Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (88)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL NAZIONALISMO 20/08/2012 Un amor proprio morboso è sommamente sgradevole in una persona; è un intruglio disgustoso di aggressività ed insicurezza, di boria ed infantilismo; suo corollario estetico: una ridicola suscettibilità; sua specialità: farsi male per niente. Questa vergognosa malattia prende il nome di nazionalismo quando s’attacca ai popoli. Ecco qua l’ultimo caso, una vera e propria storia da deficienti. Al suo centro le isole Senkaku nel Mar Cinese Orientale, cinque zolle di terra disabitate, più tre scogli in offerta, per una superficie complessiva di sette chilometri quadrati, a nord-est di Taiwan, ad est della Cina, e ad ovest dell’isola di Okinawa (Giappone). Gli isolotti, attualmente amministrati dai giapponesi, sono tuttavia reclamati dai cinesi di Taiwan e quindi anche dalla Cina. La disputa va avanti dalla fine della seconda guerra mondiale, ma negli ultimi tempi si è andata scaldando, con patrioti e attivisti di entrambe le parti protagonisti di sbarchi o tentativi di sbarco dimostrativi, e di manifestazioni di piazza in madrepatria. Uno di questi, Kenichi Kojima, un politico giapponese partito con l’ultimo convoglio in questi giorni, ha detto, apparentemente in stato di sobrietà: «Voglio dimostrare alla comunità internazionale che sono nostre. Ne va del futuro del Giappone.» Mentre l’ambasciatore giapponese in Cina è stato prontamente convocato al ministero degli Esteri e sollecitato a «porre fine a quest’azione che attenta alla sovranità nazionale della Cina.» Voi direte: ma che cavolo se ne fa un paese di dieci milioni di chilometri quadrati di superficie, abitato da un miliardo e trecento milioni di essere umani, di quattro spuntoni di roccia in mezzo al mare a duecento miglia nautiche dalla costa? Ve lo dico io: un cavolo. Ma si dice che il mare intorno agli isolotti sia molto pescoso e che nasconda importanti giacimenti di gas, senza contare che l’esperto di politica internazionale, quello sempre prontissimo a trovare in ogni cresta di ogni montagnetta  il punto G del globo terracqueo, non mancherà di sottolineare ai boccaloni l’importanza strategica degli isolotti. Perciò ve lo ripeto: un cavolo. E’ il cretinismo serioso che è contagioso.

LUCIANO VIOLANTE 21/08/2012 Se io fossi un cretino, e urlassi da un palco che «democrazia è legalità», sono sicuro che mi prenderei gli applausi di un mucchio di cretini. Il giacobinismo è fondamentalmente una tecnica di conquista del potere in tempi di democrazia e il più gelido dei populismi. L’enfasi posta sulla morale e sulle regole serve a paralizzare la politica e la democrazia. La democrazia viene a coincidere con la morale e la morale col diritto. Cosicché ogni atto politico, e democratico, non può più essere giudicato fallace o efficace, opportuno od inopportuno, lungimirante o dissennato, ma unicamente lecito od illecito: insomma, non può più essere libero. S’intende che i giacobini si arrogano il diritto, in nome di quella stessa democrazia cui stanno tirando il collo, di decidere quali siano i comandamenti di questa morale e chi «veramente» li rispetti. E si capisce anche perché quando fanno cagnara il mondo si popoli immancabilmente di briganti, filibustieri, marioli, corrotti e lacchè. Essendo il giacobinismo una tecnica di conquista del potere, ed essendo nella natura delle sette figliare altre sette, essi la usano per regolare i conti fra di loro. Un giorno vince il Terrore, un giorno ha la meglio Termidoro. Questa lotta raggiunge spesso vertici impensabili di comicità. Chi avrebbe mai detto – eppure era scritto – che un giorno avremmo visto Violante bollato di «collaborazionismo», e l’ex piccolo Vishinsky accusare di populismo para-berlusconiano i «puri» del Fatto Quotidiano, Grillo e Di Pietro? Specificando pure che «la filosofia del berlusconismo era di tipo giacobino»? Miseria della Questione Morale, che quando non fa piangere, fa ridere.

ANTONIO SCIORTINO 22/08/2012 Una volta Famiglia Cristiana era il giornale parrocchiale nazionale. I frutti della secolarizzazione vi arrivavano in modica quantità, e soprattutto quando il resto del mondo li aveva già pienamente digeriti: materiali inerti insomma, svuotati della loro primigenia carica trasgressiva. Fu così, per esempio, che anche i cattolici più timorati poterono un giorno misurare in perfetta serenità e alla luce del sole tutta la bontà della creazione divina incarnata da un paio di gambe femminili scoperte fin sopra il ginocchio. Oggi Famiglia Cristiana è il giornale di una setta di esaltati, e Don Sciortino è il suo tonante profeta del malaugurio. Ieri ce l’aveva con Comunione e Liberazione: «Un lungo applauso del popolo dei ciellini ha accolto il premier. Tutti gli ospiti del Meeting [di Rimini], a ogni edizione, sono stati sempre accolti così: da Cossiga a Formigoni, da Andreotti a Craxi, da Forlani a Berlusconi. Qualunque cosa dicessero. (…) Non ci sembra garanzia di senso critico, ma di omologazione. » Notate l’ortodossia dei nomi, tutti segnati dal marchio d’infamia certificato: CAF + Berlusconi, Cossiga & Formigoni. E D’Alema, e De Mita, e Prodi, e Scalfaro, e tutto il resto della compagnia, non se li ricorda più il bravo Sciortino? Autocensura, od omologazione? E siamo poi sicuri che il Cinghialone sia mai andato al Meeting di Rimini? O forse che uno come lui «non poteva non esserci andato»?

LAURA RAVETTO 23/08/2012 La parlamentare del Pdl stronca su Twitter “Cinquanta sfumature di grigio”, il libro erotico dell’anno. Lo definisce “Cinquanta sfumature di noia”, “Cinquanta sfumature di donna in vendita” e “libro maschilista”. Dobbiamo quindi arguire che la bionda nata nella mitica Cuneo, patria di molta gente seria e perfino seriosa, il libraccio l’ha almeno leggiucchiato? o forse letto in parte? o magari letto tutto addirittura? che l’ha, in un momento in cui era capace di intendere e di volere, pure comprato? che insomma non ha resistito alla corrente? che insomma ha voluto pagare il suo tributo alla moda capricciosa del momento? anche se solo ad annusare il vento si capiva che era un’emerita stronzata? Non è un peccato immergersi ogni tanto in emerite stronzate, e a dire il vero assumere pose da schifiltoso è molto più brutto, ma farlo quando tutti lo fanno, ecco, è quello che fa pensare.

