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Routine emergenziale

Anche se gran parte dei giornali tacciono per spirito patriottico – e non dico che non abbiano ragione: meglio non farlo sapere allo straniero – si può già dire che il primo colpo del governo dei tecnici – quello fondamentale, quello sparato col nemico ancora allo sbando: la classe politica – è andato a vuoto. Idealmente, al governo Monti era stato affidato l’incarico di mettere mano a riforme mai fatte da vent’anni a questa parte, con la massima decisione e con la massima rapidità, approfittando dell’occasione irripetibile di una congiunzione astrale favorevolissima, creata dall’acuirsi della tempesta finanziaria internazionale e dal discredito in cui era caduta la nostra fauna parlamentare. L’esecutivo doveva governare “lo stato d’eccezione” non per mezzo di poteri eccezionali, ma in forza del premierato morale di cui era stato investito da istituzioni europee e nazionali, col massimo appoggio dei mezzi di comunicazione, e la virtù della sua azione doveva far dimenticare l’origine bastarda del nuovo rampollo. E se la rimozione di Berlusconi doveva servire da calmante ai mercati in burrasca, la sostanza della manovra doveva far ritrovare alla zattera dei disperati italiani almeno la rotta e la speranza di rivedere la terraferma. Questa era “l’emergenza”.

Ma ora ci viene spiegato che l’emergenza era quella cui ha risposto la manovra tampone di questi giorni, una manovra di quantità come tutte quelle che l’hanno preceduta, e non di qualità come veniva vaticinato dai trombettieri del “fare presto”. Ora si favoleggia di fase 2, nella quale con spirito fraterno e costruttivo ma spietata determinazione saranno finalmente presi per le corna i mali strutturali del paese. Questo significa che il governo anti-politico di Monti ha sprecato tutta l’energia anti-politica dei giorni della luna di miele con l’opinione pubblica e della soggezione della classe politica negli orpelli e non nella sostanza. Lo ha fatto perché scontava un peccato originale: la mancanza di convinzione profonde sia negli attori di questa fin qui mancata rivoluzione, sia nei loro sponsor mediatici. A me non spiace: riforme “illuminate” portate a termine grazie ad una stagione di fragilità democratica sarebbero stati frutti avvelenati per un paese che le avrebbe subite ma non metabolizzate, e che avrebbe solo aspettato un nuovo picco di febbre anti-politica per rigettarle completamente. E mi diverto nel constatare come questo fallimento venga spazzato sotto il tappeto dai rimproveri rivolti a partiti, colpevoli di non aver sposato con soverchio entusiasmo la causa del polpettone Salva-Italia, e ai quali evidentemente si chiedeva un atto di fede oltre a quello di responsabilità.

La statura del governo tecnico si sta rimpicciolendo giorno dopo giorno, mentre, fatalmente, ricresce quella dei partiti e della parti sociali. Si stanno incontrando a metà strada. Fra non molto ci sarà il connubio, come da italica tradizione. Cosa faranno però? Si guarderanno l’un l’altro in faccia in cerca d’ispirazione? Osservate, al di là dei ruoli in commedia e delle frecciate polemiche che gli attori si scambiano, come il loro linguaggio si rassomigli: non ce n’è uno che non apra la bocca nel nome dei sacrifici, dell’equità e della crescita, il nuovo dogma trinitario che molto adombra e nulla dice. Saprà uscire il governo dei tecnici dalla sua indeterminatezza? Se lo farà sarà impossibile contare sull’acquiescenza passiva degli eletti in parlamento, e sarà difficile anche trovare una maggioranza. Per ora il governo sulla carta più veloce del West temporeggia, si guarda attorno, dice e non dice. Prendetene un pezzo da novanta, Passera, ospite del salotto televisivo di Fabio Fazio. In risposta all’ex temporeggiatore Tremonti, che ha paventato nuove misure aggiuntive, ha affermato che non ci sarà nessuna nuova manovra, che il piano di rigore di Monti ha messo in sicurezza l’Italia, che ora si tratta di consolidarlo mese dopo mese, che così la crescita ripartirà dopo dieci anni, specie se tutti i pezzi del paese si muoveranno insieme, giustizia, istruzione e sviluppo: come se il suo governo con la manovra-tampone non si fosse limitato a prendere tempo, ma avesse già gettate le fondamenta della ricostruzione. Volendo essere cattivi, diciamo che siamo ancora al punto di partenza; volendo essere buoni, diciamo che il bastimento Monti, come quelli che lo hanno preceduto, si mantiene guardingo nell’occhio del ciclone, dove regna una calma apparente; e com’è naturale nel paese che ha adottato la mistica deficiente del “passo indietro”.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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