L’ora della Montagna liberal-giustizialista

Tre mesi sono un tempo sufficiente per metter fine alla commedia. Ora i montagnardi si muovono. E’ il loro caro leader, Gustavo Zagrebelsky, a firmare la nuova enciclica di Libertà e Giustizia diretta a tutti gli adepti della Montagna. I quali ardentemente l’aspettavano: da tempo, infatti, vagavano raminghi su e giù per la penisola e da soli non sapevano più che cavolo fare o pensare nell’era del governo Monti. In severa obbedienza alla retorica democratica e partecipativa, il pippone va sotto il nome di “Dipende da noi”, ma sembra più l’appello di un generale alla truppa, o il sermone di un imam al gregge dei fedeli. L’unanimismo ostentato è tipico delle più infervorate cricche democratico-rivoluzionarie; Gustavo, perciò, firma «per tutta Libertà e Giustizia»: manco una pecora nera che increspi la piatta superficie bianchiccia della Volontà Generale di Libertà e Giustizia; che è poi il nome del partito dei Fratelli Musulmani d’Egitto, al cui ruolo di profittatori della Primavera Araba questi gelidi esaltati evidentemente s’ispirano.

E’ bene che i pasdaran della democrazia sappiano innanzitutto di aver avallato la forzatura del governo Monti per impedire che il partito del Caimano, in preda alla disperazione, ponesse mano alla forzatura costituzionale finale, e per dare una risposta emergenziale al fallimento della politica e al disastro economico-finanziario incombente. Ma sappiano anche che non hanno combattuto quello che era un simulacro di democrazia rivestito di populismo per cadere in un nuovo simulacro di democrazia imbellettato dalla tecnica. La democrazia «compiuta» è ancora lontana dalla sua realizzazione. La medicina necessaria del governo tecnico, se esce dal suo ristretto alveo programmatico, può diventare un veleno. La «tecnica» non può diventare il lasciapassare per imporre un regime autocratico. Bisogna vigilare. La politica non deve morire, pena la fine della libertà.

Sono sicuro che certi rimasugli del berlusconismo, che prima del diluvio facevano più o meno questo stesso discorsetto, rimarranno a bocca aperta di fronte a tanta faccia tosta, nonostante ne abbiano viste e combinate di tutti colori. I più fessi della compagnia, nella loro infinita bontà, vi potranno vedere perfino una qualche meritoria resipiscenza. Non vogliono intendere che per i liberal-giustizialisti – uso questo termine per fare un dispetto a Gustavo, cui non piacciono i giochi di parole: degli altri, s’intende, perché lui coi concetti e con le parole ci gioca sempre – che per questi fuori di testa di liberal-giustizialisti, dunque, la rifondazione della politica come e più di prima «deve partire dalla sua decontaminazione dalla corruzione». Ciò implica che questa classe politica fallita, quando non provatamente corrotta, non è legittimata a fare le riforme. Un albero malato non può dare buoni frutti. Potrà fare solo la riforma elettorale, ma questa dovrà essere sottoposta al controllo del corpo elettorale tramite un referendum. Sempre che la «società politica» non voglia ancora, irresponsabilmente, fare a meno della «tanto disprezzata società civile», la quale, incredibilmente, è quella stessa società civile alla quale la turba immensa dei cretini rende omaggio ogni giorno senza alcuna pietà per i vostri martoriati orecchi.

Diciamolo: questo Gustavo è una sagoma. Liquidato quindi il governo Monti, e liquidata anche l’attuale irrecuperabile classe politica, sarà la società civile con nuove elezioni ad esprimere una sua rinnovata rappresentanza politica. Queste nuove elezioni dovranno essere un crogiolo veramente democratico. Se voi pensate di essere «democratici» è bene che ci pensiate due, tre, quattro, cinque volte prima di darlo per scontato. Si fa presto a parlar di democrazia. Invece, spiega Gustavo a Repubblica, c’è la «democrazia dogmatica», c’è la «democrazia populista», e poi c’è la «democrazia critica», che è l’unica veramente «liberale». Quella dove tutti pensano con la propria testa. Fin qui lui, per adesso. Il resto ve lo spiego io. Cercate di capire rettamente prima di essere colpiti a ciel sereno da un anatema: una democrazia critica è una democrazia consapevolmente critica, non critica e basta. Le critiche possono anche essere becere. Invece devono essere pertinenti. Devono conformarsi alle regole e ai valori intrinseci della democrazia. Dovete conoscerle, sentirle, respirarle, se non volete essere iscritti nelle liste dei democratici dogmatici o in quelle dei democratici populisti. Se vi sentite perduti, nonostante la vostra «propria testa», sappiate che avete in lui, Gustavo, e nel suo club un infallibile Revisore in Ultima Istanza, che saprà indirizzarvi per il meglio.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (62)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PIER LUIGI BERSANI 20/02/2012 “Tra Fornero e Belen” dice il segretario del PD, “mia figlia sceglierebbe Fornero”. Non perché, parrebbe, sua figlia sia particolarmente intelligente, ma perché in pochi mesi il clima in Italia, in tema di modelli femminili, è cambiato da così a così. Non capisco però perché sua figlia non possa scegliere tra Elsa e Belen, oppure tra Fornero e Rodriguez. Formulata al modo di Pier Luigi sembra un’alternativa tra una femmina di serie A e una di serie B. Non vorrei che la nuova era cominciasse con dei trabocchetti pedagogici da stato etico. Ma forse la verità è che anche Pier Luigi ormai non ci capisce più un kaiser.

