Era meglio la Milano da bere

Andiamo proprio bene: ora ci sono quelli che per iniziare a “pensare”, nel nobile senso di “meditare”, devono entrare in ambulatorio. Che siano malati o che questa naturale facoltà si stia atrofizzando nella specie umana? Il miglior ambulatorio sulla piazza sembra essere quello di Marina Abramović, illustre santona della Performance Art, secondo la quale «non dobbiamo più sentirci in colpa quando non facciamo niente; spesso la noia può essere l’inizio di qualcosa di nuovo», affermazione che sottoscrivo senz’altro. Quando ho tempo, e anche quando non ne ho, io ci casco spessissimo: non faccio un bel nulla. Non riesco a fare nulla. I cretini combattono quest’apatia, i saggi no: sono convinti che è Dio che bussa alla loro porta. Tutto piano piano si azzera, l’occhio aperto non guarda più nulla, e l’eterna domanda – Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? – s’insedia regale nella capoccia. Ho scritto “regale” e non “tirannica” perché il suo dominio è dolce e oscillante, e vi fa sentire come un piccolo legno sulle pigre onde dell’oceano – provate ad ascoltare “Une barque sur l’océan” di Maurice Ravel – che vi portano lontano lontano sopra la vertigine degli abissi, fino all’arrivo nel solito porto, o addirittura in uno nuovo, più avanzato sulla rotta della Terra Promessa. Rinfrancati, potete rientrare nella realtà, guardandola dall’alto in basso. Gli abissi rappresentano l’angoscia esistenziale, un dolorino di fondo che sempre vi accompagna, e che un uomo appena appena serio non può fuggire; la crociera in barchetta un modo onesto e piacevole di affrontarlo, anche quando vi toccherà “sudare sangue”. Riassumendo il tutto, diciamo che son nato con la bocca aperta: questo è il mio metodo, e in questo mi sento fratello di molti colossi dell’umanità.

Poi c’è il metodo Abramović, che serve solo agli snaturati, e che non ho ancora ben capito per quale stravagante motivo rientri nel campo dell’arte. All’artista serba piace farla difficile. Sedute interminabili, alla ricerca del perfetto silenzio, e del perfetto dominio del corpo e della mente. L’artista elabora una scena piuttosto nuda e una liturgia ancor più essenziale. L’importante è che siano cose da deficienti, ma avvolte in un soggiogante silenzio, così che invece di costringervi a ridacchiare, a meno che non siate l’infame Franti, è molto probabile che catturino la vostra attenzione o che almeno vi spingano a grattarvi educatamente la testa. Però se siete discepoli della santona esse vi assorbiranno poco a poco, con esse vi compenetrerete, dimenticherete il frastuono del mondo, e incominceranno le meraviglie. E’ un’arte situazionale che dà risultati emozionali, e che ci rivela una verità antica e insieme rivoluzionaria: slow thinking is real thinking, yeah!

Poteva la Milano istituzionale dell’era Pisapia restare indifferente a queste insulsaggini? Non poteva. L’assessore alla Cultura Stefano Boeri, amico dell’artista, convinto che «un po’ di meditazione non possa fare che bene», e forse convinto che la meditazione non possa essere tale se non somiglia ad uno stato di trance che fa a pugni con la natura ma la cui ieratica seriosità abbaglia i gonzi, ha scritto una e-mail ai suoi colleghi di Palazzo Marino:

Cari colleghi, riceverete un invito a partecipare sabato 24 marzo alla performance di Marina Abramović al Pac. Come sapete, l’artista intende l’arte come esperienza diretta con il pubblico e durante le performance crea condizioni molto particolari di intensità intellettuale ed emotiva; si tratta di abbandonare per circa due ore ogni contatto con il mondo esterno e di seguirla in un’esperienza di rapporto diretto con lo spazio e con gli oggetti che compongono l’installazione.

Non ci crederete, ma ci sono andati, questi campioni della nostra classe politica, quella che non crede a nulla. Assessori e consiglieri, comunali e provinciali. Tutti in camice bianco, pronti per il grande viaggio al centro del proprio io. Sono rimasti sdraiati, poi seduti e infine in piedi. Verso le 23, Boeri, che nel corso del trip aveva oltrepassato prima le Colonne D’Ercole e poi anche l’Ultima Thule, è svenuto. I medici, poco rispettosi della potenza dell’arte della Abramović, parlano di un calo di pressione, ma che ne sanno loro? Chissà cosa ha visto Boeri! Forse cadde come corpo morto cade! Forse ci lascerà la Divina Commedia del nuovo millennio!