IL FATTO QUOTIDIANO 24/’8/2012 La macchina del fango più collaudata e professionale che ci sia in Italia, quella di Repubblica e dei suoi replicanti, di solito funziona così: prima mette nel mirino il malcapitato sondando cautamente il terreno; poi pesca in quel po’ di torbido che c’è sempre attorno ad una figura pubblica fino a quando scopre il primo peccatuccio; allora l’artiglieria pesante comincia a bombardare imperterrita, dando inizio all’assedio vero e proprio al reprobo; a lui e solo a lui, per non disperdere le proprie forze. Dopo mesi di onestissimo lavoro quest’uomo è ridotto ad un brutto scherzo della natura, com’è giusto che sia nel circo mediatico. E allora magnanimamente gli si va incontro con questo bel discorsetto: «Guardati! Non ti vergogni di te stesso? Se ti è rimasto un minimo di senso di responsabilità verso la carica istituzionale che rappresenti e verso il paese tutto, che con la tua sola presenza danneggi, non pensi che dovresti dimetterti?» Qui si palesa l’imbecillità o la non imbecillità del reprobo. Devo dire che Formigoni mi ha piacevolmente stupito. Il governatore lombardo non ha fatto una piega, ostentando una spensieratezza perfino indisponente, fino a farmi venire un dubbio atroce: costui è un vero uomo o è solo un super-imbecille? O sono forse le preghiere quotidiane del Papa a renderlo invulnerabile? Andato a sbattere contro un tale colosso, sulla cui natura promettiamo d’indagare, al Fatto Quotidiano non è rimasto allora che procedere col piano B: lavorare ai fianchi i supporters del grande Roberto, cominciando dal Meeting di Rimini, dove hanno spedito una della loro truppa a chiedere in giro ai marmittoni di Cl «se non provassero imbarazzo» per la presenza del governatore. Imbarazzante.

Advertisements
Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (87)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GEORGE SOROS 13/08/2012 György Schwartz nacque, si può dire, col desiderio vivissimo di piacere al mondo. Così imparò a mettere in tutto quel che faceva, chiacchierare, lavorare, fare affari, brigare, mangiare, dormire, scoreggiare, una certa grazia sostenuta e vistosa, emblematica dell’uomo superiore e disinteressato che partecipa di necessità, ma responsabilmente, alle cose del mondo. Giunto ricco, saggio, di consigli prodigo e ostentatamente felice all’ottantaduesimo anno di età, questo sussiegoso piacione ha deciso di divorziare dalla sua accortezza annunciando le sue prossime nozze con la quarantenne Tamiko Bolton. No, non è la badante del nonnetto, né la sua mantenuta: è la sua «much younger girlfriend», come si usa dire quando questi casi pietosi interessano una razza di magnati munifica ed illuminata, umanamente agli antipodi di quella berlusconiana.

IL TELEGIORNALE 14/08/2012 Mezzobusto: «Buonasera, buonasera a tutti. Benvenuti, benvenuti a questa nuova edizione del telegiornale. Lo avete sentito nel nostro sommario: è stata una giornata piena di fatti importanti, dal precipitare della situazione in medio oriente all’ondata di calore africano che ha colpito improvvisamente gran parte della penisola, tutte cose di cui daremo conto nel corso di questo densissimo telegiornale. Per cui procediamo immediatamente senza dilungarci ulteriormente. Ma andiamo, andiamo con ordine. Perché oggi a tenere banco, come sapete ormai tutti, e come hanno potuto sentire nel sommario i pochi che non ne fossero ancora a conoscenza, appunto, c’è la notizia del giorno. Una notizia bomba, lo si può veramente dire, una vicenda di cui parlano tutti, e che sta già provocando una specie di dibattito nazionale, fino ai massimi vertici istituzionali. Ma prima di collegarci al più presto coi nostri corrispondenti dai luoghi della vicenda e dalla capitale per le prime reazioni degli ambienti politici, cerchiamo di ricostruire rapidamente le fasi di questa terribile storia che ha sconvolto, ripetiamo, tutti gli italiani, in un servizio preparato dalla nostra redazione, che come potete immaginare si è messa febbrilmente al lavoro non appena le agenzie hanno battuto, appunto, questa sconvolgente notizia. Dicevamo appunto di un fatto che ha scosso l’opinione pubblica, e dobbiamo registrare a questo proposito l’intervento del presidente della repubblica, che ha voluto far sentire la sua voce in merito ad un fatto così drammatico. Lo manderemo in onda nella sua integralità più tardi durante il telegiornale, insieme ad un commento del direttore. Ma intanto procediamo immediatamente ad una ricostruzione dei fatti essenziali e accertati di una storia che tuttavia, lo diciamo subito, conserva ancora degli aspetti non interamente chiariti, per non dire inquietanti, e sui quali la magistratura si sta già muovendo, come vedremo in seguito in un servizio apposito. La notizia, va sottolineato, ha varcato anche i confini nazionali. Per darvi un’idea del suo impatto, pensate che, ad esempio, è stata la notizia d’apertura del telegiornale di TF1, il più seguito canale transalpino. Ma passiamo dunque immediatamente, senza perder tempo, ai particolari della vicenda, non prima di ricordarvi che questa sera alle 22.30 andrà in onda una puntata speciale del nostro consueto programma di approfondimento condotto dal direttore, con un parterre, possiamo già anticiparvelo con sicurezza, di ospiti importanti, tra i quali il ministro degli interni, che illustrerà la posizione del governo su una vicenda che potrebbe ancora nascondere sviluppi imprevedibili. Ma naturalmente c’è soprattutto lo sconcerto legittimo dei cittadini. E il sentimento è unanime, da nord a sud, come potrete constatare voi stessi dalle interviste che abbiamo raccolto nelle strade delle principali città italiane. Ma adesso, come vi avevamo promesso, è il momento della ricostruzione dei fatti nel servizio della nostra redazione. Subito dopo ci collegheremo col nostro corrispondente sul posto per gli ultimi aggiornamenti sulla vicenda, e a seguire un collegamento con la capitale per le reazioni politiche. Andiamo dunque senza indugio col servizio. E poi, come detto, con i collegamenti sul posto e dalla capitale. Andiamo dunque.» Servizio: «E’ una vicenda che ha sconvolto tutto il paese, da nord a sud, e i cui contorni non sono ancora perfettamente chiari. Su quel che è rimasto in ombra indagherà la magistratura, ma è certo che essa avrà dei riflessi politici, di cui al momento è difficile misurare l’importanza. E in ogni caso bisognerà pur dare una risposta allo sconcerto dei cittadini. Di quest’esigenza si è fatto immediatamente interprete il presidente della repubblica nel suo intervento di questa sera. Ma andiamo ai fatti, anche se l’asciutta precisione del cronista non sarà mai sufficiente a descrivere l’orrore intero di quanto è successo. I residenti non hanno voglia di parlare. Tutti si sono chiusi in un riserbo che non è affatto omertoso. E’ una dolorosa perplessità, che chiede risposte come tutti noi, ed insieme a tutti noi. Ecco, guardate queste immagini che sono state girate qualche ora fa. Danno da sole il senso di sgomento che si è impadronito di tutti gli italiani quando la notizia è piombata nelle loro case. E’ importante sottolinearlo, prima di addentrarci nella nuda cronaca. L’Italia è oggi un paese che chiede verità. La chiede alla giustizia e alle istituzioni…»

