Articoli Giornalettismo

Una coppia d’assi

Dovrebbe essere un rom. I tratti da figlio del subcontinente indiano sono però molto evidenti; e tuttavia i modi di fare, e gli stracci che indossa, non so perché, sanno molto di Balcani. Forse è solo un rom che ha conservato con valorosa ostinazione i caratteri somatici della schiatta degli antenati. Quest’uomo nei giorni festivi chiede l’elemosina. Negli altri non so. Forse è un doppio lavoro. E’ un mendicante del genere ambulante: è uno di quelli che va incontro alla gente con un sorriso mesto e dolce stampato in faccia, non di quelli che s’accucciano negli angoli strategici del centro della città. Una settimana fa ci sbattei contro due volte nel giro di due ore. A me piace camminare a casaccio, seguendo l’ispirazione del momento. In questi pomeriggi festivi siamo due vagabondi per le vie della città: io per motivi ludico-ginnici-filosofici, almeno così m’immagino, lui per motivi economici. Chi sia il più balordo dei due, lo lascio giudicare al sagace lettore. Al primo incontro gli diedi qualche monetina, e fu come dare da mangiare ad un gattino abbandonato: sei suo per sempre. Con la differenza che il gattino è un animale innocente, l’uomo un furbacchione matricolato. Quando lo rividi, lui con la stessa maschera del cane buono e bastonato che guaisce con discrezione, parve non riconoscermi affatto. A mezzo metro di distanza lo guardai dritto in faccia e gli dissi: “Guarda che prima ti ho già dato qualcosa.” Il braccio di ferro facciale durò un secondo, al termine del quale fece tanto d’occhi e parve come folgorato dal riconoscimento e dalla riconoscenza: “Ciao amico! Dio ti benedica, amico! Ciao!”

S’intende che ci rivedemmo ancora: l’altro giorno. Lasciato il marciapiede del lungofiume, attraverso la strada per raggiungere lo spiazzo antistante il piccolo quartiere universitario ricavato qualche anno fa dal restauro di una congerie di secolari corpi di fabbrica, di non ignobile architettura, che componevano il vecchio ospedale della città. Di lì, un ponticello sopra uno dei ridenti canali che a raggiera da nord innervano il centro storico per poi sfociare nel fiume a sud, e in successione un sottoportico poco più largo di un normale marciapiede, conducono alla corte interna del complesso, dove trovi caffè e negozi. Altri budelli d’acqua e di pietra ricollegano questo salotto a cielo aperto all’apparato metabolico della città. E’ su questo stretto e leggiadro ponticello che m’imbatto nel tizio: lui è appena uscito dal sottoportico, io ho appena messo piede sul ponte. Per fuggire è troppo tardi. Incrociarlo ed ignorarlo bellamente equivale a fuggire, con protervia. Perciò lo guardo con una specie di paziente rassegnazione, e gli dico, con un tono amabile, rispettoso e derisorio insieme: “Ho la sensazione che noi c’incontriamo un po’ troppo spesso. Lei che ne pensa?” Ma lui non pensa affatto: mugola, piega e ripiega la testa verso la spalla destra, sorridendo e allungando il braccio destro con il palmo della mano aperto. Sembra un bambino che chieda una caramella. Per un po’ resto imbambolato. Poi mi arrendo. Tiro fuori il portafoglio. Ma neanche a farlo apposta non vi trovo nemmeno una monetina. Non un centesimo. Ho un principio d’irritazione. Gli dico secco: “Mi dispiace. Non ho niente da darti.” Ma il nostro eroe mica si fa prendere dallo sconforto: mi fa capire (come fa non lo so, ma lo fa) che di me ha una grandissima opinione, che di sicuro saprò trovare la soluzione del problema, che queste son bazzecole per uomo delle mie qualità. Oramai siamo ai negoziati. Gli mostro il portafoglio aperto, da una certa distanza. Faccio di più, visto che non c’è gente in giro: tiro fuori un biglietto da cinque euro (bastano cinque: sempre per sicurezza) e gli dico: “Vedi? Ho solo banconote.” Pensavo di essermela cavata, e me ne stavo per andare. Ma il poveraccio ha calato l’asso. Un asso imprevedibile. Inaudito. Mi dice: “Ma io ti do il resto…” e nel contempo la mano aperta si richiude, si caccia in tasca, ritorna fuori e si riapre per mostrarmi, ad attestazione della serietà professionale di questo postulante di strada, un bel mucchio di monetine. In tutta onestà di mendicanti che ti danno il resto non avevo mai sentito parlare. Son rimasto con la bocca mezza aperta nel tentativo di dir qualcosa. Ma cosa? Il tipo era veramente troppo forte. Ho cominciato a sghignazzare. Poi a ridere. Anche lui si è messo a ridere. Ad un certo punto mi ha perfino dato un colpetto sulla spalla con la mano, da vecchio compagnone. Insomma, gli ho dato i cinque euro. Senza resto, naturalmente. Coperto di benedizioni, l’ho salutato dicendogli: “E adesso, siamo a posto per un anno, chiaro?”

Sento che per puro caso lo rivedrò già la prossima settimana. Ma non è questo che m’inquieta. Allontanandomi, alla prima svolta mi domandai dove questo sciagurato avesse trovato l’impudenza di “offrirmi il resto”: forse il tipo era veramente eccezionale. Alla seconda svolta riflettei meglio: forse il tipo non era affatto eccezionale, ed è la miseria che distrugge ogni pudore. Alla terza riflettei ancora meglio: il tipo non era affatto eccezionale, la miseria distrugge ogni pudore, ma queste gesta tragicomiche necessitano di un deuteragonista all’altezza. Un tipo eccezionale. Eccezionalmente fesso. E’ questo che m’inquieta.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (58)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ROBERTO SAVIANO 23/01/2012 L’antiberlusconismo è come l’antifascismo: deve sempre tenere la guardia alta. Sennò la pacchia è finita. Pericolo! Il nostro, che è un fuoriclasse, se n’è accorto subito: «E’ un’ingenuità» ha detto, «pensare che Berlusconi sia finito». (Il che, d’altra parte, è vero: mica è stato sciolto nell’acido.) E nel dubbio, per meglio garantirsi un futuro, ha precisato: Berlusconi o la «sua progettualità politica». Perché si sa: come ci sono infinite forme di fascismo, così ci sono infinite forme di berlusconismo. E quindi tirate tutti un bel sospiro di sollievo.

