Una settimana di “Vergognamoci per lui” (57)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ELSA FORNERO 16/01/2012 Al ministro del Lavoro non piace che la si chiami “la Fornero”. E’ una pratica maschilista. La si chiami “Fornero” e basta. Ragazzi, che tristezza, questo perbenismo imbecille. E che pugno allo stomaco della lingua italiana. Comunque, non abbattetevi. Fra vent’anni un ministro del Lavoro di sesso femminile protesterà contro questa monca tassonomia politico-istituzionale: come se per certi incarichi di responsabilità la lingua non potesse contemplare il genere femminile! Le (o gli?) sembrerà una pratica maschilista. E vorrà essere chiamata a tutti i costi ministra o ministressa.

L’ITALIA REPUBBLICANA 17/01/2012 E’ morto a 89 anni Manuel Fraga Iribarne. Franchista fino alla morte di Franco, figura di primo piano del regime del Generalissimo, scelse di partecipare da protagonista alla costruzione della Spagna democratica: fu il leader di una coalizione di formazioni politiche guidate da ex ministri franchisti, Alianza Popular, che fece appello all’elettorato più conservatore e ai nostalgici del regime, e che alle prime elezioni democratiche prese l’otto per cento circa dei voti. Tutto ciò accadeva meno di quarant’anni fa. Alianza Popular fu il nucleo «reazionario» del partito egemone della destra moderna spagnola, il Partido Popular, di cui Manuel Fraga è considerato il fondatore. Tutta, o quasi, la classe politica spagnola gli ha reso omaggio, da Aznar a Zapatero. Per il primo ministro (o il presidente del «governo», come dicono in Spagna) Mariano Rajoy, Fraga fu «uno de los politicos más grandes del siglo XX». Per il presidente del gruppo parlamentare socialista, Alfredo Pérez Rubalcaba, Fraga fu «un servidor pǘblico impecable». I nazionalisti baschi, pur riconoscendo il ruolo importante giocato da Fraga durante la transizione democratica spagnola, hanno detto di non aver alcun debito di gratitudine verso un nemico del popolo basco. Solo il coordinatore dei comunisti di Izquierda Unida, Cayo Lara, ha parlato come un normale e imbecille progressista italiano, anche di «centro»: «Manuel Fraga se ne è andato» ha detto, «senza che il suo partito abbia condannato il franchismo». E il bello è che da noi il regime fascista è caduto da quasi settant’anni, non da quasi quaranta. Ma da noi di antifascismo si vive, si odia, e si mangia soprattutto.

L’ITALIA ANTIFASCISTA 18/01/2012 A beneficio di coloro che ieri non hanno nemmeno osato capire qualcosa, spiego in poche parole la genesi e l’essenza dello specialissimo antifascismo italico, così vi risparmiate di leggere un sacco di libri troppo tremebondi per guardare in faccia la verità. Avete presente la Germania? La Germania, almeno quella non caduta sotto il tallone sovietico, uscì dalla seconda guerra mondiale unita nella sconfitta e nella vergogna. In questo disastro finì schiacciato anche il radicalismo politico di massa. Ed in breve il sistema politico tedesco s’incardinò naturalmente su un grosso partito socialdemocratico e su un grosso partito cristiano-democratico. Avete poi presente la Spagna? Il paese iberico uscì da una feroce guerra civile con la vittoria di Franco. Il franchismo morì di morte naturale quarant’anni dopo con la dipartita del suo fondatore, senza troppi scossoni. Senza rivoluzioni. Senza «vincitori morali» di massa. Dopo qualche anno il sistema politico spagnolo s’incardinò naturalmente su un grosso partito socialista e su un grosso partito popolare. Prendete l’Italia invece. Il regime fascista visse tranquillo per vent’anni senza troppe opposizioni. La guerra fu stra-persa. I due anni della risalita anglo-americana della penisola, e i quattro gatti della Resistenza, due almeno dei quali corsi in soccorso del vincitore sovietico, permisero all’immaginifico popolo italiano di trasformare una guerra stra-persa in una mezza vittoria. In questa spudorata mezza vittoria s’intrufolò mezza Italia: la più conformista, si capisce bene, quella più vicina al defunto regime, quella più colpevole. Assiso su questa colossale impostura, l’antifascismo per vivere ha bisogno del quotidiano veleno dell’Italia «migliore», da rinfacciare nei secoli dei secoli all’Italia meno colpevole. Un imbroglio di cui ancor oggi vediamo le storiche conseguenze sul mai ben assestato sistema politico italiano, coi suoi grossi partiti «comunisti» o «democratici di sinistra», che non hanno fratelli in Europa.

