Una settimana di “Vergognamoci per lui” (84)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

STEFANIA FICO 23/07/2012 «E chi è?», direte voi. Stefania è una diciottenne di Adria, antichissima cittadina in provincia di Rovigo (non si sa ancora per quanto, visto che secondo gli ottimistici piani del governo i polesani, che sono una razza veneta un po’ così, ma così così, dovrebbero meticciarsi coi padovani e forse in parte coi veronesi). La ragazza è stata appena nominata Miss Sportiva Diadora Veneto 2012. La Fico de noaltri (romanesco: de noantri) frequenta il Liceo tal dei tali, nel tempo libero ascolta quello lì, alla televisione segue quelli lì, il suo hobby è quello là e la sua ambizione quella là. E il personaggio che vorrebbe incontrare? Be’, quello lì. Ma proprio quello lì. Il moretto. Il Mario.

MASSIMO ZAMARION 24/07/2012 Come i più perspicaci di voi hanno capito da un bel pezzo, non c’è persona al mondo che si creda più spiritosa di Zamarion. Queste manie di grandezza sono tipiche di chi nella sua vita non ha mai combinato un bel nulla. E questo caso non fa assolutissimamente eccezione, ve lo garantisco. (Va da sé che i più perspicaci di voi hanno pure capito che anche questo ulteriore passetto verso l’assoluto auto-annichilamento è tipico del più miserabile uomo del sottosuolo, che nell’estrema infamia intende ribadire la sua illustre specificità nei confronti del volgo.) Come forse sapete, l’imbecille in questione ieri ha voluto prendere per il sederino un’avvenente fanciulla, tale Stefania Fico, Miss Sportiva Diadora Veneto 2012, rea di aver indicato in Mario Balotelli il personaggio che sognava di incontrare. Si capisce che ella ironizzava con molto spirito sul proprio cognome, da vera reginetta. Non sembra che il Resto del Carlino.it abbia colto l’umorismo della Fico. E’ certo invece che l’imbecille non ha capito una mazza. Il vostro campione si è limitato a grattarsi la testa, non sapendo decidere se la nuova Miss fosse più scema o più spudorata, prima di sentenziare con la solita risibile sicumera. Non gli è passata nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea che una bella ragazza, un gran pezzo di figliola, insomma una sventola da infarto potesse avercelo lei, un cervello. Non contento, il nostro è riuscito pure a prendersi una solenne lavata di capo da qualche polesano risentito per una sua cameratesca, innocente, simpatetica allusione al carattere particolare, benché genuinamente veneto, dei terroni della Serenissima: a conferma che è gente sanguigna (anche se cento volte meno esaltata dei romagnoli, detto tra noi). Stendiamo comunque un velo pietoso sull’ennesima tragicomica avventura “intellettuale” di Zamarion. E’ lui Mister Babbeo Veneto 2012. Non temete, apprezzerà il premio: è un cretino a tutta prova, un cuor contento come ce ne sono pochi al mondo. (Ah rieccola, la sua illustre specificità!)

MASSIMO D’ALEMA 25/07/2012 Se lo conosci, non lo eviti: può farti solo il solletico. Ma se non lo conosci, è meglio che lo eviti: ti potrebbe incenerire. Ogni volta che apre bocca è come se emanasse una fatwa. Il talento è innato ma sembra che Massimo lo coltivasse fin da ragazzino, quando si allenava davanti allo specchio, tutto compreso di sé, a dire cose come «uno più uno uguale tre» oppure «tre più due uguale quattro», con un tono che non ammette repliche, ostile, ma tranquillo al punto da farvi male: la mancanza di fremiti umani sta a significare per l’appunto che non siete degno nemmeno di un grammo di stizza, che siete uno zero assoluto. Sopravvissuti a questo primo colpo, scoprireste però che il giorno dopo D’Alema ha già dimenticato voi, le vostre colpe e le proprie cavolate, e che sta esercitando la sua glaciale oratoria contro qualcun altro. La sua tattica bellica, infatti, contempla unicamente la vittoria al primo assalto, anzi, alla prima parvenza d’assalto, su un nemico raggelato dalla paura, che gli si consegna inerme. In caso contrario, il nostro torna regolarmente a cuccia. Oramai la storia è nota ed è per questo che Max ha diradato di molto i suoi blitz, che in compenso però mirano sempre più in alto. «Non si capisce più se il Pdl faccia parte della maggioranza», ha detto ieri, per esempio. «I provvedimenti del governo cadono tutti sulle nostre spalle. Ormai la situazione è insostenibile, quanto può durare?», ha proseguito perentorio, per poi intimare: «Se ne devono rendere conto tutti, compresi il premier e il presidente della Repubblica.» Ecco, adesso passeranno due o tre giorni. Non succederà nulla, e Max si sentirà libero di riformulare completamente il suo punto di vista sulla situazione. Sarà implacabile, però, come sempre.