L’ANNO DEL DRAGO 24/01/2012 Comincia l’anno del Drago in Cina, e in tutti gli angoletti del mondo popolati da cinesi. Saranno due settimane di danze tradizionali, di fuochi artificiali, di colori. Il Drago è ricco di positività, è di buon auspicio, è sinonimo di forza, salute e fortuna, ed è un periodo formidabile per mettere al mondo dei figli. Bah… noi siamo tifosi di Gesù, ma facciamo atto di buona volontà e ci mettiamo nei panni di atei e agnostici: converrete, spero, che anche come superstizione il cristianesimo offra paccottiglia straordinariamente più interessante.

MASSIMO GRAMELLINI 25/01/2012 Da anni ormai tutti i giornali hanno il loro lapidario moralista di fiducia, incaricato di fustigare i costumi col suo motteggiante francobollo quotidiano. A volte sono più di uno, così che se ci si vergogna dell’uno, si può sempre andar fieri dell’altro. E viceversa. La pillola sapida di questi tromboni sentenziosi diventa spesso per i lettori una cattiva abitudine, che vanamente si vorrebbe scacciare. Sono come l’ultima sigaretta per Zeno Cosini: nella noia, ripromettendoci di farlo per l’ultimissima volta, la ingolliamo, non foss’altro che per confermarci nel disgusto. La fauna di questi schiavi dell’aforisma è tuttavia assai variopinta, e non dovete pensare che se qualcuno di questi lo vedete strano, ma proprio strano, ma proprio strano strano strano strano, sia per forza il peggiore: al contrario, magari è proprio il migliore. In fondo, è un mestiere da disgraziati. In quanto ai peggiori, lì potete andare sul sicuro: sono i Severgnini, i Gramellini, gli Enzi Biagini di sempre, intenti a lisciare il pelo al moralismo prêt-a-porter e ad incrociare a distanza di sicurezza da ogni opinione minimamente cazzuta. Ma oggi mi è preso un colpo. Sul sito web della Stampa butto l’occhio sul titolo del pezzullo del giorno di Gramellini: «Dagli all’evasore». Oddio, oddio, mi son detto preoccupato, che abbia drizzato la schiena? Macché, niente! Per il nostro, già dimentico, a pochi giorni dalla sua scomparsa, che Fruttero gli aveva insegnato, a suo dire, la «leggerezza», la sommarietà di quel «Dagli all’evasore» è segno di progresso civile. Ho letto e riletto: non scherzava. E, soddisfattissimo, mi son ripreso dal colpo.

STEFANO FOLLI 26/01/2012 «Dall’altro lato questo stesso governo deve tenere a bada la piazza, usando all’occorrenza il pugno di ferro. Cosa che gli procurerà qualche critica, ma gli farà guadagnare anche molti consensi.» Non l’ha detto Gasparri, e non l’ha scritto Sallusti, al tempo del governo peronista del Caimano. No, l’ha scritto lo svergognato di oggi. Far rigar dritto la plebaglia, come Dio comanda, per il bene del paese, magari a colpi di nodoso bastone, oggi diventa una virtù ed un segno di serietà, di consapevolezza, di responsabilità, di amore della legalità. Lo vuole «la grande maggioranza degli italiani»: è la voce possente del Popolo. E adesso lo vuole pure l’Europa: «E c’è da credere che una prova di severità, volta a garantire gli approvvigionamenti e la libera circolazione delle merci sul territorio nazionale, in base peraltro a una precisa e ben nota normativa dell’Unione, consoliderà la credibilità e il rispetto di cui gode il premier.» Ma infatti è ora di finirla con questi scioperi selvaggi, con queste interruzioni di pubblico servizio, con queste okkupazioni di strade e stazioni ferroviarie, con queste pagliacciate criminali, con questi ricatti. E’ ora di fare piazza pulita. «Quando dunque, o Silvio, farai il tuo dovere?»: così, per anni, se ricordiamo bene, il Demostene del Sole24Ore ammoniva indefesso, con vivo senso d’urgenza, dalle colonne del suo giornalone, andando puntualmente a sbattere contro la neghittosità di un governo sordo alla ragione e a tutto. Una cialtroneria di cui oggi paghiamo il prezzo. Un prezzo intollerabile.

CLAUDIO BAGLIONI 27/01/2012 Si è innamorato della Costituzione. La nostra. Quella dell’immusonita repubblica fondata «sul lavoro». Già questo avrebbe dovuto mettere in pensiero i suoi amici più cari. Molto. Ora ha avuto la follia di cantarla. O meglio, di declamarla in groppa alle onde lunghe di un oceano di musica generosamente melodica, tipicamente sua. Sulla cresta delle più possenti, la declamazione si sfuma in canto e la voce è rotta da una specie di struggimento amoroso. E’ terribile. Per ritrovare me stesso, e forse lui stesso, mi son ascoltato “Sabato pomeriggio” cinque volte di fila, avidamente.