MARTA DASSU’ 16/08/2012 Lo dico da un anno: con la risoluzione sulla no-fly zone in Libia, ossia col semaforo verde dato alla caccia grossa a Gheddafi, l’Occidente si è giocata una volta per sempre, in un’impresa piuttosto vergognosa e per un risultato miserrimo, la carta della forzatura e della presa in giro nei confronti degli emergenti colossi del globo. Vedo che adesso ci sta arrivando anche il nostro sottosegretario agli esteri. Ci è voluto, però, un incontro ad alto livello ad Aspen sulla crisi siriana tra americani, europei e cinesi, sennò col piffero che la signora si arrischiava a scriverlo al direttore de La Stampa. La nota ha il sapore di una preziosa rivelazione, riservata a chi ha grandi entrature nel mondo della diplomazia mondiale, che faremmo bene ad apprezzare quel tanto sufficiente, diciamo, a dimenticare le topiche del recente passato. Scrive il sottosegretario: «Il problema, hanno ricordato ad Aspen gli interlocutori cinesi, è che questo tipo di attivismo può finire per scivolare verso una sequenza “libica”: da un intervento iniziale limitato – e che Pechino non aveva ostacolato a New York – a una vera e propria guerra. Per la Cina, il precedente negativo è la Libia. Se oggi Pechino è iperprudente sul caso siriano, lo è per ragioni diverse da Mosca: non per esercitare una sua ultima chance di influenza in Medio Oriente, ma perché si è sentita in qualche modo “beffata”, sul caso libico, in Consiglio di sicurezza.» E sbaglia di nuovo il sottosegretario, perché per la Russia, e per Putin in particolare, vale lo stesso discorso dei cinesi. Russia e Cina la portata del precedente libico l’hanno sentita tutta ancor prima con l’istinto che con la ragione. Leggere la politica estera con la sola logica degli interessi è un esercizio ottuso. E se proprio lo si vuol fare, lo si faccia almeno guardando al di là delle sfere d’influenza regionali, visto che di colossi parliamo.

IL TOP PLAYER 17/08/2012 Non solo in Italia, ma soprattutto in Italia, il calciomercato ha scalzato il calcio giocato dal più alto gradino del podio delle passioni del tifoso militante. Le gazzette sportive hanno pensato bene di andare a rimorchio di questo deficiente, che esse stesse hanno peraltro così magnificamente dirozzato. Risultato: il calcio virtuale ha gettato nell’ombra il calcio reale, quello dei punti, dei trofei, dei secondi posti, dei terzi posti, delle promozioni, delle salvezze, del gioco. Il «top player», il tormentone dell’estate calcistica, è un prodotto derivato della calciomercatizzazione del calcio. Il «top player» sta al circo mediatico-calcistico come «la trattativa» sta a quello mediatico-giudiziario: tutti ne parlano ma nessuno sa bene cosa sia. Il «top player» dovrebbe essere, in teoria, il giocatore di classe superiore e provata che fa fare il salto di qualità alla squadra che lo ingaggia, ma di regola uno su due di questi fuoriclasse nel giro di un anno finisce malinconicamente nel parco schiappe della squadra, dimenticato da tutti, in attesa di finire a conguaglio di qualche operazione di mercato. Non si sa bene perché, ma tutti i club italiani di un certo rango se ne sono incapricciati e hanno promesso alla tifoseria un proprio «top player». Dopo un po’ sono andati a sbattere contro la potenza di fuoco dei maggiori club europei, specie di quelli foraggiati dagli sceicchi. Cosicché hanno pensato ad una svalutazione competitiva. No, non della moneta. Del «top player». Il calciomercato è stato inflazionato da montagne di «top players» mai sentiti prima. Perciò la promessa sarà mantenuta, ed ognuno di questi club avrà nella rosa, vivaddio, il suo bravo Carneadinho.

Bar Sport

Per Treviso una vittoria di sostanza

BENETTON TREVISO – SARACENS  14-11

Venerdì 17 agosto 2012, stadio di Monigo, Treviso

Dopo quella sugli Wasps un’altra vittoria di prestigio per il Benetton Treviso che supera i Saracens al termine di una partita molto equilibrata, in cui le difese hanno avuto la meglio sugli attacchi, molto bloccata, anche se non confusionaria, e molto avara di episodi salienti. I Saracens, presentatisi allo stadio di Monigo con una squadra di tutto rispetto, hanno mantenuto più a lungo l’iniziativa, provando a manovrare coi trequarti dall’alto di una caratura tecnica superiore. Però l’intraprendente Hodgson, che ha cercato di innescarli in tutti i modi, è stato regolarmente costretto a rifugiarsi nel gioco al piede, trovando spesso la touche, e provando con up & under e grubber ben calibrati ma quasi sempre neutralizzati dall’attenta difesa del Benetton. I trevigiani hanno giocato una partita di sostanza, accorta, niente affatto rinunciataria, ma senza correre rischi inutili, calciando quando si doveva calciare, preferendo generalmente le manovre strette ed in verticale in fase di possesso, e pareggiando i conti con gli avversari nelle fasi statiche. La partita si è giocata in una serata di caldo afoso, veramente micidiale, che certo non ha aiutato i giocatori, anche se il match non avuto cali vistosi di ritmo. L’ottima affluenza di pubblico, valutabile in circa 4.000 spettatori, ha costretto la società trevigiana ad aprire anche la tribuna scoperta.