GREGORIO DE FALCO 19/01/2012 Ho resistito due o tre giorni. Perché origliare mi mette ancora – per fortuna – a disagio. Poi mi son detto: e va bene, sentiamo. E mi son venuti subito in mente gli sketch di Fracchia, con Paolo Villaggio e Gianni Agus. Il nostro eroe nelle vesti del terribile capo di Fracchia. E bravo. Ha fatto la sua sceneggiata. Tac… si registra, e via! E lui è partito come una mitragliatrice, senza neanche lasciar fiatare uno sciagurato che aveva appena fatto una minchiata colossale. Invece di cercare di rimettere in piedi psicologicamente un uomo la cui testa stava affondando insieme alla nave, invece di lasciarlo parlare in modo di farsi un’idea della situazione e dell’uomo che, in quel momento, giocava il ruolo più importante in una faccenda terribilmente seria, ha pensato bene di fargli una lavata di capo micidiale, l’ultima cosa utile, in quel momento, con toni perfino derisori («Vuole andare a casa?»: e che, se l’era studiata questa? Ma vi sembra normale, in quel momento?), e di esibirsi in una serie di ordini tanto stentorei quanto vuoti, se non si ha esatta cognizione della situazione. Comicamente compreso di sé, ci ha perfino ricamato su con burocratica perfidia, del tutto fuori luogo, in quel momento: «… e mi dice se ci sono bambini, donne, o persone bisognose di assistenza, e me ne dice il numero di ciascuna di queste categorie!» Ci mancava solo, da parte del «coniglio», il «Com’è buono lei!» che Fracchia, annichilito, era uso dire al termine della sfuriata del capo. Ma a quello ci ha pensato l’Italia Migliore.

[E’ venuta giù la grandine, naturalmente. Nella tempesta ho tenuto la rotta con una compostezza tale da accendere d’invidia l’animo del pur nobile Capitan Findus (lo so da fonti certe). Ecco dunque le mie repliche:

Ma cari signori, che vi succede? Vi ha preso il panico? Carissimi bollenti spiriti, voi dimenticate: che io ho sparso, non a caso, questo vergognoso trafiletto di tutta una serie di “in quel momento”; che “rimettere in piedi psicologicamente” un uomo significa smuoverlo, fargli ritrovare un filo di stima di se stesso per rendersi utile, tanto più se costui è colui che può fare di più, in quel momento: non annientarlo e renderlo inservibile; che la priorità “in quel momento” consiste nel salvare vite umane, non l’astratta onorabilità della marina;  che per quello scopo prioritario bisogna dimostrare calma fermezza e pragmatismo, non sbraitare da lontano ordini da Manuale delle Giovani Marmotte; che è sempre bello ammirare un uomo che non perde la testa nella tempesta, l’uomo volitivo che sa fare il proprio difficile dovere; che ammirarne la rumorosa caricatura è invece un gran brutto affare; che infine, signori, stiamo vivendo la stagione della sobrietà, di cui c’è proprio un gran bisogno, di quella vera s’intende: di quella ostentata da certe macchiette, ne abbiamo fin sopra i capelli; che a proposito di quest’ultima osservazione, mi vien proprio da dire che è curioso che i migliori italiani si siano infatuati dei simulacri delle virtù: dalla seriosità spacciata per sobrietà, al fiero strepitante cipiglio spacciato per risolutezza, ché quello era una specialità anche del spezzator di reni di augusta memoria. Certo, è più comodo.

Che io «difenda» il comandante della nave è – ovviamente – una menzogna. La menzogna è una brutta cosa, specie se detta con la bava alla bocca, e disonora chi la dice. Per il resto l’atmosfera e i gradi militari mi hanno ricordato la naja. All’epoca, lassù, nella «tana dei lupi» ero conosciuto come «il grande rimbeccatore». Facevo ammattire con la mia simpatica nonchalance i «nonni». A volte quelle mezze seghe nemmeno mi capivano, così mi prendevo la soddisfazione di spiegare loro come e perché li pigliavo per il culo. S’intende che poi ne pagavo il prezzo. Ma insomma, era esaltante. Il periodo più glorioso della mia carriera di rimbeccatore fu un mese che passai a fare un corso (non ero uomo, ero caporale, poi persino caporalmaggiore, e mi spedivano a fare dei corsi) in una caserma dove vigeva una disciplina più severa che nella «tana dei lupi» , e dove quindi i nonni non è che potessero prendersi tante libertà. Lì mi scatenai. I nonni si mettevano perfino le mani nei capelli dalla disperazione. Il mio scherzo preferito era questo: al termine di un urlato processo, mi mostravo finalmente arrendevole, e per dimostrare la serietà dei miei propositi, come un essere ignaro di ogni cultura, e un po’ tocco, mi facevo spiegare per filo e per segno da quei babbei il galateo del nonnismo, e anzi ne facevo pure le prove, volenterosissimo, a parole e gesti, e alla fine, quando mi «congedavano» (siamo pur sempre in una caserma, eh!) con un «E adesso riga dritto! All’occhio!», io tranquillo tranquillo rispondevo: «Ma manco per il cazzo. Non se ne parla nemmeno!» Ah ah ah… bei tempi!]

FRANCO MARESCO 20/01/2012 E’ in via di ultimazione il nuovo film del regista siciliano, “Belluscone, una storia siciliana”. L’argomento, a dire il vero, sembrerebbe un tantino vecchiotto, frusto, abusato. Ma forse Silvio è come l’Amore, un tema inesauribile. O forse, semplicemente, il genio sa vedere le cose da angolazioni sorprendenti, rivelatrici, nuove, e godibili, che ci mettono in guardia contro le malattie ricorrenti dello spirito della nazione, e la loro capacità camaleontica. Perché, a detta di questo originale artista, “Il peggio deve ancora arrivare. Berlusconi lascia dietro di sé una generazione indifferente a tutto, composta da persone che si comportano come zombie”. E’ per questo che sono ottimista sul suo nuovissimo film. Lo andranno a vedere. Li hanno visti tutti, i film sul Caimano. Perché cavolo non dovrebbero farlo anche questa volta, gli zombie?

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