Articoli Giornalettismo, Esteri

Democrazia d’Egitto

Hosni Mubarak è stato considerato per molti decenni un leader moderato del mondo arabo, un buon amico dell’Occidente che senza troppe licenze regnava, per nostra fortuna, sull’enorme polveriera egiziana. Nessun quotidiano di qualche importanza, in Italia e all’estero, lo designava col nome di “dittatore”. La cosa sarebbe apparsa perfino bizzarra. I media trasmettevano un’immagine paciosa, paternalistica e “laica” dell’autocrate. Poi venne la primavera araba e la rivoluzione, che fu un fenomeno strettissimamente urbano, anzi, si può dire, di una sola grande città, se non di una sola grande piazza. Assolutamente niente di nuovo. I protagonisti più sinceri di quella rivolta facevano parte di un’élite occidentalizzata e “connessa”. In un certo senso, erano i figli più viziati dell’epoca del rais. Come spesso accade, sono le avanguardie ingenuamente “liberali” ad aprire la strada alla rivoluzione che le divorerà. Ma quei ragazzi sono abbastanza perdonabili. Quello che non è perdonabile è l’incredibile frivolezza con la quale l’Occidente ha sposato acriticamente la causa della piazza, accelerando il processo rivoluzionario. Tra i peggiori di tutti, alcune penne nostrane notoriamente circospette, dei voltagabbana da salotto che nei loro editoriali cominciarono ad aggiungere, con dissimulata naturalezza, la qualifica di “dittatore” al vecchio Mubarak caduto nella polvere. Ora, finalmente, sono giunti i risultati ufficiali delle prime elezioni “veramente libere e democratiche”: Giustizia e Libertà, il partito dei Fratelli Musulmani ha conquistato il 47% dei seggi della nuova assemblea popolare; a fargli buona compagnia, Al Nour, il partito dei Salafiti, musulmani ultraconservatori con il 24% dei seggi; il primo dei partiti “laici” il Wafd, prende il 9%; il secondo, la coalizione del Blocco Egiziano, prende il 6%.

Questo risultando rotondo e abbastanza agghiacciante deve molto anche al contributo entusiastico dei leader europei e del presidente americano Obama, tutti smaniosi di legittimarsi presso le nuove avanguardie democratiche dell’ex terzo mondo, nell’illusione di poterle poi controllare. In realtà questa mancata presenza di spirito, e di intelligenza, è frutto dell’intrinseca debolezza dell’Occidente, che invita ad illudersi ed a fare i furbi. Berlusconi, il “pagliaccio” in mezzo a tanti statisti più o meno sobriamente à la page, aveva pienamente ragione quando nei giorni della rivolta avvertiva che le centinaia di migliaia di manifestanti di piazza Tahrir non rappresentavano gli ottanta milioni di abitanti dell’Egitto. C’è sempre, in ogni paese, una maggioranza silenziosa naturalmente conservatrice, ostile agli eccessi ed agli integralismi. Con l’affrettata caduta del “regime” di Mubarak, che a suo modo la proteggeva, e la controllava, è stato spazzato via ogni ostacolo all’imporsi delle organizzazioni islamiche. Una maggioranza silenziosa è diventata una maggioranza impaurita, in cerca di un padrone. Il risultato della rivoluzione democratica è un simulacro di democrazia, fondato sulla paura. Prossimamente un parlamento a schiacciante maggioranza islamica eleggerà un consiglio di cento membri incaricato di redigere una nuova costituzione. E vedremo allora, se dopo la sostanza, saranno le forme della democrazia a saltare. Intanto i “nuovi” militari al potere, che pensavano opportunisticamente di riciclarsi nella stagione rivoluzionaria grazie alla consegna del capro espiatorio Mubarak, si rivelano anche più letali dei “vecchi” nei confronti dei manifestanti che, con tragica ingenuità, protestano contro una rivoluzione “tradita e incompiuta”. E non si accorgono, i primi e i secondi, che combattendosi gli uni con gli altri stanno azzerando ogni opposizione al nuovo ordine islamico. A parziale consolazione, c’è tuttavia da dire che, legittimandosi nella democrazia, anche in Egitto l’islamismo politico ha accettato un elemento culturale universalistico, occidentale e in senso lato cristiano, che nel lungo o lunghissimo periodo lo distruggerà.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (57)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ELSA FORNERO 16/01/2012 Al ministro del Lavoro non piace che la si chiami “la Fornero”. E’ una pratica maschilista. La si chiami “Fornero” e basta. Ragazzi, che tristezza, questo perbenismo imbecille. E che pugno allo stomaco della lingua italiana. Comunque, non abbattetevi. Fra vent’anni un ministro del Lavoro di sesso femminile protesterà contro questa monca tassonomia politico-istituzionale: come se per certi incarichi di responsabilità la lingua non potesse contemplare il genere femminile! Le (o gli?) sembrerà una pratica maschilista. E vorrà essere chiamata a tutti i costi ministra o ministressa.

L’ITALIA REPUBBLICANA 17/01/2012 E’ morto a 89 anni Manuel Fraga Iribarne. Franchista fino alla morte di Franco, figura di primo piano del regime del Generalissimo, scelse di partecipare da protagonista alla costruzione della Spagna democratica: fu il leader di una coalizione di formazioni politiche guidate da ex ministri franchisti, Alianza Popular, che fece appello all’elettorato più conservatore e ai nostalgici del regime, e che alle prime elezioni democratiche prese l’otto per cento circa dei voti. Tutto ciò accadeva meno di quarant’anni fa. Alianza Popular fu il nucleo «reazionario» del partito egemone della destra moderna spagnola, il Partido Popular, di cui Manuel Fraga è considerato il fondatore. Tutta, o quasi, la classe politica spagnola gli ha reso omaggio, da Aznar a Zapatero. Per il primo ministro (o il presidente del «governo», come dicono in Spagna) Mariano Rajoy, Fraga fu «uno de los politicos más grandes del siglo XX». Per il presidente del gruppo parlamentare socialista, Alfredo Pérez Rubalcaba, Fraga fu «un servidor pǘblico impecable». I nazionalisti baschi, pur riconoscendo il ruolo importante giocato da Fraga durante la transizione democratica spagnola, hanno detto di non aver alcun debito di gratitudine verso un nemico del popolo basco. Solo il coordinatore dei comunisti di Izquierda Unida, Cayo Lara, ha parlato come un normale e imbecille progressista italiano, anche di «centro»: «Manuel Fraga se ne è andato» ha detto, «senza che il suo partito abbia condannato il franchismo». E il bello è che da noi il regime fascista è caduto da quasi settant’anni, non da quasi quaranta. Ma da noi di antifascismo si vive, si odia, e si mangia soprattutto.