FRANCESCO CASCIO 26/07/2012 Primi segni tangibili che nelle casse della Sicilia son rimasti solo gli spiccioli: i deputati della regione non hanno ricevuto lo stipendio di luglio. Leggo, non so se sia vero, di 13.000 € netti al mese per gli eletti dell’opulento e felicissimo Regno di Trinacria. Fossero anche la metà, a mio modesto avviso si tratterebbe pur sempre di un gruzzoletto nient’affatto disprezzabile. Io non ci sputerei sopra. Comunque, se ne riparlerà con calma ad agosto. Intanto, via tutti in vacanza; che tanto a forza di sudati salari nella cascina del parlamentare ormai non c’era spazio neanche per una forconata di fieno in più; senza contare che anche al re dei babbei era chiarissimo come i tempi magrissimi consigliassero un proficuo silenzio di tomba. Gli eletti siciliani si sono però arrabbiati di brutto, anche se fessi non sono. «L’assessore all’Economia Gaetano Armao», ha tuonato il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, «tratta l’Ars alla stregua di un qualunque fornitore, o di un ente. Ma l’Ars è un organo istituzionale di valenza costituzionale e di conseguenza l’erogazione dei trasferimenti è sempre stata effettuata d’ufficio. Da quando c’è lui si tende a stravolgere questo concetto, e quindi l’Ars passa in coda rispetto ai fornitori, e questo non è possibile.» La faccenda, avete capito, è molto più grave di una semplice questione di soldi, come avevate bassamente sospettato. E’ una questione di principio, di organi istituzionali di valenza costituzionale, di organi costituzionali di valenza istituzionale, di onore, di offesa dignità, di essere o non essere. In breve: di «lei non sa chi sono io». Oltre che una questione di soldi.

LUCIANO GALLINO 27/07/2012 E’ da più di un secolo che l’intervento dello stato nell’economia non cessa di crescere. In molti paesi la spesa pubblica ha raggiunto livelli stratosferici, palesemente anormali, e si mangia metà della ricchezza prodotta, col doppio risultato di bloccare la crescita economica e di rendere insostenibile il welfare. Il debito pubblico, da ultima risorsa cui ricorrere, da arma da economia di guerra, è diventato il mezzo ordinario dello stato per finanziarsi e per finanziare e dirigere lo sviluppo economico. L’ «indipendente» governatore della banca centrale, per conto dello stato, è diventato il regolatore e il guardiano di quel che resta dell’economia, quella «di mercato». E’ lui che decide, per conto dello stato, quando bisogna dare gas all’economia, e quando bisogna schiacciare il freno. E’ a questo vigile che staziona all’incrocio dei traffici e dei commerci che l’uomo della strada e il politico hanno imposto da tempo di bloccare i semafori sulla luce verde, e di tenere bassi i tassi d’interesse anche quando il fiume dei risparmi si riduce ad un rivolo d’acqua: all’assistenzialismo statale si somma così l’assistenzialismo bancario, un supplemento di bonanza fondato sui debiti privati; una truffa di cui lo stato, a ben vedere, «in ultima istanza» si fa mallevadore, tanto che alla fine della giostra i debiti privati e le crisi bancarie si scaricano sui debiti pubblici. Le bolle e l’immenso edificio barocco della «finanziarizzazione» dell’economia, il cosiddetto «turbocapitalismo», nascono da questa manomissione della libera economia, l’unica in realtà «sostenibile»: è quando si spengono i segnali del «mercato» che crescono i mostri. Diversamente le bolle economiche e finanziarie si sgonfiano molto prima e forse nemmeno si formano. In tutto questo di liberalismo economico non si vede traccia alcuna: dove lo stato non agisce in prima persona, è il libertinismo economico ad agire, in barba alle regole del mercato, con l’avallo dello stato. Che alla fine, non contento dei disastri combinati, all’apice della sua presa sulla società, se le canta e se le suona pure, attraverso la voce dei suoi apologeti più illustri, come il sociologo Luciano Gallino, al quale sicuramente non hanno lavato il cervello, ma tuttavia arriva a dire: «Le dottrine neoliberali hanno goduto di un monopolio sui cervelli: la grandissima parte dei commentatori sono dentro di esse. Meno Stato a tutti i costi, anche se i costi si scaricano sulla gente comune.»

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (83)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BRUNO TABACCI 16/07/2012 Giunto felicemente al suo primo quarto di secolo di vita, Bruno Tabacci fece i primi passi della sua carriera politica nella Democrazia Cristiana. Era un solidissimo centrista, ragion per cui già allora strizzava l’occhio al nemico: il suo mentore era infatti Giovanni Marcora, uno dei tanti guru della sinistra democristiana. Partito da consigliere comunale ed arrivato alla presidenza della regione Lombardia (grazie all’appoggio di Ciriaco De Mita, segretario del partito e pezzo grosso della ovviamente imprescindibile sinistra democristiana), Bruno giunse pure al suo quarto di secolo di vita nella Dc, ma non tanto felicemente: fu travolto da Mani Pulite insieme al partito, anche se dopo qualche annetto la magistratura gli ridiede l’onore. Passata la buriana giustizialista, che gli aveva raffreddato i naturali empiti amorosi nei confronti dei rossi, Bruno entrò nell’Udc, allora berlusconiana. Ma non durò molto. Ai tempi del governo Prodi s’inventò la sinistra Udc, divenendone la solitaria bandiera. Poi passò al Pd, e subito dopo all’Api. Quindi divenne assessore nella giunta di centrosinistra del rossissimo sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, per molti anni aspirante rifondatore del comunismo. Ora Bruno si candida alle primarie del centrosinistra, e non vede affatto male la partecipazione della sinistra vendoliana alla coalizione. Come non è affatto male la traiettoria politica del nostro, peraltro del tutto legittima. Il guaio, grosso, è che Bruno – e con lui tutti i Tabacci d’Italia – è sinceramente convinto che siano gli altri ad essere venuti a lui, e non lui ad aver cambiato campo. Chiedeteglielo: sarà lui stesso a confermarvelo, e vi guarderà con commiserazione, stupito dalla vostra scarsa intelligenza. E allora capirete, invece, perché quando sente parlare di “centrodestra perbene” ed altre facezie simili, il popolo “moderato”, quello che vota, se la dia puntualmente a gambe levate, via lontano da tanta probità.