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (66)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

RAFFAELE GUARINIELLO 19/03/2012 L’uomo è un quarantacinquenne torinese, autotrasportatore, affetto da un glioblastoma, un tumore al cervello. A suo dire egli ha usato per lavoro il cellulare sette ore al giorno per vent’anni di seguito, senza avvalersi dell’auricolare o del vivavoce. La storia è drammatica, penosa, e un po’ grottesca. La scienza forse un giorno si prenderà la briga di dire una parola chiara sui pericoli dell’uso del cellulare, per evitare i quali, comunque, il buon senso dovrebbe essere più che sufficiente. Ma non ditelo al nostro procuratore, oramai temuto in tutto il mondo, che ha subito avviato un’inchiesta. Alla legge nulla deve sfuggire, neanche ciò che è sconosciuto! Che sia anche questa una mania, una malattia professionale? Che sia il caso d’aprire un’inchiesta sulle compulsioni di certi magistrati? Vedremo un giorno Guariniello Due indagare sullo strano caso di Guariniello Uno?

MARIO CATANIA 20/03/2012 Ogni tanto ci prova il ministro dell’Ambiente Corrado Clini a riportare sulla terra il dibattito sugli Ogm. E sempre mal gliene incoglie. Perché in effetti si tratta di una guerra di religione. E per questo il suo collega della politiche agricole l’ha stoppato subito con una frase dal sapore dogmatico: «Sono contrario all’uso di Ogm in agricoltura, l’Italia non ne sente assolutamente il bisogno». E che ne sa lui? Parla a nome del popolo? Quanti sono in Italia, ad esempio, gli allevamenti che vanno avanti a forza di mangimi Ogm, e che producono, ça va sans dire, eccellenze made in Italy, che nessuno boicotta? E se l’Italia non ne sente assolutamente il bisogno perché ne dovrebbe avere paura? Lasci decidere ai produttori e ai consumatori. Ci sono i fanatici del bio, che già è gente parecchio strana, perché non potrebbero esserci i fanatici degli Ogm? Il mondo è bello perché è vario; l’uomo ancor di più, quindi non ritengo affatto remota la possibilità. Magari gli Ogm sono una bischerata, ma magari sono una cannonata. E allora io dico che qui bisogna far valere un principio di precauzione, eh sì! O vogliamo far ridere il mondo ancora una volta alle spalle di quell’italiano sempre sciaguratamente propenso a dimostrarsi più furbo di tutti? Quel deficiente che sulle questioni di principio tende sempre a negoziare, magari sottobanco, e a trasformare invece in questioni di principio tutto ciò che sta nel campo del buon senso?

L’ESPRESSO 21/03/2012 Posso dirlo? Lo dico: l’avevo detto. Appena qualche giorno fa: “Essi [certi nostri magistrati antimafia] officiano un culto misterico sui misteri di stato che è la seconda religione del nostro paese dopo il cristianesimo di confessione cattolica. Essendo misteriosa è una fede che non ha paura di contraddirsi, perché sotto un mistero c’è sempre un altro provvidenziale mistero.” Ed ecco allora che nell’inchiesta della Procura di Palermo sulla «trattativa» tra «pezzi infedeli» dello stato e la mafia, a puntellarne l’enorme baraccone periodicamente smontato e rimontato, entra un altro mistero siciliano. Lo dice l’Espresso, papale papale: «mistero». Un «mistero» che ha dormicchiato per due decenni: l’attentato fallito contro Rino Germanà, un poliziotto che aveva lavorato per anni con Borsellino e da lui stimato, avvenuto due mesi dopo la morte del magistrato. «Alla luce delle nuove risultanze investigative» scrive l’Espresso, «il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Nino Di Matteo pochi giorni fa hanno interrogato Germanà.» Son sicuro che si aprirà uno «squarcio inquietante» sui retroscena delle stragi che insanguinarono l’Italia, non solo quelle del 1992, del 1993, ma anche le altre, da Piazza Fontana a quella della stazione di Bologna, e si scopriranno una marea di depistaggi, e si potrà ricominciare di nuovo a rinarrare la storia misteriosa dell’Italia Deviata, senza la quale un pezzo non deviato di paese si sentirebbe improvvisamente orfano, e senza bussola, e senza una missione.