L’ITALIA ANTIFASCISTA 18/01/2012 A beneficio di coloro che ieri non hanno nemmeno osato capire qualcosa, spiego in poche parole la genesi e l’essenza dello specialissimo antifascismo italico, così vi risparmiate di leggere un sacco di libri troppo tremebondi per guardare in faccia la verità. Avete presente la Germania? La Germania, almeno quella non caduta sotto il tallone sovietico, uscì dalla seconda guerra mondiale unita nella sconfitta e nella vergogna. In questo disastro finì schiacciato anche il radicalismo politico di massa. Ed in breve il sistema politico tedesco s’incardinò naturalmente su un grosso partito socialdemocratico e su un grosso partito cristiano-democratico. Avete poi presente la Spagna? Il paese iberico uscì da una feroce guerra civile con la vittoria di Franco. Il franchismo morì di morte naturale quarant’anni dopo con la dipartita del suo fondatore, senza troppi scossoni. Senza rivoluzioni. Senza «vincitori morali» di massa. Dopo qualche anno il sistema politico spagnolo s’incardinò naturalmente su un grosso partito socialista e su un grosso partito popolare. Prendete l’Italia invece. Il regime fascista visse tranquillo per vent’anni senza troppe opposizioni. La guerra fu stra-persa. I due anni della risalita anglo-americana della penisola, e i quattro gatti della Resistenza, due almeno dei quali corsi in soccorso del vincitore sovietico, permisero all’immaginifico popolo italiano di trasformare una guerra stra-persa in una mezza vittoria. In questa spudorata mezza vittoria s’intrufolò mezza Italia: la più conformista, si capisce bene, quella più vicina al defunto regime, quella più colpevole. Assiso su questa colossale impostura, l’antifascismo per vivere ha bisogno del quotidiano veleno dell’Italia «migliore», da rinfacciare nei secoli dei secoli all’Italia meno colpevole. Un imbroglio di cui ancor oggi vediamo le storiche conseguenze sul mai ben assestato sistema politico italiano, coi suoi grossi partiti «comunisti» o «democratici di sinistra», che non hanno fratelli in Europa.

GREGORIO DE FALCO 19/01/2012 Ho resistito due o tre giorni. Perché origliare mi mette ancora – per fortuna – a disagio. Poi mi son detto: e va bene, sentiamo. E mi son venuti subito in mente gli sketch di Fracchia, con Paolo Villaggio e Gianni Agus. Il nostro eroe nelle vesti del terribile capo di Fracchia. E bravo. Ha fatto la sua sceneggiata. Tac… si registra, e via! E lui è partito come una mitragliatrice, senza neanche lasciar fiatare uno sciagurato che aveva appena fatto una minchiata colossale. Invece di cercare di rimettere in piedi psicologicamente un uomo la cui testa stava affondando insieme alla nave, invece di lasciarlo parlare in modo di farsi un’idea della situazione e dell’uomo che, in quel momento, giocava il ruolo più importante in una faccenda terribilmente seria, ha pensato bene di fargli una lavata di capo micidiale, l’ultima cosa utile, in quel momento, con toni perfino derisori («Vuole andare a casa?»: e che, se l’era studiata questa? Ma vi sembra normale, in quel momento?), e di esibirsi in una serie di ordini tanto stentorei quanto vuoti, se non si ha esatta cognizione della situazione. Comicamente compreso di sé, ci ha perfino ricamato su con burocratica perfidia, del tutto fuori luogo, in quel momento: «… e mi dice se ci sono bambini, donne, o persone bisognose di assistenza, e me ne dice il numero di ciascuna di queste categorie!» Ci mancava solo, da parte del «coniglio», il «Com’è buono lei!» che Fracchia, annichilito, era uso dire al termine della sfuriata del capo. Ma a quello ci ha pensato l’Italia Migliore.

[E’ venuta giù la grandine, naturalmente. Nella tempesta ho tenuto la rotta con una compostezza tale da accendere d’invidia l’animo del pur nobile Capitan Findus (lo so da fonti certe). Ecco dunque le mie repliche:

Ma cari signori, che vi succede? Vi ha preso il panico? Carissimi bollenti spiriti, voi dimenticate: che io ho sparso, non a caso, questo vergognoso trafiletto di tutta una serie di “in quel momento”; che “rimettere in piedi psicologicamente” un uomo significa smuoverlo, fargli ritrovare un filo di stima di se stesso per rendersi utile, tanto più se costui è colui che può fare di più, in quel momento: non annientarlo e renderlo inservibile; che la priorità “in quel momento” consiste nel salvare vite umane, non l’astratta onorabilità della marina;  che per quello scopo prioritario bisogna dimostrare calma fermezza e pragmatismo, non sbraitare da lontano ordini da Manuale delle Giovani Marmotte; che è sempre bello ammirare un uomo che non perde la testa nella tempesta, l’uomo volitivo che sa fare il proprio difficile dovere; che ammirarne la rumorosa caricatura è invece un gran brutto affare; che infine, signori, stiamo vivendo la stagione della sobrietà, di cui c’è proprio un gran bisogno, di quella vera s’intende: di quella ostentata da certe macchiette, ne abbiamo fin sopra i capelli; che a proposito di quest’ultima osservazione, mi vien proprio da dire che è curioso che i migliori italiani si siano infatuati dei simulacri delle virtù: dalla seriosità spacciata per sobrietà, al fiero strepitante cipiglio spacciato per risolutezza, ché quello era una specialità anche del spezzator di reni di augusta memoria. Certo, è più comodo.