GIAN CARLO CASELLI 21/02/2012 Sapete com’è: l’allegrissima crescita del debito pubblico, che per decenni & decenni & decenni in Italia – e non solo in Italia – non ha minimamente turbato il sonno della grandissima maggioranza dei politici, dei giornalisti, dei filosofi, degli opinionisti, dei rumorosi capetti delle famigerate parti sociali, dei chiacchieroni e dei moralisti tutti, ora che ci strangolando è diventata, a posteriori, un «fatto criminale». Ragion per cui solo adesso questa grossa rogna è entrata di prepotenza nel cerchio severo degli interessi intellettuali del Procuratore Capo della Repubblica di Torino, il quale si è dato improvvisamente una pacca in fronte, colto da un’illuminazione assai gratificante: se l’Italia non ha fatta la fine dell’Argentina è merito di Mani Pulite perché i magistrati frenarono appena in tempo il dilagare della corruzione, e quindi della spesa pubblica e quindi dell’indebitamento. Anche questo videro, quei cannoni di magistrati! Peccato che non si fossero accorti dell’evasione, sennò a quest’ora saremmo uno dei paesi più virtuosi in fatto di conti pubblici; molto ma molto più virtuosi di paesi come Francia o Stati Uniti, che ormai gemono sotto il giogo di debiti pubblici pari rispettivamente al novanta e al cento per cento del PIL: inesplicabilmente, visti i civilissimi tassi di corruzione e di evasione fiscale.

IL NUOVO INNO DEL PDL 22/02/2012 La grande voglia di lottare, quella di votare, la gente che porta insieme una bandiera nuova, gente che prende per mano, che guarda lontano, il popolo della libertà, che non si arrenderà, che lotta per la verità, un sogno che si realizzerà e molte altre amenità… io caaantooo… corro nel vento e caaantooo… Soprattutto la voglia di cambiare l’Italia. Che nella foga, e per fare rima, è diventata l’Italia che verrà: “la voglia di cambiare l’Italia che verrà”. Ossia, non questa, ma quella futura. Campa cavallo. Questo sì che è guardar lontano, gente!

PIERFRANCESCO FAVINO 23/02/2012 In un incontro con gli studenti di alcune scuole medie superiori di Roma, l’attore, passando bellamente sopra al fatto che anche ai vecchi tempi, diciamo duemila anni fa, i clientes facevano ressa ogni santa mattina alla porta dei pezzi grossi dell’Urbe, ha detto che i raccomandati “ci sono e c’erano quando ho iniziato io, vent’anni fa. Mi sono visto passare di fronte tutti. Mi sono arrivati a dire «sei troppo bravo». Ma se tanta gente fa seriamente il proprio lavoro le cose possono cambiare.” Son cose istruttive, se non siete proprio un poveraccio, nel qual caso potete anche sbracare. Ma se non siete ancora stati tagliati fuori del tutto da un cursus honorum qualsiasi, sappiate che è vostro dovere ed interesse, in questa stagione quaresimale, rendere omaggio allo studio, alla volontà, all’applicazione, alla correttezza, alla costanza, ad una serietà fattiva, ad un elegante riserbo, ad una giudiziosa sobrietà, perfino ad una naturale castigatezza, a tutte quelle auree qualità, insomma, che hanno il buon gusto di parlare da sole. L’importante, s’intende, è esibirle.

I SINDACATI DEI DIPENDENTI MPS 24/02/2012 Come forse sapete – se lo so io, è molto probabile che lo sappiate anche voi – il Monte dei Paschi naviga da tempo in acque poco tranquille. Ed ora il Cda annuncia tagli per i trentamila dipendenti del gruppo. Tagli agli stipendi, per il momento. Si parla di «riduzioni salariali contrattate sulla base di criteri di equità interna ed esterna». Si parla di «contratti di solidarietà». Si parla di «salvaguardia dei livelli occupazionali». I sindacati dei dipendenti del gruppo bancario senese hanno già proclamato lo sciopero. Nonostante la salvaguardia; nonostante la solidarietà; nonostante l’equità; quella interna; e quella esterna. Quando vogliono capiscono al volo. Mica la bevono, questa: è robaccia che loro stessi spacciano ogni giorno.