L’inizio del match dà subito il tono di tutta la partita, con difese aggressive pronte a soffocare sul nascere ogni manovra avversaria: ci riusciranno, tutto sommato. Al 5′ Burton prova a muovere il punteggio con un drop da circa 35 metri, ma l’ovale termina fuori di poco, alla destra dei pali. Al 7′ il Benetton va in meta. Nitoglia è bravo a raccogliere l’ovale in presa aerea nella propria metà campo, e a servire McLean, che si accentra e va al contatto. Palla a Burton che calcia trovando una bellissima touche sui 5 metri in attacco, che un tocco inglese regala per di più ai trevigiani. Dopo il lancio in touch si forma una maul, dalla quale esce Gori che sul placcaggio di Wyles serve all’interno Van Zyl che schiaccia comodamente in meta non lontano dalla bandierina d’angolo di destra. Burton trasforma portando il risultato sul 7-0 in favore dei trevigiani. All’11’ e al 18′ Hodgson accorcia per due volte il risultato con calci piazzati da circa 25 metri in posizione centrale, fischiati dopo prolungate azioni d’attacco inglesi, nelle quali si distinguono Ashton e lo stesso mediano d’apertura. Ma la partita è come bloccata, senza che peraltro le due squadre incorrano in particolari errori, cosicché la cronaca non regala niente di importante fino alla fine della prima metà di gioco.

Nel secondo tempo il canovaccio non cambia, anche se sono i Saracens comunque a provarci di più. E al 17′ vanno in meta. Spencer s’invola dalla parte chiusa lungo l’out di sinistra ed esegue un calcetto verso l’area di meta, con Gori e Williams che non s’intendono, lasciando al mediano di mischia entrato nella ripresa la possibilità di recuperare l’ovale e schiacciare in meta, vicino alla bandierina. La trasformazione non riesce, ma i Saracens sono sull’11-7 in loro favore. Il Benetton trova comunque la forza di reagire e per dieci lunghi minuti s’installa nella metà campo avversaria, costringendo gli inglesi a ripetuti falli in mischia nei propri 22. Ma lo sforzo rimane infruttuoso. Al 37′ l’episodio che decide la partita. I trevigiani conquistano l’ovale in un raggruppamento formatosi sulla loro linea dei 10. Semenzato serve a sinistra velocemente Zanni, con la difesa inglese malamente piazzata. Da Zanni a Derbyshire, che ricicla per Favero che davanti a sé trova il corridoio libero e dopo una corsa di cinquanta metri va a schiacciare in meta per la vittoria trevigiana, con Ambrosini cui riesce pure la trasformazione, portando il risultato finale sul 14-11 per il Benetton.

[pubblicato su Right Rugby]

Bene & Male

Mandeville, Rousseau, Hobbes

Ineluttabile la dicotomia umana tra pubblico e privato? Non sono d’accordo. Lo scrivo in un commento, che riporto qui sotto, a questo articolo de L’Occidentale.

A me sembra che sia le opinioni di Mandeville che quelle di Rousseau e di Hobbes siano fondate su una negazione sostanziale della morale e del bene, e che perciò siano fallaci.

L’uomo buono di Mandeville è un mezzo uomo; tutto quello che c’è di più in lui e che aiuta la società a crescere è morboso. La società virtuosa, e fallimentare, di Mandeville non è affatto virtuosa, ma pauperista. Una società pauperista è materialista quanto quella viziosa. Anch’essa, quindi, è viziosa. Anch’essa, quindi, non sollevandosi al di sopra delle cose del mondo, è schiava delle ricchezze, per dirla con le parole del cristianesimo. In una società veramente virtuosa i soldi non spesi per il lusso, per gli avvocati, per il superfluo, non rimangono intonsi sotto il materasso, ma sono investiti per produrre più efficacemente i beni di base. La società virtuosa non cerca il di più, la quantità per se stessa, ma non rifiuta il comfort, i miglioramenti, una più sicura disponibilità dei beni. E questo sviluppo non può avere fine, perché la natura umana lo richiede. Rientrando nel mondo reale, ciò significa che in una società non astrattamente virtuosa, ma sana, lo spazio per la ricerca del superfluo e del lusso rimane, con una sua funzione economica esplorativa, utile ma ancillare. Così certi articoli del lusso di oggi potranno entrare nel numero di quelli del comfort di domani. Ma la cosa può riuscire solo se le priorità vengono rispettate, se la solidità della struttura economica non viene fragilizzata dal materialismo dell’hic et nunc. Una società viziosa che cerca il di più e il lusso senza la necessaria temperanza, senza aspettare che i tempi siano maturi, va incontro alla rovina economica, esattamente come quella falsamente virtuosa. E’ l’economia fondata sui debiti, pubblici e privati, sulla rapina dei redditi mediante la tassazione e del risparmio mediante le manovre espansive del denaro a costo zero. In ultima analisi, sul rifiuto del tempo.

L’uomo al naturale di Rousseau per ritrovare la felicità della sua condizione originale di indipendenza analoga a quella di tutti gli altri uomini al naturale, deve creare una società a sua immagine e somiglianza. Una specie di Gerusalemme Celeste in Terra, nella quale comunità e individuo si fondono, senza però annullarsi a vicenda, anzi, trovando in questo la loro pienezza. Ma nella nostra condizione, che è quella della schiavitù del tempo e dello spazio, questo è impossibile. L’universalismo, quando non trova una cassa di compensazione celeste, quando rifiuta il tempo e la morte, e quindi la relatività infinita delle cose terrestri, schiaccia tutti inevitabilmente in una uguaglianza da schiavi. Magari sotto un Sovrano Assoluto formalmente impersonale. L’uomo veramente buono, invece, cosciente della caduta e del peccato originale, aspirerebbe al perfezionamento di sé e della società, senza mai sperare – per principio! – di raggiungere sulla terra la piena felicità, quello stato di riposo paradisiaco di cui parla S. Paolo. E saprebbe mostrare modestia e duttilità.

