Mandeville, Rousseau, Hobbes

Ineluttabile la dicotomia umana tra pubblico e privato? Non sono d’accordo. Lo scrivo in un commento, che riporto qui sotto, a questo articolo de L’Occidentale.

A me sembra che sia le opinioni di Mandeville che quelle di Rousseau e di Hobbes siano fondate su una negazione sostanziale della morale e del bene, e che perciò siano fallaci.

L’uomo buono di Mandeville è un mezzo uomo; tutto quello che c’è di più in lui e che aiuta la società a crescere è morboso. La società “virtuosa”, e fallimentare, di Mandeville non è affatto virtuosa, ma pauperista. Una società pauperista è materialista quanto quella viziosa. Anch’essa, quindi, è viziosa. Anch’essa, quindi, non sollevandosi al di sopra delle cose del «mondo», è «schiava delle ricchezze», per dirla con le parole del cristianesimo. In una società veramente “virtuosa” i soldi non spesi per il lusso, per gli avvocati, per il “superfluo”, non rimangono intonsi sotto il materasso, ma sono investiti per produrre più efficacemente i beni di base. La società “virtuosa” non cerca il “di più”, la quantità per se stessa, ma non rifiuta il comfort, i miglioramenti, una più sicura disponibilità dei beni. E questo sviluppo non può avere fine. Rientrando nel mondo reale, ciò significa che in una società non astrattamente virtuosa, ma “sana”, lo spazio per la ricerca del superfluo e del lusso rimane, con una sua funzione economica esplorativa, utile ma ancillare. Così certi articoli del lusso di oggi potranno entrare nel numero di quelli del comfort di domani. Ma la cosa può riuscire solo se le priorità vengono rispettate, se la solidità della struttura economica non viene fragilizzata dal materialismo dell’hic et nunc. Una società viziosa che cerca il “di più” e il lusso senza la necessaria temperanza, senza aspettare che i tempi siano maturi, va incontro alla rovina economica, esattamente come quella falsamente “virtuosa”. E’ l’economia fondata sui debiti, pubblici e privati, sulla rapina dei redditi mediante la tassazione e del risparmio mediante le manovre espansive del denaro «a costo zero». In ultima analisi, sul «rifiuto» del tempo.

L’uomo “al naturale”, di Rousseau per ritrovare la felicità della sua condizione originale, incorrotta e uguale a quella di tutti gli altri, deve creare una società a sua immagine e somiglianza. Una specie di Gerusalemme Celeste in Terra, nella quale comunità e individuo si fondono, senza però annullarsi a vicenda, anzi, trovando in questo la loro pienezza. Ma nella nostra condizione, che è quella della schiavitù del tempo e dello spazio, questo è impossibile. L’universalismo, quando non trova una cassa di compensazione celeste, quando «rifiuta» il tempo e la morte, e quindi la relatività infinita delle cose terrestri, schiaccia tutti inevitabilmente in una uguaglianza da schiavi. Magari sotto un Sovrano Assoluto formalmente impersonale. L’uomo «buono», invece, cosciente della caduta e del peccato originale, aspirerebbe al perfezionamento di sé e della società, senza mai sperare – per principio! per dogma! – di raggiungere sulla terra la piena felicità, quello stato di «riposo» paradisiaco di cui parla S. Paolo. E saprebbe mostrare modestia e duttilità.

L’uomo “egoista” e uguale a tutti gli altri di Hobbes conduce ai medesimi perniciosi effetti. Un “self interest” correttamente inteso, fecondo per se stessi e per la società, dovrebbe ragionare anche sui tempi medi e lunghi. Dovrebbe essere temperante ed accettare la «maledizione del tempo». Ma l’uomo «assolutamente» dominato dal “self interest” non può arrivare al raziocinio, se è «assolutamente» dominato dall’amor proprio. Tanto più se lo sono «assolutamente» tutti: chi di loro sarà mai il primo a cedere e quindi a posare il primo mattone della società, se non sarà illuminato da chi dell’amor proprio non è schiavo? La filosofia di Hobbes, coerentemente, conduce quindi alla necessità di un Sovrano Assoluto, al quale «assolutamente» tutti gli uomini, «assolutamente» dominati dall’amor proprio e dal self interest, cedono «assolutamente» tutti i loro diritti naturali. Che poi il realismo di Hobbes abbia fecondato, magari per contrasto, il liberalismo inglese può anche essere; certo lui non era neanche l’ombra di un “liberale”.

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