Mani lavate

Se volete capire Mani Pulite pensate alla spassosa, grottesca e strampalata avventura del Molleggiato al Festival di Sanremo. Lustri e lustri di cretinate riconosciute improvvisamente per quel che sono, senza alcuna pietà per un guitto che aveva messo istintivamente la sua prodigiosa e coltivata malagrazia al servizio del più aggiornato conformismo progressista, nelle cui aristocratiche stanze era stato introdotto al solo scopo di servire da cannone contro il «regime». Ora che col cinghialone di turno in panchina il cannone spara a salve, il puzzo plebeo si sente tutto, e il re degli ignoranti è stato messo alla porta. Il voltafaccia collettivo ha trovato in Eugenio Scalfari una delle voci più spietate. Il vegliardo ha parlato dalla cattedra di Repubblica da professore deluso, mandando idealmente l’ex protetto dietro la lavagna, non senza le orecchie d’asino d’ordinanza, con una lezione sul qualunquismo improntata a didattica pacatezza, il tono usato dagli imbonitori più sussiegosi per invitare con garbo i gonzi a non opporre repliche. Meno spudorata di Scalfari è stata quella mezza Italia che per tanti anni è riuscita a riconoscere un valore civico alle squinternate sparate del predicatore, cui la forma balbuziente dava un tocco di viscerale sincerità. Tuttavia questa mezza Italia quasi come un sol uomo si è allineata spontaneamente al moto di condanna, come se in questa commedia essa non avesse mai recitato. Ancora una volta, ed anche in una vicenda tutto sommato minore e ridicola, l’Italia migliore si è distinta par la straordinaria capacità di rimuovere il passato. Anzi, sembra che questa poco nobile qualità sia il presupposto indispensabile per accedervi.

Così, nell’occasione del ventennale di Mani Pulite, vogliamo per l’ennesima volta ricordare agli smemorati che Mani Pulite all’inizio prese alla sprovvista la sinistra; che la sinistra si mantenne guardinga per qualche tempo, perché la contestazione anti-partitocratica che coi suoi meriti e con le sue esagerazioni populistiche faceva forti i magistrati del pool di Milano nasceva a «destra», nel cuore dell’Italia bianca e conservatrice, che di lì a pochissimo avremmo ritrovata nel campo berlusconiano; che l’operazione Mani Pulite avrebbe potuto significare un benefico bagno di verità per tutti, non tanto e non solo per la classe politica, se la sinistra, con l’istinto rivoluzionario che sempre s’affila nei momenti in cui per un paese arriva la delicata stagione della muta, non l’avesse dirottata ai propri fini, rinchiudendola nel ghetto vendicativo di una legge esemplarmente strabica. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile se in Italia non ci fosse stato anche allora un popolo pronto alla rimozione della propria storia, compresa quella respirata fino al giorno prima. La «rivoluzione» non riuscì, ma il tarlo della menzogna continuò a rodere le fondamenta della nostra società. E non potranno esservi leggi di sorta capaci di porvi argine, senza un esame di coscienza collettivo.

Non sorprende quindi che a vent’anni di distanza il ministro della giustizia Paola Severino parli di Mani Pulite come di un «fenomeno giudiziario importante che ha fatto emergere un fenomeno criminale importante, quello del finanziamento illecito dei partiti e dei vantaggi illeciti», invece di parlare con onesta schiettezza di un fenomeno giudiziario importante che ha fatto venire a galla un segreto di Pulcinella, una pratica che era solo la proiezione in chiave politica di quell’aggiramento della legge destinato a diventare lo sport nazionale in un paese dove il ginepraio legislativo premia l’irresponsabilità, ingessa qualsiasi attività ed alimenta la diffidenza sociale, e nel quale quel che resta dello stato e dell’istinto di conservazione di un popolo si accontentano di un tacito accordo al ribasso. Ecco allora perché Mani Pulite fu un’altra occasione persa per fare i conti con la nostra storia. Un modo per lavarsene le mani.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (61)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIORGIO NAPOLITANO 13/02/2012 In parte è scusato. Mezzo secolo almeno di sbobba cospirazionista, ancorché sussiegosa e antifascista, non passa senza incidere sul linguaggio comune. Tanto più se il passato è a falce e martello. Fatto sta che sul naufragio della nave Costa Concordia, per una specie di riflesso pavloviano, ha parlato come se fossimo di fronte ad un’impresa terroristica o mafiosa: “è necessario continuare ad indagare per fare piena luce”, ha detto con tono istituzionalmente allusivo. Facciamo le corna. Non vorrei che i magistrati si sentissero in dovere di scrivere una pagina decisiva della storia d’Italia, che una prosaica, meschina e magari grottesca verità non potrebbe mai contemplare. Si comincia così e poi si arriva al «terzo livello». E poi ai «servizi deviati». E dopo trent’anni ai «misteri di stato», ossia ad un nulla molto suggestivo.