MADONNA 22/03/2012 I gay pescati a professare apertamente il proprio orientamento sessuale in presenza di minori saranno multati. Lo ha deciso il parlamento di San Pietroburgo. Louise Veronica Ciccone ha preso la palla al balzo ed ha annunciato che quando sarà  nell’ex Leningrado parlerà  “a favore della comunità gay, per sostenerla e per dare forza ed ispirazione a tutti quelli che sono o si sentono oppressi”. La cosa mi ha fatto venire in mente una barzelletta anticomunista dei tempi di Ronnie. Un americano esalta le libertà del suo paese dicendo ad un russo: “Io, cittadino americano, posso andare a Washington, davanti alla Casa Bianca, e urlare «Abbasso Reagan!» E il russo gli risponde: “Anch’io! Anch’io, cittadino sovietico, posso andare a Mosca, sotto le mura del Cremlino, e urlare …«Abbasso Reagan!»” E già, anni ruggenti! Oggi invece questa Russia rammollita dista mille miglia dalla cara, vecchia, totalitaria Unione Sovietica. Con un po’ di accortezza, su certi temi, su certe piazze, l’eroismo è oramai a buon mercato, un vero affare. Ed ecco che arrivano gli speculatori.

P.S. I gay russi, che non hanno più l’anello al naso, accusano Madonna di connivenza con le autorità per non aver annullato il suo concerto di S. Pietroburgo, e gridano al boicottaggio!

GIANCARLO BREGANTINI 23/03/2012 Monsignor Bregantini, presidente della Commissione Lavoro, Giustizia e Pace della Cei, considera un grave errore lasciar fuori la CGIL dalla riforma del lavoro. Caro Monsignore, «sperare contro ogni speranza» è una gran bella cosa, ma non crede che anche S. Paolo ritenesse che fosse meglio riservare certe energie spirituali per le cose serie, piuttosto che per le barzellette? E’ la riforma del lavoro che non rientra nel campo d’azione antropologico della CGIL. Invece Monsignore vorrebbe che la questione non solo non fosse «chiusa», come ha detto – per farsi coraggio – Monti, l’uomo della Provvidenza, ma che fosse semplicemente «posta». Ora è il momento del dialogo, «nelle fabbriche, negli uffici, in Parlamento, nella società civile, ovunque perché il lavoro è il tema cruciale del nostro Paese». Insomma, la concertazione universale, nei secoli dei secoli, fino all’Apocalisse. E questi sono i giorni delle riforme; i giorni del «balzo in avanti» auspicato dal timoniere Napolitano; i giorni dell’emergenza e del «fare presto». A coronarli degnamente manca solo l’invito al governo a fare… a fare cosa? Ma «un passo indietro», signori!

Fumo

La politica italiana è strutturata male. Anzi, manca proprio di una struttura. Non starò qui a spiegarne le cause, perché l’ho fatto troppe volte. Voglio solo gettare luce sul campionario di reticenti corbellerie che i politici, gli aspiranti politici e gli opinion makers sono costretti a dire ogni giorno pur di girare intorno alla questione principale. Che è questa: l’Italia, per ritrovare un equilibrio politico funzionale, e quindi calato nella storia, ha bisogno di un forte partito conservatore e di un forte partito socialdemocratico. Se ancora disturba la franca parola “conservatore” chiamiamolo pure partito “popolare”, quello che d’altra parte in Europa oppone resistenza al liberalismo economico ed è “liberal” in tutto il resto quasi come il confratello socialista. D’altronde non si capisce come l’esecrazione, più o meno scoperta ma generalizzata, di cui è oggetto il popolo italiano, possa accompagnarsi alla speranza di una stagione nuova, nella quale le plebi si ritroveranno di colpo illuminate. No, queste due schifezze, il partito socialdemocratico e quello conservatore, di cui Berlusconi ha gettate le fondamenta, vanno benone. Se vanno bene nell’Europa civilizzata perché non dovrebbero andare bene da noi? Una politica fattiva deve partire dalla realtà. Sennò è un imbroglio.

Così succede che Bersani vada a Parigi per sostenere Hollande nella corsa all’Eliseo e si scopra socialista, con gran disappunto di certi ex democristiani del suo partito, che tifano per il “democratico” Bayrou e chiedono chiarimenti. Sempre a sinistra succede che Eugenio Scalfari ormai ce l’abbia a morte coi sanculotti delle piazze pulite, cogli estremisti dell’antipolitica e dell’anticasta, ignorando bel bello che quel popolo si è abbeverato alla fonte del suo giornale per decenni. Ma allo stesso tempo non vuol sentir parlare di partito socialdemocratico: per il fondatore di Repubblica la sinistra si divide tra i giacobini ragionevoli e quelli irragionevoli, come un giorno i comunisti si dividevano tra i fedeli al partito e i trozkisti, e come oggi l’oltranzismo divide Gian Carlo Caselli dai No-Tav, per dire della modernità della nostra intellighenzia progressista.

