Il populismo, le voilà

Per Eugenio Scalfari, l’Italia, che fino ad un mese fa era sull’orlo del baratro, ora “guida la battaglia salva-Europa”. Mentre non passa giorno che il Presidente della Repubblica non saluti l’orgoglio nazionale ritrovato, e che la stampa in coro non biascichi stancamente, a mo’ di prologo, il dogma recentissimo della credibilità anch’essa ritrovata, prima d’imbarcarsi in auspici nebulosi sul destino delle riforme. Il Presidente del Consiglio riesce a fare ancor peggio, e da uomo di stato qual è, afferma che sono gli evasori a mettere mano nelle tasche degli italiani. Per chi va in cerca di applausi a buonissimo mercato, è una battuta facilissima. Da politicante senza tanti scrupoli di coscienza. Volevate il populismo? Eccolo qua. Se non sentite come puzza, è evidente che vi ci trovate benissimo. D’altronde siete stati abituati a chiamare populismo l’ottimismo facile e lo stile poco ortodosso di Berlusconi: accecati dalla forma, avete perso di vista la sostanza. Non per niente la nuova era è improntata alla “sobrietà”, che è lo stile preferito dai Tartufi e dagli Ayatollah di tutti i tempi. Con la resa del governo Berlusconi il populismo, se per esso si intende la demagogia di massa, invece di scomparire, è tracimato. Nell’arena propriamente politica, le attuali opposizioni al governo Monti, di destra e di sinistra, hanno sentito potente il richiamo della foresta e vi si sono tuffate con voluttà. Tuttavia il loro becero massimalismo non è il frutto di un rigetto fisiologico di una nascente area di ragionevolezza o consapevolezza, ma è il sintomo di una patologia che ha investito tutto il corpo della nazione. Ad esso, infatti, si contrappone, e ne è il riflesso, il massimalismo educato della nuova compagine governativa e dei suoi cantori. Ad ormai due mesi dall’inizio della svolta che doveva raddrizzare la torre pendente chiamata Italia e dare aria ai suoi irrespirabili locali con due o tre colpi decisi da maestro, l’atmosfera è talmente pesante che, per placare l’isterismo, il Prestatore di Ultima Istanza di vittime sacrificali ha inondato di questa moneta svilita il mercato dei media e della politica. Casta ed evasori, evasori e casta, come e più di prima: che noia mortale! Il governo degli esperti si è adeguato servilmente a questo vento fetido con tutta una serie di misure non tanto da stato di polizia ma da stato sull’orlo di una crisi di nervi. Forse adesso qualcuno che si professa “liberale”, ma vive questa suo liberalismo come una religione fuori dal tempo e dallo spazio, comincerà a rendersi conto che la vera missione storica, al di là della reclamizzata rivoluzione liberale, dell’incompiuta stagione berlusconiana, che non è finita e non è stata senza frutto, era di irregimentare e di riportare nel recinto della politica, almeno per quanto riguarda la sua metà del cielo, tutto questo radicalismo di massa che perseguita l’Italia dalla fine della prima guerra mondiale. Pagare dazio era inevitabile. Non c’era alternativa. E il suo successo avrebbe costretto anche l’altra metà alla ristrutturazione, nel corpo e soprattutto nell’anima. L’intuizione berlusconiana era feconda e costruttiva. Io, nel mio piccolo, ho sempre sostenuto che la vera grande riforma di cui necessitava l’Italia, la solida piattaforma per tutte le altre riforme, era di arrivare ad un sistema politico fondato su un onesto partito conservatore ed un onesto partito socialdemocratico: dico “onesto”, perché una politica fattiva deve sempre coniugarsi con la temperie culturale del paese, senza fuggire nel passato o nel futuro. E’ un fatto che tutti i protagonisti di politiche “inclusive” e lungimiranti, ma nient’affatto “consociative”, si siano attirati odi profondi e criminalizzazioni da chi ha vissuto la politica in modo cupamente messianico, ivi compreso qualche sedicente e zelante liberale: da Giolitti, “ministro della malavita”, pur essendo persona integerrima, a Craxi, ed ora a Berlusconi. Nel passato, la loro dipartita ha significato l’imporsi, prolungato o temporaneo, di forze distruttive. La storia che vi raccontano è diversa; molti lo fanno per semplice viltà; in ogni caso, non me ne importa un piffero.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

P.S. Veniamo ora a sapere che per il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, un altro noto discepolo della religione della misura e della sobrietà, “chi evade in un momento come questo tradisce la Patria”. Come volevasi dimostrare.

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4 thoughts on “Il populismo, le voilà

  1. Il sig Catricalà è noto per essere stato negli ultimi 20 anni uno dei principali consulenti legislativi del SIlvio più che discepolo della religione della sobrietà.
    La realtà è che se le intuizioni del SIlvio fossero state feconde e costruttive avrebbero costruito qualcosa di solido, mentre al di là dei sogni e dei castelli in aria di cui cianciano i suoi nostalgici non si è visto NULLA.
    E sempre quando chiedo, fatemi un esempio comprensibile ad un comune essere umano e basato su qualcosa in più che la fede cieca nelle doti paranormali del vecchio satiro si cade nel silenzio assoluto.
    Penso che sia il caso di rassegnarsi, il successo che doveva irreggimentare forze politiche senza nessun progetto comune e che doveva costringere i NEMICI e i terribili comunisti a fare altrettanto NON SI è MAI AVVERATO, ma “in ogni caso, non me ne importa un piffero.” se non fosse il fatto che amministrando MALE la cosa pubblica con grande menefreghismo nella fiducia che “le cose si sarebbero sistemate da sole senza fare niente” qualche problemino è arrivato, e il fatto che questo sia successo quando le cose sono peggiorate per tutti non è un caso, era ampiamente prevedibile e molti all’avvicinarsi della crisi del 2008 l’avevano previsto, mentre i minchioni come Ferrara sbraitavano a chi vedeva chiaramente i rischi che erano dei CORVI PORTASFIGA, oppure con grande sfoggio di cultura di essere delle CASSANDRE ( il che purtroppo significava involontariamente di dire che avevano ragione ).
    Non so che forze distruttive si siano imposte dopo la caduta di Craxi, mi pacerebbe conoscerle, dato che perlomeno dal 1994 al 2002 le cose non sono affatto andate male, e anche Berlusconi aveva ammesso esplicitamente che Dini e Prodi avevano ben governato, in quel periodo il SIlvio era stato un esempio classico di consociativismo appoggiando e favorendo gran parte dell’attività di governo e legislativa dei governi in carica.
    Poca memoria vedo………

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