei loro sponsor mediatici. A me non spiace: riforme “illuminate” portate a termine grazie ad una stagione di fragilità democratica sarebbero stati frutti avvelenati per un paese che le avrebbe subite ma non metabolizzate, e che avrebbe solo aspettato un nuovo picco di febbre anti-politica per rigettarle completamente. E mi diverto nel constatare come questo fallimento venga spazzato sotto il tappeto dai rimproveri rivolti a partiti, colpevoli di non aver sposato con soverchio entusiasmo la causa del polpettone Salva-Italia, e ai quali evidentemente si chiedeva un atto di fede oltre a quello di responsabilità.

La statura del governo tecnico si sta rimpicciolendo giorno dopo giorno, mentre, fatalmente, ricresce quella dei partiti e della parti sociali. Si stanno incontrando a metà strada. Fra non molto ci sarà il connubio, come da italica tradizione. Cosa faranno però? Si guarderanno l’un l’altro in faccia in cerca d’ispirazione? Osservate, al di là dei ruoli in commedia e delle frecciate polemiche che gli attori si scambiano, come il loro linguaggio si rassomigli: non ce n’è uno che non apra la bocca nel nome dei sacrifici, dell’equità e della crescita, il nuovo dogma trinitario che molto adombra e nulla dice. Saprà uscire il governo dei tecnici dalla sua indeterminatezza? Se lo farà sarà impossibile contare sull’acquiescenza passiva degli eletti in parlamento, e sarà difficile anche trovare una maggioranza. Per ora il governo sulla carta più veloce del West temporeggia, si guarda attorno, dice e non dice. Prendetene un pezzo da novanta, Passera, ospite del salotto televisivo di Fabio Fazio. In risposta all’ex temporeggiatore Tremonti, che ha paventato nuove misure aggiuntive, ha affermato che non ci sarà nessuna nuova manovra, che il piano di rigore di Monti ha messo in sicurezza l’Italia, che ora si tratta di consolidarlo mese dopo mese, che così la crescita ripartirà dopo dieci anni, specie se tutti i pezzi del paese si muoveranno insieme, giustizia, istruzione e sviluppo: come se il suo governo con la manovra-tampone non si fosse limitato a prendere tempo, ma avesse già gettate le fondamenta della ricostruzione. Volendo essere cattivi, diciamo che siamo ancora al punto di partenza; volendo essere buoni, diciamo che il bastimento Monti, come quelli che lo hanno preceduto, si mantiene guardingo nell’occhio del ciclone, dove regna una calma apparente; e com’è naturale nel paese che ha adottato la mistica deficiente del “passo indietro”.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (52)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GUIDO ROSSI 12/12/2011 Giurista e professore, ma anche avvocato d’affari e scrittore; ex presidente Consob, ma anche ex senatore tra i banchi della Sinistra Indipendente, quando questa augusta combriccola era eletta nelle liste del glorioso Partito Comunista Italiano, prima della Caduta del Muro; ex commissario straordinario della FIGC, ma anche ex consulente FIAT; e tante altre cose, sempre ai piani alti. Per Guido Rossi la cosa fondamentale per il pareggio di bilancio e il rilancio dell’economia è “la lotta all’evasione fiscale e alla corruzione pubblica e privata”. Anche quella privata. Quest’uomo è un cannone. Gli manca solo una cosa: navigare controvento per una volta nella vita. Passati gli ottanta, può permetterselo: provi il brivido rigeneratore.

I FIGLI DI MIKE 13/12/2011 Non ha fatto neanche in tempo a tornare a casa che la salma di Mike Bongiorno si è volatilizzata di nuovo. Per volontà della famiglia in un amen è stata cremata e pare che le ceneri saranno disperse sul Cervino. Suggestivo? Sarà. Ma vuoi mettere il fascino della salma rubata e mai più ritrovata? La gloria di un fantasma che aleggerà immortale sulla sua discendenza?