Sulla natura e gli scopi del governo tecnico segnaliamo il bisticcio bocconiano tra Giavazzi e il presidente del consiglio. L’editorialista del Corriere, con qualche allarme del giornale per cui scrive, scopre che Monti al governo cammina lento come una lumaca sulla via delle para/mezze/finte liberalizzazioni e delle riformicchie, e Monti scopre che la politica è tutt’altra cosa che i ferrei propositi da salotto, e poi lo spiega con piccato riguardo al suo ex collega.

Mentre Fini scopre che con l’avvento del governo Monti il Pdl non è morto e non si è neanche deberlusconizzato del tutto; per cui dopo aver tagliato i ponti con Silvio, ora vuol tagliare definitivamente i ponti anche con la sua creatura. Dadaista più che futurista, il leader del Fli immagina che il Terzo Polo dovrà andare oltre se stesso, ed essere centrale ma non centrista, un’orchestra – un quartetto d’archi, al massimo, dico io – nazionale, liberale, socialista, cattolica. Sembra il club dell’Italia di Mezzo di folliniana memoria: le acrobazie lessicali hanno il timbro del democristiano fatto e soprattutto finito. Un altro futurista, un altro “liberale”, Montezemolo, scopre che la sinistra è ancora radicale, che i compagni sono passati troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, e solo ora stanno scoprendo “con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta”. Nel campo opposto (che sarebbe la “destra”, ma Luca cuor di leone non osa nominare una cosa così immonda) si guarda al passato. Cosicché serve di nuovo un forte segnale di “discontinuità”, un’offerta politica che sappia vincere il cuore dell’Italia liberale, e lui si propone come il Principe Azzurro. Infatti è una favola: lui non è la signora Thatcher e quell’Italia non esiste. Sic et simpliciter. In quella stessa destra, la Lega, dopo le rodomontate delle settimane scorse, è tornata a più miti consigli e non chiude più le porte ad una nuova alleanza col Pdl se le elezioni amministrative dovessero risolversi in una mezza batosta. Sullo sfondo l’impotente gruppettarismo libertario, che vede i mali ma spera in una rivoluzione dalla quale sarebbe spazzato via del tutto da quella società di cui ora è ai margini.

Insomma, tutto un festival di velleitarismo rivoluzionario, cui la realtà fa schifo, e che consegna la politica all’immobilismo. Ossia al presidio accidioso delle proprie prebende. Fumo. Fumo, fumo, fumo!, per dirla col protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, disgustato dalle vane chiacchiere sui destini della Russia dei suoi compatrioti del secolo XIX, tutti animati da uno spirito messianico, fossero essi radicali, occidentalisti, o slavofili.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (65)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GHERUSH92 13/03/2012 Che un’organizzazione di ricercatori e professionisti, con lo status di consulente speciale del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, scopra che la Divina Commedia contiene troppi accenti razzisti, antisemiti, islamofobici e omofobici, e che per questo invochi la sua eliminazione dai programmi scolastici o quanto meno l’inserimento nell’opera, ossia nel testo scolastico più zavorrato di note della storia, dei «necessari chiarimenti», non mi sorprende affatto: è l’ennesima prova di come l’istruzione sia un gran svantaggio quando ci s’inabissa nell’imbecillità, e dell’insana fobia dei bacchettoni di tutte le risme e di tutti i tempi per ogni gesto o parola che trasudi umanità, intesa soprattutto nel senso sudaticcio del termine; in una parola, l’uomofobia nella sua rotonda perfezione, inodore come il più letale dei gas.

GLI EX DELLA MARGHERITA 14/03/2012 I legali dell’ex partito denunceranno per diffamazione l’ex tesoriere dopo le recenti interviste rilasciate dal mariolo. Non capisco però perché chiedano un risarcimento plurimilionario. E cosa se ne faranno gli ex margheritini di questa montagna di soldi? Quantomeno avrebbero bisogno di un tutore. Ma poi perché? Vogliamo proprio rovinarli del tutto? Erano così felici e sereni quando ai soldi non pensavano affatto: Lusi mungeva tranquillo le casse del partito, i marmocchi giocavano alla politica, ciascuno stava al suo posto, l’armonia era quella di una verde valletta alpina. Poi in questo Eden entrò in azione il serpente, ed essi conobbero il male e il bene. Ed eccoli subito fissati coi soldi.

