Una settimana di “Vergognamoci per lui” (83)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BRUNO TABACCI 16/07/2012 Giunto felicemente al suo primo quarto di secolo di vita, Bruno Tabacci fece i primi passi della sua carriera politica nella Democrazia Cristiana. Era un solidissimo centrista, ragion per cui già allora strizzava l’occhio al nemico: il suo mentore era infatti Giovanni Marcora, uno dei tanti guru della sinistra democristiana. Partito da consigliere comunale ed arrivato alla presidenza della regione Lombardia (grazie all’appoggio di Ciriaco De Mita, segretario del partito e pezzo grosso della ovviamente imprescindibile sinistra democristiana), Bruno giunse pure al suo quarto di secolo di vita nella Dc, ma non tanto felicemente: fu travolto da Mani Pulite insieme al partito, anche se dopo qualche annetto la magistratura gli ridiede l’onore. Passata la buriana giustizialista, che gli aveva raffreddato i naturali empiti amorosi nei confronti dei rossi, Bruno entrò nell’Udc, allora berlusconiana. Ma non durò molto. Ai tempi del governo Prodi s’inventò la sinistra Udc, divenendone la solitaria bandiera. Poi passò al Pd, e subito dopo all’Api. Quindi divenne assessore nella giunta di centrosinistra del rossissimo sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, per molti anni aspirante rifondatore del comunismo. Ora Bruno si candida alle primarie del centrosinistra, e non vede affatto male la partecipazione della sinistra vendoliana alla coalizione. Come non è affatto male la traiettoria politica del nostro, peraltro del tutto legittima. Il guaio, grosso, è che Bruno – e con lui tutti i Tabacci d’Italia – è sinceramente convinto che siano gli altri ad essere venuti a lui, e non lui ad aver cambiato campo. Chiedeteglielo: sarà lui stesso a confermarvelo, e vi guarderà con commiserazione, stupito dalla vostra scarsa intelligenza. E allora capirete, invece, perché quando sente parlare di “centrodestra perbene” ed altre facezie simili, il popolo “moderato”, quello che vota, se la dia puntualmente a gambe levate, via lontano da tanta probità.

GIULIANO FERRARA 17/07/2012 @ferrarailgrasso ha sempre avuto un debole per Rosi Bindi. No, non scherzo. Voglio dire, l’ha sempre considerata una donna verace. Cioè, voglio dire, le ha sempre riconosciuto una sua bislacca, simpatica autenticità. Quindi non mi sorprende che con animo donchisciottesco abbia voluto duramente riprendere quel fellone di Grillo: una botta di vita, nel senso più nobile del termine, in un periodo di magra come questo. Devo tuttavia dire, caro Giulianone Cuor di Leone, che il beau geste non ti è riuscito tanto bello. Forse l’infiammato cuore ha ottuso la tua nota finezza da spadaccino della parola: «La dichiarazione da puttaniere su Rosi Bindi dimostra che Grillo ha un pisello piccolissimo», hai scritto su Twitter e riportato sul Foglio.it, cedendo ad uno dei più disgustosi miti del volgo. Infatti, che significa screditare Grillo per il «piccolissimo pisello», ancorché in senso figurato, se non dare credibilità all’eresia del Superpisellone, che ogni persona bennata, come io e te, disprezza dal più profondo dell’anima? Quale vantaggio potrà mai venire all’uomo dal possesso di un ingombrante salsicciotto, e quale qualità estetica si potrà mai inverare in un’orrida proboscide? E quale donna mai, se non prezzolata, potrà apprezzare un simile mostro? Radici antichissime ha il dogma della binità del Pisello: unico è il Pisello, ma due sono le Persone, il Pisellone e il Pisellino, corrispondenti ai due stati fondamentali in cui è possibile conoscerlo in natura: at-tenti! ri-poso! E sia il buon gusto sia la comodità vogliono che nel primo stato il Pisello abbia eleganti proporzioni, e svetti dritto e vittorioso contro la volta celeste, improba impresa per un affarone ingobbito; e che nel secondo si riduca con vereconda discrezione alle dimensioni dell’organo riproduttivo del Putto, come dimostrano esempi eccelsi, in primis i Bronzi di Riace: controlla, controlla pure.