GIULIANO FERRARA 17/07/2012 @ferrarailgrasso ha sempre avuto un debole per Rosi Bindi. No, non scherzo. Voglio dire, l’ha sempre considerata una donna verace. Cioè, voglio dire, le ha sempre riconosciuto una sua bislacca, simpatica autenticità. Quindi non mi sorprende che con animo donchisciottesco abbia voluto duramente riprendere quel fellone di Grillo: una botta di vita, nel senso più nobile del termine, in un periodo di magra come questo. Devo tuttavia dire, caro Giulianone Cuor di Leone, che il beau geste non ti è riuscito tanto bello. Forse l’infiammato cuore ha ottuso la tua nota finezza da spadaccino della parola: «La dichiarazione da puttaniere su Rosi Bindi dimostra che Grillo ha un pisello piccolissimo», hai scritto su Twitter e riportato sul Foglio.it, cedendo ad uno dei più disgustosi miti del volgo. Infatti, che significa screditare Grillo per il «piccolissimo pisello», ancorché in senso figurato, se non dare credibilità all’eresia del Superpisellone, che ogni persona bennata, come io e te, disprezza dal più profondo dell’anima? Quale vantaggio potrà mai venire all’uomo dal possesso di un ingombrante salsicciotto, e quale qualità estetica si potrà mai inverare in un’orrida proboscide? E quale donna mai, se non prezzolata, potrà apprezzare un simile mostro? Radici antichissime ha il dogma della binità del Pisello: unico è il Pisello, ma due sono le Persone, il Pisellone e il Pisellino, corrispondenti ai due stati fondamentali in cui è possibile conoscerlo in natura: at-tenti! ri-poso! E sia il buon gusto sia la comodità vogliono che nel primo stato il Pisello abbia eleganti proporzioni, e svetti dritto e vittorioso contro la volta celeste, improba impresa per un affarone ingobbito; e che nel secondo si riduca con vereconda discrezione alle dimensioni dell’organo riproduttivo del Putto, come dimostrano esempi eccelsi, in primis i Bronzi di Riace: controlla, controlla pure.

GIANFRANCO POLILLO 18/07/2012 Avrebbe fatto meglio a tenersela nella sua vulcanica mente, il sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo. L’idea che l’accorpamento di un certo numero di festività si scarichi automaticamente sul PIL con effetti positivi, e quindi semi-miracolosi data la situazione, sembra il frutto di una fede mezzo astrochiromantica in quello scientismo economico che si esalta soprattutto nelle frazioni decimali: il dirigismo economico, infatti, pecca nelle cose piccole come in quelle grandi. Ma questo è il meno. Quello che non possiamo perdonare al sottosegretario è di aver inutilmente messo in subbuglio i pasdaran della Repubblica Italiana, gli antifascisti dell’Anpi, che appena hanno il visto il 25 aprile e il primo maggio in pericolo, hanno dato fiato alle loro implacabili e assai ripetitive trombe: possono capire tutto, i nostri magnanimi partigiani, «ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo». E perché mai? Loro ci sono riusciti benissimo: alla storia, alla nostra storia, hanno rinunciato fin da principio, avendola ridotta a una o due date, sulle quali campano alla grande, e rompono altrettanto.

BARBARA SPINELLI 19/07/2012 Moody’s declassa il debito italiano, lo spread risale, e tutti quanti noi, chi più chi meno, a chiedercene imbufaliti la ragione. Eppure la risposta è facilissima: l’annunciata e pochissimo strombazzata ridiscesa in campo del Cavaliere. Noi, come popolo, non ci possiamo arrivare appunto perché italiani, bipedi abituati a vivere oramai in casa con l’immondizia, a respirarne a pieni polmoni, quasi con soddisfazione, l’olezzo fragrante, e a guardare con occhi tranquilli in faccia al mostro, senza coglierne la mostruosità. Barbara invece l’ha capito subito. Lei è cittadina del mondo, legge i giornali stranieri, in ispecie quelli delle contrade più civili, dove trova conferma delle sue superiori vedute. E’ per questo che i suoi articoli viaggiano sempre scortati da citazioni tratte da questa o quell’autorevole testata, dai virgolettati di questo o quell’illustre nome della cultura, della politica, delle scienze che il mondo ci offre al di fuori dei nostri angusti e miserabili confini. Ed è per questo che lei fa parte di quell’italianissima sottospecie, quella migliore, che allo straniero chiede sempre legittimazione.