IL FESTIVAL DI SANREMO 14/12/2011 L’Eterno Ragazzo Gianni Morandi ha svelato che il suo sogno si è avverato: il Molleggiato, l’intramontabile Adriano Celentano sarà il super ospite della nuova edizione del festival della canzone italiana. Ma altri assi ha da calare sul tavolo, l’Eterno Ragazzo. Pare ormai certo, anche se il giorno preciso non è ancora stato stabilito, che in seduta nazionale sarà evocato lo spirito del suo grande avversario, il Reuccio, lo squillante Claudio Villa, che canterà “Granada” con arcana voce tenorile. Se poi dovessero arrivare, come mi ha detto un uccellino, anche le Gemelle Alice ed Ellen Kessler, allora sarà proprio la volta buona che lo guarderò anch’io.

MATTEO RENZI 15/12/2011 Dopo aver ammazzato un’ottantina di persone Anders Breivik pensava di avercela fatta: sarebbe passato alla storia come un grande giustiziere o almeno come un grande assassino. Povero illuso: la sola idea che un così efferato macello potesse succedere nella quasi perfetta Norvegia era degna di un pazzo. Gli psichiatri incaricati di stendere una perizia su questa testa matta decisero perciò assai patriotticamente che Anders era incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. In Italia questo sarebbe impossibile, in quanto il nostro è per definizione un paese di merda, imperfetto all’inverosimile. Perciò Gianluca Casseri dovrebbe avere pochissime speranze di passare alla storia come un semplice psicopatico di estrema destra. Se non fosse che le sue due vittime senegalesi le ha accoppate nella civilissima Firenze. Il sindaco l’ha messo subito in chiaro: “oggi ci svegliamo come una città non razzista, bensì scossa dal razzismo”. E chi dice niente? Nessuno dice proprio un bel niente. Anzi, un silenzio di tomba. Fossero state altre selvagge contrade della nostra patria, magari qualche allusione a certa subcultura greve e volgare, propria del “territorio”, magari certe richieste di un civile esame di coscienza collettivo, non sarebbero mancate, vero? Che non siano invece la dittatura del politicamente corretto, l’aria immota di una democrazia totalizzante e senza sfoghi, ad alimentare certe scariche rabbiose ed omicide?

ENRICO MENTANA 16/12/2011 Della vicenda delle dimissioni fulmineamente annunciate e fulmineamente ritirate dal fulmineo Mitraglietta io ho capito poco, e mi sono interessato ancor meno. Non affannatevi a spiegarmela – parlo anche con il temibile e facondo Ottodixit – ché tanto non me ne frega un tubo. Noto piuttosto come nella triste era della seriosità tutti mostrino di agire sotto la spinta di un imperativo morale, anche nel girare l’angolo di una strada. Così se al direttore dimissionario del TG di La7 sembrava “impossibile lavorare con gente che aveva denunciato il suo comportamento”, ora che il chiarimento con la redazione è avvenuto gli “sembra doveroso ritirare le dimissioni”. Il mio umile consiglio è di non esagerare: si usi sobrietà anche nella serietà. Soprattutto nella serietà. Ricordarlo è anzi un dovere per ogni cittadino. Ineludibile!

Abbasso l’equità!

Troppi la venerano, troppi l’hanno in bocca, il livello rosso di allarme è già stato abbondantemente superato: questa equità ha ormai la credibilità di una baldracca, con tutto il rispetto per le traviate di buon cuore. L’equità, come tutte le parolette sue sorelle, ha la brutta e sospetta abitudine di abbondare nella bocca degli stolti quando la più meschina diffidenza trionfa tra i componenti del consorzio umano. Sull’onda possente di un coro fraterno ed egalitario i reprobi sono condotti alla ghigliottina. E là dove alza la voce il Leveller prospera la Guerra Civile. Non mi sono bevuto neanche una parola della retorica interessata contro la Casta, perché dovrei piegarmi davanti all’idolo dell’Equità? Casta ed equità. Equità e casta. I cuochi di questa broda maleodorante sono gli stessi che censuravano il populismo ridanciano del Cavaliere. Il loro è dieci volte più profondo e pericoloso. La stessa società pubblica di riscossione dei tributi, disdegnando – in omaggio servile alla moda giustizialista, che è quella equa e solidale quando fa la faccia cattiva – la sua chiara e leale denominazione originale, Riscossione S.p.A., ha voluto furbescamente cambiarla qualche anno fa in quello ruffiano di Equitalia S.p.A.: non ha trovato un amico che sia uno, e alla fine sono arrivate pure le bombe. Bombe criminali, ma piangano tutti quelli che nel loro piccolo hanno contribuito a questa ossessione egalitaria, legalitaria e vittimistica.