MONS. LUIGI BETTAZZI 14/02/2012 Il vescovo emerito di Ivrea, famoso per dire sciocchezze molto in sintonia con lo spirito del mondo, e per questo ben pubblicizzate, pensa che Ratzinger abbia intenzione di dimettersi “anche se l’hanno smentito”: Però, continua Monsignore, “un vecchio cardinale mi diceva sempre: se il Vaticano smentisce vuol dire che è vero. Io penso che lui si senta molto stanco; basta vederlo, è uno abituato agli studi”. Sarebbe appena il caso di ricordare a sua eminenza che alla luce della ben temprata dottrina cattolica, sprizzante calore ed ottimismo, esiste la Provvidenza; che non è il caso di essere troppo in ansia per il domani, perché il domani prenderà cura di se stesso: a ciascun giorno basta il suo affanno; che Dio la sa molto più lunga di noi; che Dio conosce i nostri bisogni; che Dio prova; che ciò che è impossibile all’uomo è possibilissimo a Lui; che il papa, fintantoché non gli arriverà una telefonata diretta ed inequivocabile dal settimo cielo, o gli si presenterà un angelo in veste bianca, avrà la ferma intenzione di fare la Sua volontà, Sua di Lui; che fare il contrario sarebbe una cosa da presuntuoso o da uomo di poca fede; che Joseph Ratzinger è stato eletto papa sette anni fa, e già allora non sembrava molto in palla; che Dio ha certi modi del tutto naturali per porre fine alla carriera dei suoi servitori; e che anche quelli – questo è il bello – s’iscrivono nel cerchio magico e pieno di promesse della Provvidenza. Allegria, chiacchieroni!

MARTA VINCENZI 15/02/2012 Ha un diavolo per capello il sindaco di Genova, dopo essere stata trombata alle primarie del centrosinistra dai compagni della sua città, che le hanno preferito il fighetto Marco Doria, l’aristocratico rosso cresciuto in una famiglia dove, a detta del rampollo, la politica era considerata – indovinate un po’, zotici – «il più nobile degli impegni». Inviperita come una signora piantata di punto in bianco dall’amante, su quei borghesucci maschilisti dei suoi ex ha schizzato veleno con un tale incantevole brio che l’ho riscoperta femmina, di colpo.

ADRIANO CELENTANO 16/02/2012 La più grossa scemenza combinata al suo personalissimo Festival di Sanscemo è stata quella di non rendersi conto che oggi Berlusconi se ne sta buono in panchina. Privato di un bersaglio, anzi, del solo bersaglio che ne nobilitasse le castronerie apocalittiche, è rimasto privo di difese. Non serve più a niente, Adriano. Pronto per la discarica. Ai compagni democratici si sono improvvisamente aperti gli occhi: patetico, qualunquista, un vero e proprio imbecille. Sul suo collo è calata la mannaia. E tra le righe delle intemerate dei nuovi censori si può persino leggere un’intuizione rivoluzionaria: Adriano il predicatore, alla fin fine, è un prodotto culturale del berlusconismo. Vedrete, qualcuno arriverà a dirlo.

[Accusato di snobismo ho risposto così: “Moi, je ne suis pas snob, merde! Però è vero che di questa esibizione celentanesca non ho visto assolutamente niente, neanche un secondo, neanche in un secondo tempo. Del resto, a che pro? E del resto mi sento persino a disagio, come stessi spiando un demente, quando mi scopro ad assistere alle sue gesta oratorie. Sanremo, non essendo più niente, è solo un happening, destinato al voyeurismo di massa, dove tutti si danno appuntamento per vedere se QUALCOSA ACCADE. Il “mostro” Celentano risponde perfettamente a questa richiesta. E poi mi sembra evidente che, oggi, non me la prendo con Celentano per le scempiaggini che dice, ma per altro. Con lui e con i suoi ex aficionados, ridiventati, quelli sì, snob.”]

QUELLI CHE «NOI NON SIAMO LA GRECIA» 17/02/2012 Il Patto di Varsavia è defunto da più di vent’anni, ma in Italia c’è ancora chi parla tranquillamente di percentuali «bulgare». Se fossi bulgaro a me a questo punto gli zebedei girerebbero vorticosamente. Tenete conto che i bulgari sono slavi di antichissima stirpe turco-mongola: non so quindi cosa succede quando s’incazzano veramente. I sudamericani invece possono tirare un sospiro di sollievo: il paradigma dei paesi cialtroni è ora la Grecia. Giornalisti, politici, economisti – persino quelli che fraternizzano con gli ellenici contro le implacabili teste di crucco teutoniche – al primo vago sentore di un raffronto con la situazione italiana drizzano la schiena e la testa, quasi fossero colpiti in pieno dalla muta espressività di una scorreggia particolarmente penetrante, e precisano: «ma noi non siamo la Grecia». Il che, se non è falso, non è certo più elegante di quel «nosotros no somos Italia» che un bel giorno, non tanto lontano, potrebbe arrivare a deliziare i nostri orecchi: vero presidente Napolitano?

Statalismo, bancocentrismo, giustizialismo

La divisione del lavoro presuppone un’apertura di credito al prossimo, un atto di fiducia verso l’altro. Ci dividiamo il lavoro confidando di poter poi scambiare il frutto delle nostre fatiche con quello di altre persone. Se non fosse così la lotta per la sopravvivenza, prima ancora di quella per il benessere, regredirebbe allo stato di faticosissima, improduttiva, infeconda ed autarchica selvatichezza nella quale ciascuno dovrebbe procurarsi da sé sostentamento e sicurezza; dovrebbe essere agricoltore, cacciatore, artigiano, soldato ai confini della sua incerta proprietà e poliziotto al suo interno: la vita a chilometri zero, in tutto il suo rustico splendore. La divisione del lavoro risponde a dei bisogni materiali e spirituali, abbatte steccati, amplia gli spazi di libertà e crea la società. L’individuo, uscito dalla tutela del clan, ne esce rafforzato: leggi scritte e poteri coercitivi incaricati di farle rispettare ne attestano il nuovo status. E con il suo nuovo status nasce anche lo «stato». Cosicché possiamo dire che anche lo stato è figlio della divisione del lavoro e risponde ad un naturale anelito di libertà.