GLI SMEMORATI DI LIBIA 20/07/2012 Piagnucolano molto i giornali e i telegiornali sulla sorte dei poveri siriani. Bisogna dire che ormai è proprio un bel macello, degno in tutto della pittoresca ferocia delle guerre civili. Chi li conta più i morti? Quisquilie, per russi e cinesi, che continuano imperterriti a porre il veto ad ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avalli più o meno velatamente il regime change. L’ultima, oltre al voto negativo di Russia e Cina, ha visto le astensioni di due altri paesi, tra cui quella del Sudafrica. Ciò significa che dei quattro paesi Brics (sui cinque totali) attualmente membri del Consiglio di Sicurezza, solo uno, l’India, ha votato a favore della risoluzione. Vi ricordate? Pur di dare inizio alla caccia grossa a Gheddafi li avevamo presi per i fondelli, dimenticando che anche gli staterelli tascabili, vere barzellette tipo Andorra o San Marino, hanno il loro amor proprio, figuriamoci questi colossi. Lo so che gli analisti credono di più ai rapporti di forza, agli «interessi», alla formidabile forza inerziale che la tradizione convoglia nella politica estera di ogni specifico paese, ma trascurando l’amor proprio a mio avviso commettono un errore imperdonabile di superficialità. Le passioni dominano il mondo, anche a livello di tribù o di nazione. La guerra di Troia ne fu la dimostrazione scientifica, fin da principio. Ed io al grande Omero credo religiosamente.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (82)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL PACIFISTA RAPPACIFICATO 09/07/2012 Sembrava dovesse sommergerci tutti; invece la marea pacifista si è improvvisamente ritirata come un’epidemia medievale, un’orda mongola o la monnezza napoletana. Sant’Obama ha fatto il miracolo: ha ripulito le strade dai Discepoli della Dea Pace. Da quando l’Abbronzato guida il mondo democratico sembra che questi esaltati siano fuggiti nei loro eremi a fare gli esercizi spirituali. E’ probabile che nel loro corso di perfezionamento abbiano già raggiunto l’atarassia, perché ormai sono sordi anche alle cannonate mediatiche. Hillary Clinton ha usato in questi giorni toni che a noi, nostalgici dell’anticomunismo, hanno ricordato gli anni ruggenti della guerra fredda, quando al mondo ci si capiva ancora qualcosa, quando l’unico comunista buono era quello morto: «Ve lo dico molto francamente,» ha detto il Segretario di Stato USA, «non penso che Russia e Cina credano che stiano pagando un prezzo per stare al fianco del regime di Assad. L’unico modo per cambiare è che ogni nazione qui presente dica direttamente e chiaramente che la Russia e la Cina pagheranno un prezzo perché stanno bloccando i progressi. Non è più tollerabile.» Successivamente, non contenta, ha avvertito direttamente Assad: «La Siria rischia un attacco catastrofico.» Il pacifista della porta accanto, con la calma suprema del mangiatore di loto, non ha alzato neanche un sopracciglio. Avrebbe pianto come un vitello e muggito come un toro impazzito ai tempi di Condoleezza Rice. L’Abbronzata.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 10/07/2012 Tutto il mondo è paese. Anche il gran mondo. Nel vostro paesello quando il villico si trova impegolato in un problemino ostinato, con qualche minimo riflessuccio pubblico purchessia, dopo un po’ si sente ampiamente giustificato ad imboccare la scorciatoia di un abboccamento col deus ex machina del borgo, il sindaco. Ora pure Luca ha un problemino: le stazioni romane Tiburtina ed Ostiense non sarebbero ancora all’altezza del suo meraviglioso trenino, Italo, nato per dar lustro all’Italia e non per essere umiliato da grigie e slabbrate locations suburbane. Per questo l’alfiere dell’Italia Futura ha scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio, acquistando intere pagine di pubblicità su vari quotidiani. Come ogni italico postulante, passato e futuribile, ha usato espressioni strazianti, ma nel suo caso studiatamente à la page, come “mortificazione della crescita”, di cui fino a qualche tempo fa il popolo non avrebbe capito una mazza, ma che ora suonano come un crimine contro l’umanità. Comunque ormai è fatta. E dunque, caro Monti, metta pure una buona parola, anche da parte nostra. Fiduciosi che grazie al suo sapiente consiglio la Tiburtina e l’Ostiense saranno presto luccicanti e funzionali stazioni, degne di un paese civile, porgiamo distinti saluti.

CHRISTOPHER ANDERSEN 11/07/2012 L’ottocento ci donò Hans Christian Andersen, lo scrittore di favole. Il novecento invece ci ha regalato Christopher Andersen, biografo favoloso, che proprio in questi giorni ha portato felicemente a termine la sua ultima fatica, dedicata alla leggendaria vita del cantante dei Rolling Stones, ed intitolata “Mick: The Wild Life and Mad Genius of Jagger”. Secondo Andersen, nella sua attività amorosa Mick Jagger – che fino ad oggi ha fatto in tempo a mettere in fila, oltre ad una lunga relazione con Marianne Faithfull, due mogli e sette figli avuti da quattro donne diverse – avrebbe collezionato 4.000 partner di sesso femminile, senza contare un incontro ravvicinatissimo del tipo più intimo con David Bowie (probabilmente al tempo di “Life on Mars”, dico io, quando David sembrava un trans appena sbarcato dal pianeta rosso). Mick ha ormai settant’anni. Mettiamo pure che la sua formidabile carriera di Don Giovanni sia cominciata a quindici anni: sono cinquantacinque anni, ovvero circa 20.000 giorni di attività penetrativa, i quali, divisi per 4.000 femmine, danno una media di una nuova partner ogni cinque giorni. E’ chiaro che una media è sempre una media, che non ci dice, per esempio, che Mick lo Stallone in certe bunga bunga nights era capace d’infilzare allo spiedo non meno di una dozzina di giumente per volta. Ma la media non ci dice neanche, per esempio, che sicuramente una certa percentuale di questo immenso parco femmine è stato riutilizzato più e più volte da Mick la Trivella, e spesso allo stesso tempo, una volta ottemperato, s’intende, ai sacri doveri coniugali, che non dovete mai dimenticare, come certo non li dimenticava lui. I nudi dati dello studio di Andersen ci rivelano perciò un uomo eccezionale. Sarebbero numeri sbalorditivi anche se ci trovassimo al cospetto di un assatanato puttaniere, nel senso commerciale del termine, e non invece davanti ad un uomo capace di conoscere carnalmente una donna prima ancora di fare i convenevoli e di guardarla in faccia: l’uomo da monta in tutta la sua animale, commovente e direi virginea purezza. Uno dei più grandi di tutti i tempi.