PIPPO CIVATI 15/03/2012 Anche questo rampante “giovanotto” democratico si chiede come mai il PD faccia “una fatica del diavolo” a parlare a sinistra e movimenti. La soluzione per sbloccare questo dialogo tra sordi è semplicissima ed è racchiusa in una parola: “socialismo”, o “socialdemocrazia”, in Italia messa silenziosamente al bando vent’anni fa in odio a qualcuno. Osservate: non la pronunciano né gli uni né gli altri, se non quando viene tirata in ballo l’Europa, dove tutto sommato se la passa ancora benone. Il settarismo che li ha uniti nell’anatema li ha poi spinti alla deriva, gli uni lontano dagli altri, fuori dalla storia, e quindi dalla politica. Ci arriveranno, ci stanno arrivando, coi soliti tre decenni di ritardo, a dimostrazione che nel nostro bel paese, almeno come abito mentale, il comunismo – sì, cari miei, proprio quello – non ha mai tirato veramente le cuoia.

UWE DEMPEWOLF 16/03/2012 Il coniglietto era nato senza orecchie, poveretto. Meritava un mucchio di umana comprensione, e di privacy, e invece allo zoo avevano fatto festa. Un mostriciattolo! Un simpatico mostriciattolo! Sbattiamolo in primissima pagina! Quale sentimentale trastullo per questo mondo accidioso! Tutto era pronto per una vita da star. E pensare che lui si sarebbe accontentato di così poco: una coniglietta, un po’ di erbetta e via! Ma è morto al primo ciak. Un cameraman l’ha inavvertitamente calpestato. Il responsabile dello zoo, Uwe Dempewolf, ha detto: «È morto all’instante, non ha sofferto. Siamo tutti sconvolti e non ci possiamo credere». Insensato! Così volle Zeus Cronide, dalle nuvole nere, che tutto vede. A meno che Til, il coniglietto, non avesse già capito tutto da solo, senza l’aiuto di Zeus, e avesse deciso di buttarsi sotto il treno alla prima occasione propizia. Diavolo di un coniglietto!

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (64)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIUSEPPE MUSSARI 05/03/2012 Cavolata tira cavolata. E’ Raffaele Bonanni ad aprire le danze invocando una legge (ti pareva se non ci voleva una legge!) che «fissi» il ruolo sociale delle banche. Già m’immagino una nuova branca dello stato sociale, finanziato dai risparmi invece che dalle imposte, e guidato da criteri decisi in alto da un’Authority ad hoc (ti pareva se non ci voleva un’Authority!), e decisi in basso dagli amici degli amici. Voi vi sentireste tranquilli a lasciare i vostri risparmi in una banca del genere? Se avete l’animo del postulante, la faccia tosta dell’intrigante, la tessera del partito o quella del sindacato, forse sì. Gli risponde il presidente dell’Abi, mettendo in chiaro che le banche non sono un servizio pubblico, ma sono imprese ed hanno il diritto/dovere di fare profitti. Esagerato. Le banche intermediano il risparmio. I profitti dovrebbero essere il riflesso di quest’attività di intermediazione. In teoria, in un periodo di vacche magrissime, un modestissimo profitto potrebbe essere il risultato di un’eccellente attività di intermediazione del risparmio. Ma se le banche devono fare profitti ad ogni costo, se per farlo si mettono a giocare in proprio con ardite operazioni finanziarie, e corrono dietro alle fette di mercato e alle nevrosi degli analisti assecondando l’economia delle bolle; e sono tanto fissate con la «crescita» da lanciarsi in acquisizioni pazze pur di non farsi mangiare un giorno da un pesce più grosso, come accadde per esempio al Monte dei Paschi di Siena quando il generale Mussari lo guidò alla conquista a carissimo prezzo di Antonveneta, impresa dalla quale il colosso senese non si è più rialzato; be’, allora direi che il diritto/dovere di fare profitti è la quintessenza del capitalismo alle vongole.

ROMANO PRODI 06/03/2012 Solo tre mesi fa, miracoli dell’antiberlusconismo, ci sentivamo tutti una razza nuova, insofferente alle vecchie liturgie, ai linguaggi cifrati della politica, ai tempi biblici dei tavoli di discussione, ai salamelecchi perditempo, impaziente di uscire vittoriosa dal pantano dell’immobilismo. Ora siamo tutti tornati a cuccia. Fiutata l’aria è rispuntata come il sole al mattino la faccia di mortadella col ditino alzato e l’occhio sgranato di sempre a certificare che la ricreazione è finita: «È giunto il momento» ha detto, «in cui il governo si deve assumere la responsabilità di ricercare con Fiat e sindacati una strada comune per ricostruire una presenza italiana forte e concorrenziale nel settore dell’automobile.» Il governo. Con la Fiat. Coi sindacati. Una strada «comune». E una presenza «forte». Forte: l’aggettivo vago ma baldanzoso che ha segnato l’era dell’aria fritta.