Avremmo bisogno, in Italia, e non solo, di fare esattamente il contrario, di liberarci di questa zavorra materialistica fatta di invidie e paure. Di guardare avanti. Chi predica contro la Casta ed abbraccia l’ideale dell’Equità mostra la stessa mentalità meschina di chi difende a denti stretti la propria “corporazione”, e getta il paese in un groviglio di mutue recriminazioni. In un paese in salute, un paese veramente solidale, capace di vedersi in prospettiva futura, l’individuo non sta lì a guardare ossessivamente nelle tasche degli altri; riesce ad avere la percezione che tutto è in movimento, e che l’andare avanti, non il fermarsi continuamente a fare e rifare i conti, costituisce la più preziosa assicurazione sulla vita della società di cui fa parte. Da ciò nasce una solidarietà più robusta, fatta di consapevoli e intrecciati interessi. Allo sviluppo del quale sta però un diffuso miglior sentimento morale. La “lotta” ai privilegi, al malcostume, ai piccoli egoismi, ai furbi che gabbano le leggi va avanti lo stesso, ma senza quelle aspettative messianiche che la guastano e che la sbugiardano.

Ed è questa stessa zavorra materialistica ad aver creato i debiti pubblici e privati che hanno messo in ginocchio l’Occidente. L’incapacità di dare tempo al tempo, di commisurare il livello di vita alle proprie possibilità, di accettare il normale “sacrificio” del risparmio, ha minato alla base le nostre economie, tra crescite drogate dal denaro facile, e quindi irrispettose delle priorità, da una parte, e ipertrofismo statale dall’altra: a ben guardare due facce della stessa medaglia. La dittatura dell’oggi che ha guidato quest’involuzione oggi si riflette sulla politica. Privi di un futuro all’orizzonte, gli spazi di democrazia si restringono: tutto viene ricondotto alle categorie del giusto e dell’ingiusto. Per noi, in questo quadro, il governo dei tecnici è il logico e malsano punto d’arrivo. Per noi, e per tutti gli altri, il Prestatore di Ultima Istanza il Salvatore. O l’Angelo Sterminatore.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (51)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

I FISSATI CON PUTIN 05/12/2011 Tra questi, i più spietati sono quelli che in fondo, qualche decennio fa, non vedevano tutto male nell’esperimento sovietico. Essendo una setta potente, si sono portati dietro anche i liberali senza palle e senza testa e i conservatori più tetragoni. La Russia putiniana è diventata una vergogna antidemocratica ed illiberale. Per i nostri gusti delicati, sicuro, non lo metto in dubbio. Ma non tanto da impedire che si tengano delle regolari elezioni politiche e che in quelle di ieri il partito dell’autocrate Putin, Russia Unita, secondo i primi exit poll, sia passato dal 64% al 48,5%. Queste anime belle saranno finalmente contente, tanto più che oltre a Russia Giusta: Madrepatria-Pensionati-Vita, partito descritto di “centrosinistra” che dal 7,7% passa al 14,1%, a trarre i maggiori vantaggi dal “crollo” putiniano è stata tutta gente di specchiatissima ed illuminata liberalità come i comunisti passati dall’11,57% al 19,8%, e i nazionalisti di Zhirinovski, passati dall’8,1% all’11,4%. Insomma, il colosso si muove, senza neanche il bisogno di una primavera democratica. E anch’io sono contento.