L’uomo egoista e uguale a tutti gli altri di Hobbes conduce ai medesimi perniciosi effetti. Un self interest correttamente inteso, fecondo per se stessi e per la società, dovrebbe ragionare anche sui tempi medi e lunghi. Dovrebbe essere temperante ed accettare la maledizione del tempo. Ma l’uomo assolutamente dominato dal self interest non può arrivare al raziocinio, se è assolutamente dominato dall’amor proprio. Tanto più se lo sono assolutamente tutti: chi di loro sarà mai il primo a cedere e quindi a posare il primo mattone della società, se non sarà illuminato da chi dell’amor proprio non è schiavo? La filosofia di Hobbes, coerentemente, conduce quindi alla necessità di un Sovrano Assoluto, al quale assolutamente tutti gli uomini, assolutamente dominati dall’amor proprio e dal self interest, cedono assolutamente tutti i loro diritti naturali. Che poi il realismo di Hobbes abbia fecondato, magari per contrasto, il liberalismo inglese può anche essere; certo lui non era neanche l’ombra di un liberale.

Bar Sport

Treviso ha voglia di ruggire

BENETTON TREVISO – LONDON WASPS  32-15

Venerdì 10 agosto 2012, stadio di Monigo, Treviso

Alla sua prima uscita stagionale il Benetton Treviso sconfigge gli Wasps con un punteggio rotondo ma meritato. La determinazione, la voglia di giocare una partita “vera” da parte dei trevigiani scavano poco a poco la differenza fra le due squadre, con gli inglesi che non sono sembrati mentalmente pronti a sostenere un impatto agonistico del genere. Nella primissima parte del match il gioco attendista degli Wasps è sembrato più pulito ed ordinato di quello dei trevigiani, e a volte anche più ficcante e pericoloso, ma a lungo andare, sotto la pressione dei biancoverdi, si è rivelato accademico ed inconsistente. Provare gli schemi, senza farsi troppo male, questi parevano gli intenti. Quindi il risultato va preso con le molle, ma non crediamo proprio, comunque, che nello staff degli Wasps si respirasse un’aria di soddisfazione a fine partita. Serata provvidenzialmente fresca a Treviso, almeno rispetto al caldo umido di queste settimane. Partita che prevedeva due interruzioni a metà di ciascuno dei due tempi, vista la stagione e la condizione fisica delle squadre, con possibilità di sostituzioni volanti. Buonissima presenza di pubblico, tremila spettatori circa, incoraggiati, forse, anche dalla inattesa frescura e dai prezzi ultrapopolari, e tutti assiepati sotto la tribuna coperta. I giocatori del Benetton sono scesi in campo con una maglia completamente verde, dal look piuttosto old-fashioned, gli Wasps invece in celestino con inserti gialli.

Parte male il Benetton. Un errato calcio di liberazione di Di Bernardo concede una touche in attacco per gli inglesi. Azione tambureggiante degli avanti con Vunipola che schiaccia in meta presso la bandierina di destra. Jones trasforma e porta i londinesi in vantaggio per 7-0 al 3′. Al 6′ Treviso accorcia le distanze. Gli inglesi giocano alla mano dentro i propri 22, ma commettono un in-avanti sotto la pressione trevigiana. Un fallo sulla mischia susseguente concede al Benetton un calcio piazzato dalla linea dei 22, quasi in posizione centrale, che Di Bernardo trasforma facilmente. E siamo sul 3-7 per gli inglesi. All’11’ il buon lavoro delle terze linee trevigiane in mezzo al campo permette a Brendan Williams di penetrare tra le linee della difesa inglese, che si rifugia in un’azione fallosa. Di Bernardo però sbaglia il calcio piazzato da circa 35 metri da posizione centrale. Al 13′ il Benetton si mangia una meta già fatta. Sono ancora le terze linee trevigiane a mettersi in mostra nella parte centrale del campo, ma il tutto sembra vanificato da un brutto passaggio per Loamanu che è costretto ad arretrare. La difesa inglese monta un po’ disordinatamente, e l’ala è abile a spiare il varco giusto, a penetrare di potenza tra le linee avversarie, ma ormai solo a qualche metro dalla linea di meta pecca di generosità passando l’ovale a Derbyshire che viene placcato. Loamanu riconquista in qualche modo l’ovale ma commette un in-avanti. Al 17′ la voglia dei trevigiani di giocare l’ovale alla mano da tutte le zone del campo non costa loro per poco un intercetto di Wallace nei propri 22. Al 18′ un fallo in mischia trevigiano concede a Stephen Jones un calcio piazzato da circa 27-28 metri che il mediano di apertura gallese trasforma facilmente, portando il punteggio sul 10-3 in favore degli Wasps. Frenesia contro concretezza, sembra un copione già scritto. Questa volta però non sarà così. Al 23′ il Benetton perde l’ovale in attacco a neanche venti metri dalla linea di meta. La mediana degli Wasps è abile ad innescare un immediato contrattacco con la palla che arriva a Varndell, che corre velocissimo ed imperiale lungo l’out di sinistra. Ma Williams è bravissimo a placcarlo a 15 metri dalla linea di meta. Nei minuti successivi il Benetton si distingue per una bella continuità nel possesso, provando sia col gioco alla mano, sia con le maul, con molta pazienza, arrivando spesso a pochi metri dalla linea di meta. Lo sforzo è infruttuoso dal punto di vista del punteggio, ma comincia ad usurare le difese degli inglesi, che comunque si rivelano ancora pericolosi le poche volte che mettono il naso nell’area dei 22 trevigiani. Al 31′ Brendan Williams tenta il contrattacco dopo un calcio di liberazione inglese ma pasticcia, dando agli Wasps la possibilità d’installarsi in attacco. Al 34′ Stephen Jones, dentro i 22 trevigiani, alza un calcetto sulla sinistra per Varndell che riesce a schiaffeggiare l’ovale all’interno verso il secondo centro Mayor: Treviso si salva ma è in affanno. E’ il potente n. 8 Vanipola a mettersi in mostra soprattutto in questa fase. Al 34′ Mitrea mostra il cartellino giallo a Cittadini, entrato da poco in campo. Treviso è in 14, ma riesce ad uscire dalla pressione inglese, conquistando l’ovale, e contrattaccando con la coppia Williams-Loamanu. Il tongano-giapponese – ottima prova la sua, a parte il “regalo” sopramenzionato – rompe un placcaggio e fila via sulla sua corsia di sinistra, permettendo al Benetton di entrare nei 22 inglesi. Siamo al 38′ e i trevigiani si rendono protagonisti di un’azione prolungata a più fasi, con percussioni furibonde degli avanti. Alla fine è il mediano di apertura Di Bernardo a finalizzarla con successo schiacciando l’ovale proprio in mezzo ai pali. Si accende un parapiglia, dovuto più al furore agonistico che a qualche scorrettezza, che si spegne poi in pochi secondi. Mitrea catechizza i capitani Wentzel – molto applaudito l’ex della Benetton dai tifosi trevigiani – e Bernabò e tutto finisce lì. Lo stesso Di Bernardo trasforma la propria meta portando il punteggio in parità sul 10-10. E’ la fine della prima frazione di gioco.