Ma cosa succede quando viene meno o si affievolisce il sentimento societario e la fiducia che lo sostiene? L’apparato statale cresce di conserva, per inerzia, per tappare i buchi della trama sociale. Si nutre della malattia. Accentra i poteri, esce dalla sua dimensione funzionale, «dirige» la società, legifera su tutto. Tanto cresce che esso diviene un collettore sempre più vorace dei frutti del lavoro degli individui. I suoi forzieri arrivano a custodire immense ricchezze, che deve impegnare o dispensare. Un po’ alla volta, insensibilmente, diviene quasi naturale per l’uomo della strada pensare che attingere a questo pozzo di soldi sia un modo «naturale» di procurarsi il proprio sostentamento. Sfortunatamente, la folla sempre più grande dei postulanti rende sempre più ardua una pratica inizialmente comoda: la lotta per la vita in una società dominata dallo stato diventa altrettanto dura che in una società dove quello è limitato alle sue dimensioni funzionali, con la differenza che è sordida. Ma da questa fatica l’individuo si sente in qualche modo giustificato. E’ un avvitamento perverso, che chi ha sete di potere ha tutto l’interesse di assecondare. Lo stato preleva sempre di più dall’economia reale per soddisfare una popolazione che, senza neanche rendersene conto, allo stato chiede sempre di più; e che, in ogni caso, lo chiede sempre prima che i tempi siano maturi. E alla fine s’indebita. Il debito pubblico non è più una risorsa cui ricorrere in tempi eccezionali, ma diventa la risorsa «naturale» di questo stato «snaturato».

Se lo stato si nutre delle tasse, le banche si nutrono del risparmio. La banca è un luogo di mediazione, creato anch’esso dalla divisione del lavoro. Io affido i miei risparmi alla banca, in cambio di un interesse, affinché essa, grazie alla proprie competenze in materia ed al tempo a sua disposizione per esercitarle, lo presti a qualcuno che ne ha bisogno per i suoi investimenti. Un giorno anch’io, forse, quando i miei risparmi avranno raggiunta una massa critica giudicata congrua, chiederò un prestito alla banca, ossia ai risparmiatori, in modo che sommando quest’ultimo ai primi potrò permettermi un investimento «ragionevole» a giudizio mio e della banca. Risparmi ed investimenti sono ugualmente necessari al funzionamento dell’economia, sono due facce della stessa medaglia. Se il sentimento societario fosse vivo, questo rapporto sarebbe «naturalmente» presente nella testa delle persone. Ma ancora una volta, se si affievolisce, anche i forzieri delle banche diventano degli irresistibili pozzi dai quali attingere risorse per il proprio sostentamento e le proprie attività. Si perde la nozione naturale della necessità del risparmio, cui non si riconosce più, quindi, quel giusto interesse che in realtà sigla un patto di solidarietà fra gli agenti della società. L’assalto alla banca e al credito diventa una via obbligata per campare subito tutti quanti alla grande. Per rispondere alla valanga, la banca cambia natura: non è più un luogo di mediazione, ma di «creazione di ricchezza». Anche qui chi ha sete di potere, e spesso vive in osmosi col potere politico, ha tutto l’interesse di assecondare la «finanziarizzazione» dell’economia e il gigantismo bancario, cui non basterà alla fine la confisca del risparmio per sgonfiare la bolla.

Un’altra conseguenza del venir meno del sentimento societario è la straordinaria espansione dell’intervento della magistratura. Se lo stato nella sua involuzione tende all’ipertrofia legislativa e non lascia al buon senso e alla libera contrattazione dei suoi cittadini di regolare neanche gli aspetti minori della loro vita comunitaria, questi ultimi sono spinti col tempo a cercare soddisfazione nella legge per qualsiasi cosa. Ed è fatale che alla fine comincino a scambiare le loro mire personali per diritti. Se tutto diventa oggetto dello scrutinio dei magistrati, la giustizia diventa un potere immenso. E anche qui chi ha sete di potere, e spesso vive in osmosi col potere politico, ha tutto l’interesse di assecondare questo sviluppo.