Che io «difenda» il comandante della nave è – ovviamente – una menzogna. La menzogna è una brutta cosa, specie se detta con la bava alla bocca, e disonora chi la dice. Per il resto l’atmosfera e i gradi militari mi hanno ricordato la naja. All’epoca, lassù, nella «tana dei lupi» ero conosciuto come «il grande rimbeccatore». Facevo ammattire con la mia simpatica nonchalance i «nonni». A volte quelle mezze seghe nemmeno mi capivano, così mi prendevo la soddisfazione di spiegare loro come e perché li pigliavo per il culo. S’intende che poi ne pagavo il prezzo. Ma insomma, era esaltante. Il periodo più glorioso della mia carriera di rimbeccatore fu un mese che passai a fare un corso (non ero uomo, ero caporale, poi persino caporalmaggiore, e mi spedivano a fare dei corsi) in una caserma dove vigeva una disciplina più severa che nella «tana dei lupi» , e dove quindi i nonni non è che potessero prendersi tante libertà. Lì mi scatenai. I nonni si mettevano perfino le mani nei capelli dalla disperazione. Il mio scherzo preferito era questo: al termine di un urlato processo, mi mostravo finalmente arrendevole, e per dimostrare la serietà dei miei propositi, come un essere ignaro di ogni cultura, e un po’ tocco, mi facevo spiegare per filo e per segno da quei babbei il galateo del nonnismo, e anzi ne facevo pure le prove, volenterosissimo, a parole e gesti, e alla fine, quando mi «congedavano» (siamo pur sempre in una caserma, eh!) con un «E adesso riga dritto! All’occhio!», io tranquillo tranquillo rispondevo: «Ma manco per il cazzo. Non se ne parla nemmeno!» Ah ah ah… bei tempi!]

FRANCO MARESCO 20/01/2012 E’ in via di ultimazione il nuovo film del regista siciliano, “Belluscone, una storia siciliana”. L’argomento, a dire il vero, sembrerebbe un tantino vecchiotto, frusto, abusato. Ma forse Silvio è come l’Amore, un tema inesauribile. O forse, semplicemente, il genio sa vedere le cose da angolazioni sorprendenti, rivelatrici, nuove, e godibili, che ci mettono in guardia contro le malattie ricorrenti dello spirito della nazione, e la loro capacità camaleontica. Perché, a detta di questo originale artista, “Il peggio deve ancora arrivare. Berlusconi lascia dietro di sé una generazione indifferente a tutto, composta da persone che si comportano come zombie”. E’ per questo che sono ottimista sul suo nuovissimo film. Lo andranno a vedere. Li hanno visti tutti, i film sul Caimano. Perché cavolo non dovrebbero farlo anche questa volta, gli zombie?

Articoli Giornalettismo, Italia

Giustizialisti, con juicio

E’ molto spiaciuta alla nostra stampa sobriamente benpensante la Lega poco forcaiola che si è divisa sul voto sulla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Napoli nei riguardi di Nicola Cosentino, contribuendo in modo decisivo alla «salvezza» del reprobo. Il quale reprobo, però, è indagato da una vita, e da una vita è sotto i riflettori. Cosa possa combinare in queste condizioni lo sa solo l’Onnipotente o la nostra onnisciente magistratura. La richiesta di arresto era palesemente pretestuosa, e il suo arresto avrebbe voluto solo un valore, o meglio, un disvalore «esemplare», perché così piace ai cultori della legalità del nostro paese, abituati a vivere di simboli positivi e negativi, ai quali stringersi attorno o sui quali lanciare l’anatema, obbligatoriamente. Si è così confermato che il «moderatismo» messo in pratica da queste penne guardinghe è un conformismo che con molta urbanità sa venire a patti anche con le pulsioni peggiori, quando siano abbastanza diffuse. Sono i casi in cui «ascoltare la pancia della gente» diventa una virtù. Qui la sobrietà, se vi interessa saperlo, sta nell’adeguarvisi giudiziosamente, senza sbracare.

C’è qualcosa di vile e di ostinatamente meschino nel non voler riconoscere che proprio in casi come questi si vedono i frutti positivi della lunga stagione berlusconiana. Evidentemente sul lento processo di maturazione leghista fa premio la necessità di sganciare la Lega dal PDL, sia che essa ritorni al celodurismo originario, sia che diventi una «costola» della sinistra a forza di lusinghe e legittimazioni verso i «maroniani» di turno, nella speranza di trovare un giorno un Fini leghista. Per i nordisti sono due opzioni suicide, e perciò incoraggiate. L’unico futuro per la Lega è un’alleanza sempre più organica col partito di Berlusconi: i dirigenti del partito e i suoi elettori in cuor loro lo sanno, anche se il concetto non è ancora entrato nella loro testa.

Il voto è anche un segno che col tempo, dopo il colpo di mano che ha messo Monti alla guida del governo, le forze politiche si stanno naturalmente riaggregando. E si è visto che il terzo polo, quello fieramente indipendente, alla prima conta un po’ delicata, senza aver alle spalle qualche diktat europeo, si è diligentemente piegato ai dettami della stagione giustizialista. Sua Vacuità Pier Ferdinando Casini, con la tipica voluttà dei democristiani convertiti alla vulgata sinistrorsa, ha parlato di eutanasia del Parlamento, di suicidio in diretta, solo perché i suoi alleati di un tempo hanno salutato con qualche applauso l’esito del voto, come se non avvenisse ogni volta che nell’attività parlamentare si esce dall’ordinaria amministrazione. Per quanto fragile questa rinnovata intesa tra Berlusconi e Bossi ha messo in allarme la vasta platea dei corifei del «governo del presidente», tanto più che il professor Monti, a parte le pose garbatamente efficientiste, fin qui non ha affatto dimostrato il nerbo necessario per farsi sentire in Europa e per mettere in cantiere le mitiche e sanguinose riforme di cui abbiamo tanto bisogno, i due fronti sui quali è stato chiamato a combattere, «facendo presto». Che dovesse fare presto non c’è dubbio, ma non per i ben martellati motivi di emergenza che gli hanno spianato la strada, ma per cogliere l’occasione offertagli da una classe politica in stato comatoso.

E così oggi con tutta naturalezza si biasima la debolezza della Lega nei confronti di Berlusconi come non tanto tempo fa si biasimava la debolezza di Berlusconi nei confronti della Lega, e l’immobilismo che ne derivava. Tali capriole si spiegano facilmente: virtù vere se ne vedono poche in giro. Chiarezza di idee e coerenza sono merce rara. E’ molto più facile illudersi che sia possibile vellicare gli istinti peggiori dell’opinione pubblica, purché rientrino nel catalogo aggiornato del politicamente corretto, e nello stesso tempo sfoggiare la retorica della ragionevolezza e della responsabilità; sciocchi esercizi impersonati in questi giorni dai due rumorosi impostori chiamati Equità e Rigore.