I CONCERTAZIONISTI 12/07/2012 Monti tocca la “concertazione” e per poco non resta fulminato dallo sconcerto. Non se l’aspettava, il pollo. In effetti la sua critica è stata ultra-riguardosa. Era partito bene, nel suo intervento all’assemblea dell’Abi, dicendo: «In un’economia e in una società moderna le parti sociali vanno consultate dal Governo, ma su gran parte delle materie pensiamo che debbano restare “parti”: vitali e importanti ma non dei protagonisti ai quali il potere pubblico delega le decisioni in una sorta di outsourcing». Si fosse fermato qui, i concertazionisti sarebbero rimasti calmi, e forse non avrebbero nemmeno capito: mai sopravvalutarli. Ma poi lo sciagurato l’ha nominata: «Esercizi profondi di concertazione» aveva continuato «hanno generato i mali contro cui noi combattiamo e a causa dei quali i nostri figli non trovano facilmente lavoro». Avrebbe potuto dire «l’abuso della concertazione», oppure «un malinteso concetto di concertazione», o meglio ancora «una cattiva concertazione» – ché questo voleva dire, e sono convinto che lo chiarirà a breve se non l’avrà già fatto quando queste righe saranno pubblicate – e forse, in parte, l’avrebbe scampata. Invece ha fatto il poeta e così alla numerosissima cricca dei concertazionisti non è parso vero, stavolta, di poter far finta davvero di non capire. Ha cominciato la Camusso, poi il Bonanni, poi l’Angeletti, poi il Centrella (chi è il Centrella? E’ il segretario dell’Ugl), poi il Guerrini (chi è il Guerrini? E’ il presidente di Rete Imprese Italia), poi il democratico Sergio D’Antoni, ex segretario della Cisl, e poi Di Pietro in persona, e poi mi sono rotto. Il bello è che sono insorti tutti come un sol uomo, e hanno parlato tutti con una sola voce, senza che la cosa venisse minimamente concertata.

[P.S. 1 La precisazione è arrivata per bocca del ministro Passera: “Il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, getta acqua sul fuoco sostenendo che «l’uso distorto della concertazione ha creato problemi», perché «in passato» ha «portato decisioni molto negative. Ciò non vuol dire che un dialogo tra parti responsabili, dove poi alla fine c’è chi ha la responsabilità di decidere, non sia un metodo giusto».” (La Stampa.it)

P.S. 2  All’articoletto del sottoscritto ha risposto un altro articoletto, garbatamente polemico, all’interno della stessa testata, cui ho ribattuto così:

Zamax non si vergogna di te. Anche se lo facesse la cosa non dovrebbe essere presa troppo sul serio. Un giorno, prima o poi, Zamax si vergognerà di se stesso per farlo capire a tutti. Lo avrei già fatto, se il timore d’ingenerare il sospetto di megalomania (a mio modesto avviso non proprio ingiustificato, conoscendomi) non mi avesse fermato.

1) Ho svergognato i “concertazionisti” perché, con un riflesso pavloviano, hanno fatto finta di non capire cosa Monti volesse dire. Monti stesso lo aveva spiegato: «In un’economia e in una società moderna le parti sociali vanno consultate dal Governo, ma su gran parte delle materie pensiamo che debbano restare “parti”: vitali e importanti ma non dei protagonisti ai quali il potere pubblico delega le decisioni in una sorta di outsourcing». Insomma, ognuno al suo posto. Ho dato a Monti del pollo per non averlo riassunto con un’espressione semplice, quale “abuso di concertazione”, oppure “uso distorto della concertazione” come ha precisato poi il ministro Passera. “Consociativismo” e “concertazione” sono in fondo due neologismi di natura politica, anche se la seconda parola esisteva già nel vocabolario. La prima ha valenza negativa, la seconda positiva. Ma nella realtà dei fatti non è sempre facile distinguere tra le ammucchiate “consociative” e quelle “concertazioniste”. Così spesso si finisce per demonizzare o santificare la stessa cosa: basta la parola! La parola “concertazione” è santa, e guai a chi la tocca! Resto convinto che Monti – purtroppo, mi verrebbe da dire – non l’abbia fatto apposta e che egli stesso si sia sorpreso delle reazioni che ha innescato.