MUSTAFA ABDEL JALIL 07/03/2012 E’ nato a Bengasi un Consiglio provvisorio della Cirenaica. Il presidente del Consiglio nazionale transitorio libico, Mustafa Abdel Jalil, ha parlato da Tripoli di complotto internazionale: “E’ l’inizio di una cospirazione contro il Paese. E’ una vicenda molto pericolosa che minaccia l’unità nazionale e che può condurre ad una Libia divisa e non-democratica”. La faccenda promette faville. Ora si attende lo sbarco di Bernard-Henri Lévy. Ma dove? A Tripoli o a Bengasi?

LEOLUCA ORLANDO & FABRIZIO FERRANDELLI 08/03/2012 L’outsider Ferrandelli, ex capogruppo dell’Italia dei Valori in Consiglio comunale a Palermo, vince a sorpresa le primarie del centrosinistra nel capoluogo siciliano. Leoluca è verde di rabbia e vuol far saltare tutto. Con lo stile da galantuomo che lo ha sempre contraddistinto punta il dito: abbiamo migliaia di denunce, dice, e ci sono stati episodi che provano che certi elettori sono stati pagati; e anche se le irregolarità vanno accertate, continua, «l’inquinamento politico» resta in ogni caso; sono primarie inquinate e drogate, conclude. Il bello è che il povero Ferrandelli alla vigilia delle elezioni denunciava una manovra subdola del Pid di Saverio Romano a favore della peraltro ignara Borsellino: di questi retroscena, diceva, la mia segretaria ha prove certe e dimostrabili; dal canto nostro, concludeva, vigileremo contro ogni forma di «inquinamento» del voto. Ora che è accusato di «inquinamento» Ferrandelli parla di «metodo Boffo». No, caro Ferrandelli: è il vostro metodo.

LA TRATTATIVA 09/03/2012 Alzi la mano chi ci ha capito qualcosa. Certi nostri magistrati antimafia sono come le Sibille Cumane e le Pizie del mondo antico: alludono, adombrano, suggeriscono, insinuano, evocano con ieratica gravità. E’ tutto fumo, ma col peso specifico delle certezze metafisiche. Essi infatti officiano un culto misterico sui misteri di stato che è la seconda religione del nostro paese dopo il cristianesimo di confessione cattolica. Essendo misteriosa è una fede che non ha paura di contraddirsi, perché sotto un mistero c’è sempre un altro provvidenziale mistero. Venerate verità processuali vengono così buttate nel bidone della spazzatura insieme a pentiti ingaggiati un tempo dagli stessi aruspici come manovalanza oracolare: depistaggi!, sentenziano oggi coloro che ieri davano del depistatore al miscredente che quelle verità e quei bulletti spernacchiava. Ma per fortuna ora hanno una certezza. Ve la scrivo col “c” maiuscolo – ecco qua: Certezza – così capite che si tratta di un’altra insondabile divinità entrata nel Pantheon Misterico al posto di quella decaduta, il Papello. La Trattativa, invece, è ancora ben salda al suo posto.

Il passo indietro, quello vero

E’ ormai chiaro come il governo Monti, nonostante il patriottismo dei media si faccia ancora piacere quasi tutto, cammini a piccolissimi passi nel solco dei governi che l’hanno preceduto, artifici lessicali compresi, come certe ri-regolarizzazioni etichettate col nome di liberalizzazioni. Siccome sono convinto che in una situazione come quella italiana la direzione di marcia sia ancora più importante della portata dei singoli provvedimenti, e che il coacervo corporativo ed il baraccone statalista vadano sgretolati più che abbattuti, il fatto, oltre a non sorprendermi, nemmeno mi spinge a bocciare su tutta la linea la squadra del professore. Fin dal giorno dopo la caduta del precedente governo, avevo scritto che Berlusconi, prevedendo l’impasse di quello d’emergenza e i mal di pancia della sinistra di fronte al minimo passo concreto sulla via delle «riforme», avrebbe cercato di fare del Pdl l’architrave del governo tecnico quando questo, avendo perso il treno rivoluzionario, avesse dovuto mettere radici politiche. Berlusconi, in questa storia sgangherata, è l’unico che abbia agito con coerenza. Il più tenace a resistere all’assedio dei potenti e numerosi patrocinatori del governo tecnico, è stato anche il più lesto ad adattarsi con duttilità e con spirito costruttivo ad un male più inevitabile che necessario, dopo aver perso la battaglia. Ad un cartello elettorale formato dai partiti della grande coalizione che informalmente sostiene Monti il Cavaliere non crede affatto. La velata disponibilità espressa in questi giorni mira solo a sondare il grado di coesione del PD in previsione di una sua possibile spaccatura. Sa che Monti, per quanto poco riesca a fare, e per quanto a rilento vada, è legato ad un’agenda «europea» e non può affondare in quell’assoluto immobilismo che solo potrebbe evitare alla sinistra democratica il braccio di ferro con quella antagonista. E sa che su questa via le lacerazioni a sinistra saranno molto più sanguinose che a destra. Anche se può apparire come una sottile vendetta, la sua strategia è legittima e il suo comportamento lineare. Non è lui che si è cacciato in trappola, caro Bersani.