IL SOLE24ORE 06/12/2011 Che ogni anno, abbagliandoci, scorta con una montagna di dati la sua bislacca classifica della qualità della vita nelle PROVINCE italiane: NON nelle città, come si continuerà a ripetere dai media per altri vent’anni, sempre che vada bene. Vedo con buonumore che la provincia di Oristano, senza che si abbia notizia di un qualche maremoto abbattutosi sulla costa occidentale sarda, ha fatto in dodici mesi un capitombolo all’indietro di ben 45 posizioni. Orpo. A naso dico: o la qualità della vita in Italia è talmente omogenea che una bocciofila in meno o un asilo in più ci fanno andare all’inferno o in paradiso; oppure i parametri sono da ricalibrare. Propenderei per la seconda ipotesi. Noto ancora e sempre con buonumore che la mia patria, la Marca Trevigiana, con un balzo felino si è insediata al primissimo posto nella classifica speciale riguardante il “tenore di vita”, proprio ora che mi vedo circondato come non mai da facce sospirose e meste, liete di trovare parole di conforto in un povero disgraziato come me. Questo è un bel mistero. Che nel resto d’Italia si sia alla più nera disperazione? O che dalle sue parti il sottoscritto, a sua beata insaputa, abbia ormai acquisito una discreta fama di amabile gonzo?

LIBERTA’ E GIUSTIZIA 07/12/2011 Se ogni tanto anche il buon Omero dormicchia, perché mai la Sobrietà dovrebbe negarsi per forza un bicchierino? L’ottimo Napolitano, con logica inoppugnabile, converrete, ha avuto parole d’elogio per un decreto, il «Decreto Salva-Italia», “giunto appena in tempo per evitare la catastrofe”. Concetto ribadito dal sempre misurato Monti, ospite del salotto televisivo di Bruno Vespa. Bruno Vespa!?! Monti, il Salvatore, nella casa di un noto pubblicano! A nulla è servito che l’altro ieri il più esclusivo club di bacchettoni d’Italia lanciasse – lanciasse cosa? un appello? – un appello affinché l’uomo della rupture stilistica e morale non varcasse quella soglia impura. Un appello sottoscritto – sottoscritto da chi? da numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo? – da numerosi personaggi della cultura e dello spettacolo. Tra questi, Ermanno Olmi. Quello delle parabole cinematografiche.

MARIO MONTI 08/12/2011 Come le dicevo, Watson, questa contegnosa macchietta non ha nemmeno il coraggio delle proprie azioni. A “Porta a Porta” è andato, ma con un miserrimo colpo basso si è creduto in dovere di mettere subito in chiaro, coram populo, com’è proprio dei pusillanimi, che “non lo ha fatto per fare un piacere a Vespa”. Il quale naturalmente non ha fatto una piega. Asciutto e amabile come il più compito dei maggiordomi ha fatto un rapido cenno del suo più naturale assenso, com’è uso degli uomini di mondo davanti ad una cafonaggine puerile. Individuo notevole, Watson! Siccome nessuno va da Vespa per fargli un piacere, ma casomai per fare un piacere a se stesso, la mia distaccata opinione, caro Watson, è che quest’uscita stravagante sia il frutto di due giorni di profondo travaglio intellettuale alla ricerca delle parole più consone a rabbonire l’Italia Migliore, quella fissata, lo sapete, coi servi e coi lacchè. In questa fissazione Monti ha infine trovato con intima gioia la giusta ispirazione che gli ha dettato – letteralmente, caro Watson, letteralmente! – le sciocche parole del suo servile tributo. Increscioso, nevvero? Ma ora mi aiuti a mettere la giacca: abbiamo tutti e due bisogno di un po’ d’aria fresca, non crede?