GIANFRANCO POLILLO 18/07/2012 Avrebbe fatto meglio a tenersela nella sua vulcanica mente, il sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo. L’idea che l’accorpamento di un certo numero di festività si scarichi automaticamente sul PIL con effetti positivi, e quindi semi-miracolosi data la situazione, sembra il frutto di una fede mezzo astrochiromantica in quello scientismo economico che si esalta soprattutto nelle frazioni decimali: il dirigismo economico, infatti, pecca nelle cose piccole come in quelle grandi. Ma questo è il meno. Quello che non possiamo perdonare al sottosegretario è di aver inutilmente messo in subbuglio i pasdaran della Repubblica Italiana, gli antifascisti dell’Anpi, che appena hanno il visto il 25 aprile e il primo maggio in pericolo, hanno dato fiato alle loro implacabili e assai ripetitive trombe: possono capire tutto, i nostri magnanimi partigiani, «ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo». E perché mai? Loro ci sono riusciti benissimo: alla storia, alla nostra storia, hanno rinunciato fin da principio, avendola ridotta a una o due date, sulle quali campano alla grande, e rompono altrettanto.

BARBARA SPINELLI 19/07/2012 Moody’s declassa il debito italiano, lo spread risale, e tutti quanti noi, chi più chi meno, a chiedercene imbufaliti la ragione. Eppure la risposta è facilissima: l’annunciata e pochissimo strombazzata ridiscesa in campo del Cavaliere. Noi, come popolo, non ci possiamo arrivare appunto perché italiani, bipedi abituati a vivere oramai in casa con l’immondizia, a respirarne a pieni polmoni, quasi con soddisfazione, l’olezzo fragrante, e a guardare con occhi tranquilli in faccia al mostro, senza coglierne la mostruosità. Barbara invece l’ha capito subito. Lei è cittadina del mondo, legge i giornali stranieri, in ispecie quelli delle contrade più civili, dove trova conferma delle sue superiori vedute. E’ per questo che i suoi articoli viaggiano sempre scortati da citazioni tratte da questa o quell’autorevole testata, dai virgolettati di questo o quell’illustre nome della cultura, della politica, delle scienze che il mondo ci offre al di fuori dei nostri angusti e miserabili confini. Ed è per questo che lei fa parte di quell’italianissima sottospecie, quella migliore, che allo straniero chiede sempre legittimazione.

GLI SMEMORATI DI LIBIA 20/07/2012 Piagnucolano molto i giornali e i telegiornali sulla sorte dei poveri siriani. Bisogna dire che ormai è proprio un bel macello, degno in tutto della pittoresca ferocia delle guerre civili. Chi li conta più i morti? Quisquilie, per russi e cinesi, che continuano imperterriti a porre il veto ad ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avalli più o meno velatamente il regime change. L’ultima, oltre al voto negativo di Russia e Cina, ha visto le astensioni di due altri paesi, tra cui quella del Sudafrica. Ciò significa che dei quattro paesi Brics (sui cinque totali) attualmente membri del Consiglio di Sicurezza, solo uno, l’India, ha votato a favore della risoluzione. Vi ricordate? Pur di dare inizio alla caccia grossa a Gheddafi li avevamo presi per i fondelli, dimenticando che anche gli staterelli tascabili, vere barzellette tipo Andorra o San Marino, hanno il loro amor proprio, figuriamoci questi colossi. Lo so che gli analisti credono di più ai rapporti di forza, agli «interessi», alla formidabile forza inerziale che la tradizione convoglia nella politica estera di ogni specifico paese, ma trascurando l’amor proprio a mio avviso commettono un errore imperdonabile di superficialità. Le passioni dominano il mondo, anche a livello di tribù o di nazione. La guerra di Troia ne fu la dimostrazione scientifica, fin da principio. Ed io al grande Omero credo religiosamente.

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