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Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (56)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA LAPIDE DI ACCA LARENTIA 09/01/2012 Non so se sia per grande ingegno, o per grande ignoranza, ma la lapide ai “caduti” di Acca Larentia, “assassinati dall’odio comunista e dai servi dello stato” è un capolavoro di sottigliezza. E’ bene infatti ricordare agli smemorati o a quelli che non lo sanno, che “servo di stato” prima di diventare, a furia di esecuzioni proletarie, un attestato di benemerenza da pronunciare con la dovuta compunzione istituzionale, negli anni settanta fu un marchio d’infamia maneggiato con disinvoltura non solo dalle Brigate Rosse ma anche da buona parte della sinistra antagonista, ivi compresa quella salottiera. A molti allora “Assassinati dall’odio fascista e dai servi di stato” sarebbe suonato perfetto, perché è noto che pure a quei tempi si viveva sotto un “regime”. Cosicché la lapide è un perfido emblema della fratellanza spirituale fra camerati e compagni. Son sicuro che molti dei rossi scesi in strada furibondi non l’hanno capito, ma l’hanno sentito: son qua io, ad aprir loro gli occhi.

AMNESTY INTERNATIONAL 10/01/2012 E’ destinata a noi tutti, che mai avremmo potuto prevederla o sospettarla, l’allarmante verità rivelata dai migliori amici dell’umanità: il bilancio della Primavera Araba all’inizio del 2012 nel Nord Africa è deludente. In Tunisia sul piano dei diritti umani le cose procedono ancora lentamente; in Libia procedono più o meno come prima, e le nuove autorità non sembrano in grado di impedire una replica delle violazioni dei diritti umani tipiche del vecchio sistema di potere; in Egitto il Consiglio Supremo delle Forze Armate al potere si è reso responsabile di abusi persino peggiori di quelli dell’epoca di Mubarak. Insomma, le rivoluzioni si sono rivelate mezze rivoluzioni. Rivoluzioni tradite. Bisogna perciò che le potenze internazionali e i governi della regione le portino a compimento. Fino in fondo. Sono completamente d’accordo. E aggiungo: è da troppo tempo ormai che non si vede più la ghigliottina sfoderare tutta la sua democratica, liberatrice, livellatrice, fraterna, e geometrica potenza.

ANTONIO CATRICALA’ 11/01/2012 «Nessuna pietà verso gli evasori: spareremo ad alzo zero. Chi evade le tasse, in un momento come questo, tradisce la Patria!» Così disse il Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, volendo forse stupirci. Ma per niente! Per niente! Che un uomo misurato, sobrio, posato, come non poteva non essere un sottosegretario di questa flemmatica e rigorosa Presidenza del Consiglio, tutto ad un tratto si metta a sbraitare come un inquisitore, è nell’ordine più rigoroso delle cose, certificatissimo dalla storia: non avete mai sentito o letto di quella inesplicabile mutazione che coglie immancabilmente molti travet di piccolo, medio e grosso calibro quando si apre la stagione della caccia nei periodi di fanatismo?

LA CORTE DEI CONTI 12/01/2012 Ennesima pecora del gregge a belare nel coro anti-evasori, la Corte ha deciso di belare alto e forte, con accenti di paternalistico rimprovero verso le fatue consorelle, che la fanno troppo facile. Per questo venerabile consesso, infatti, le misure di contrasto all’evasione fiscale che prevedono il carcere “sono rimaste per lo più inapplicate o hanno avuto risultati del tutto insoddisfacenti e talvolta anche controproducenti”. All’uopo, e per nostra fortuna, la Corte, che ben sa il fatto suo, ha annunciato l’avvio di una specifica indagine. Nell’ambito dei controlli programmati nel 2012 sarà riservato uno spazio alla lotta all’evasione fiscale, in particolare al «contrasto penale». A cui, nel caso ce lo fossimo dimenticato, «è stata da sempre attribuita grande rilevanza».

IL POLITICO ALLE MALDIVE 13/01/2012 I calciatori che svernano per qualche giorno a Miami come mucche portate al pascolo in fondo li capiamo. E’ bene, anzi, che tutto il loro estro queste cime lo riservino alle giocate in campo. Ma vedere i politici sbarcare alle Maldive in comitiva sgomenta. Pensate: in questi giorni, per scaldarsi le ossa (se proprio lo volevano) e per fuggire uno dall’altro (se restava loro un minimo di salute mentale) avevano, oltre alla fascia equatoriale, tutto l’emisfero australe a disposizione. Ma niente, le Maldive sono di rigore, e il loro intelletto è talmente sobrio da essere incapace di concepire qualcosa di diverso.