2) Anche la nascita del governo Monti, formalmente legittima, è stata una discreta spallatina antidemocratica. Un governo che “s’aveva da fare” a tutti i costi. L’ho criticato per questo, perché prima o poi il paese paga il prezzo culturale di queste manovre “diseducative”, giustificate naturalmente da “ragioni superiori”, anche nel caso poi il governo tecnico si rivelasse efficiente. Ho elogiato il Berlusca perché, dopo aver resistito fino all’ultimo, al momento della resa è stato costruttivo e non ha rovesciato il tavolo. Insomma perché è stato responsabile vista la posizione debolissima in cui l’Italia si era venuta a trovare. Non sarà certo Berlusconi a fare lo sgambetto a Monti, anche perché lui è convinto che col tempo Monti, i cui veri problemi politici “strutturali” sono a sinistra, se vorrà fare sul serio dovrà pascolare a destra, dove forse, miracolosamente, troveranno la forza per sopportare i mal di pancia.]

DANIELE VICARI 13/07/2012 Ha firmato anche lui, il regista di “Diaz”, per la campagna “10×100. Genova non è finita. Dieci, nessuno, trecentomila”, insieme ad altri riconosciuti monumenti della cultura italiana, quali Erri De Luca, Margherita Hack, Elio Germano, Curzio Maltese, e Moni Ovadia, per chiedere che venga annullata dalla Cassazione la sentenza della Corte di Appello genovese che il 9 ottobre 2009 «ha condannato 10 persone a pagare con 100 anni di carcere tutta la mobilitazione della società civile del G8 di Genova, affermando che le persone sono più importanti delle cose». Questi dieci sono stati condannati per saccheggio e devastazione. A leggere la simpatetica Repubblica.it, che di solito ci rompe non poco i marroni col “culto della legalità”, si ride di gusto: i dieci ormai hanno cambiato vita; solo due di questi dieci, legati a gruppi antagonisti, hanno conosciuto, ahimè, la prigione; e poi tutti questi giovanotti, ahinoi, sono entrati nel mondo del lavoro, ed alcuni si sono costruiti una famiglia; e poi non è giusto che siano loro, ahiloro, a pagare per tutti. Quest’ultima osservazione è vera, ed il succo del manifesto in fondo è la rivendicazione di una colpa o di un’innocenza collettiva. Ma è anche la prova che sui fatti del G8 di Genova si sta costruendo un falso storico, e che il bombardamento retorico sulla loro memoria, esemplarmente selettivo, maschera un’operazione di rimozione collettiva. La devastazione e i saccheggi di quei giorni devono essere sbianchettati dalla storia, per lasciar spazio all’unico «dettaglio della storia» politicamente accettabile: il «massacro della Diaz», il solo massacro della storia dell’umanità – dettaglio non trascurabile e direi stravagante – a non aver conosciuto morti. E comunque un briciolo di verità sul quale costruire, facendogli il buio attorno, con un gioco sapiente di luci, da mago del set, una gigantesca menzogna. E su questa, a parere dei nostri migliori cittadini, la Legge dovrebbe apporre il suo Sigillo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (81)

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FEMEN 03/07/2012 Le fonti antiche sono discordi, ma quel che è certo è che le Amazzoni avevano un rapporto in qualche modo speciale con le loro tette; e che venivano dalla Scizia, l’odierna Ucraina. Non è assolutamente un caso, quindi, che il movimento Femen sia sorto sulle terre bagnate dal Dnepr. Peccato che le cosacche abbiano perso quel tocco selvatico che all’inizio delle loro imprese ispirava simpatia. Adottate dalla parte più fatua dell’opinione pubblica occidentale, sono diventate una multinazionale, il cui scopo è esserci, sempre e comunque, da qualunque parte e per qualsiasi nobile, democratico e noiosissimo motivo. Ieri giocavano in casa, davanti allo stadio di Kiev, per protestare contro la presenza del ducetto bielorusso Lukashenko, armate di manganelli solo per rendere più pittoresca e sapiente la pantomima inscenata da cinque ragazze, ognuna fornita di quella figura smilza e flessuosa che la natura distribuisce indistintamente, con democratica generosità, a tutte le femmine del creato, intorno ad una cicciona imponente nelle vesti poppute, oscene e mezzo hitleriane del dittatore. A completare la sceneggiata sono arrivati loro, i poveri poliziotti, i figli del popolo di pasoliniana memoria, rassegnati a recitare in mondovisione la parte dei bruti, o meglio, dei coglioni, senza neanche poter togliersi la soddisfazione di  torcere un solo capello – uno solo!  –  ad una sola – una sola! – di queste bellezze.

RICHARD BRANSON 04/07/2012 Nuova impresa del boss della Virgin: a 61 anni è diventata la persona più anziana ad aver attraversato la Manica in kitesurf. Si capisce che Richard l’ha fatto principalmente non perché gli piaccia il surf, non perché gli piaccia copulare serenamente con Madre Natura e svolazzare tra le onde come un autentico figlio del Pacifico, ma perché c’era un record da battere. Un record della minchia, d’accordo, ma sempre un record. E’ comunque consolante per l’invidioso uomo della strada, diciamo il panzone con la bici da corsa da diecimila euro che mai e poi mai si abbasserà a toccare l’asfalto di una pista ciclabile, scoprire che anche certi miliardari, esattamente come lui, non sappiano divertirsi senza avvelenare il piacere con uno spirito agonistico da babbei.