Lo stato mamma, la banca mamma, la giustizia mamma: tutto si tiene, lotta contro la libertà, e segnala la crisi della società come sistema fiduciario. Che le nostre avanguardie intellettuali, le nostre accademie intellettuali, le nostre illustrissime istituzioni, le firme di quasi tutti i grandi giornali, vorrebbero guarire con un’altra infornata di regole, un’altra parata di controlli, e perché no?, con il deterrente delle delazioni.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (60)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA DONNA LIBERA E MODERNA 06/02/2012 A Edirne, la vecchia Adrianopoli carica di storia millenaria, nella parte più occidentale della Turchia europea, vicino ai confini con Grecia e Bulgaria, un’associazione laica, l’Unione delle donne turche, qualche anno fa, in occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita della repubblica fondata da Ataturk, fece erigere la statua di una donna mezza nuda, coi capelli al vento e le braccia aperte nell’atto di liberarsi di una specie di velo; una donna la cui bellezza al mio occhio esploratore sembra stare a mezzo tra quella atletica e slanciata degli odierni canoni occidentali, e quella mollemente e asiaticamente curvilinea di certe statue indiane del passato. Solo ora un giornale conservatore ha alzato il velo su questo vergogna nazionale. A suo dire la popolazione del luogo avrebbe più volte buttata giù la statua, che però sarebbe stata sempre ritirata su dalle streghe dell’associazione. Si capisce che io di primo acchito ho tifato con caldo trasporto per la statua. Ma mi son raffreddato subito: questo fiore della natura è stato infatti stuprato dal nome di “Donna libera e moderna”. Già. Il laicismo è terribilmente tetro e bacchettone, a suo modo, a tutte le latitudini. Io l’avrei chiamata “Eva, appena uscita dall’uovo”, in omaggio a Melville, il grande poeta, che in Moby Dick usa quest’espressione affettuosa a proposito della felicissima nascita di un selvaggio di nobile natura: Queequeg. E avrei consigliato le streghe a chiamarla “Eva, appena uscita dalle mani sapienti di Dio Onnipotente”: persino i bacchettoni islamici ci sarebbero andati coi piedi di piombo.

LUIGI DI MAGISTRIS 07/02/2012 Ci provò con Barack Obama per via epistolare, cercando di emulare la concisione carismatica e vittoriosa dei grandi della storia, che quando non si è all’altezza si traduce nella disinvoltura posticcia dell’uomo «che non deve chiedere mai». Ed infatti giammai gli giunse risposta. Ora ci riprova con «Al». Con «Al» Luigi ha pensato bene di cambiare mezzo e di usare il video. In sintesi, ed in chiaro, il messaggio è questo: «Ciao Al, sono De Magistris, il sindaco di Napoli. La tua eccelsa statura artistica non può che avere tutta la mia ammirazione. E’ una questione, ci capiamo, di profonde affinità elettive. Ma tu, con gli immortali personaggi cui hai dato vita sullo schermo, sei un mito per tutta la nostra città, sia tra i buoni che tra i cattivi. Ma noi siamo i buoni. Noi siamo dalla parte dello Stato. Nelle vene della nostra meravigliosa città, antica come il mondo, scorre la passione per il teatro e per la musica. E’ fatta per te, Al. Vieni da Lei a presentare il tuo ultimo capolavoro. Lei e Te. Noi e Te, Al. Io e Te, Al. Ti aspettiamo. Ti aspetto. Ciao Al!» Sembra la pubblicità di una televisione locale. Luigi si presenta in piedi, in maniche di camicia e con la mano sinistra incollata in tasca, come tutti i politici che alla mano vogliono apparire. Poi mentre parla, non del nuovo fantastico beverone, ma del fantastico «Al», si avvicina ad un tavolo e ad una sedia, sul cui schienale è appesa una giacca. La prende e se la mette, come se dovesse uscire di scena, in scioltezza. Invece no! Con un vero coup de théâtre Luigi si siede! «Al», che sul palcoscenico pensava di averle viste tutte, ne resterà folgorato.

PIER FERDINANDO CASINI 08/02/2012 La sua specialità, come ben sapete, è dire le più insipide banalità con l’ostentata pazienza di chi la sa lunghissima. Così oggi, armato di quest’arietta condiscendente, ci regala un’altra perla del suo spietatamente convenzionale repertorio: «chi pensa che Monti possa risolvere i problemi in un anno e mezzo vive sulla luna, questa formula di armistizio deve durare 4-5 anni». Pier Ferdinando è legato alle «formule» da una specie di amore coniugale, che lo tiene lontano anche dal più piccolo e involontario peccato d’originalità. Così non oggi, ma a novembre dell’anno passato, con la medesima arietta condiscendente si applicava con vivo piacere alla retorica del «fare presto», senza per questo vivere su Marte.

LUCA PALAMARA 09/02/2012 Il malandrino emendamento leghista sulla responsabilità civile dei giudici votato una settimana fa dalla maggioranza dei deputati della Camera ha avuto in ogni caso un grande merito: ci ha dato la certezza che Luca è ancora tra noi, vivo e vegeto. Erano tre mesetti circa che non si sentiva più parlare dell’assai loquace e perennemente allarmato presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. L’avvio della stagione della sobrietà cadde proprio a fagiolo per camuffare un inesplicabile e improvviso difetto d’ispirazione. Vi si conformò, possiamo ben dirlo, col più grande rigore istituzionale.