Articoli Giornalettismo, Italia

Il populismo, le voilà

Per Eugenio Scalfari, l’Italia, che fino ad un mese fa era sull’orlo del baratro, ora “guida la battaglia salva-Europa”. Mentre non passa giorno che il Presidente della Repubblica non saluti l’orgoglio nazionale ritrovato, e che la stampa in coro non biascichi stancamente, a mo’ di prologo, il dogma recentissimo della credibilità anch’essa ritrovata, prima d’imbarcarsi in auspici nebulosi sul destino delle riforme. Il Presidente del Consiglio riesce a fare ancor peggio, e da uomo di stato qual è, afferma che sono gli evasori a mettere mano nelle tasche degli italiani. Per chi va in cerca di applausi a buonissimo mercato, è una battuta facilissima. Da politicante senza tanti scrupoli di coscienza. Volevate il populismo? Eccolo qua. Se non sentite come puzza, è evidente che vi ci trovate benissimo. D’altronde siete stati abituati a chiamare populismo l’ottimismo facile e lo stile poco ortodosso di Berlusconi: accecati dalla forma, avete perso di vista la sostanza. Non per niente la nuova era è improntata alla “sobrietà”, che è lo stile preferito dai Tartufi e dagli Ayatollah di tutti i tempi. Con la resa del governo Berlusconi il populismo, se per esso si intende la demagogia di massa, invece di scomparire, è tracimato. Nell’arena propriamente politica, le attuali opposizioni al governo Monti, di destra e di sinistra, hanno sentito potente il richiamo della foresta e vi si sono tuffate con voluttà. Tuttavia il loro becero massimalismo non è il frutto di un rigetto fisiologico di una nascente area di ragionevolezza o consapevolezza, ma è il sintomo di una patologia che ha investito tutto il corpo della nazione. Ad esso, infatti, si contrappone, e ne è il riflesso, il massimalismo educato della nuova compagine governativa e dei suoi cantori. Ad ormai due mesi dall’inizio della svolta che doveva raddrizzare la torre pendente chiamata Italia e dare aria ai suoi irrespirabili locali con due o tre colpi decisi da maestro, l’atmosfera è talmente pesante che, per placare l’isterismo, il Prestatore di Ultima Istanza di vittime sacrificali ha inondato di questa moneta svilita il mercato dei media e della politica. Casta ed evasori, evasori e casta, come e più di prima: che noia mortale! Il governo degli esperti si è adeguato servilmente a questo vento fetido con tutta una serie di misure non tanto da stato di polizia ma da stato sull’orlo di una crisi di nervi. Forse adesso qualcuno che si professa “liberale”, ma vive questa suo liberalismo come una religione fuori dal tempo e dallo spazio, comincerà a rendersi conto che la vera missione storica, al di là della reclamizzata rivoluzione liberale, dell’incompiuta stagione berlusconiana, che non è finita e non è stata senza frutto, era di irregimentare e di riportare nel recinto della politica, almeno per quanto riguarda la sua metà del cielo, tutto questo radicalismo di massa che perseguita l’Italia dalla fine della prima guerra mondiale. Pagare dazio era inevitabile. Non c’era alternativa. E il suo successo avrebbe costretto anche l’altra metà alla ristrutturazione, nel corpo e soprattutto nell’anima. L’intuizione berlusconiana era feconda e costruttiva. Io, nel mio piccolo, ho sempre sostenuto che la vera grande riforma di cui necessitava l’Italia, la solida piattaforma per tutte le altre riforme, era di arrivare ad un sistema politico fondato su un onesto partito conservatore ed un onesto partito socialdemocratico: dico “onesto”, perché una politica fattiva deve sempre coniugarsi con la temperie culturale del paese, senza fuggire nel passato o nel futuro. E’ un fatto che tutti i protagonisti di politiche “inclusive” e lungimiranti, ma nient’affatto “consociative”, si siano attirati odi profondi e criminalizzazioni da chi ha vissuto la politica in modo cupamente messianico, ivi compreso qualche sedicente e zelante liberale: da Giolitti, “ministro della malavita”, pur essendo persona integerrima, a Craxi, ed ora a Berlusconi. Nel passato, la loro dipartita ha significato l’imporsi, prolungato o temporaneo, di forze distruttive. La storia che vi raccontano è diversa; molti lo fanno per semplice viltà; in ogni caso, non me ne importa un piffero.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

P.S. Veniamo ora a sapere che per il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, un altro noto discepolo della religione della misura e della sobrietà, “chi evade in un momento come questo tradisce la Patria”. Come volevasi dimostrare.

Articoli Giornalettismo, Schei

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (55)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIORGIO NAPOLITANO 02/01/2012 Non solo ha avuto il coraggio di dire che «l’Italia può e ce la deve fare» – l’avrei lasciato stare – ma anche che il 2012 può essere l’occasione per «un nuovo balzo in avanti». Di «vecchi» balzi in avanti ne ricordo solo uno: quello «Grande» di Mao, che ridusse alla fame i cinesi, quelli sopravvissuti al balzo. Sarà pure cadavere, ma questo comunismo scalcia ancora: occhio a dove mettete i piedi.

IL MERCATO DELL’AUTO 03/01/2012 Che va a picco e ritorna ai livelli del 1996. E ben gli sta! La tua macchinetta andava benone ma tu dovevi cambiarla per forza. A forza di incentivi. E per la salvezza del pianeta! Per l’occupazione! Per l’industria! Per distinguerti! Per omologarti! Sennò passavi per un brigante, per un boicottatore dello sviluppo! Solo perché i tuoi sudati soldi li risparmiavi! O li impiegavi con più buon senso! Ed erano tutti d’accordo come perfetti imbecilli, in questo stupro di gruppo del «libero mercato», costruttori, governi, partiti, sindacati, giornali, banche: quelli che oggi ci chiedono «sacrifici». Sono i miracoli della «coesione».

LA PROCURA DI ROMA 04/01/2012 Al cui occhio penetrante nulla sfugge! Per i segugi dell’Urbe i compagni di merende della P3 formavano una cricca impegnata “a realizzare una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento dei partiti, diffamazione e violenza privata”. Una serie indeterminata? Forse perché nemmeno loro sapevano che cavolo volevano fare? O forse perché, in attesa di combinare qualcosa, non ponevano limiti alla fantasia? Una cricca, comunque, secondo i procuratori, “caratterizzata dalla segretezza degli scopi”? Segretezza a prova di bomba, vista la nettezza degli scopi. Una cricca “volta a condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di rilevanza costituzionale, nonché apparati della pubblica amministrazione dello stato e degli enti locali”. Vaste programme, ma il minimo per il millantatore gloriosus italicus: sì, ma a quale scopo? Per approfittare “delle conoscenze così realizzate per acquisire informazioni riservate, influire sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate dai membri dell’associazione”. Adesso è tutto chiaro: i quattro amici al bar, una volta influito sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate, potevano riapprofittare delle conoscenze così realizzate per riacquisire informazione riservate, e così riinfluire sull’esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate, e poi approfittare di nuovo delle conoscenza così realizzate per acquisire nuove informazioni riservate, e così via, via, via, via! Ad allargare all’infinito il cerchio della loro potenza! Sì, ma a quale scopo? Lo so io! Sì, so io qual è lo scopo! Scopo nobilissimo e poetico, che darà lustro all’Italia: costruire eroicamente la grandiosa epopea del maneggione, del nostro Čičikov nazionale, accaparratore non già di anime morte, ma di segreti di Pulcinella.