Ai belli spiriti che con cieca pedanteria, guardando ai “fatti”, sostengono che il governo tecnico qualcosa di più faccia, comunque, rispetto a quello precedente, rispondo che è un progresso che paghiamo con l’arretramento del sentimento democratico e liberale in Italia, e che abbiamo indebolito le nostre basi politico-culturali per un vantaggio dubbio o piccolo. Nel nostro paese la crescita impazzita del debito pubblico non fu causata dalla corruzione, che è una stupidaggine bella e buona, né fu causata solo dalla naturale propensione dell’uomo a credere alla favola del pasto gratis: fu anche il prezzo pagato al radicalismo di massa, a quella palla al piede che è la più grossa espressione di arretratezza politico-culturale del nostro paese, per tenerlo buono in una stagione già martoriata dal terrorismo. Ora facciamo il contrario: per rispondere ai problemi dell’economia nel senso più largo del termine, contraiamo un “debito politico-culturale” di cui già ora cominciamo a pagare gli interessi. La demagogia antiberlusconiana che ha portato alla nascita del governo tecnico non ha aperto nessuna nuova era in Italia. Piuttosto, l’ha ricacciata indietro. La demagogia crea demagogia anche quando è seriosa e misurata nei toni. Avevo avvisato del pericolo di questo schiaffone alla democrazia, che resta uno schiaffone anche se ha tutte le firme e i timbri in regola. Ora ad impadronirsi della protesta «democratica» contro il «regime tecnocratico» non sono le componenti liberali o libertarie ma le componenti più radicali della politica italiana. Le quali si sono ingrossate. Nonostante la mole è il variegato insieme della sinistra antagonista a far sentire il suo peso gravitazionale sul PD, e non il contrario. Dall’altra parte dello spettro politico la Lega ha risentito più forte il richiamo della foresta, e la destra verace ha voglia di tornare pura e dura. Il polo conservatore, cui aveva lavorato il Cavaliere, sta perdendo i pezzi; di quello socialdemocratico, che del primo doveva essere il corollario e che doveva pacificare la sinistra con se stessa e con la storia, non si vede neanche l’ombra. A questo stadio l’Italia prima o poi arriverà, per una specie di necessità fisiologica. Ma intanto rischia di tornare indietro, ai tempi della prima repubblica: con una destra leghista o neo-missina ricacciata nell’angolo; con un radicalismo di massa dominante a sinistra; con un pluri-partito al centro che non sappiamo ancora se per puro caso alle prossime elezioni sarà un pentapartito; e con un elettore «moderato» costretto ancora una volta alla maledizione del «primum vivere». Bel progresso.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (63)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LE FARC 27/02/2012 I terroristi marxisti delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane si sono stufati: dopo trent’anni dicono basta ai rapimenti. Non ne possono più neanche loro. Che barba. Al più presto libereranno i loro ultimi dieci ostaggi. Basta con le tragedie. E’ tempo di divertirsi e divertire. La loro carriera nel campo della commedia ha avuto un inizio folgorante, non prevedibile: un comunicato nel quale esprimono ammirazione “nei confronti dei familiari dei soldati e dei poliziotti. Non hanno mai perso la fede sul fatto che i loro cari avrebbero recuperato la libertà, anche in presenza del disprezzo e l’indifferenza dei diversi governi.” Sempre marxisti, i satanassi, ma tendenza Groucho.