VITTORIO ZUCCONI 10/02/2012 Perfetto rappresentante del popolo saputello, complessato e opportunista che legge il suo giornale, l’editorialista di Repubblica si chiede e ci chiede cosa mai penserà il grande Obama, l’americano Obama, il civile Obama, il progredito Obama, del contrasto inesplicabile tra quel pagliaccio alto un metro e mezzo di prima, e l’alto, un po’ rigido, compostissimo signore cui sta stringendo la mano adesso. Chi saranno mai gli italiani se a rappresentarli sono due esemplari antropologicamente agli antipodi? Che fortuna che Obama sia finalmente di fronte a questo dilemma! Il popolo di Repubblica potrà stringersigli attorno, tirarlo per la giacchetta, e spifferargli in un orecchio quanto disgraziato sarebbe il nostro paese se non ci fossero loro, e quelli come loro, e quelli come Zucconi, che grazie a Dio non sono come gli altri.

La crisi siriana e la cambiale libica

Un anno fa furono le astensioni russa e cinese sulla risoluzione ONU, che decretò la no-fly zone sui cieli libici, a dare il segnale d’apertura della caccia a Gheddafi, un vecchio nemico dell’Occidente non più nemico, un vecchio foraggiatore del terrorismo internazionale convertitosi ad un affarismo proficuo per lui e per il suo spopolato e potenzialmente ricco paese, uno spelacchiato Lady Gaga della politica araba a capo di un regime dittatoriale che la rinnovata influenza occidentale stava già addolcendo. Fummo in pochi ad avvertire che l’allegrissima – fino all’irrisione – interpretazione della no-fly zone avrebbe avuto conseguenze pesanti nei rapporti tra Occidente e le nuove potenze continentali emergenti. E’ singolare che proprio nel momento in cui la vitalità barbarica dei Brics viene contrapposta, con una punta di ammirazione, alla stanchezza senile di Europa ed USA, si sia scelto di andare ad una prova di forza con i primi nella convinzione di ottenerne un riallineamento a cose fatte, dopo la caduta di Gheddafi. Ed è imperdonabile che lo si sia fatto senza una ragione seria, ma per togliere di mezzo uno che all’Occidente si era arreso da lustri, per soddisfare a buon mercato la vanità di qualche capo di stato o di governo in cerca di rilancio, per procurarsi dei profitti di guerra di stampo vagamente neo-coloniale e per compiacere insieme l’amor proprio dell’opinione pubblica democratica più salottiera e gli islamisti danarosi di Al Jazeera. Avvertimmo che questi nuovi protagonisti della scena mondiale dalla vicenda sarebbero usciti certamente ammaestrati, ma non nel senso scioccamente auspicato. Con questo inutile capriccio l’Occidente emise un “pagherò” in loro favore; e la cambiale è venuta oggi a scadenza.

Nonostante tutto il lavoro di lima degli ultimi giorni, infatti, e dopo che la Russia aveva mostrato qualche apertura alla possibilità di votarla, la stessa Russia e la Cina hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla crisi siriana, proposta dalla Lega Araba. La risoluzione chiedeva al governo siriano di cessare immediatamente ogni violenza e di proteggere la popolazione; di rilasciare ogni persona detenuta arbitrariamente; di ritirare le forze armate dalle città; di garantire la libertà di tenere dimostrazioni pacifiche. E si faceva promotrice di “un processo politico allargato a tutte le forze della società siriana, condotto in un ambiente libero da violenze, paure, intimidazioni ed estremismi, al fine di rispondere alle legittime aspirazioni e alle preoccupazioni del popolo siriano”. Per l’ambasciatore russo Churkin ogni seria possibilità di trovare una soluzione alla crisi è stata vanificata da membri influenti della comunità internazionale col loro sostegno alla causa di un cambio di regime; la risoluzione avrebbe mandato perciò un messaggio “sbilanciato” alla Siria, e non avrebbe rispecchiato fedelmente la situazione sul terreno. Quello cinese, Li Baodong, pur motivando il veto con una strepitosa cineseria diplomatica (“mandare avanti la risoluzione quando i membri del Consiglio di Sicurezza erano ancora seriamente divisi sulla questione non avrebbe aiutato a risolverla”), ha messo in chiaro, guardando in prospettiva anche ai fatti di casa sua, che in accordo coi principi delle Nazioni Unite la sovranità, l’indipendenza e l’integrità di ogni paese devono essere rispettati. Non tanto sorprendentemente questo ultimo punto è stato evocato anche dagli ambasciatori di Sudafrica e India, che pur hanno votato a favore della risoluzione.

E veniamo ai pianti. L’ambasciatore francese Araud ha parlato di “un giorno triste per il Consiglio, un giorno triste per i siriani, un giorno triste per tutti gli amici della democrazia”. Quello tedesco, Wittig, ha parlato di “vergogna”. Quello inglese, Grant, si è detto “sgomento”. Susan Rice, americana, si è detta invece “disgustata”. In effetti, cinque o seimila morti dall’inizio della “primavera” siriana sono un bel macello. Chissà se un bel giorno i nostri ambasciatori occidentali, traboccanti di umanità e democrazia, si renderanno conto che una parte forse non trascurabile di questo macello è dovuto indirettamente ai macelli inventati a tavolino per giustificare l’asimmetrico intervento militare in Libia, che ha reso improvvisamente ancor più disumani del solito i legittimi interessi strategici dei pezzi grossi del mondo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (59)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL FATTO QUOTIDIANO 30/01/2012 Che s’indigna perché Berlusconi non ha speso neanche un parola di circostanza per la morte di Scalfaro. Se l’avesse fatto la gazzetta dei puri gliene avrebbe naturalmente rimproverato, con più ragione, l’ipocrisia. Scalfaro era un conservatore frigido. Lo sgusciante e sorridente Berlusconi dovette sembrargli un’immonda bestia politica. Lo odiò istintivamente, come colpito da una rivelazione, tanto da preferirgli la compagnia degli avversari di una vita. Con i quali si trovò a meraviglia, tanto erano diventati parrucconi.