BEPPE GRILLO 05/01/2012 Per lo scalmanato martello ligure questi nostri politici italioti hanno veramente alzato un po’ troppo la cresta. Ma chi credono di essere? “Se Mussolini aveva sempre ragione” ha sbottato indignato, “loro ne hanno ancora di più.” Mentre dovrebbe esser ormai chiaro a tutti, santa madonna, che il più bravo di tutti, il vero fuoriclasse, è lui e solo lui.

EQUITALIA 06/01/2012 Non tanto tempo fa si chiamava ancora Riscossione S.p.A., una denominazione che quantomeno aveva il pregio incoraggiante della chiarezza. Poi, per voler sfoggiare un levigato giustizialismo; per voler strizzar l’occhio equo e solidale al cittadino democratico e piazzaiolo; per correr dietro alle mode e al politicamente corretto; insomma, per piegarsi furbescamente al populismo dalle buone maniere, quello più pericoloso e velenoso, ha cambiato etichetta. Non avendo abbastanza la schiena diritta per resistere al vento dell’egalitarismo degli invasati anti-casta, ha seminato un po’ di vento anch’essa, dando una mano a costruire la trappola d’odio in cui ci siamo cacciati. Ed adesso raccoglie un po’ di tempesta. Troppa o troppo poca? In misura equa o non equa? Io non me ne curo. Io non c’entro. Io non mi sono piegato davanti all’idolo dell’equità. Quella baldracca. Son cose da servi. E da lacchè.

Articoli Giornalettismo, Esteri

Piazze e piazzate mediatiche

Il 2011 è stato l’anno delle piazze mediatiche, da quelle della primavera araba a quelle russe a quelle okkupate dai nostri ancor benestanti indignados occidentali. Le prime hanno accompagnato rivoluzioni, le seconde forse non combineranno sfracelli, le terze si sono ridotte a lagnose piazzate mediatiche. Questi esiti diversi c’insegnano che dietro il fasto della tecnologia, che a prima vista sembra dettare nuove e vincenti regole di comportamento politico alle masse, e nuove regole alla sua interpretazione, la catena degli eventi storici conferma una sua stagionatissima fenomenologia. Il progresso tecnologico, infatti, ha celebrato il suo trionfo proprio nei paesi più arretrati e meno “democratici”, ossia là dove era meno presente una forte e variegata opinione pubblica. Di questi ultimi, però, a cadere sono stati i regimi con un certo grado di apertura, mentre quelli chiusi a doppia mandata rimangono ancora in sella. Il segreto di tutti i rivoluzionari è sempre stato quello di far coincidere piazza ed opinione pubblica, questo nuovo soggetto politico di massa della modernità creato dai mezzi d’informazione che ha fatto uscire l’agorà dal perimetro angusto della polis aristocratica o della corte. Il miglior momento per usare con successo questa massa d’urto è quello della sua prima infanzia, quando essa però ha cominciato a camminare con le proprie gambe e ad autoalimentarsi, quando è ancora nelle mani di un solo partito, ed è ancora concentrata nella capitale e nelle città. Alla vigilia della Rivoluzione Francese, nonostante i Lumi e la pubblicistica, i viaggiatori inglesi notavano come la distanza fra Parigi e la «provincia» fosse immensa, in termini di comunicazioni materiali ed immateriali, rispetto al paese dal quale provenivano. Il carattere «totalitario» del successo della Rivoluzione Francese, così come di quella russa degli inizi del novecento, si fondò sulle arretratezze del paese, non sulla capillare diffusione del verbo. In certi casi, in certi paesi dove il potere è fortemente centralizzato, è una sola piazza quella che conta.

La democrazia viene così a vincere in un paese dove lo spirito democratico è assente o gracile, perché non vi è ancora ad innervarlo la forte e variegata opinione pubblica sopramenzionata, tanto forte e tanto variegata da essere inservibile come falange. Lo stesso nascente spirito democratico collassa nel momento della sua presunta vittoria e le forme democratiche finiscono per sublimare un assolutismo od uno zarismo più pervasivo e lineare di quello che si è abbattuto. E’ per questo che l’entusiasmo per la primavera araba era frivolo e ingiustificato. Tanto quanto i sospiri, le perplessità e le delusioni di oggi. E’ per questo che risultano insopportabili sia coloro che sottovalutano il significato delle vittorie elettorali di partiti più o meno islamisti, sia coloro che le assimilano a vittorie fondamentaliste. I peggiori sono però quelli che, non avendo capito un bel nulla, hanno riversato tutto il loro deluso e salottiero afflato democratico sulla causa russa. Indifferenti alla storia di un paese dove la servitù della gleba è stata abolita solo a metà dell’ottocento; che è stato sotto lo scettro dello Zar fino alla prima guerra mondiale; che è collassato in un disumano dispotismo comunista fino a due decenni fa; che dopo un periodo di speranze e torbidi si è rimesso in marcia sotto la guida di un potere semi-autoritario e paternalista; che, bene o male, per quanto fragile e fortemente disomogeneo, ha raggiunto un livello di prosperità mai visto in passato; che, bene o male, vede lo svolgersi di una regolare vita parlamentare e di regolari elezioni politiche, talmente irregolari che alle ultime della serie il partito del «dittatore» è andato sotto il cinquanta per cento dei suffragi; indifferenti dunque a tutto ciò, questi signorini vorrebbero abbattere tutto e fare piazza pulita: bellamente ignorando che, sotto la pressione della piazza – ossia della demagogia – l’alternativa di massa – ossia «democratica» – a Putin o a Medvedev non saranno i club liberali di San Pietroburgo o Mosca, ma i neocomunisti o i nazionalisti, o i nazional-comunisti, premiati alla grande, guarda caso, dalle ultime «irregolari» elezioni, pronti ad egemonizzare il fronte popolare della «Russia Onesta».

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