GLI UMILIATI ED OFFESI DA BUFFON 28/12/2012 Sono milanista, oltre che berlusconiano. Ma non capisco affatto tutta la cagnara scoppiata per le parole dette dal portierone juventino nel bel mezzo della già rovente polemica sul gol clamorosamente annullato [non convalidato, N.d.Z.] a Muntari; gol che, detto per inciso, avrebbe senza dubbio incanalato la partita verso un tranquillo dieci a zero per noi, come minimo. “Se me ne fossi accorto non lo avrei detto all’arbitro”, ha detto Gianluigi, che infatti se n’era accorto benissimo e all’arbitro non l’ha detto: lode alla coerenza, alla sincerità dei proponimenti e cartellino giallo per la bugia pacchiana che apre il periodo ipotetico. Non ho mai visto d’altra parte un portiere o un giocatore correre disperato dietro all’arbitro per dirgli “Era goal! Era goal!”, dopo aver con la forza della disperazione respinto una palla che aveva appena oltrepassata la linea di porta. Certo, se l’arbitro glielo avesse chiesto, Buffon avrebbe avuto il dovere di confessare il misfatto. Ma diversamente anche una disciplinata faccia da schiaffi fa parte del gioco di squadra nel gioco di squadra più gaglioffo del mondo. E anche il fair play si deve contenere entro una certa misura: quando va oltre, puzza di esibizionismo, magari interessato. Per certe grosse imprese cavalleresche, perché non suonino come moneta falsa, ci vuole molta, ma molta classe. Allora m’inchino.

[E’ vero, il goal non è stato “annullato”. Mi sono espresso male. Ma è proprio quello il punto. L’arbitro non ha fermato il gioco. Se lo avesse fatto, per una qualche ragione, e avesse poi interpellato Buffon, la cosa sarebbe stata diversa. Bisogna poi dire che Buffon non ha commesso una marachella intenzionale, come fare goal con la mano. Semplicemente non ci è arrivato. L’arbitro non ha visto ed il gioco è continuato. Poi Buffon ha detto una frase a caldo che lascia qualche margine d’ambiguità, ma che non mi pare il caso d’interpretare con troppa malignità. Voglio dire: cerchiamo di essere uomini…]

NICHI VENDOLA 29/12/2012 Lietissimo di aver potuto iscrivere Veltroni nelle liste della «destra in loden», dopo la cautissima e già rimangiata apertura di Walter sulla questione dell’art. 18, il nostro Nichi si è rituffato nel suo ruolo istituzionale di presidente della regione Puglia con un incontro con una delegazione cinese guidata da un ex ambasciatore in Italia del paese leader del comunismo capitalista, ossia del capitalismo di stato tagliato con l’accetta, al termine del quale ha detto: «Nell’epoca in cui molti evocano la paura della Cina, noi lavoriamo per abbattere qualunque muro di pregiudizio e per intensificare questi rapporti. Il futuro della Cina è il nostro futuro così come il nostro futuro è anche il futuro della Cina.» Ma i lavoratori italiani non devono mica preoccuparsi: Nichi, in fondo, è un gran mattacchione, oltre che squisito uomo di mondo prontissimo al confronto senza «pregiudiziali».

JEAN-CLAUDE JUNCKER 01/03/2012 Il presidente dell’Eurogruppo auspica un «commissario Ue delegato alla ricostruzione» della Grecia. Non dovete però pensare che la mossa miri a far entrare definitivamente nella zucca dei greci il concetto che noi europei abbiamo spezzato veramente le reni alla loro patria, e che la Grecia è veramente in stato d’occupazione, dopo essere stata veramente rasa al suolo: la burocrazia è imbecille anche quando è mossa da sincera sollecitudine.

TED TURNER 02/03/2012 Quando divorziò da Jane Fonda il magnate ebbe un periodo di crisi. Il povero Ted pensò persino al suicidio. Strano, perché il matrimonio finì a causa dei continui tradimenti di lui. Ma adesso abbiamo capito tutto: Jane era il perno rotante di una giostra di amanti che questo attempato fanciullino si divertiva un mondo a rincorrere. Senza la moglie il mondo fatato del piccolo Ted non stava in piedi: anche il peccato ha bisogno di ordine, per abbandonarvisi con più tranquillità. L’abbiamo capito perché Ted finalmente ha ritrovato il suo equilibrio. Ora ci sono quattro amiche che gli allietano la vita. Non tutte insieme allo stesso tempo, che sarebbe troppo liberal anche per un liberal come Ted, ma una per settimana, al fine di consentire ogni mese a Ted una piacevole rivista completa dell’harem: la funzione equilibratrice della moglie è stata surrogata da un sistema di fedeltà a tempo, una via decorosa al Bunga Bunga che gli restituisce appieno il gusto di una vita da pascià.