IL MANGANELLO DEMOCRATICO 31/01/2012 Pessima idea degli “indignati” di casa nostra. Pensate: inscenare la solita demenziale protesta contro la cerimonia per il conferimento al grande timoniere Giorgio Napolitano della laurea honoris causa in Relazioni Internazionali (ce l’ha fatta persino lui, che aveva esordito col disastroso passo falso magiaro), nella civilissima e democratica Bologna, alla presenza di uno stuolo di papaveri del governo e della città. Hanno finito per essere discretamente manganellati dalla polizia, e discretamente silenziati dai media, che di solito li adorano. Perfino Repubblica, il cui cronista è stato malmenato dai bravi poliziotti, questa volta ha scritto chiaro e tondo che a cominciare, ad attaccare, sono stati loro. Mentre il solitamente molto inclusivo sindaco Merola ha parlato di “sopruso”: il loro, s’intende. Adesso, senza un cane che li conforti, si staranno grattando la testa: per le botte, e per capirci qualcosa. Perché sono convinto che questi imbecilli non abbiano ancora capito il duro nocciolo della questione.

LUIGI LUSI 01/02/2012 Vediamo come va a finire, ma io dico che dovremmo pensarci. Quest’uomo potrebbe essere una grande risorsa per la repubblica. Da tesoriere della Margherita è riuscito zitto zitto a dirottare dentro le sue tasche la bellezza di tredici milioni di euro di rimborsi elettorali, senza che nessuno nel partito se ne avvedesse. Adesso che è stato preso in castagna mica si è sparato. L’uomo ha i nervi d’acciaio. Ha fatto sapere di essere pronto a patteggiare la pena, e in quanto alla «operazione restituzione» del maltolto, lasciate fare a lui che tutto s’accomoderà in un battibaleno. Se ce la fa, condanniamolo ad una pena simbolica, senza interdizione dai pubblici uffici, anche a dispetto della legge: di un Vidocq delle finanze, capace, con felpata eleganza e senza strepiti volgari, di far sparire e di tirar fuori dal cilindro montagne di soldi sotto i nostri occhi, l’indebitata Italia ha un disperato bisogno. Altro che Befera.

I FALCHI ANTI-MONTI 02/02/2012 Per un anno sono stati un calvario per il Cavaliere. Queste teste calde si erano fatte rincoglionire dalla grancassa disfattista: «è finita», «così non si può andare avanti», belavano nel coro pure loro. Dalle mezze cartucce se lo aspettava, da loro no. Lui era il solo a tirare la carretta, a crederci. Poi un giorno finì davvero, grazie anche a questi imbecilli. Il Cavaliere, che si era battuto fino all’ultimo, prese atto e fece l’unica cosa sensata possibile, senza cedere ad impulsi autodistruttivi: ritirata strategica e composta scorpacciata di rospi. Ma a questi chiassosi campioni di velleitarismo non va ancora bene: vorrebbero che il Berlusca rovesciasse il tavolo del governo. Così. Per sport. Adesso. Senza sapere dove poi si andrà a parare. Che si curino i nervi. Di guai ne hanno fatti già abbastanza.

BERSANI & CASINI 03/02/2012 Mi domandavo chi sarebbe stato il primo, dopo l’esilarante caso Lusi, a chiedere di muoversi senza indugio per arrivare ad una rapidissima approvazione di “una legge sui partiti”. A battere tutti sul tempo sono stati, insieme, Pier Luigi e Pier Ferdinando. “È urgente procedere: diamoci tempi strettissimi”, ha detto il primo. Il secondo, che quando si tratta di aria fritta e rifritta non vuole essere secondo a nessuno, ha immediatamente rilanciato, parlando di “una settimana”. Di solito in queste situazioni o non si combina un bel nulla, o quando si combina qualcosa nove volte su dieci è una castroneria. Prima ci si addormenta su una panchina; poi, svegliati dalla sirena, cogli occhi fuori della testa si corre a perdifiato fino alla prima curva, dove di norma ci si riaddormenta. Ma non è questo il peggio. Il peggio è questa comica, provinciale, retrograda credenza nella potenza taumaturgica della legge. C’è un guasto, un problema, un risultato da raggiungere? Con una legge ad hoc tutto si mette a posto! Miracolosamente. In Italia l’assistenzialismo ha dettato legge, si può ben dire, anche nel campo della legge: ne abbiamo fatte milioni, tutte «risolutive». E’ per questo che poi nessuno muove un dito.