I primi minuti della ripresa vedono il predominio sterile degli inglesi. Nick Robinson, subentrato a Stephen Jones, cerca di vivacizzare le manovre degli Wasps con dei calci di spostamento. Ma così un po’ alla volta il gioco si fa rotto. All’11’ il Benetton riesce finalmente ad impostare una fase d’attacco ordinata, fornita di adeguato sostegno, che trova la difesa inglese al pascolo. Budd [errore del sottoscritto: in effetti si trattava di Minto, N.d.Z.] – entrato in campo indiavolato nel secondo tempo – penetra tra le maglie della difesa inglese e scarica per Sgarbi presso la linea dei 22. Il corazziere trevigiano ha la via libera e resiste alla sua maniera, di forza, al placcaggio dell’ultimo difensore, schiacciando in meta alla destra dei pali, non lontano dalla bandierina.  Di Bernardo trasforma e porta Treviso in vantaggio per 17-10. Lo stesso mediano italo-argentino – oggi in grande spolvero – è protagonista poco dopo di un applauditissimo calcio di liberazione che sposta l’asse del gioco in avanti di una cinquantina di metri. E’ il momento in cui Treviso prende visibilmente il sopravvento sull’avversario. Adesso è Sgarbi a cercare più degli altri di sgretolare quel che resta di una difesa londinese sempre più fallosa. Al 15′ Di Bernardo trasforma un calcio piazzato da 25 metri in posizione centrale, portando il punteggio sul 20-10, dopo di che esce dal campo insieme a Semenzato, per lasciar spazio alla mediana composta da Ambrosini e Gori. Al 16′ una maul trevigiana scompagina la difesa inglese ma nella foga oltrepassa la linea di touch. Al 18′ Ambrosini sbaglia un calcio piazzato da circa quaranta metri in posizione centrale. Ma l’estremo inglese commette una vera e propria gaffe nella presa dell’ovale e concede al Benetton una mischia ai 5 in attacco davanti ai pali. I trevigiani stazionato a lungo dentro i 22 inglesi fino a che Luke McLean, subentrato a Williams, esegue un calcetto alla sua sinistra che fila rasoterra dentro l’area di meta: Toniolatti, anche lui entrato nel secondo tempo, è bravo a schiacciare l’ovale prima che questa oltrepassi la linea di pallone morto. Ambrosini non trasforma. Il punteggio al 23′ è Treviso-Wasps 25-10. Al 28′ una lunghissima azione corale dei trevigiani, sessanta metri di campo percorsi ad ampi zig-zag, permette a Paul Derbyshire di andare in meta alla destra dei pali, dopo aver ricevuto l’ovale dell’ultimo passaggio da Zanni. Ambrosini trasforma per il 32-10. Ormai è quasi garbage-time e Nitoglia, subentrato nel secondo tempo al posto di Loamanu, pure lui applauditissimo, si distingue in diverse azioni di contrattacco. Al 36′ un fallo trevigiano permette a Robinson di trovare una touche a 5 metri dalla linea di meta sulla sinistra del fronte d’attacco. Sul raggruppamento susseguente alla touche Taulafo perfora come un ariete una difesa trevigiana un po’ disattenta e schiaccia in meta. Robinson non trasforma. Il risultato finale è di 32-15 a favore del Benetton.

[pubblicato su Right Rugby]

Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (86)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

DEODATO SCANDEREBECH 06/08/2012 Fabio Granata aveva appena buttato sul tavolo la proposta di un’alleanza politica tra Futuro e Libertà e l’Italia dei Valori. Con Fini candidato premier, naturalmente. Naturalmente. E voi avevate pensato: questi di Fli sono andati fuori di testa. Avevate ragione, ma non sospettavate nemmeno voi quanto. In fondo quella del parlamentare siciliano era un moto di follia schietto, furioso, riconoscibile: insomma, non del tutto morboso. Perché poi a tambur battente è arrivata la vera pazzia, quella cerebrale, tranquilla, cattedratica del deputato Scanderebech, il quale ci avvertiva che Futuro e Libertà non era in ferie, ma stava lavorando intensamente «per costruire la coalizione di responsabilità nazionale che comprende Udc, Fli, Lista Civica membri Governo, lista Montezemolo e lista ex Pdl (…) che sarà il vero contenitore dei moderati, riformisti, cattolici e liberali di matrice patriottica ed europea che si ispira in pieno nel Ppe.» E tra le cui file, supponiamo, troveremo nomi illustri della società civile, capitani d’industria, teste d’uovo, il meglio del meglio della penisola. Un partitone. Una cosa non capiamo: se si tratti dello stesso colosso che Casini, dopo le elezioni, offrirà graziosamente in dono come cagnetto di compagnia alla sinistra di Bersani e Vendola.

IL CRUCCO 07/08/2012 Gli italiani ce l’hanno coi tedeschi, con la loro tetragona durezza, e sembra quasi di sentirli dire: «Eccoli qua, i crucchi. Sempre la solita razza.» Ed è qui che sbagliano i figli del belpaese. E’ vero il contrario. I crucchi, infatti, non sono più quelli di una volta: stupidotti, ma metodici, lineari, coerenti. E’ già da un bel pezzo che fanno gli scansafatiche e vanno troppo in vacanza. Il risultato è che adesso si portano appresso una bella faccia di bronzo. E’ solo questione di tempo, ma verrà il giorno che si gratteranno le palle in pubblico, pure loro. Prendete la crisi europea. Tutti s’accusano vicendevolmente. Qualcuno avrà più ragione dell’altro, non lo metto in dubbio, ma un ragionamento che fila non lo trovi manco per miracolo. In Italia, per esempio, va di moda ultimamente sparare contro la cecità ragionieristica dei tecnocrati europei, insensibili alla superiore intelligenza delle soluzioni politiche. Molti di questi pistoleros salutarono con gioia la soluzione tecnocratica in casa nostra qualche mese fa: la «supremazia della politica», allora, era solo un ignobile pretesto per preservare la corruzione e l’incompetenza. E i tedeschi? I tedeschi fanno lo stesso, quei lazzaroni. Una loro creatura, il commissario alle cose italiche Mario Monti, in un’intervista a Der Spiegel auspica, per salvare l’Europa dalla disintegrazione, «un proprio spazio di manovra» per i governi, sottratto al controllo occhiuto dei parlamenti; e loro lo massacrano, parlando di «attacco alla democrazia»: i tedeschi, dicono indignati, non hanno nessuna intenzione di abrogare la loro democrazia per pagare i debiti italiani. Peccato che il commissariamento delle porcilaie mediterranee l’abbiano preteso loro, sempre per superiori ragioni morali, facendosene un baffo dei parlamenti eletti. Chi di commissariamento ferisce, di commissariamento perisce, cari i miei testoni. Senza contare che con questa storia dei debiti avete rotto il kaiser a tutti. Se un marziano, un onesto marziano senza grilli per la testa sbarcasse in Deutschland in questi giorni, immaginerebbe senza fallo che i debiti degli italiani siano dieci o venti volte superiori a quelli dei tedeschi. Per parlare del solo debito pubblico, e senza contare i trucchetti contabili, il debito tedesco in percentuale sul Pil equivale a circa il settanta per cento del mostruoso debito italiano. Fossi un tedesco, mi sparerei per la vergogna.