FILIPPO FACCI 09/12/2011 Nel suo articolo sulla prima alla Scala scrive: “È vero, in fondo l’opera è proprio teatro allo stato puro: e il primo a evidenziarlo, anche musicalmente, fu proprio Mozart.” Per me si è espresso in modo infelice, perché sennò non mi limiterei a tirargli gli orecchi. Così non fa altro che perpetuare equivoci che fanno contenti insieme certa critica seriosa e verbosa e il volgo più o meno danaroso che va a vedere il «baraccone» teatrale-musicale, lusingato di partecipare ad un «avvenimento culturale» ufficialmente certificato. Per Mozart era vero il contrario: in un’Opera ben intesa il teatro, il dramma, il libretto, la scenografia, dovevano formare la servitù anche scalcagnata della musica; l’Opera stessa non puro teatro, ma teatro completamente risolto in Musica. Ossia Musica: “In un’Opera la poesia deve essere figlia obbediente della musica. Perché le Opere Comiche italiane, a dispetto della miserabile insignificanza dei loro libretti, hanno successo ovunque, persino a Parigi, come io stesso ho constatato? Perché la musica vi prevale completamente, e la gente dimentica tutto il resto [Olé! N.d.Z]. Così, un’Opera otterrà un successo ancora maggiore se il soggetto è stato bene elaborato, e le parole sono state scritte solo in funzione della musica, senza la presenza di termini o di intere strofe che distruggono completamente l’idea del compositore [del compositore, non del drammaturgo, non del librettista, N.d.Z.] solo per salvare una miserabile rima.” Questa semplice verità continuerà ad essere una pietra d’inciampo nei secoli dei secoli. Le opere, ascoltatele pure a casa, non ci perderete nulla o quasi, e penetrerete nella musica e nella mente del compositore anche meglio. Ciò detto, io non sono affatto un patito di Mozart. Mi piace molto invece Massenet.

P.S. Mi sono spesso chiesto come mai nessuno di questi svergognati risponda: o i miei leggiadri aforismi colpiscono con così infallibile precisione che la miglior cosa è ignorarli, oppure non c’è in giro un cane spelacchiato che li prenda sul serio. Io un’intima certezza ce l’avrei… Ma Filippo Facci mi ha degnato di una risposta. La cosa mi ha talmente colpito che gli ho rivelato tutto!

Filippo Facci: Non ho capito la questione: dal che ritengo che l’essermi espresso male sia un’ipotesi effettiva. Non certa, tuttavia. La mia era una notazione tecnica, riferita al fatto – che poi non ho riportato – che Mozart ha infarcito il Don Giovanni di riferimenti musicali «teatrali», in voga allora, che noi ora non possiamo riconoscere. Per il resto, figurarsi se disconosco l’ammiccamento mozartiano verso la servitù della musica, come la chiami. La musica era poco più che un’occupazione da girovaghi o da servi, un mestiere come un altro, un artigianato, al limite una ricreazione pomeridiana per nobili rampolli. Di rado, nel Settecento, era considerata un’arte, come lo sarà da Beethoven in poi: i musicisti, anche a corte, erano considerati dei domestici e mangiavano con la servitù. I teatri erano molto diversi da come li immaginiamo oggi. La Scala al primo piano aveva una bottega del caffè in cui la gente s’intratteneva a leggere e oziare mentre venivano preparate bevande calde da servire nei palchi; al secondo piano c’era una cucina e una pasticceria e dei camerini per le cene, con gli aromi delle pietanze a spandersi per tutto il Teatro; al terzo piano c’era una stanza per i commerci, come la Borsa di oggi, e una galleria dei giochi dove la gente litigava e non di rado si accoltellava. In ogni palco non mancavano i liquori e un braciere per cucinare o per scaldarsi, e le tende, rivolte verso il palcoscenico, si potevano chiudere così da farsi gli affari propri. La musica, intanto, andava. Nel complesso, un baccano d’inferno: tra sguardi e ventagli, l’arte si mischiava all’intrattenimento, e nei teatri, illuminati con splendidi lampadari in argants, i borghesi e gli aristocratici si ritrovavano anche per fare un po’ di casino. Però quello che dici è molto parziale. Vale per l’opera buffa. Mozart non lo è già più. Io stesso Mozart preferisco sentirmelo a casa, per dire. Ma per Wagner? I testi erano mostruosamente lunghi ed elaborati (raramente in rima) eppure li scriveva lui stesso, e ascoltare le sue opere mille volte (come pure faccio) non vale vederla una volta dal vivo, sempre che la regia non lo ammazzi come alla Scala è accaduto è accadrà nei due anni prossimi.