RICCARDO GARRONE 04/07/2012 Nel calcio l’importante è vincere. Soprattutto in Italia. Da noi chi vince ha sempre ragione. Nel nostro bel paese il giornalista che si occupa di calcio, non credendo a niente e non vedendo niente, sovrabbonda con aria di chi la sa lunga su un mucchio di dettagli del kaiser e si allena quotidianamente a spiegare col senno di poi la sacrosanta giustezza delle vittorie. E delle sconfitte. A parlare sono le sentenze del campo. Questo ridicolo giustizialismo sportivo è in fondo figlio della superstizione: la ragione, e pure il machiavellismo, vorrebbe che ogni tanto si potesse parlare tranquillamente di fortuna, di caso. In Italia non è concesso. Con aria dottorale vincono credenze barbariche, che sono poi sorelle dell’inciviltà sugli spalti e della fiducia nelle proprietà miracolistiche di quel calciomercato il cui chiasso tedioso ci scassa gli orecchi ormai tutto l’anno. Si capisce allora perché questo mondo, quando si prende una vacanza dalla sua meschinità, magari perché il Presidente della Repubblica e pure quello del Consiglio sono andati nel pallone con patriottismo deamicisiano e ci si sente in dovere di seguire un così illustre esempio, tenda a indulgere, a parole, in romanticherie di segno opposto: «Il calcio» ha detto ieri, per esempio, un nuovo grande amico dell’umanità, il presidente della Samp, «è un grande esempio di capacità di integrazione e quindi è palcoscenico educativo e può avere un altissimo valore sociale». A riprova della sua serietà bisogna però dire che, lui, ad un allenatore vincente, che per miracolo gli ha riportato la squadra nella massima serie, ha appena dato il benservito. Bravo. Ma esagerato. Su ragazzi, rilassiamoci: est modus in rebus.

MARIO MONTI 05/07/2012 Non vogliamo mettere in dubbio che l’europeismo sia un nobilissimo sentimento. Ma vorremmo suggerire ai suoi cantori di essere coerenti in tutte le occasioni. Il Presidente del Consiglio, per esempio, s’incontra a Roma con la prima della classe e senza perder tempo si affanna a mettere in chiaro che l’Italia non sta nei banchi dell’ultima fila, quella degli zucconi: «L’Italia non ha bisogno di sostegni e non fa domanda per utilizzare i meccanismi di aiuto esistenti in Ue» dice, «perché fortunatamente non si trova nelle condizioni in cui si trovavano Grecia, Irlanda e Portogallo» Ma bravo! Che stoffa da leader! Primo, è una cosa pochissimo elegante e ben poco assennata politicamente smarcarsi dai confratelli più sfortunati del nostro amato continente, che tanto vogliamo coeso, e solidale, e sostenibile, e magnanimo! Secondo, queste roboanti attestazioni di autosufficienza fanno subito pensare al peggio. E soprattutto terzo – facciamo gli scongiuri – portano sistematicamente jella.

GLI INGLESI 06/07/2012 Ai tempi di Shakespeare i Britons erano ancora un popolo normale. Nella sferica umanità o disumanità dei personaggi creati dal Bardo ancora ci riconosciamo. Poi è successo qualcosa: sono caduti nel puritanesimo, che è una malattia nefanda e terribile. Per non morire puritani senza tornare all’ovile cattolico hanno partorito la democrazia moderna, che ha dato loro la gloria oltre che, s’intende, l’impero. Ma lo sforzo è stato immenso e li ha lasciati umanamente come ingobbiti. Soprattutto in tema di sesso, dove tutti – perfino i giapponesi, il che è tutto dire – li hanno sempre visti strani. Adesso, per esempio, si sono incapricciati in massa di un libraccio che celebra il «sesso estremo» e il sadomasochismo nella relazione fra una studentessa ventunenne ancora vergine (capite bene che nel Regno Unito, più che in tutto il resto del mondo occidentale, questo è un dettaglio piccantissimo nella sua statistica improbabilità) ed un tenebroso ma evidentemente intrigante milionario, alle cui voglie sottomettendosi, perinde ac cadaver, ella troverà infine la felicità. Nel settecento gli inglesi erano andati pazzi per un libro altrettanto disgustoso scritto da Richardson, “Pamela”. E’ la storiaccia pruriginosa di una giovane servetta bella e virtuosa che resiste eroicamente agli assalti del suo torvo padrone, il gentiluomo Mr B, fino a quando egli, estenuato, da tanta virtù sarà conquistato, ed ella, estenuata, in lui scoprirà un certo non so che di affascinante: questo rapporto mostruoso trionferà infine nel vincolo coniugale. Mutatis mutandis, è sempre la stessa storia. La stessa roba. Da malati.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (80)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

VITTORIO SGARBI 25/06/2012 L’uomo è notevole, ma gli manca una certa coerenza di pensiero, che non gli deriva da un difetto d’intelligenza ma dall’intemperanza caratteriale: è il suo ego ad avere la meglio sul suo cervello. Lui lo sa, e disprezza chi non capisce questa superiore manifestazione del suo genio: il volgo tutto, l’intellighenzia quasi tutta, convinti che a Vittorio, in definitiva, manchi la classica rotella. Su Matteo Renzi, ad esempio, dice: «E’ un bravo ragazzo ma non ha niente di originale. È uno di quelli che dividono il mondo in bene e male, con il bene che sta solo a sinistra». Lo dice in occasione dell’annuncio della sua lista, «Il Partito della Rivoluzione», che presenterà ufficialmente nella data fatidica del 14 Luglio, convinto che il nuovo pargolo della scena politica nostrana costituirà la salvezza per la coalizione dei «moderati» cui sta lavorando il Berlusca, il quale, a sua detta, avrebbe già dato il placet all’iniziativa: non si sa ancora se per una certa affinità elettiva con le sofisticate cassanate di Vittorio, pure quelle peraltro sempre impreziosite da ghirlande di fanciulle in fiore, o per il fatto che al partito dei moderati non voglia proprio far mancare nulla.