DER SPIEGEL 08/08/2012 L’autorevolissima testata giornalistica tedesca stila la lista dei 10 più pericolosi leader europei. Nove sono di “destra”. Uno solo di sinistra. In compenso è greco. C’è naturalmente l’intramontabile Berlusca a tener alto il nome dell’Italia. Essendo un giornale ultrademocratico, Der Spiegel guarda pure in casa sua, dove trova ben due felloni: il segretario generale della Csu, il bavarese Alexander Dobrindt, quello che l’altro ieri, furioso con Monti, ha detto che «i tedeschi non hanno nessuna intenzione di abrogare la loro democrazia per pagare i debiti italiani» e il suo compagno di partito e ministro delle finanze bavarese Markus Soeder, quello che tempo fa voleva dare una “lezione” alla Grecia. A me questa razza terragna, villica e linguacciuta dei conservatori bavaresi è sempre stata simpatica, fin dai tempi di Franz Josef Strauss. Fra tutte le razze politiche teutoniche è quella più schiettamente, superficialmente, ingenuamente e quindi meno pericolosamente populista. S’incazza, ma poi ragiona. Sono i media comunisti che mettono zizzania tra loro e i berlusconiani e impediscono ai nostri eroi di capire che sono fatti gli uni per gli altri. Lo prova proprio Der Spiegel, al quale fanno ugualmente orrore, gli uni e gli altri.

ELSA FORNERO 09/08/2012 «C’è una questione di identità di una classe operaia che viene messa a rischio e occorre ridare dignità a questa classe», dice il Ministro del Lavoro, signora Elsa Fornero. Per ben cominciare, Fornero, io suggerirei di mandare in soffitta certe grigie, tristissime espressioni come «classe operaia», che fa pensare ad una mandria di buoi da portare al pascolo o ad una ciurma di galeotti sulla via dei lavori forzati, e che l’operaio accettava un tempo quando essa identificava l’eletto e infinocchiato popolo cui in eredità sarebbe andata la terra promessa illuminata dal sol dell’avvenire. Di quella robaccia forte è rimasta solo la feccia sul fondo della bottiglia, un paternalismo da nobiluccio dei tempi dello Zar, quando con le migliori intenzioni apriva il suo magnanimo cuore ai servi della gleba e ai mugicchi di Santa Madre Russia.

(Rispondendo ad un commento) Unfortunately, my dear, the working class is not exactly our “classe operaia”. It’s a broader and less sectarian concept. Da noi “classe operaia” profuma ancora di marxismo, di politica, di “lotta di classe”, di greggi portate in piazza, ed è appunto per questo che ha perso la sua dignità, che fa piangere, che fa ridere. Forse il prestigio e l’orgoglio della “classe lavoratrice” sarebbero molto più alti, se anche da noi avessimo avuto un partito socialdemocratico, e non un partito comunista. Ma per diventare realmente socialdemocratica la sinistra italiana avrebbe dovuto fare i conti con la storia, e passare attraverso una conversione morale, che non c’è mai stata.

NICOLE MINETTI 10/08/2012 Ci voleva tutta la cecità degli antiberlusconiani per trasformare questa signorina in una malafemmina. Una diavolessa, si suppone, qualche brivido luciferino dovrebbe pur dartelo, e invece Nicole è proprio il tipo di donna che non ti fa sognare, una femmina stuzzicante quanto una bella mela di plastica, e per il resto intrigante quanto il Tuca Tuca. In spiaggia a Miami si è messa a leggere “Cinquanta sfumature di grigio”, il mattone pornosoft dell’anno, divorato da legioni di babbei in tutto il mondo. L’avrà sentito come un dovere. E pensare che era in vacanza. Ma Nicole, qui ci vuole un colpo d’ala, una boccata d’aria fresca, una sciocchezza da bambina, o almeno una trasgressione vera!

Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (85)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PIPPO BAUDO 30/07/2012 A mio avviso quella volta Sharon Stone era completamente sbronza, e lo avrebbe fatto anche col primo cameriere, ma che dico?, anche con la prima cameriera dell’albergo che avesse messo piede nella sua stanza, non solo con un irresistibile ancorché stagionato fustacchione come Pippo. «Guardami!» gli disse – a sentire Pippo, disse «Look me!», locuzione tipicamente inglesiana, segno che era proprio andata – «Guardami!» gli disse, gli occhi fiammeggianti, nuda distesa sul letto: la Maya Desnuda sputata, a parte gli slip. «Guardami di nuovo!» gli ingiunse ancora – a sentire Pippo, s’intende, disse «Look me again!» – dopo avergli tolto gli occhiali facendo atto di ripulirli o forse ripulendoli davvero, magari sugli slip, magari strofinandone le lenti con calcolata, torrida indolenza proprio …là, oh mio Dio! Pippo, sbalordito, ebbe la forza di fare finta di nulla. Accennò al programma dell’indomani. Ma l’indomani, prima della trasmissione, la diabolica, ebbra ed infoiata Sharon lo mise nell’angolo, gli ritolse gli occhiali, li ripulì di nuovo, e inchiodò il povero Pippo alle sue responsabilità con un «Guardami!», che ella, perché non restasse dubbio alcuno, volle ancora proferire in inglesiano! Be’, secondo me è una bella storia. Melville scrisse – più o meno, da qualche parte e non ricordo più dove – che grandi tragedie si dipanano in umilissimi palcoscenici: il mondo dimenticherà questi e quelle. Così, dico io, un grande romanzo d’amore può vibrare cosmico al suono di poche parole, anche in inglesiano, e durare lo spazio di poche ore. Solo che un gentiluomo, un vero discepolo del culto di Afrodite, certe cose le tiene per sé, per rispetto di se stesso e di Afrodite. L’oro di una fuggevolissima, casta e un po’ demenziale relazione non lo dà ai porci. A dieci anni di distanza Pippo invece ha capito solo una cosa: che ha «perso un’occasione». Perché si capisce: il vero ominicchio le donne le spupazza, una botta e via! Comunque stia tranquillo: l’occasione non la perse affatto. Glielo dica lei, Sharon.