Massimo Zamarion: Innanzitutto, caro Facci, sarà curioso di sapere cosa le avrei fatto se non si fosse espresso “in modo infelice”: be’, le avrei “strappato con le mani la zazzera biondiccia”. Questo avevo in anima di fare. Ma a parte questa doverosa precisazione, la sua garbata risposta merita la verità. Quest’articoletto è frutto di una vendetta. Sì, vergognamoci per Zamarion! Lei un giorno, in un articolo su una lista di 100 dischi da “possedere assolutamente” proposta da Marco Pasetto, scrisse che l’Aleksandr Nevsky del mio amato Prokofiev faceva “scappar la gente per sempre”. Anche qui non era chiarissima la cosa: forse voleva dire che la musica, la bellissima musica, dell’Aleksandr Nevsky, di quel capolavoro dell’Aleksandr Nevsky, era troppo impegnativa o fine per sedurre un neofita anche di innato buon gusto? Siccome però è musica tutt’altro che cerebrale, ma piena di melodie accattivanti, a me parve che l’Aleksandr Nevsky facesse scappare lei a gambe levate. Scorrendo la lista scoprii poi che lei era un fan di Shostakovich e un detrattore di Stravinsky, il grande Igor, che sta più in alto anche di Berlusconi nella mia personale lista dei più grandi nanerottoli della storia. Avendo l’immaginazione fervida, questa mi sembrò una dichiarazione di guerra e l’uomo del sottosuolo che è in me se la legò al dito. E veniamo all’Opera. Quello che mi dà sommamente fastidio quando si parla di Opera, e che mi sembra un grave errore pedagogico se si vuole avvicinare la gente alla musica “classica”, è che tutta l’attenzione venga rivolta agli interpreti, alla direzione, alla scenografia, ai cantanti, ai “personaggi”, al dramma. Non si finisce più di parlare di chi è Don Giovanni, di chi è Tosca, o di chi è Scarpia. Ed è una noia mortale. Sembra che tutto dipenda dall’esecuzione o da quello che in un’opera – musicale – in ultimissima analisi rimane secondario. E’ tutta roba frigida. Possibile che un capolavoro o un buon pezzo musicale non sappia sopportare una zotica esecuzione? Possibile che la bellezza in mani maldestre sfugga ad un orecchio sensibile? Io non lo credo affatto. Possibile che i critici invece di chiacchierare all’infinito sul “significato” di un’opera, o di quel tal personaggio della malora, e su come dovrebbe essere interpretato, non si adoperino invece a cercare di cogliere e comunicare a parole la segreta musica della musica di Mozart, o la segreta musica della musica di Tchaikovsky? (Io mi sono avvicinato alla musica classica così: ascoltavo un LP degli Area, anni settanta; sul retro, non so per quale strana contro-operazione culturale c’era un pezzetto intitolato: “Il massacro del terzo brandenburghese”, due minutini di musica massacrata per benino. Io ne fui folgorato. Così nel negozio di dischi dove andavo di solito cominciai a frugare negli scaffali dedicati alla musica classica, con la nonchalance sospetta di chi cerca le riviste porno. Trovai i Brandenburghesi diretti da K. Richter, due sontuosi LP della Archiv. Solo dopo qualche mese ebbi il coraggio di comprarli. Avevo 14-15 anni. Non guardai in faccia il negoziante, che sicuramente mi guardava strano. Ma dopo fuggii felice.) Ecco, è per tutto questo che quando lei ha scritto che per Mozart l’Opera è teatro allo stato puro io ho voluto interpretarla a modo mio. Quanto alla Gesamkustwerk, come ho già scritto nel mio blog che conta la bellezza di 150.000 contatti dopo soli cinque anni, mi sembra cosa astratta e tirannica. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è – per me – quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile e bolsa cavalcata della Valchirie). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. (Ma forse a guardarle dal vivo, chissà che riesca a non addormentarmi). In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo. Questa è sempre stata la mia opinione. E non ho ancora cambiato idea. Perlomeno, converrà, è mia. Ringrazio dell’attenzione. Io la seguo spesso con simpatia. Mi dispiace però che sia così anticlericale. E sulla musica ho capito che siamo, in quanto a gusti, su fronti contrapposti.