PIER FERDINANDO CASINI 26/06/2012 Le vie dell’utile idiotismo sono infinite, però hanno tutte la stessa caratteristica: sembrano intelligenti. Il motivo è semplice: il cretino che le imbocca è salutato come un genio dal leviatano che l’inghiottirà e dalle gazzette al seguito. Così dopo decenni di vita politica anche Pier Ferdinando, come ogni ex democristiano normalizzato, ha deciso di finire in bellezza da post-comunista. I meno fessi l’avevano capito subito, prima ancora che lui osasse confessarlo a se stesso, quando aveva intrapreso la Lunga Marcia facendosi paladino di un centrodestra deberlusconizzato; poi è passato alla grande idea del terzo polo, che stava a Casini come il Partito Popolare stava allo scomparso Martinazzoli e come l’Italia di Mezzo stava al desaparecido Marco Follini; adesso pensa ad «una nuova offerta politica alle prossime elezioni». Tutte e tre i passi sono stati presentati come la cosa più naturale e conseguente del mondo, anche se insieme disegnano un’inversione a U: è la via democristiana al delitto. Pier Ferdinando adesso dice di aver «sempre ritenuto che la prospettiva sia un patto tra progressisti e moderati per affrontare l’emergenza attuale. Oggi questo patto è rappresentato dal governo tecnico, ma la strada è quella di un governo politico». S’intende che a rappresentare i moderati nel «patto» sarebbero lui e il suo club di centristi immaginari. E s’intende pure che tutta l’allegra brigata dei suoi nuovi compagni glielo lascerà credere.

FERDINANDO ADORNATO 27/06/2012 Se la montagna non viene a Maometto, Maometto va alla montagna. Se l’ha fatto il Profeta, perché non dovremmo farlo pure noi, i poveri cristi del Terzo Polo? Così deve aver pensato Adornato al termine di un incontro tra i vertici di Udc e Fli, all’indomani della decisione di Casini di guidare le truppe moderate nell’accampamento dei progressisti. Lui l’ha messa giù in politichese: «Il Terzo Polo non c’è più organizzativamente, ma le ragioni che tengono insieme un’area di centro restano. (…) Non c’è alcuna novità. L’unico elemento nuovo può essere costituito dalla fuoriuscita del Pdl dall’area dei moderati.» E dalla sua sostituzione col Pd, avrebbe dovuto aggiungere per chiudere il cerchio del discorso. Ma questa perla l’ha tenuta in serbo per il giorno fausto del compimento del Grande Disegno.

ROCCO BUTTIGLIONE 28/06/2012 Rosicchiare l’osso dell’utile idiotismo per tre giorni di seguito di norma sarebbe troppo anche per un povero cane come me. Ma il Fato, ai cui segni ubbidisco per non dispiacere a Dio, ha voluto che questo miserabile argomento avesse la sua trinitaria perfezione. La quale parla oggi per la bocca dello Spirito Santo, alias Rocco Buttiglione: «Il nostro modello non è Prodi, con pochi democristiani isolati, ma Moro, con i centristi principali ispiratori dell’alleanza», dice l’ineffabile filosofo in merito alla prossima alleanza col Pd annunciata dall’altro fenomeno cui s’accompagna da lustri, Casini. Neanche Vendola sarebbe un problema, se «confluisse nel Pd e i democratici garantissero per lui». Secondo Buttiglione, sintetizza il Tempo, che ha trovato la pazienza d’intervistare la Sibilla del cattolicesimo politico italiano, i centristi dell’abortito terzo polo si alleano col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo». La fondata fiducia! Ecco cosa succede quando la pienezza di spirito sfonda un vaso d’elezione non proprio capace.

GUIDO MARIA RANIERI 29/06/2012 Come tutti oramai con la tristezza nel cuore ci aspettavamo, vista l’irresistibile progressione delle sue sguaiate mattane, la bella Sara Tommasi è stata protagonista di un film porno. In un primo momento aveva denunciato di essere stata drogata contro la sua volontà. Il particolare era sordido, e ne faceva una vittima, ma ci sembrava poco credibile: sono mesi e mesi che le bislacche imprese di questa ragazza allucinata fanno la felicità un po’ turpe dei media. Ed infatti la verità è venuta subito fuori: a spingerla a farlo, ha confessato Sara, sono state «entità aliene che mi hanno impiantato un microchip nel cervello con lo scopo di diffondere l’amore nel mondo e due di loro sono stati sempre presenti di nascosto sul set». Il regista che l’ha diretta, tale Guido Maria Ranieri, non ha avuto pietà per la sua nuova musa ed ha confermato tutto, aggiungendo altri particolari.