La crisi siriana e la cambiale libica

Un anno fa furono le astensioni russa e cinese sulla risoluzione ONU, che decretò la no-fly zone sui cieli libici, a dare il segnale d’apertura della caccia a Gheddafi, un vecchio nemico dell’Occidente non più nemico, un vecchio foraggiatore del terrorismo internazionale convertitosi ad un affarismo proficuo per lui e per il suo spopolato e potenzialmente ricco paese, uno spelacchiato Lady Gaga della politica araba a capo di un regime dittatoriale che la rinnovata influenza occidentale stava già addolcendo. Fummo in pochi ad avvertire che l’allegrissima – fino all’irrisione – interpretazione della no-fly zone avrebbe avuto conseguenze pesanti nei rapporti tra Occidente e le nuove potenze continentali emergenti. E’ singolare che proprio nel momento in cui la vitalità barbarica dei Brics viene contrapposta, con una punta di ammirazione, alla stanchezza senile di Europa ed USA, si sia scelto di andare ad una prova di forza con i primi nella convinzione di ottenerne un riallineamento a cose fatte, dopo la caduta di Gheddafi. Ed è imperdonabile che lo si sia fatto senza una ragione seria, ma per togliere di mezzo uno che all’Occidente si era arreso da lustri, per soddisfare a buon mercato la vanità di qualche capo di stato o di governo in cerca di rilancio, per procurarsi dei profitti di guerra di stampo vagamente neo-coloniale e per compiacere insieme l’amor proprio dell’opinione pubblica democratica più salottiera e gli islamisti danarosi di Al Jazeera. Avvertimmo che questi nuovi protagonisti della scena mondiale dalla vicenda sarebbero usciti certamente ammaestrati, ma non nel senso scioccamente auspicato. Con questo inutile capriccio l’Occidente emise un “pagherò” in loro favore; e la cambiale è venuta oggi a scadenza.

Nonostante tutto il lavoro di lima degli ultimi giorni, infatti, e dopo che la Russia aveva mostrato qualche apertura alla possibilità di votarla, la stessa Russia e la Cina hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla crisi siriana, proposta dalla Lega Araba. La risoluzione chiedeva al governo siriano di cessare immediatamente ogni violenza e di proteggere la popolazione; di rilasciare ogni persona detenuta arbitrariamente; di ritirare le forze armate dalle città; di garantire la libertà di tenere dimostrazioni pacifiche. E si faceva promotrice di “un processo politico allargato a tutte le forze della società siriana, condotto in un ambiente libero da violenze, paure, intimidazioni ed estremismi, al fine di rispondere alle legittime aspirazioni e alle preoccupazioni del popolo siriano”. Per l’ambasciatore russo Churkin ogni seria possibilità di trovare una soluzione alla crisi è stata vanificata da membri influenti della comunità internazionale col loro sostegno alla causa di un cambio di regime; la risoluzione avrebbe mandato perciò un messaggio “sbilanciato” alla Siria, e non avrebbe rispecchiato fedelmente la situazione sul terreno. Quello cinese, Li Baodong, pur motivando il veto con una strepitosa cineseria diplomatica (“mandare avanti la risoluzione quando i membri del Consiglio di Sicurezza erano ancora seriamente divisi sulla questione non avrebbe aiutato a risolverla”), ha messo in chiaro, guardando in prospettiva anche ai fatti di casa sua, che in accordo coi principi delle Nazioni Unite la sovranità, l’indipendenza e l’integrità di ogni paese devono essere rispettati. Non tanto sorprendentemente questo ultimo punto è stato evocato anche dagli ambasciatori di Sudafrica e India, che pur hanno votato a favore della risoluzione.

E veniamo ai pianti. L’ambasciatore francese Araud ha parlato di “un giorno triste per il Consiglio, un giorno triste per i siriani, un giorno triste per tutti gli amici della democrazia”. Quello tedesco, Wittig, ha parlato di “vergogna”. Quello inglese, Grant, si è detto “sgomento”. Susan Rice, americana, si è detta invece “disgustata”. In effetti, cinque o seimila morti dall’inizio della “primavera” siriana sono un bel macello. Chissà se un bel giorno i nostri ambasciatori occidentali, traboccanti di umanità e democrazia, si renderanno conto che una parte forse non trascurabile di questo macello è dovuto indirettamente ai macelli inventati a tavolino per giustificare l’asimmetrico intervento militare in Libia, che ha reso improvvisamente ancor più disumani del solito i legittimi interessi strategici dei pezzi grossi del mondo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements

One thought on “La crisi siriana e la cambiale libica

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s