VICTOR PONTA 31/07/2012 Il referendum che in Romania doveva confermare la rimozione dal suo ufficio del presidente della repubblica, il conservatore Traian Băsescu, non ha raggiunto il quorum. E’ la seconda volta che Băsescu si salva dall’impeachment col voto referendario. Alle urne si è recato circa il 46% degli elettori. Di questi l’87% (ossia il 41% circa del corpo elettorale) ha votato a favore della rimozione. Băsescu era stato sospeso dal suo incarico il 6 luglio scorso da una maggioranza di 256 parlamentari di centro-sinistra guidati dal premier Victor Ponta con l’accusa di aver violato la costituzione e di essere andato al di là delle sue prerogative istituzionali. La procedura di impeachment era stata parecchio muscolosa e disinvolta, suscitando dubbi in ambito internazionale. Per Băsescu, che aveva invitato all’astensionismo, i romeni hanno respinto un «tentativo di colpo di stato». Ponta, il difensore della costituzione, ha fatto spallucce: «il presidente potrà bensì rimanere a Palazzo Cotroceni» ha detto serafico, «ma senza più alcuna legittimità. Qualsiasi politico che ignora la volontà di milioni di elettori è tagliato fuori dalla realtà.» Io l’ho sempre pensato: gratta gratta, sotto il patriottismo costituzionale trovi sempre il populismo costituzionale.

L’INDIA MISTERIOSA 01/08/2012 Nei bei tempi andati accadeva spesso che dall’India misteriosa arrivassero notizie che nella loro tragicità conservavano qualcosa di esotico, curioso, pittoresco. Notizie del tipo: «scontro tra due treni nell’Uttar Pradesh, quattrocento morti»; «piogge torrenziali nell’Assam, il monsone causa diecimila morti»; «esonda un torrentello nel Gujarat, mille morti»; «crolla il tetto di una scuola nel Maharashtra, trecento morti»; «elefante impazzito tra la folla nel Bengala Occidentale, centocinquanta morti»; «vacca impazzita tra la folla nel Bihar, trenta morti»; «scontro frontale tra due automobili nell’Andhra Pradesh, venti morti»; «scontro frontale tra due biciclette nel Kerala, quattro morti»; e via di seguito con questi fantasmagorici tassi di fatalità. Che però in fondo, a pensarci bene, si potevano spiegare coi spaventosi tassi di densità demografica di molte aree dell’immenso formicaio indiano, anche se qualcosa di arcano continuava ad aleggiare sulla strabiliante contabilità di questi sinistri. Ma poi l’India cominciò pian piano a fare notizia per i suoi successi economici. E oggi l’India è ormai una delle grandi potenze del mondo, anche nell’inconscio collettivo dei figli di coloro che un tempo leggevano Kipling, e comincia a fare persino un po’ paura. Tuttavia ogni nazione conserva il suo genio particolare, che è tirannico e ogni tanto rivendica il suo tributo, restituendoci un popolo in tutta la sua irripetibile umanità. Capita agli italiani, capita agli indiani, capiterebbe pure ai marziani. Prendete la notizia di questi giorni, per esempio: «Blackout elettrico in India, seicento milioni di persone al buio.» Seicento milioni. E’ inutile, in certe cose non li potrai mai battere.

NICHI VENDOLA 02/08/2012 Non si sa quando voteremo, ma una cosa sappiamo già: vincerà chi saprà conquistare il voto della massa degli indecisi. Con l’estro poetico che gli è proprio, il subcomandate Vendola ha avuto in merito una formidabile idea: conquistare il voto dei decisi, quelli disposti a tutto, anche a correre sotto la bandiera del «Polo della Speranza». Il nome di un partito o di una coalizione politica dovrebbe trasmettere fiducia: magari perché serioso e tradizionale; magari perché è nuovo ma veicola un’idea di efficienza o di dinamismo; o magari perché è un nome da operetta, ma è una barzelletta che le spara grosse, con convinzione e ottimismo, com’è il caso dei parti immaginifici del berlusconismo. Concettualmente ed esteticamente parlando, il «Polo della Speranza» è un berlusconismo da ammosciati, una cosa contro natura, raccapricciante. Io pensavo che certe croci le dovessimo portare solo noi, «intellettuali» di destra. Vorrà dire che quel giorno voteremo «Grande Italia» con sollievo. Be’, quasi, diciamo.

STEFANO FOLLI 03/08/2012 Stringendo un patto alla sua sinistra con Vendola, Bersani ha dato il benservito a Monti. E in ogni caso ciò significa che alle prossime elezioni la premiership montiana non si potrà più proporre come forza autonoma in grado di coagulare attorno a sé il consenso dei partiti che oggi la sostengono, con la speranza segreta di fonderli al fuoco dell’emergenza, facendosi essa stessa forza politica. Questo era il disegno dei retori del «fare presto», meglio conosciuti nel passato col nome più calzante di «utili idioti». Con questi chiari di luna è chiaro come il sole che al massimo Monti potrà aspirare al ruolo non del tutto onorevole di premier fantoccio del centrosinistra de sinistra. Dite che in quel caso rifiuterà? Io non ci metterei la mano sul fuoco: un grand commis è naturaliter più un caporale che un uomo. Che la situazione sia da allarme rosso, lo dimostra uno degli uomini di punta della squadra del «fare presto», il caporalmaggiore Folli – una delle mie vittime preferite, ormai l’avete capito – il quale scopre improvvisamente che il centro di Casini è una barzelletta come contrappeso alla forza della sinistra, e riscopre l’importanza dei berlusconiani; purché costoro, naturalmente, abbandonino definitivamente una certa sguaiata demagogia anti-europea che ha ancora, decisamente, troppa cittadinanza fra di loro. Questo comunque è solo il primo passo della ritirata strategica. Cosa credete? Un passetto alla volta si può arrivare molto lontano, ve lo dico io, ordinatamente e in tutta naturalezza, finanche al ticket Monti-Caimano.