Da Tremonti a Monti: la discontinuità domata

Ricordate i colpi d’ariete della retorica del “fare presto” che si abbattevano sulle mura della nostra cittadella politica? Il sentimento d’urgenza sembrava possedere quella forza di propulsione che non solo fa crollare le mura del potere, ma sa anche fornire il nuovo governo “rivoluzionario” di energia sufficiente ad approfittare dello sbandamento iniziale della classe politica e dell’incertezza delle “parti sociali” per mettere tutti davanti ai “virtuosi” fatti compiuti, e per imporsi così nel paese. Il Governo Monti in realtà avrebbe dovuto agire con l’efficacia di un Gabinetto di Guerra, salvando appena appena le forme della correttezza istituzionale, se avesse voluto essere coerente con la sua natura. E questo perché era figlio non tanto di un disegno ma di una pulsione antidemocratica a lungo covata che solo circostanze eccezionali avevano fatto trionfare. Sennonché sono bastati pochi giorni per capire che la brutta pulsione non era affatto accompagnata dalla ferrea volontà del rivoluzionario pieno di buoni propositi. Rivoluzionari a metà, il governo e i suoi laudatores hanno cominciato a cincischiare e a temporeggiare. La paroletta magica del giorno, “equità”, una di quelle infatuazioni lessicali a comando cui l’Italia va periodicamente soggetta, è salita sempre più frequentemente alle labbra dei nuovi ministri. Il governo antipolitico è diventato politico in poche settimane. E la manovra che ne sta uscendo ha tutta l’aria di una stangatina meno attenta agli interessi del paese che agli equilibri parlamentari: non una manovra di “qualità”, ma una caricatura appesantita di quanto fatto dai governi tremontiani, con una accelerata sulle pensioni compensata, come fanno a volte gli arbitri di calcio per i rigori o le espulsioni, dall’inasprimento della pressione fiscale. Siamo ancora fermi ai saldi contabili, o giù di lì, in attesa che il sentiero stretto che stiamo percorrendo si allarghi grazie ad una congiuntura internazionale favorevole, di cui per ora non si vede neanche l’ombra, che ci permetta di affrontare con più agio le mitiche, incisive riforme.

Questo è un male, ma è anche un bene. 1) E’ un male perché dimostra come l’uomo della strada, e con lui la classe politica e le parti sociali che lo rappresentano abbastanza fedelmente, non sia ancora capace di uscire dalle sue contraddizioni, e tanto urla contro le ingiustizie quanto è chiuso nella difesa dei suoi interessi particolari. I momenti difficili sono quelli meno indicati per puntare il dito contro qualcuno o qualche gruppo sociale, ma succede il contrario quando regna la sfiducia, quando la diffidenza si nasconde dietro mielate parole come “equità” e simili, e quando, nel contempo, si spera nel “deux ex machina” della crescita economica progettata a tavolino, oltre che in quello del tesoretto recuperato agli evasori fiscali. Solo che il debito pubblico non ci permette alcuna manovra espansiva, tagli alla tassazione nel breve-medio termine lo aggraverebbero, una bella potatura alla pubblica amministrazione avrebbe anch’essa nell’immediato effetti recessivi: siamo alla dittatura dell’oggi e al primum vivere, sempre che una volta passata la buriana si abbiano idee chiare e volontà di rigare dritto. Realisticamente, possiamo solo sperare in una stagnazione virtuosa, non in una fantomatica crescita, i nudi numeri della quale nascondano un risanamento sostanziale della struttura sociale ed economica. 2) E’ un bene perché dimostra come le scorciatoie antipolitiche alla politica prima o poi siano ricondotte. Sarebbe una beffa, per Monti, se il suo governo dovesse trovare nel partito di Berlusconi la colonna portante in parlamento, ma l’ipotesi è del tutto realistica. Lo stesso Berlusconi potrebbe essere interessato ad una prova di forza indiretta col partito di Bersani, cosciente che, stando così le cose, se i malumori non saranno pochi nel Pdl, essi saranno molto maggiori in un Pd incapace di costruire una “ragionevole” unità socialdemocratica a sinistra, e perciò costretto a correr dietro da una parte all’ampia schiera della sinistra antagonista e dall’altra a cercare l’innaturale alleanza tattica col centro che gli ha fatto abbracciare l’ipotesi Monti. Al partito del Cavaliere questo ostentato “senso di responsabilità” risulterebbe vantaggioso per il futuro anche nel caso l’esperimento Monti dovesse fallire, in quanto dimostrerebbe l’impraticabilità di soluzioni moderate anti-berlusconiane. Inoltre, una Lega nuovamente secessionista sarebbe col tempo condannata all’emarginazione, e potrebbe spaccarsi: in ogni caso una grossa parte del suo elettorato sarebbe destinata a confluire in quello della creatura berlusconiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (50)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

NICOLA GRATTERI 29/11/2011 Per il procuratore aggiunto della Repubblica del tribunale di Reggio Calabria, la mafia arriva a controllare al nord il 5% dei voti. Come possa fare tali arditi quanto precisi calcoli è presto detto: i capi cosca, specie i più coglioni, si credono dei padreterni, i motori immobili dell’universo mondo; ai magistrati antimafia l’idea di andare a caccia di padreterni in fondo non dispiace, anzi, li lusinga; e così anche a loro, ogni tanto, per stare al passo con la grandeur mafiosa, escono di bocca scemenze colossali.

LADY GAGA 30/11/2011 Ho sempre sospettato nel forzato della trasgressione l’inquadrato patologico che fugge da se stesso. Quando è stanco è grigio ed allineato come un casermone di periferia. Prendete la signorina: l’uomo della sua vita dovrebbe essere “superdotato e molto colto, ancora meglio se con una laurea ad Harvard in tasca”. Non guasterebbe se facoltoso, credo d’indovinare: un partito coi fiocchi insomma, regolarmente iscritto all’Albo dei cinquanta scapoli d’oro. Ovvero: un babbeo.

CORRADO CLINI 01/12/2011 Ecco qui l’ennesimo fulmine di guerra del governo lampo Monti. Il ministro dell’Ambiente “non esclude di chiedere il contributo delle Forze dell’Ordine e dell’Esercito per situazioni come quella di Napoli”. Non esclude. Di chiedere. Napoletani avvisati, mezzi salvati. E perché il concetto sia ben chiaro aggiunge: “Forse è il caso di mettersi a ragionare sulle opzioni tecnologiche e ambientali che funzionano in altre regioni e Paesi, come la differenziata e i termovalorizzatori.” Ben detto, caro ministro, ma vada oltre. Butti il cuore oltre l’ostacolo: minacci di attivare un tavolo di discussione.

I COLLETTIVI 02/12/2011 Si fanno chiamare “collettivi” e ne hanno ben donde: pensano in branco, agiscono in branco, colpiscono in branco. L’ultima vittima di queste solenni teste di collettivo è stato il “fascista” Oscar Giannino, fatto bersaglio dei più frusti insulti e di un lancio di uova e salsa di pomodoro. (Il quale lancio, detto tra noi, poteva solo mitigare l’efferatezza della sua eccentrica mise, e ricondurla in parte, per così dire, alla natura: alata e spregiudicata riflessione, inaccessibile anche alla più smagliante testa di collettivo della penisola.)